Società delle Nazioni (SDN)
(1919-1946) - Ginevra
La Società delle Nazioni (in francese Société des Nations; in inglese League of Nations)[1] in sigla SDN, anche conosciuta come Lega delle Nazioni,[2] è stata la prima organizzazione intergovernativa avente come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli esseri umani. Il suo principale impegno era quello di prevenire le guerre, sia attraverso la gestione diplomatica dei conflitti sia attraverso il controllo degli armamenti.
Fu fondata nell'ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919, formalmente il 28 giugno 1919 con la firma del trattato di Versailles del 1919 – e fu estinta il 19 aprile 1946 in seguito al fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale e alla nascita, nel 1945, di un'organizzazione con identico scopo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale fu così grande che si pensò infatti a una nuova organizzazione, anche perché gli Stati Uniti d'America non ne facevano parte, nonostante fosse stato proprio un suo presidente, Woodrow Wilson, il maggior promotore della Società delle Nazioni (per questo impegno Woodrow Wilson fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1919).
ORGANISMI MONDIALI
Ministri dei TRASPORTI del Regno d'Italia
1918-1919 - Governo Orlando
Ministri dei TRASPORTI del Regno d'Italia
1919 - Governo Orlando
1920 - Nitti 1
Vittorio Emanuele III di Savoia (dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946)
RE del REGNO d'ITALIA
XXI Legislatura del Regno d'Italia
XXII Legislatura del Regno d'Italia
XXIII Legislatura del Regno d'Italia
XXIV Legislatura del Regno d'Italia
XXV Legislatura del Regno d'Italia
XXVI Legislatura del Regno d'Italia
XXVII Legislatura del Regno d'Italia
XXVIII Legislatura del Regno d'Italia
XXIX Legislatura del Regno d'Italia
XXX Legislatura del Regno d'Italia
Ministri dei TRASPORTI del Regno d'Italia
1919-1920 - Nitti 1
Società delle Nazioni (SDN)
(1919-1946) - Ginevra
La Società delle Nazioni (in francese Société des Nations; in inglese League of Nations)[1] in sigla SDN, anche conosciuta come Lega delle Nazioni,[2] è stata la prima organizzazione intergovernativa avente come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli esseri umani. Il suo principale impegno era quello di prevenire le guerre, sia attraverso la gestione diplomatica dei conflitti sia attraverso il controllo degli armamenti.
Fu fondata nell'ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919, formalmente il 28 giugno 1919 con la firma del trattato di Versailles del 1919 – e fu estinta il 19 aprile 1946 in seguito al fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale e alla nascita, nel 1945, di un'organizzazione con identico scopo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale fu così grande che si pensò infatti a una nuova organizzazione, anche perché gli Stati Uniti d'America non ne facevano parte, nonostante fosse stato proprio un suo presidente, Woodrow Wilson, il maggior promotore della Società delle Nazioni (per questo impegno Woodrow Wilson fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1919).
ORGANISMI MONDIALI
Giulio Andreotti (1919-2013)
(Roma, 14 gennaio 1919 – Roma, 6 maggio 2013) è stato un politico, scrittore e giornalista italiano.
Nominato dal Presidente Francesco Cossiga nel 1991
È stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, partito protagonista della vita politica italiana per gran parte della seconda metà del XX secolo.
Ha partecipato a dieci elezioni politiche nazionali: è stato il candidato con il maggior numero di preferenze in Italia in quattro occasioni (nel 1958, nel 1972, nel 1979 e nel 1987) e il secondo nelle altre sei (nel 1948 e nel 1953, dietro Alcide De Gasperi; nel 1963 e nel 1968, dietro Aldo Moro; nel 1976 e nel 1983, dietro Enrico Berlinguer). Infine, nel 1991 è stato nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Dal 1945 al 2013 fece sempre parte delle assemblee legislative italiane: dalla Consulta nazionale all'Assemblea Costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita.
SENATORI A VITA nominati dal PRESIDENTE della REPUBBLICA
Giuseppe Marcora (1841-1927) (Partito Radicale Italiano)
(dal 30 novembre 1904 al 08 febbraio 1909)
XXII° Legislatura del Regno d'Italia
(dal 24 marzo 1909 al 29 settembre 1913)
XXIII° Legislatura del Regno d'Italia
(dal 27 novembre 1913 al 29 settembre 1919)
XXIV° Legislatura del Regno d'Italia
PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI DEL REGNO D'ITALIA
Francesco Saverio Nitti (1868-1953)
PRESIDENTI del CONSIGLIO dei MINISTRI del REGNO D'ITALIA
I Governo Nitti
Dal 23 giugno 1919 al 21 maggio 1920
XXIV Legislatura del Regno d'Italia XXV Legislatura del Regno d'Italia
II Governo Nitti
Dal 21 maggio 1920 al 15 giugno 1920
XXV Legislatura del Regno d'Italia
Ministri dei LAVORI PUBBLICI del Regno d'Italia
1917-1919 - Governo Orlando
Ministri dei LAVORI PUBBLICI del Regno d'Italia
1919-1920 - Nitti 1
24° Legislatura del Regno d'Italia (dal 27 novembre 1913 al 29 settembre 1919) (durata : giorni 2131)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La XXIV legislatura fu inaugurata a Roma il 27 novembre 1913 e chiusa il 29 settembre 1919. Fu la più lunga legislatura del Regno. In Senato si svolsero 201 sedute. Giuseppe Manfredi rivestì nuovamente la carica di presidente del Senato fino alla morte, sopraggiunta il 6 novembre 1918; gli successe Adeodato Bonasi.
La legislatura fu preceduta dal patto Gentiloni, un accordo politico che comportava la desistenza in taluni collegi elettorali tra i candidati dell’Unione elettorale cattolica e i politici liberali di area moderata o conservatrice. Le elezioni della Camera dei deputati del 26 ottobre 1913 furono contraddistinte da un avanzamento degli schieramenti radicali e socialisti, e da un’affermazione della presenza cattolica.
Giovanni Giolitti si dimise da capo del governo il 10 marzo 1914 a seguito delle dimissioni di due ministri radicali, nonostante il recente successo in Parlamento del provvedimento governativo per la copertura delle spese della guerra in Libia. Il 12 marzo l’incarico di primo ministro passò a Antonio Salandra, che il 2 aprile ottenne la fiducia della Camera con ampia maggioranza e fu acclamato per il suo discorso di insediamento in Senato.
Nella primavera del 1914 il paese fu attraversato da un’ondata antimilitarista e antibellicista, sostenuta dalla maggior parte delle forze politiche democratiche e socialiste. La situazione internazionale tuttavia precipitò a causa di una singolare concatenazione di eventi: il 28 giugno 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo fu assassinato a Sarajevo; il 23 luglio fu lanciato l’ultimatum austriaco alla Serbia, seguito dalla dichiarazione di guerra del 28 luglio che fu all’origine della prima guerra mondiale.
L’Italia rimase per molti mesi estranea al conflitto, dichiarando ufficialmente la propria neutralità il 2 agosto, nel momento in cui la Germania entrava in guerra contro il Belgio e la Francia; seguirono a brevissimo giro le dichiarazioni di guerra degli altri paesi coinvolti nel conflitto: Austria, Germania e Turchia contro Francia, Belgio, Gran Bretagna, Serbia, Russia, Montenegro e Giappone.
Nel frattempo prese prudentemente consistenza il disegno interventista del governo italiano, soprattutto dopo il varo del secondo governo Salandra, con Sidney Sonnino al ministero degli Esteri.
Il Partito socialista restò a lungo contrario alla guerra, e ciò determinò l’allontanamento di alcuni esponenti interventisti, tra i quali Benito Mussolini, espulso dal partito il 29 novembre 1914. Ancora alla vigilia della dichiarazione italiana di guerra all’Austria, il Psi non avrebbe abbandonato le proprie posizioni neutraliste, che furono quelle proprie anche della maggior parte delle organizzazioni italiane dei lavoratori, fiduciose nel fatto che si potessero ottenere larghe concessioni dall’Austria senza dover ricorrere alla guerra.
Nelle sedute parlamentari del 3 dicembre, Salandra confermò la neutralità italiana, ma in un clima di vigile attesa che lasciava presagire un possibile coinvolgimento del paese nel conflitto. Gli ordini del giorno sulle comunicazioni del governo furono approvati alla Camera a larghissima maggioranza, al Senato (15 dicembre) all’unanimità. In questa prospettiva, la visita a Roma il 20 dicembre dell’ex cancelliere tedesco Barnhard von Bülow ebbe lo scopo di rassicurare il governo italiano di poter ricevere concessioni territoriali, in particolare il Trentino, in cambio della neutralità nel conflitto mondiale.
Il 30 dicembre il Senato si arricchì della nomina di 33 nuovi senatori, tra i quali Luigi Albertini, Guglielmo Marconi e Leone Wollemborg.
Nel marzo 1915 il presidente del Consiglio Salandra presentò alla Camera un disegno di legge per la difesa economica e militare dello Stato, chiedendone la procedura d’urgenza. Il governo rispose pertanto in modo inverso alle richieste pacifiste del Psi e delle organizzazioni dei lavoratori: nello stesso periodo predispose numerosi provvedimenti che miravano al rafforzamento dell’esercito e della marina, e alla pianificazione dell’economia di guerra. In particolare destò apprensione il disegno di legge governativo sul richiamo in servizio d’urgenza degli ufficiali di complemento, che tuttavia fu approvato con ampissima maggioranza. Il 13 marzo, mentre nel paese si susseguivano le manifestazioni contro la guerra, i ministri della Guerra, della Marina e del Tesoro presentarono alla Camera il disegno di legge di conversione del decreto-legge relativo alla costituzione del corpo aeronautico. Furono inoltre approvati i finanziamenti per la difesa e i provvedimenti volti a contrastare la diffusione di notizie d’interesse militare (legge 21 marzo 1915, n. 273). Nonostante questi preparativi alla guerra, ancora all’inizio di aprile il ministro degli Esteri Sonnino era possibilista, poiché riteneva di poter garantire all’Italia ampi compensi territoriali in via negoziale con l’Austria.
Il 26 aprile 1915 il governo Salandra firmò il patto di Londra, con il quale l’Italia si impegnava a entrare in guerra a fianco degli Stati dell’Intesa entro un mese. Il patto garantiva, in caso di vittoria, il trasferimento all’Italia dei territori del Trentino e dell’Alto Adige fino al Brennero, di Trieste, dell’Istria e di un’ampia porzione di costa dalmata; esso prevedeva inoltre il possesso di Valona e confermava la sovranità italiana sulle isole del Dodecaneso. Non si escludevano concessioni in Medio Oriente e ritocchi dei confini coloniali in Africa.
Il paese e il Parlamento erano tuttavia in quel momento ancora su posizioni ampiamente neutraliste; Salandra si rese conto di dover aggirare il giudizio dell’opinione pubblica contraria alla guerra rassegnando le dimissioni, che furono prontamente respinte dal re, il quale per tutta risposta ordinò la mobilitazione generale: sotto la pressione internazionale, il Parlamento si piegò alla volontà del sovrano, votando il 10 maggio i pieni poteri al governo sulla base di un disegno di legge presentato dal ministro Orlando (legge 22 maggio 1915, n. 671).
Iniziò così la mobilitazione per la guerra: il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria; furono emanati tre decreti relativi alla pubblica sicurezza, alla stampa e ai controlli postali, tutti pesantemente limitativi delle libertà. Il re stesso si trasferì sul fronte, dopo aver nominato luogotenente generale del Regno Tommaso di Savoia, duca di Genova.
Dopo circa un mese ebbe inizio la prima vera battaglia sull’Isonzo (a partire dal 23 giugno 1915), che si concentrò sull’altopiano del Carso e fece retrocedere le forze austriache fino all’inizio dell’inverno, quando subentrò una stasi nella condotta della guerra.
Con il regio decreto n. 993 del 26 giugno 1915 fu stabilita la mobilitazione industriale per assicurare i rifornimenti dell’esercito.
Nel corso dei primi mesi di combattimenti, l’attività parlamentare fu confinata a sessioni sempre più brevi e sempre più finalizzate alla conversione dei decreti-legge del governo, a tal punto da suscitare le vivaci proteste di deputati e senatori, contrari alla pratica di una decretazione debordante.
La situazione di stallo creatasi al fronte, unitamente ai metodi antiquati nella conduzione della guerra e alle ingenti perdite di soldati, indussero il governo a inviare il 6 febbraio 1916 il ministro della Guerra, il generale e senatore Vittorio Zupelli, dal generale Cadorna, capo del Comando supremo militare, ma il colloquio rimase privo di costrutto; il braccio di ferro tra gli alti comandi dell’esercito e il governo fece emergere un dissidio insuperabile, che portò alle dimissioni di Zupelli il 9 marzo. Ma l’inefficienza di Cadorna si rivelò all’opinione pubblica soltanto a partire dal 15 maggio 1916, quando gli austriaci iniziarono in Trentino una poderosa offensiva, la Strafexpedition (spedizione punitiva), che li portò ad avanzare in ampie porzioni di territorio italiano. Convocato dal ministro Sonnino il 25 maggio, il generale Cadorna comunicò la propria indisponibilità a dare spiegazioni sulla condotta della guerra; il governo decise allora di inviare al fronte il nuovo ministro della guerra, il generale Paolo Morrone, per raccogliere informazioni.
I tentennamenti del governo sulla destituzione di Cadorna provocarono l’indebolimento e la perdita di credibilità del governo stesso: il 10 giugno 1916 un voto negativo della Camera dei deputati sull’autorizzazione all’esercizio provvisorio del bilancio causò la caduta del governo Salandra.
Con una compagine di “unità nazionale”, il nuovo governo fu presieduto da Paolo Boselli, decano della Camera. Nemmeno con Boselli migliorarono le relazioni tra il governo e il comando supremo dell’esercito; le offensive austriache furono tuttavia contenute e le operazioni militari cominciarono a riequilibrarsi. Sostenuto dai buoni risultati militari, Cadorna inasprì ulteriormente i rapporti con il governo, impedendo ai ministri l’ingresso in zona di guerra senza il permesso preventivo del comando supremo.
Il 9 agosto 1916 le truppe italiane entrarono a Gorizia. Il 25 agosto l’Italia dichiarò guerra alla Germania.
Dopo il primo anno di guerra si verificarono numerosi episodi di renitenza, di insubordinazione, di autolesionismo e di automutilazione da parte dei soldati, proteste che portarono al pronunciamento di migliaia di condanne, tra le quali anche la fucilazione per gli atti più gravi di disubbidienza. Dal dicembre 1916 i tribunali militari fissarono di comune accordo la pena di morte per i reati di autolesionismo.
Nel frattempo la guerra stava creando delle modifiche profonde anche all’interno degli stati belligeranti: a partire dal 12-15 marzo 1917 l’opinione pubblica internazionale fu investita dalle notizie provenienti dalla Russia relative alla rivoluzione popolare e democratica a San Pietroburgo e all’abdicazione conseguente dello zar. I socialisti ne trassero spunto per ribadire l’importanza della pace (discorso di Claudio Treves alla Camera del 12 luglio 1917), nonostante lo stesso Filippo Turati avesse affermato pochi mesi prima che la pace italiana avrebbe dovuto essere subordinata all’acquisizione dei territori rivendicati e di determinate garanzie strategiche (discorso alla Camera del 14 dicembre 1916).
La situazione penosa creata dalla guerra al fronte e nella società fu denunciata anche da papa Benedetto XV, che in una nota del 1° agosto 1917, indirizzata ai capi dei popoli belligeranti, definì il conflitto in corso una “inutile strage”, evitabile con le risorse del diritto e della diplomazia. Da quel momento, accanto ai socialisti, anche i cattolici furono accusati di disfattismo dai nazionalisti più accesi.
La situazione precipitò il 24 ottobre 1917 a seguito del fulmineo sfondamento austriaco delle linee di difesa italiane sul fronte dell’Isonzo: l’esercito italiano fu spaccato in due parti e Cadorna, constatando la gravità della situazione, ordinò la ritirata sull’altopiano della Bainsizza. Il 28 ottobre gli austriaci conquistarono Udine, mentre il comando italiano fu costretto a trasferirsi a Treviso.
Nel frattempo, dimessosi Boselli il 26 ottobre di fronte all’aggravarsi degli eventi, il re incaricò Vittorio Emanuele Orlando di formare un nuovo governo (29 ottobre), la cui compagine fu una sorta di riedizione del governo precedente, con Sonnino riconfermato agli Esteri.
La rovinosa ritirata di Caporetto ebbe come conseguenza la perdita clamorosa di territorio, di popolazione (circa 1.152.000 abitanti) e di grandi quantità di armi e di munizioni cadute in mano al nemico; e inoltre 10 mila morti, 30 mila feriti, 293 mila prigionieri, 350 mila sbandati: a seguito di questa disfatta, il 9 novembre 1917 il nuovo governo decise di destituire il generale Cadorna dal comando supremo e nominò al suo posto il generale Armando Diaz (poi nominato senatore il 24 febbraio 1918).
L’8 gennaio 1918 il presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson enunciò i principi per l’avvio dei negoziati di pace, i cosiddetti “Quattordici punti”; grande attenzione suscitò la proposta di costituire una Società delle Nazioni per regolare in futuro le controversie internazionali evitando altre guerre (lo statuto della Società delle Nazioni fu approvato a Parigi il 28 aprile 1919). L’8-10 aprile 1918 si svolse a Roma in Campidoglio il Congresso delle nazionalità oppresse nei territori dell’Impero austro-ungarico.
Con la legge 10 maggio 1918, n. 634 fu prorogata di un anno la durata della legislatura, per il persistere degli impegni di guerra.
A metà giugno si svolse vittoriosamente la battaglia del Piave, su un fronte ampio e con il dispiego di tutti i mezzi disponibili. A partire da quel momento l’esercito austriaco perse ogni residua speranza sulla tenuta dei territori italiani. A fine ottobre le truppe italiane conseguirono le vittorie sul Grappa e sul Piave, entrando a Vittorio Veneto; il 3 novembre fu liberata Trento e contemporaneamente vi fu lo sbarco a Trieste: nello stesso giorno fu firmato a Villa Giusti a Padova l’armistizio tra Italia e Austria. Il 4 novembre fu firmato da Armando Diaz il “Bollettino della Vittoria”.
Il 18 gennaio 1919 fu inaugurata a Parigi la Conferenza della pace, con la partecipazione dei plenipotenziari dei 27 Stati vittoriosi. La Conferenza, soprattutto per influenza di Wilson, elaborò un trattato fortemente punitivo nei confronti degli Stati vinti, ma comportò anche un ridimensionamento marcato delle rivendicazioni italiane, nel rispetto del principio di nazionalità, soprattutto in riferimento alla sponda adriatica inclusa nel patto di Londra.
Sulle questioni inerenti al trattato di pace, il 23 giugno Orlando perse l’appoggio della Camera e fu costretto alle dimissioni. L’incarico per la costituzione di un nuovo governo fu conferito a Francesco Saverio Nitti: il trattato di pace fu da lui firmato il 28 giugno.
Tra giugno e luglio 1919 si svilupparono gravi disordini a Fiume, non compresa tra i territori assegnati all’Italia. Fiume fu per alcuni anni una spina nel fianco della diplomazia italiana. La mancata annessione della città portuale provocò slanci revanscisti in grado di compromettere i risultati della pace appena raggiunta. Infatti il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio entrò a Fiume con un piccolo seguito di legionari armati, proclamandone l’annessione all’Italia; il 25 settembre il governo italiano sconfessò l’azione, ma si astenne dall’intervenire per il ripristino dell’ordine.
Per quanto riguarda la politica interna, la guerra aveva accelerato i processi di trasformazione dei partiti e delle organizzazioni politiche. Il 18 gennaio 1919 fu fondato a Roma, su iniziativa di Luigi Sturzo, il Partito popolare italiano, che segnò l’ingresso a pieno titolo dei cattolici nella politica italiana. Il 23 marzo furono fondati a Milano, in una sala di piazza San Sepolcro, i Fasci di combattimento, organizzazione nazionalista con risvolti paramilitari.
La mobilitazione totale della popolazione ebbe conseguenze dirette anche in direzione dell’ampliamento dei diritti politici: il 2 settembre 1919 fu emanato il regio decreto n. 1495 che stabiliva, per l’elezione della Camera dei deputati, l’estensione del suffragio (con voto di lista e sistema proporzionale) a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni. Il disegno di legge per l’estensione del diritto di voto alle donne fu presentato alla Camera il 12 luglio 1919 e approvato il 6 settembre, ma non poté essere trasmesso al Senato per il sopraggiungere dello scioglimento della legislatura.
Il 6 ottobre furono nominati 59 nuovi senatori, tra i quali Artom, Einaudi, Loria, Mosca.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/24/resoconti-elenco-cronologico
Ministri dei LAVORI PUBBLICI del Regno d'Italia
1919 - Governo Orlando
1920 - Nitti 1
25° Legislatura del Regno d'Italia (dal 1 dicembre 1919 al 7 aprile 1921) (durata : giorni 493)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La XXV legislatura fu inaugurata a Roma nell’aula di Montecitorio il 1° dicembre 1919 e si concluse il 7 aprile 1921. Nel corso della legislatura furono svolte in Senato 124 sedute. Il re designò Tommaso Tittoni alla presidenza del Senato.
I risultati delle elezioni per la Camera dei deputati del 16 novembre 1919 erano stati sorprendenti: il Psi aveva conquistato 156 seggi, il Ppi, alla sua prima prova, 100 seggi; il Partito liberale aveva subito un rovinoso crollo, attestandosi a 41 seggi, mentre i fascisti, nonostante tutti i pronostici favorevoli, registrarono una clamorosa sconfitta. Malgrado la débâcle elettorale, i fascisti furono tuttavia assai visibili e presenti nel paese, attraverso un crescendo di attentati, violenze e atti di sabotaggio.
Nell’immediato dopoguerra l’Italia fu percorsa da un’ondata di scioperi e di rivendicazioni sindacali senza precedenti, sia in relazione alle questioni dei diritti sia in funzione del miglioramento salariale. A fine gennaio 1920 si svolse uno sciopero prolungato delle ferrovie, mentre a metà febbraio mezzadri e braccianti incrociarono le braccia per ottenere condizioni più favorevoli di lavoro e di salario. La controversia nelle campagne fu risolta il 25 ottobre con un accordo vantaggioso per la Federterra, che fu tuttavia il preludio al passaggio al fascismo di una parte consistente dei proprietari terrieri. Il 18 marzo ebbe inizio lo sciopero operaio alla Fiat di Torino, al quale la direzione dello stabilimento reagì con la serrata; al termine delle proteste, gli operai riottennero il lavoro, ma senza alcuna concessione sostanziale.
Il 12 maggio lo stesso presidente del Consiglio Nitti fu costretto alle dimissioni per il voto sfavorevole della Camera sulla vertenza sindacale dei postelegrafonici. Reincaricato nuovamente dal re il 21 maggio, il secondo governo Nitti ebbe vita brevissima: il 15 giugno l’emanazione di un decreto sul prezzo politico del pane, avvenuta senza consultare il Parlamento, espose il governo a forti critiche, che ne causarono la caduta. L’incarico fu affidato a Giovanni Giolitti, ormai al suo quinto governo, con una compagine ministeriale notevolmente rinnovata. La fiducia al nuovo governo fu votata il 28 giugno alla Camera con ampia maggioranza. Il giorno successivo la Camera votò anche l’esercizio provvisorio con 316 voti a favore e 91 contrari, mentre al Senato il 30 giugno il voto favorevole sullo stesso provvedimento risultò unanime.
Anche Giolitti, come il suo predecessore, si trovò a dover gestire e arbitrare le rivendicazioni crescenti dei lavoratori in sciopero.
Il 29 luglio 1920 da Milano iniziò una nuova campagna di scioperi operai per gli aumenti salariali e per la riduzione a otto ore della giornata lavorativa. A partire dal 20 agosto gli operai metalmeccanici di Milano iniziarono lo sciopero bianco di fronte al rifiuto protratto delle loro richieste: la protesta iniziò a dilagare anche in altre città. Per tutta risposta l’Alfa Romeo di Milano reagì con la serrata. Nel mese di settembre, di fronte alle risposte costantemente negative delle parti padronali, la situazione delle lotte operaie si acuì fino al punto da innescare l’occupazione delle fabbriche. Nonostante la situazione preinsurrezionale tra i lavoratori, nelle riunioni del Consiglio nazionale della Cgil a Milano del 10-11 settembre prevalsero le soluzioni moderate e orientate al compromesso rispetto alle tesi oltranziste.
Nell’ambito della politica estera, il 2 agosto 1920 fu firmato con il governo provvisorio albanese il trattato di Tirana, in base al quale l’Italia riconosceva le frontiere albanesi del 1913. Le truppe italiane si ritirarono quindi da Valona.
Il 12 novembre 1920 fu firmato il trattato di Rapallo tra Italia e Iugoslavia, che attribuiva all’Italia l’Istria, Zara e alcune isole, in cambio della rinuncia alla Dalmazia da parte italiana. La città di Fiume fu riconosciuta come Stato libero. Il trattato fu ratificato il 27 novembre dalla Camera e il 17 dicembre dal Senato. A seguito della ratifica, le truppe italiane guidate dal generale Caviglia eseguirono l’ordine governativo di porre fine alla Reggenza del Carnaro, istituita da Gabriele D’Annunzio l’8 settembre.
Nel frattempo il Senato si arricchì di un numero cospicuo di nuovi senatori: il 30 settembre 1920 furono nominati 9 senatori, tra i quali Salvatore Barzilai, Enrico Conci e Valeriano Malfatti; il 3 ottobre si ebbe un’“infornata” di 58 senatori, tra i quali Luigi Rava, Sidney Sonnino e Giovanni Verga.
Alla conflittualità sociale del cosiddetto biennio rosso si aggiunse la parallela brutalizzazione nei metodi della contestazione politica, figlia della guerra e tipica delle formazioni d’estrema destra, in particolare dei nazionalisti e degli squadristi fascisti, dediti ad assalti e violenze con morti e feriti. Dopo le elezioni municipali a Bologna, contrassegnate da una maggioranza socialista, il 21 novembre 1920 gruppi di squadristi attaccarono con armi da fuoco Palazzo d’Accursio, sede municipale, alla vigilia dell’insediamento del nuovo consiglio comunale. La brutale aggressione causò nove morti e un centinaio di feriti. La morte nell’eccidio del consigliere comunale nazionalista Giulio Giordani diede ai fascisti il pretesto per scatenare numerose spedizioni punitive nei mesi successivi, trasformando l’azione violenta da fatto episodico a fenomeno radicato e sistematico. Il tema della violenza squadrista emerse nel dibattito parlamentare per merito dei deputati socialisti, che il 31 gennaio 1921 presentarono una mozione di sfiducia nei confronti del governo, accusato d’avere un atteggiamento neutrale di fronte agli atti d’eversione e di sabotaggio dello Stato democratico. Il dibattito sulla mozione socialista si svolse tra il 1° e il 3 febbraio e comprese un ampio e documentato intervento di Giacomo Matteotti. La mozione fu tuttavia respinta. Il 23 marzo un attentato anarchico al Teatro Diana a Milano causò 21 morti e un centinaio di feriti; i fascisti colsero l’occasione per scatenare nuove violenze, attaccando la sede del quotidiano socialista l’«Avanti!» e incendiando la redazione del periodico anarchico «Umanità nova».
Dal 15 al 21 gennaio 1921 si svolse a Livorno il XVII congresso nazionale del Psi, al termine del quale l’ala dissidente della sinistra massimalista (Bombacci e Misiani) e il gruppo di “Ordine nuovo” (Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini) si riunirono separatamente, dando vita al Partito comunista d’Italia.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/25/resoconti-elenco-cronologico
Leggi promulgate nell'anno 1919
LEGGI PER LEGISLATURA
24° Legislatura del Regno d'Italia (dal 27 novembre 1913 al 29 settembre 1919)
25° Legislatura del Regno d'Italia (dal 1 dicembre 1919 al 7 aprile 1921)
Ines Boffardi (1919-2014)
Nasce a Sampierdarena (Genova) il 16 settembre 1919
Deceduta il 21 maggio 2014
è stata una politica e partigiana italiana.
Diploma.
Insegnante.