Divorzio
Quesito: «Volete che sia abrogata la legge 1º dicembre 1970, n. 898, “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”?»
Il referendum abrogativo in Italia del 1974 si tenne il 12 e 13 maggio ed ebbe come oggetto la disciplina normativa con cui era stato introdotto l’istituto del divorzio, previsto dalla «legge 1º dicembre 1970, n. 898», nota anche come «legge Fortuna–Baslini» (dal nome dei primi firmatari del progetto in sede parlamentare).
Entrata in vigore nel 1970, la legge aveva introdotto il divorzio in Italia, causando controversie e opposizioni, in particolare da parte di molti cattolici (la dottrina cattolica sancisce l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, ma gli antidivorzisti presentarono la loro posizione come motivata laicamente, cioè desunta dall’essenza stessa del matrimonio come istituto di diritto naturale, non come sacramento).
Il fronte divorzista intese la sua battaglia nel senso d’un ampliamento delle libertà civili, ma anche a un cambiamento in senso libertario del quadro politico nazionale: alla vittoria del “No” nel 1974 seguiranno infatti importanti conquiste elettorali delle sinistre nel 1975 e nel 1976 e la formazione di governi con l’appoggio esterno del PCI prima nel 1976 e poi nel 1978.
Al momento della promulgazione della legge, il fronte sociale e politico era fortemente diviso sull’argomento. Le forze laiche e liberali si erano fatte promotrici dell’iniziativa parlamentare[1] (la legge nacque, infatti, a opera del socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini). Forti differenze erano comunque presenti fra le avanguardie più radicali (femministe, LID, Partito Radicale, l’ala socialista di Fortuna) e parti consistenti del PCI orientate verso una trattativa con la DC, o l’ala socialista di De Martino.
Lo schieramento del «no» era molto ampio, andando dal PLI di Giovanni Malagodi agli extraparlamentari di sinistra…
L’esito del referendum fu interpretato come una dura sconfitta personale per Amintore Fanfani, visto come l’attore principale del fronte del «sì»[10]: il segretario della DC, infatti, si era intestato la battaglia referendaria per ragioni ideali di coerenza cristiana, nella consapevolezza da parte degli altri esponenti DC, tra cui Moro, della difficoltà del compito[11].
A detta dello schieramento avverso, Fanfani aveva cercato di sfruttare la campagna referendaria anche a fini prettamente politici[12], nell’ipotesi che un’eventuale vittoria abrogazionista avrebbe frenato l’ascesa del PCI di Enrico Berlinguer, tra i maggiori esponenti del fronte del «no».
La vittoria del «no» fu un duro colpo anche per la Chiesa, che aveva sospeso a divinis l’abate dom Franzoni, favorevole al mantenimento della legge.












