Il Consiglio dei ministri è il principale organo collegiale esecutivo del Governo della Repubblica Italiana; è costituito dal Presidente del Consiglio dei ministri, ovvero il capo del governo, e dai ministri.
L’origine del Consiglio dei ministri italiano risale al 1848, anno di emanazione dello Statuto Albertino nell’ordinamento del Regno di Sardegna. In realtà la lettera di questa carta costituzionale, che sarebbe in seguito diventata la Costituzione del Regno d’Italia, non prevedeva la riunione collegiale dei singoli ministri, ma semplicemente l’esistenza di questi ultimi come capi di dicastero, responsabili del loro operato. Il Consiglio dei ministri si formò quindi dapprima in modo consuetudinario, data la necessità di incontro e di progettazione politica del Governo; allo stesso modo la figura del presidente del Consiglio emerse dall’esigenza di coordinare l’attività di tutti i ministri.
Nell’ordinamento repubblicano vigente in Italia dal 1948, invece, sia il Consiglio dei ministri sia il Presidente del consiglio sono sanciti e normati dalla Costituzione e dalle leggi.
In base alla Costituzione, il Consiglio dei ministri si compone:
del presidente del Consiglio dei ministri, nominato dal presidente della Repubblica tenendo conto della maggioranza parlamentare e a seguito di consultazioni;
dei ministri, nominati dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio.
Tutti i componenti del Consiglio dei ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del presidente della Repubblica. Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri partecipa alle sedute del Consiglio, con funzione di segretario.
NELLA COSTITUZIONE
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Il presidente del Consiglio dei ministri in Italia è l’organo di vertice politico-amministrativo della presidenza del Consiglio dei ministri, nonché capo del governo, presiedendo il Consiglio dei ministri.
La carica non è elettiva, ma viene assegnata dal presidente della Repubblica ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione,[6] che non prevede particolari requisiti per la nomina.[7] Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su sua proposta, i ministri. Il governo quindi deve ricevere la fiducia di entrambe le Camere del Parlamento italiano.[8]
Dal 22 ottobre 2022 il presidente del Consiglio dei ministri è Giorgia Meloni,[9] prima donna a ricoprire tale carica nella storia d’Italia.
La legge 23 agosto 1988, n. 400 esplicita le attribuzioni del Presidente del Consiglio.[18] Il Presidente fissa l’ordine del giorno del Consiglio e in particolare può avocare nel Consiglio decisioni di competenza di singoli dicasteri.
Oltre a quelle attribuitegli in quanto membro del governo italiano, il Presidente del Consiglio indica al Presidente della Repubblica la lista dei ministri per la nomina e controfirma tutti gli atti aventi valore di legge dopo che sono stati firmati dal Presidente della Repubblica.
Una funzione particolarmente delicata che la legge affida direttamente al Presidente del Consiglio è quella di vigilanza e controllo sul sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, ossia i Servizi segreti dello Stato.
A parte quattro presidenti di governi tecnici non iscritti a partiti al momento della nomina (Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Mario Monti e Mario Draghi), la maggior parte dei Presidenti del Consiglio lo divenne da deputati, mentre cinque da senatori (Giulio Andreotti, Adone Zoli, Amintore Fanfani, Giovanni Spadolini e Mario Monti) e sei da estranei al Parlamento (Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Matteo Renzi, Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giuliano Amato al varo del suo secondo governo).
PRESIDENTI DEL CONSIGLIO DELLA REPUBBLICA ITALIANA (1946-VIGENTE)
PRESIDENTI DEL CONSIGLIO DEL PERIODO COSTITUZIONALE TRANSITORIO (1943-1946)
Il periodo costituzionale transitorio, nel diritto costituzionale italiano e nella storia della politica italiana, è la fase storica compresa tra il 25 luglio 1943 e il 2 giugno 1946, cioè il periodo compreso fra la caduta del governo fascista di Mussolini, la nascita del Regno del Sud e la scelta della forma repubblicana con il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente.
Questa fase, a sua volta, è ulteriormente suddivisibile in varie sottofasi…
PRESIDENTI DEL CONSIGLIO DEL REGNO D'ITALIA e DEL PERIODO FASCISTA (1861-1946)
Il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, inizialmente solo sul piano politico e poi anche giuridico, era l’organo deputato alla funzione di capo del Governo.
Nel 1925, con l’ascesa al potere di Benito Mussolini, il nome della carica fu mutato in Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato.
Infine nel 1944, in seguito alla caduta del fascismo, il nome fu ripristinato in Presidente del Consiglio dei Ministri Primo Ministro Segretario di Stato, titolo che resterà poi immutato fino alla proclamazione della Repubblica.
Agostino Depretis è il politico che ha presieduto più governi (otto), per un totale di 2 251 giorni, mentre Giovanni Giolitti, con i suoi cinque governi, è stato in carica complessivamente per 3 839 giorni, periodo superato solo dall’unico governo Mussolini, che fu in carica durante il fascismo, dal 1922 al 1943. Oltre al precedente, il secondo governo più a lungo in carica fu quello di Giovanni Lanza (1869-1873), per un totale di 1 304 giorni.
Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato DEL PERIODO FASCISTA
Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato fu il titolo assunto dal Capo del Governo del Regno d’Italia, durante e poco dopo il ventennio fascista, in sostituzione del titolo di Presidente del Consiglio dei Ministri precedentemente utilizzato.
Il cambio di denominazione da Presidente del Consiglio dei ministri a Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato fu stabilito da una delle prime leggi fascistissime, la legge 24 dicembre 1925, n. 2263,[1] la prima in assoluto a modificare lo Statuto Albertino.[3] La nuova denominazione rifletteva la posizione di netta preminenza del Capo del Governo rispetto a tutti gli altri membri dello stesso, a lui subordinati gerarchicamente, grazie ai maggiori poteri che la legge gli conferiva.[3]
Tale titolo fu usato da:
Benito Mussolini (29 dicembre 1925[N 1] – 25 luglio 1943, nel governo Mussolini);
Pietro Badoglio (25 luglio 1943 – 3 giugno 1944, governo Badoglio I e governo Badoglio II).
La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, rappresenta il primo passo fondamentale che il regime fascista attua per trasformare il Regno d’Italia da monarchia parlamentare a dittatura totalitaria, modificando lo Statuto Albertino, che peraltro nemmeno prevedeva la figura del capo del governo.
La legge poneva fine al principio, proprio dello Stato parlamentare, secondo cui il governo e il suo capo rispondono verso il parlamento, della cui fiducia devono godere. Stabiliva infatti all’art. 2 che «Il capo del governo primo ministro segretario di Stato è nominato e revocato dal Re ed è responsabile verso il Re dell’indirizzo generale politico del Governo».
Il capo del governo, quindi, era responsabile esclusivamente nei confronti del Re; Vittorio Emanuele III fece valere questa responsabilità una sola volta nel 1943 quando, a seguito dell’ordine del giorno Grandi, sostituì Benito Mussolini con Pietro Badoglio.
…
L’art. 6 della legge stabiliva che «Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle due Camere, senza l’adesione del capo del governo». In altri termini, veniva assicurato al capo del governo il controllo sull’ordine del giorno dei lavori parlamentari, in netto contrasto con il principio di indipendenza del potere legislativo dall’esecutivo e, quindi, di separazione dei poteri.
Il capo del governo primo ministro segretario di Stato era presidente di diritto del Gran consiglio del fascismo e del Consiglio nazionale delle corporazioni. Si trovava in seconda posizione nell’ordine delle cariche del Regno d’Italia.
PRESIDENTI DEL CONSIGLIO DEL REGNO DI SARDEGNA
La carica di Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna decorre dal 1848, anno di introduzione dello Statuto Albertino, fino al 1861, data della proclamazione del Regno d’Italia.
In precedenza, dalla nascita del Regno di Sardegna nel 1720, tale figura fu denominata Gran cancelliere,[1] poi primo segretario di Stato e, infine, presidente del consiglio dei ministri.
I VICEPRESIDENTI
Il vicepresidente del Consiglio dei ministri è chiamato a coadiuvare e, in caso di necessità, a sostituire temporaneamente il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana.
Tale carica non è espressamente citata nella Costituzione (che menziona soltanto il presidente del Consiglio e i ministri) ed è formalmente equiparata a quella di un ministro senza portafoglio.
Innanzitutto il Consiglio dei ministri può attribuire a uno o più ministri, su proposta del presidente del Consiglio, le funzioni di vicepresidente o vicepresidenti del Consiglio. La funzione del vicepresidente (o del vicepresidente più anziano se sono più di uno) consiste nello svolgere le funzioni di supplente del presidente, sostituendolo in caso di assenza o di impedimento temporaneo (art. 8 della legge n. 400/1988); se in un governo non è stato nominato il vicepresidente la supplenza, salvo diversa indicazione espressa direttamente dal Presidente del Consiglio, spetta al ministro più anziano d’età.
Generalmente, nei governi di coalizione, la carica di vicepresidente è ricoperta dal capo del secondo partito o, comunque, da un autorevole esponente dello stesso.
Il primo vicepresidente del Consiglio dopo il referendum istituzionale del 1946 fu Pietro Nenni, nel governo De Gasperi I, che restò in carica dal 10 dicembre 1945 fino al 14 luglio 1946.
I governi De Gasperi IV e De Gasperi V furono i governi con il numero più alto di vicepresidenti del Consiglio, tre in entrambi.
Nei governi Berlusconi I, Berlusconi II, Berlusconi III, Prodi II e Conte I erano presenti contemporaneamente due vicepresidenti del Consiglio, così come nell’attuale governo Meloni.














