08° Legislatura del Regno d'Italia (18 febbraio1861-07 settembre 1865) (durata : giorni 1662)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La prima legislatura del Regno d’Italia proseguì la numerazione delle precedenti, in segno di continuità con il Regno di Sardegna e con il Parlamento subalpino. Nel corso dell’VIII legislatura il re nominò in successione tre presidenti del Senato: Ruggero Settimo, Federico Sclopis e Giuseppe Manno. In Senato si svolsero 452 sedute.
La legislatura fu inaugurata a Torino dal discorso a Camere riunite del re Vittorio Emanuele II il 18 febbraio 1861 e si concluse il 7 settembre 1865.
Approvato il 17 marzo 1861, il primo disegno di legge discusso dal Parlamento unitario fu quello che attribuiva il titolo di re d’Italia a Vittorio Emanuele II e ai suoi discendenti: rappresentò la conferma giuridica dell’esistenza politica del nuovo Stato unitario.
Il periodo fu densissimo di avvenimenti e di realizzazioni legislative.
Sul piano politico il giovane Stato perse precocemente uno dei suoi principali fautori con la morte improvvisa di Cavour il 6 giugno 1861. Gli successe alla carica di presidente del Consiglio Bettino Ricasoli.
Il 29 agosto 1862 l’esercito regio, dopo uno scontro sanguinoso in Aspromonte, fermò Garibaldi e il suo corpo di spedizione di 2500 combattenti diretto alla conquista di Roma; Garibaldi stesso fu ferito a un piede e tratto in arresto. L’amnistia concessa da Vittorio Emanuele II il 5 ottobre in occasione del matrimonio della figlia Maria Pia con Luigi I del Portogallo fece sfumare il processo a Garibaldi e ai volontari dell’impresa d’Aspromonte.
Il 3 e il 4 maggio 1863 la Camera dei deputati, riunita in seduta segreta, ascoltò la relazione di Giuseppe Massari relativa ai lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause e i rimedi del brigantaggio. Il 15 agosto 1863 fu promulgata la legge per far fronte al fenomeno del brigantaggio, più nota come legge Pica, dal nome del deputato che se ne fece promotore: in deroga alle norme statutarie che garantivano l’uguaglianza di tutti i sudditi di fronte alla legge, essa introdusse pene severe per i reati di brigantaggio, stabilendo che i processi venissero celebrati di fronte a tribunali militari, e istituì il domicilio coatto come strumento preventivo di difesa sociale contro i soggetti ritenuti pericolosi. La legge fu applicata in quasi tutte le province del Mezzogiorno continentale fino al 31 dicembre 1865.
Il 25 maggio 1863 nel discorso d’inaugurazione della seconda sessione dell’VIII legislatura il re ricordò gli impegni che il governo e il parlamento si trovavano ad affrontare, in particolare l’unificazione del sistema tributario, dell’amministrazione dello Stato e la riforma dei codici.
Il 15 settembre 1864 fu sottoscritta la convenzione tra Italia e Francia che prevedeva, a garanzia del rispetto dell’indipendenza del Lazio pontificio, lo spostamento della capitale da Torino ad un’altra città, in cambio del ritiro progressivo delle truppe francesi da Roma. La perdita del ruolo di capitale causò a Torino il 21-22 settembre violenti moti di protesta, repressi dall’esercito con tale durezza da lasciare sul campo 23 morti e più di cento feriti. L’11 dicembre fu approvata la legge che disponeva il trasferimento della capitale a Firenze, di fatto realizzato nel corso del giugno 1865.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/8/resoconti-elenco-cronologico
09° Legislatura del Regno d'Italia (18 novembre 1865-13 febbraio 1867) (durata : giorni 452)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La IX legislatura fu inaugurata a Firenze il 18 novembre 1865 e si chiuse il 13 febbraio 1867. Le 54 sedute del Senato si svolsero nella nuova sede di Firenze, ricavata all’interno del teatro mediceo degli Uffizi. Gabrio Casati fu nominato dal re presidente del Senato.
Il 25 giugno 1865 furono promulgati il nuovo codice civile e il nuovo codice di procedura civile, noti come codici Pisanelli, dal nome del ministro che contribuì maggiormente alla loro elaborazione. Entrati in vigore il 1° gennaio 1866, furono i primi codici unitari ad essere realizzati.
L’8 aprile 1866 fu firmato a Berlino il trattato d’alleanza militare tra Italia e Prussia, premessa strategica indispensabile di fronte all’imminente guerra contro l’Austria. Il 21 giugno Bettino Ricasoli annunciò alla Camera dei deputati la dichiarazione di guerra italiana all’Austria (terza guerra d’Indipendenza) e la sua successione alla guida del Governo in sostituzione del generale La Marmora, che aveva assunto la carica di capo di stato maggiore ed era partito al fronte al seguito del re. Il 21-23 luglio il Parlamento approvò i disegni di legge che delegavano al Governo la facoltà straordinaria dell’esercizio provvisorio del bilancio, la riscossione delle imposte, la promulgazione della legge per la soppressione delle corporazioni religiose e vari altri provvedimenti sulle opere pubbliche.
Il 24 giugno 1866 l’esercito italiano guidato da La Marmora aveva subito una sconfitta da parte dell’esercito austriaco nella piana di Custoza ed era stato costretto alla ritirata. Il 3 luglio gli austriaci furono a loro volta sconfitti dai prussiani a Sadowa e obbligati alla resa sul fronte settentrionale. Sul fronte italiano Garibaldi vinse gli austriaci a Bezzecca in Trentino il 21 luglio, ma tale vittoria non riuscì a ridimensionare gli effetti negativi della sconfitta del giorno precedente della flotta italiana, guidata dall’ammiraglio Persano: la disfatta nell’Adriatico, nei pressi dell’isola di Lissa, ridusse notevolmente il potere del governo italiano nelle trattative di pace. Nelle settimane successive Carlo Pellion di Persano fu sottoposto a processo davanti all’Alta corte di giustizia del Senato (essendo senatore, il Senato era l’unico giudice competente a giudicarlo in materia penale). Accusato di negligenza nella condotta della guerra e di inosservanza degli ordini, fu privato del grado d’ammiraglio, delle decorazioni e radiato dalla Regia marina.
Il 12 agosto l’Italia firmò l’armistizio di Cormons, che imponeva la rinuncia del Trentino, nonostante la conquista garibaldina, e dei territori occupati sulla linea dell’Isonzo. Il Veneto fu infine ceduto all’Italia il 2 ottobre con la pace di Vienna tramite l’umiliante intermediazione della Francia. Il 7 novembre Venezia poté finalmente accogliere e acclamare Vittorio Emanuele II.
Nel frattempo era stata compiuta una “infornata” di nuovi senatori (5 novembre 1866), volta a inserire nelle istituzioni del Regno rappresentanze dei nuovi territori annessi con il trattato di pace.
L’11 dicembre le truppe francesi lasciarono Roma nel rispetto delle clausole della “Convenzione di settembre”.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/9/resoconti-elenco-cronologico
10° Legislatura del Regno d'Italia ( 22 marzo1867-02 novembre 1870) (durata : giorni 1321)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La X legislatura fu inaugurata a Firenze a Palazzo Vecchio il 22 marzo 1867 con il discorso del re alle Camere riunite e si concluse il 2 novembre 1870. In Senato si tennero 251 sedute. Il re confermò Gabrio Casati alla presidenza del Senato.
La conquista del Lazio e di Roma, sopraggiunta verso la fine della legislatura, segnò un’ulteriore importante tappa nel processo di unificazione territoriale d’Italia.
Il quadro della situazione finanziaria del giovane Stato italiano non era dei più rosei: nella primavera del 1867 il ministro delle Finanze Francesco Ferrara espose alle Camere un piano di risanamento che contemplava l’accelerazione della liquidazione della proprietà ecclesiastica e l’introduzione di una tassa sulla macinazione del frumento e dei cereali: adottata con la legge del 7 luglio 1868 dal presidente del Consiglio Luigi Menabrea, la tassa sul macinato fu un tipico esempio di tassazione indiretta gravante sulle classi popolari. Fu difatti una delle principali cause all’origine dei moti popolari contro il carovita che scandirono il corso della legislatura e, a intervalli, anche di quelle successive. Con il passaggio dei governi alla Sinistra storica dopo il 1876, la tassa sul macinato fu inizialmente attenuata e definitivamente abolita nel 1884.
Nel settembre 1867, in aperta violazione della Convenzione del 15 settembre 1864, Napoleone III inviò nuovamente un’armata a difesa dello Stato pontificio. I timori d’invasione non erano del tutto infondati, difatti Garibaldi era entrato in azione, a partire dal settembre, con un corpo di volontari per la conquista dell’ultimo lembo autonomo di territorio pontificio, ma la sconfitta dei garibaldini il 3 novembre 1867 a Mentana, alle porte di Roma, arrestò temporaneamente il progetto d’occupazione.
Il 20 aprile 1868 furono celebrate le nozze del principe ereditario Umberto con Margherita di Savoia, sua cugina, figlia del duca di Genova. Dalla loro unione nacque a Napoli l’11 novembre 1869 Vittorio Emanuele, futuro re d’Italia.
Il 19 luglio 1870 lo scoppio della guerra franco-prussiana rimise in moto i dibattiti, anche in Parlamento, sulla conquista di Roma: la questione romana contrassegnò le discussioni del 20 agosto alla Camera e del 24 agosto al Senato. Con la sconfitta dell’esercito francese a Sedan e la proclamazione, il 4 settembre, della Terza Repubblica francese, decadde la Convenzione di settembre e il Governo italiano decise l’occupazione di Roma. Le operazioni militari durarono dal 12 al 20 settembre e il loro successo fu suggellato dal plebiscito del 2 ottobre. Alfonso La Marmora fu designato luogotenente del Governo nei territori annessi, con il compito di preparare le condizioni per il trasferimento della capitale a Roma.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/10/resoconti-elenco-cronologico
11° Legislatura del Regno d'Italia ( 05 dicembre 1870-20 settembre 1874) (durata : giorni 1385)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nell’undicesima Legislatura del Regno si svolsero in Senato 274 sedute, articolate in tre sessioni. Il presidente, nominato il 1° dicembre 1870, fu Vincenzo Fardella di Torrearsa. Nel discorso di apertura della Legislatura, il 5 dicembre 1870, il re Vittorio Emanuele II dichiarò l’annessione di Roma e la celebrazione «della solennità inaugurale dell'Italia compiuta». Furono approvati i progetti di legge “Conversione in legge del regio decreto 9 ottobre 1870 per l’accettazione del Plebiscito delle Province romane” (legge 31 dicembre 1870, n. 6165), nel dicembre 1870, e “Trasferimento della sede del Governo a Roma” (legge 3 febbraio 1871, n. 33), nel gennaio 1871. La discussione sul disegno di legge “Sulle guarentigie del pontefice” impegnò le Camere nella primavera del 1871 (legge 13 maggio 1871, n. 214).
La legge garantiva al papa gli onori sovrani, la libertà del pontefice di svolgere le funzioni del proprio ministero e conservava la dotazione annua a favore della Santa Sede già prevista nel bilancio pontificio. Le prerogative giurisdizionali dell’exequatur (assenso statale alla nomina dei vescovi) e del placet (ratifica statale degli atti amministrativi ecclesiastici) erano abolite, salvo per alcuni casi rinviati ad una successiva legge speciale. Con l’enciclica Ubi nos del 15 maggio 1871 papa Pio IX non riconobbe la legge. Con il decreto della Sacra Penitenzieria del 10 settembre 1874, il Non expedit rinnovò il divieto ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni e alla vita politica del Paese. Il Non expedit fu abolito nel 1919 da papa Benedetto XV.
Il 1° luglio 1871 la capitale fu trasferita definitivamente a Roma. Nella seconda sessione dell’undicesima Legislatura, che si aprì a Roma il 27 novembre 1871, la Camera dei deputati discusse il problema del disavanzo nel bilancio dello Stato. L’esposizione finanziaria del ministro delle Finanze Quintino Sella fu presentata il 12 dicembre e il disegno di legge che ne seguì, approvato dalle Camere nella primavera successiva, divenne la Legge 19 aprile 1872, n. 759.
Sul piano della politica interna, il 1871 fu caratterizzato dalla frattura tra la corrente mazziniana e i socialisti nel dodicesimo congresso delle Società operaie a Roma. Mazzini morì pochi mesi dopo, il 10 marzo 1872, a Pisa. Nel dicembre 1871 fu istituito il Circolo operaio di Milano. Nel giugno 1874 il primo congresso cattolico cosituì la base per la futura organizzazione dell’Opera dei Congressi.
Tra gli avvenimenti internazionali si ricorda la fine della guerra franco-prussiana, cessata con l’armistizio firmato a Versailles il 28 gennaio 1871, cui seguì il 10 maggio il trattato di Francoforte. La difesa di Digione contro l’esercito prussiano fu sostenuta il 10 gennaio 1871 da Giuseppe Garibaldi, eletto all’Assemblea nazionale di Francia per breve tempo. L’8 marzo fu infatti richiesto l’annullamento dell’elezione di Garibaldi. Nella primavera (18 marzo-28 maggio 1871) fu proclamata la Comune di Parigi, a cui partecipò anche Amilcare Cipriani. In Spagna si ricorda l’abdicazione del re Amedeo di Savoia l’11 febbraio 1873.
Sul piano dello sviluppo del trasporto internazionale, il traforo ferroviario del Fréjus fu inaugurato il 17 settembre 1871. Si ricorda anche che l’inaugurazione del canale di Suez, avvenuta nel 1869, fu celebrata il 24 dicembre 1871 con la prima rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi al Teatro del Cairo.
Nel corso del 1873 scomparvero alcuni protagonisti dell’epoca risorgimentale: Napoleone III (9 gennaio), Alessandro Manzoni, senatore, (22 maggio 1873), Urbano Rattazzi (5 giugno), Francesco Domenico Guerrazzi (23 settembre 1873), Nino Bixio, senatore, (16 dicembre). Niccolò Tommaseo morì l’anno successivo, il 1° maggio 1874. Agostino Depretis subentrò alla guida della sinistra dopo la morte di Rattazzi. Il governo Lanza cadde il 6 giugno 1873 per l’opposizione alle leggi finanziarie e fu sostituito dal governo di Marco Minghetti (10 luglio 1873). Tra i provvedimenti legislativi di Minghetti si ricorda la Legge 30 aprile 1874, n. 1920 “Sulla circolazione cartacea durante il corso forzoso”. La legislatura si chiuse il 20 settembre 1874.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/11/resoconti-elenco-cronologico
12° Legislatura del Regno d'Italia ( 23 novembre 1874-03 ottobre 1876) (durata : giorni 680)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella dodicesima legislatura del Regno, suddivisa in due sessioni, si svolsero in Senato 135 sedute. Il 15 novembre 1874 fu nominato presidente del Senato Luigi Des Ambrois de Névâche, che morì pochi giorni dopo la nomina, il 3 dicembre. Le sedute della prima sessione furono pertanto presiedute dal vicepresidente Francesco Maria Serra. Nella seconda sessione, il 28 febbraio 1876 fu nominato presidente il senatore Giuseppe Pasolini. Tra i nuovi senatori fu nominato, il 15 novembre 1874, Giuseppe Verdi per le categorie 20 (“coloro che con servizi o meriti eminenti avranno illustrata la Patria”) e 21 (“le persone che da tre anni pagano tremila lire d'imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria”), stabilite dall’articolo 33 dello Statuto albertino.
Il 23 novembre 1874, nel discorso di apertura della legislatura, il re Vittorio Emanuele II si soffermò sulla necessità di riforme nella legislazione penale e nel diritto commerciale, nonché sull’introduzione di provvedimenti «per ristabilire la pubblica sicurezza in quelle provincie [sic] dove fosse gravemente turbata». Il discorso del re accennava anche a una riforma graduale del sistema tributario e amministrativo, e al pareggio del bilancio dello Stato. La necessità di una legislazione sociale e il dibattito sull’intervento dello Stato furono al centro del congresso degli economisti, che si svolse a Milano tra il 4 e il 6 gennaio 1875. Tra gli argomenti oggetto di dibattito si segnalarono anche il lavoro delle donne e dei fanciulli, l’emigrazione, l’educazione, il risparmio. Alcuni senatori economisti, in particolare Fedele Lampertico e Luigi Luzzatti, fondarono l’Associazione per il progresso degli studi economici, che nel maggio 1875 avviò la pubblicazione del «Giornale degli economisti». Nella fondazione nel 1874 della Società “Adamo Smith”, di impostazione liberista, ebbe un ruolo fondamentale il senatore Ubaldino Peruzzi.
Tra i provvedimenti finanziari approvati dalle Camere nel 1875 vi fu la legge del 27 maggio 1875, n. 2779, “Per la istituzione delle casse di risparmio postali e per modificazioni alla legge 17 maggio 1863 sulla cassa dei depositi e prestiti”: secondo tale provvedimento, gli uffici postali del Regno potevano operare come succursali di una Cassa di risparmio centrale sotto il controllo statale. In materia di opere pubbliche fu approvata la legge 6 luglio 1875, n. 2583, “Che dichiara di utilità pubblica le opere necessarie a preservare la città di Roma dalle massime inondazioni del Tevere”: la proposta di legge, modificata in sede di discussione, era stata presentata da Giuseppe Garibaldi, allora deputato.
Nella dodicesima legislatura fu istituita la prima Giunta bicamerale, a cui parteciparono anche componenti di nomina governativa, con la legge 3 luglio 1875, n. 2579, “che ordina un'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia e sull'andamento dei pubblici servizi”; i lavori della Giunta si svolsero tra il tra il novembre 1875 e il gennaio 1876, e si conclusero con una relazione pubblicata nel 1876. Furono introdotte misure per ristabilire l’ordine pubblico nelle province dove risultassero gravi fenomeni di criminalità con la legge 3 luglio 1875, n. 2580, “relativa ai provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza”. Nel marzo 1875 erano state pubblicate le “Lettere meridionali” di Pasquale Villari, nominato senatore pochi mesi prima.
Dal 22 al 26 settembre 1875 si tenne a Firenze il secondo congresso cattolico, in cui fu annunciata l’istituzione dell’Opera dei congressi e fu affermato l’impegno dei cattolici nella vita amministrativa locale e nelle Opere pie. Il 10 ottobre 1875 Agostino Depretis espose a Stradella il programma della sinistra storica.
Il 6 marzo 1876 si aprì la seconda sessione della dodicesima legislatura. All’ordine del giorno furono posti i disegni di legge sulle convenzioni ferroviarie e sul riscatto delle ferrovie da parte dello Stato, preannunciati nel discorso reale di inaugurazione. Il 9 marzo alla Camera dei deputati fu presentato infatti il disegno di legge sulle “Convenzioni colle Società delle ferrovie Romane, Meridionali e dell’Alta Italia, per le reti appartenenti a ciascuna Società. Trattato col Governo austro-ungarico per la separazione delle Reti di strade ferrate Austriache dalla rete Italiana”.
Dopo un ampio dibattito sull’esposizione finanziaria del presidente del Consiglio Minghetti, durato varie sedute, il 18 marzo 1876 il deputato Giovanni Battista Morana presentò un voto motivato sull’aggravio fiscale causato dalla legge sul macinato. Nella replica il presidente del Consiglio chiese di rinviare la discussione alla relazione sullo schema per il riscatto e per l’esercizio delle ferrovie. I deputati Agostino Depretis, Cesare Correnti e Piero Puccioni si opposero alla proposta, che fu respinta con votazione nominale della Camera dei deputati con 242 voti contrari e 181 favorevoli. Il presidente del Consiglio Minghetti presentò quindi il 20 marzo 1876 le dimissioni e il 25 marzo fu affidato ad Agostino Depretis l’incarico di formare il nuovo Governo. Fu la cosiddetta “rivoluzione parlamentare”. Il 17 giugno 1876 il presidente del Consiglio e ministro delle Finanze Depretis ritirò il disegno di legge precedente sulle convenzioni ferroviarie, presentandone uno sostitutivo che non divenne legge a causa della chiusura ravvicinata della legislatura (3 ottobre 1876).
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/12/resoconti-elenco-cronologico
13° Legislatura del Regno d'Italia ( 20 novembre 1876-02 maggio 1880) (durata : giorni 1259)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella tredicesima legislatura si svolsero in Senato 269 sedute, distribuite in tre sessioni. Il 14 novembre 1876 fu nominato presidente del Senato Sebastiano Tecchio.
Il discorso reale di inaugurazione della legislatura, pronunciato il 20 novembre 1876, riguardò, tra i vari argomenti, l’eliminazione progressiva del corso forzoso, la realizzazione di un nuovo codice penale e del codice di commercio, la riforma della legge elettorale, la legislazione sull’istruzione. Nel corso della legislatura si alternarono al governo come presidenti del Consiglio Agostino Depretis e Benedetto Cairoli. Il 16 dicembre 1877 Depretis rassegnò le dimissioni dal suo primo governo, ma il re gli affidò un secondo incarico il 26 dicembre. Al principio del 1878 scomparvero il re Vittorio Emanuele II, il 9 gennaio, e papa Pio IX, il 7 febbraio. Il nuovo re Umberto I giurò davanti alle Camere riunite il 19 gennaio 1878, mentre circa un mese dopo, il 20 febbraio 1878, papa Leone XIII (Gioacchino Pecci) salì al pontificato. Il 24 marzo 1878 il presidente del Consiglio Depretis si dimise a seguito dell’elezione di Benedetto Cairoli alla presidenza della Camera in sostituzione di Francesco Crispi. L’incarico di formare il nuovo governo fu affidato allo stesso Benedetto Cairoli. Il 17 novembre Umberto I subì a Napoli un attentato per mano di Giovanni Passannante, in cui rimase ferito lo stesso Cairoli. Il dibattito che seguì alla Camera dei deputati portò alle dimissioni del governo Cairoli, consentendo a Depretis di formare il suo terzo governo il 19 dicembre 1878.
Per quanto riguarda la produzione legislativa, nel 1877 furono approvati alcuni disegni di legge preannunciati nell’esposizione finanziaria compiuta alla Camera dei deputati il 27 marzo 1877 dal presidente del Consiglio Depretis. Si ricordano, tra questi, la legge 23 giugno 1877, n. 3903, Concernente l'imposta sui redditi di ricchezza mobile, e la legge 6 giugno 1877, n. 3864, Che prescrive una generale revisione dei redditi dei fabbricati da farsi nell'anno 1878. Nello stesso anno la legge 15 marzo 1877, n. 3730, Sopra un'inchiesta agraria, e sulle condizioni della classe agricola in Italia istituì una Giunta composta da dodici membri, di cui quattro nominati dalla Camera dei deputati, quattro dal Senato e quattro dal governo. L’inchiesta fu presieduta dal senatore Stefano Jacini. Tra i provvedimenti più significativi vi fu l’introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria per i fanciulli e le fanciulle che avessero compiuto i sei anni di età con l’approvazione della legge 15 luglio 1877, n. 3961, Obbligo dell'istruzione elementare, anche nota come legge Coppino, dal nome del ministro della Pubblica istruzione che la presentò. Sul tema della condizione femminile, il 6 dicembre 1877 fu emanata la legge n. 4167 sulla facoltà per le donne di testimoniare negli atti pubblici. Nella seconda sessione della tredicesima legislatura fu modificata la tariffa doganale con la legge 30 maggio 1878, n. 4390, e fu approvato dalle Camere il trattato commerciale con la Francia con la legge 31 maggio 1878, n. 4391. Sulla questione della rete ferroviaria nazionale, con la legge 8 luglio 1878, n. 4438, fu istituita l’inchiesta sull’esercizio delle ferrovie italiane; parallelamente, l'esercizio delle ferrovie dell'Alta Italia fu assunto in via provvisoria per conto dello Stato. Fu inoltre approvato l’ampliamento della rete ferroviaria con la legge 29 luglio 1879, n. 5002, riguardante la costruzione di linee ferroviarie di complemento.
L’abolizione dell’imposta sul macinato fu discussa in Parlamento nella seconda sessione della legislatura. Il 3 giugno 1878 il ministro delle Finanze Seismit-Doda aveva presentato alla Camera un disegno di legge che diminuiva la quota dell’imposta sia sul grano sia sui cereali inferiori. La Camera, modificando il disegno di legge, lo aveva approvato il 7 luglio 1878, inserendo la completa abolizione dell’imposta sulla macinazione dei cereali minori. Il disegno di legge, discusso in Senato solo l’anno successivo, fu votato il 24 giugno 1879 con sostanziali modificazioni rispetto al testo approvato alla Camera dei deputati. Il 3 luglio 1879, durante il dibattito alla Camera sul disegno di legge modificato dal Senato, il presidente del Consiglio Depretis presentò le dimissioni, interpretando l’ordine del giorno presentato dal deputato Baccarini come un atto di sfiducia nei confronti del governo. Cairoli il 14 luglio formò il suo secondo governo, durato fino al 19 novembre 1879, cui seguì, il 25 novembre, il terzo governo Cairoli. Durante il secondo governo Cairoli il disegno di legge già approvato al Senato divenne la legge 25 luglio 1879, n. 4994, Che dichiara esenti dalla tassa del macinato il granturco, la segala, l'avena e gli orzi di ogni specie. Il 18 luglio 1879 fu presentato alla Camera un secondo disegno di legge sull’Abolizione graduale della tassa di macinazione del grano, che fu fatto proprio dal governo. Su quest’ultimo disegno di legge il 24 gennaio 1880 fu votata, dopo una lunga discussione, una deliberazione sospensiva da parte del Senato, in attesa di ulteriori provvedimenti finanziari. Il 17 febbraio 1880, nel discorso di inaugurazione della terza sessione, Umberto I sottolineò l’esigenza di una riforma tributaria e di una riforma elettorale, e della ricerca di una linea di neutralità e di pace.
L’assetto internazionale era stato definito nel Congresso di Berlino, svoltosi tra il 13 giugno e il 13 luglio 1878, nel corso del quale erano stati delimitati i confini del principato di Bulgaria e riconosciuta l’indipendenza della Romania, della Serbia e del Montenegro, mentre Cipro era stata assegnata alla Gran Bretagna e la Bosnia Erzegovina all’Austria. Le questioni di politica estera furono discusse tra l’11 e il 20 marzo 1880 in un ampio dibattito alla Camera, che si concluse con il voto su un ordine del giorno di fiducia al governo presentato da Pasquale Stanislao Mancini. A seguito di un successivo ordine del giorno di fiducia al governo, che non fu votato dalla Camera dei deputati, il presidente del Consiglio Cairoli chiese la sospensione delle sedute per consentire la votazione dell’esercizio provvisorio il 29 aprile 1880. Considerato lo stallo nelle discussioni parlamentari sui provvedimenti urgenti, il 2 maggio 1880 Umberto I sciolse la legislatura e convocò le elezioni per il 16 e 23 maggio.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/13/resoconti-elenco-cronologico
14° Legislatura del Regno d'Italia ( 26 maggio 1880-02 ottobre 1882) (durata : giorni 852)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella quattordicesima legislatura del Regno si svolsero in Senato 150 sedute in un’unica sessione. Il 25 maggio 1880 il re riconfermò Sebastiano Tecchio alla presidenza del Senato. Il 26 maggio il discorso d’inaugurazione della legislatura riguardò l’abolizione dell’imposta del macinato, la soppressione del corso forzoso, la perequazione dell’imposta fondiaria, le condizioni finanziarie dei comuni, l’attuazione della riforma elettorale, l’innovazione della legge comunale e provinciale.
Il 6 luglio 1880 il ministro delle Finanze Magliani, durante l’esposizione finanziaria alla Camera, dichiarò che il bilancio dello Stato presentava un avanzo tale da consentire l’abolizione dell’imposta sul macinato, attuata con la legge 19 luglio 1880, n. 5536 Che approva l'abolizione graduale della tassa di macinazione del grano ed altri provvedimenti finanziari. Il corso forzoso fu temporaneamente abolito con la legge 7 aprile 1881, n. 133.
Nel corso della legislatura fu istituita la Cassa delle pensioni civili e militari a carico dello Stato (legge 7 aprile 1881, n. 134), fu deliberata l’inchiesta sulle condizioni della marina mercantile (legge 24 marzo 1881, n. 113) e varato un provvedimento sulla bonifica dei terreni paludosi (la cosiddetta legge Baccarini del 25 giugno 1882, n. 869).
Sul piano politico interno numerose manifestazioni si svolsero a sostegno dell’introduzione del suffragio universale: tra queste, il congresso delle Società operaie svoltosi a Bologna tra il 31 ottobre e il 2 novembre 1880 e il convegno al teatro Castelli di Milano del 4 novembre, in cui intervenne Menotti Garibaldi. Giuseppe Garibaldi, dimessosi dalla Camera dei deputati il 26 settembre 1880, aveva presenziato a Milano all’inaugurazione del monumento ai caduti di Mentana il 3 novembre 1880. Qualche mese dopo a Roma il 10 febbraio 1881 Felice Cavallotti fu presidente del “Comizio dei comizi”. La riforma elettorale fu approvata alla fine del 1881 e divenne la legge 22 gennaio 1882, n. 593. Il numero degli elettori fu aumentato da 600.000 a circa 2 milioni. Il provvedimento riconosceva il diritto di voto ai cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni d’età e che sapessero leggere e scrivere oppure, in alternativa, che pagassero almeno 19,80 lire di imposte annue. L’età richiesta per votare era stata fino ad allora di 25 anni. Fu riconosciuto il diritto di voto anche senza quota minima di imposte per chi avesse superato due anni di scuola elementare. Lo scrutinio di lista fu introdotto successivamente con la legge 7 maggio 1882, n. 725, che istituiva 135 collegi plurinominali per l’elezione di 508 deputati.
Sul piano politico internazionale la questione di Tunisi provocò ampi dibattiti alla Camera dei deputati. Il 4 aprile 1881 fu instaurato in Tunisia il protettorato francese, accettato dal bey di Tunisi con la firma del trattato del Bardo il 12 maggio 1881. Il dibattito sul tema alla Camera dei deputati, che si svolse tra il 6 e il 7 aprile, si concluse l’8 aprile 1881 con la presentazione delle dimissioni da parte del presidente del Consiglio Cairoli. Il 18 aprile Umberto I respinse le dimissioni di Cairoli. Il 30 aprile 1881 la Camera votò la fiducia al governo, con un invito a completare le riforme già avviate. A seguito di complicazioni nel dibattito sulla politica estera, Cairoli presentò nuovamente le dimissioni il 14 maggio 1881; il suo governo fu sostituito il 29 maggio 1881 dal quarto governo Depretis, che sarebbe durato sino al 25 maggio 1883. La questione di Tunisi si concluse il 3 novembre 1881 con la firma del trattato di commercio tra l’Italia e la Francia. L’anno successivo fu approvata la legge 14 maggio 1882, n. 728 sull’applicazione del trattato di commercio. Nel giugno 1881 si diffuse la notizia della morte dell’esploratore Giuseppe Maria Giulietti e dei suoi compagni, assassinati presso Beilul, in Eritrea, tra l’aprile e il maggio 1881. Il 10 marzo 1882 l’Italia acquisì i diritti sulla baia di Assab, dei quali era stata acquirente sin dal 1869 la Società di navigazione Rubattino. Il 20 maggio 1882 fu firmato da Italia, Austria e Germania il trattato della Triplice alleanza, patto segreto a scopo militare difensivo, poi denunciato dall’Italia allo scoppio della prima guerra mondiale. Il 21 maggio 1882 fu inaugurata la ferrovia del Gottardo; il 1° giugno iniziarono anche i traffici ferroviari attraverso il Colle di Tenda.
Nel 1882 morirono alcuni protagonisti della vita politica e culturale nazionale: il pittore Francesco Hayez morì l’11 febbraio; l’ex presidente del Consiglio Giovanni Lanza il 9 marzo 1882. Lutto nazionale fu stabilito in occasione della morte di Giuseppe Garibaldi, avvenuta a Caprera il 2 giugno.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/14/resoconti-elenco-cronologico
15° Legislatura del Regno d'Italia (dal 22 novembre 1882 al 27 aprile 1886) (durata : giorni 1251)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella quindicesima legislatura del Regno si svolsero in Senato 212 sedute in un’unica sessione. Sebastiano Tecchio fu confermato presidente del Senato il 16 novembre 1882 e sostituito da Giacomo Durando il 23 novembre 1884. Il discorso della Corona del 22 novembre 1882 pose l’accento sulle riforme svolte nelle legislature precedenti per ottenere un assetto stabile delle finanze dello Stato, l’alleggerimento dei tributi e lo sviluppo dell’economia. Il re inoltre auspicò la riforma dell’ordinamento dei comuni e delle province. Nel corso della legislatura si verificarono diverse crisi di governo, con l’avvicendarsi di quattro governi guidati da Agostino Depretis (dal IV al VII).
Sul piano della politica interna, continuò l’opera dei movimenti a sostegno dell’allargamento del suffragio amministrativo, tra i quali si distinse il congresso socialista a Ravenna del 5 agosto 1883. Il 16 dicembre 1883 si svolse a Napoli il “Comizio dei comizi” sull’autonomia dei comuni e sul suffragio universale amministrativo con interventi di Bovio, Costa e Maffi. Nello stesso anno si costituì la cosiddetta Pentarchia (Baccarini, Zanardelli, Cairoli, Crispi, Nicotera), il cui programma d’opposizione al governo Depretis fu enunciato da Crispi nei comizi di Palermo del 18 novembre 1883 e di Napoli del 25 novembre. Nel corso della legislatura si posero alcune premesse per la futura partecipazione dei cattolici alla vita politica: il 10 ottobre 1883 si aprì infatti a Napoli il VI congresso cattolico; il 1° novembre 1885 papa Leone XIII emanò l’enciclica sulla costituzione degli Stati.
A livello internazionale si intensificò il ricorso all’istituto delle convenzioni. Con la legge 30 dicembre 1885, n. 3590, fu data esecuzione alla convenzione monetaria di Parigi del 6 novembre 1885 fra Italia, Francia, Grecia e Svizzera, nonché all'atto addizionale alla convenzione firmata il 12 dicembre 1885 fra gli Stati medesimi e il Belgio. Il regio decreto 11 febbraio 1886, n. 3668, dava piena e intera esecuzione alla dichiarazione firmata al Cairo il 21 dicembre 1885, con la quale il governo italiano aveva aderito alla convenzione del 4 agosto 1877 tra la Gran Bretagna e l'Egitto per la soppressione della tratta degli schiavi. Il periodo fu denso di conferenze internazionali: il 26 aprile 1884 fu inaugurata a Torino l’Esposizione universale, per la cui organizzazione fu approvata la legge 8 luglio 1883, n. 1472. Roma ospitò dal 20 maggio al 13 giugno 1885 la Conferenza sanitaria internazionale e, il 16 novembre 1885, il Congresso penitenziario internazionale.
La produzione legislativa fu stimolata anche da eventi contingenti, come nel caso della legge 15 gennaio 1885, n. 2892, dettata da un’emergenza sanitaria: infatti, a seguito di una grave epidemia di colera diffusa in numerose province della penisola tra il 1884 e il 1885, fu considerato non più rinviabile il risanamento della città di Napoli, tra le più colpite dall’epidemia a causa della trascuratezza delle condizioni igieniche.
Le disumane condizioni a cui era sottoposta l’infanzia furono l’oggetto della legge 11 febbraio 1886, n. 3657, considerata uno dei primi tentativi, anche se estremamente limitati, di legislazione sociale: la cosiddetta legge Berti, che riguardava il lavoro industriale dei fanciulli negli opifici, nelle cave e nelle miniere, stabiliva il limite minimo di età a 9 anni per l’occupazione dei fanciulli negli opifici, nelle cave e nelle miniere, e a 10 anni nei lavori sotterranei. Negli ultimi mesi della legislatura fu approvata la legge 1° marzo 1886, n. 3682, per il riordino dell’imposta fondiaria (legge Messedaglia) mediante l’introduzione di un nuovo catasto geometrico particellare volto a garantire l’accertamento delle proprietà immobiliari e loro variazioni, e la perequazione dell'imposta fondiaria. Fu riconosciuta infine la personalità giuridica delle società di mutuo soccorso con la legge 15 aprile 1886, n. 3818.
Tra i dibattiti parlamentari più ampi e significativi del periodo, si segnala l’interpellanza sugli “intendimenti del governo circa le conseguenze politiche che emergono dall’inchiesta agraria”. L’interpellanza fu presentata dal senatore Jacini il 27 aprile 1885, a seguito della Relazione sull’inchiesta agraria, pubblicata nel luglio 1884 in 15 volumi. La discussione si concluse il 4 maggio 1885.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/15/resoconti-elenco-cronologico
16° Legislatura del Regno d'Italia dal 10 giugno 1886 al 22 ottobre 1890 (durata : giorni 1595)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella sedicesima legislatura del Regno si svolsero in Senato 312 sedute, cui si aggiunsero altre 4 sedute reali con senatori e deputati compresenti, distribuite in quattro sessioni. Giacomo Durando fu confermato presidente del Senato il 6 giugno 1886 e fu successivamente sostituito da Domenico Farini il 13 novembre 1887. Il discorso del re d’inaugurazione della legislatura riguardò principalmente la riforma del Consiglio di Stato e delle opere pie, la legislazione sul lavoro e la necessità di introdurre un nuovo codice penale vigente in tutto il territorio del Regno.
Nel corso della legislatura si avvicendarono due governi guidati da Agostino Depretis e due presieduti da Francesco Crispi: il VII Governo Depretis (29 giugno 1885-4 aprile 1887) rimase in carica fino alla lunga crisi ministeriale seguita alla battaglia di Dogali; ad esso seguì l’VIII Governo Depretis che durò fino alla morte del presidente del Consiglio (4 aprile 1887-29 luglio 1887). Successivamente fu costituito il I Governo a guida di Crispi (29 luglio 1887-9 marzo 1889), che rassegnò le dimissioni dopo meno di un anno dall’incarico durante un dibattito alla Camera sulle misure repressive contro una manifestazione operaia a Roma per la crisi dell’edilizia; incaricato nuovamente dal re, Crispi costituì il suo II Governo (9 marzo 1889-6 febbraio 1891).
Riguardo alle relazioni tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, nel 1887 fu avviato un tentativo di conciliazione, per iniziativa dell’abate Luigi Tosti e di Francesco Crispi, che tuttavia non produsse sostanziali risultati. Luigi Tosti fu anche autore di un opuscolo sull’argomento, intitolato appunto La Conciliazione. Proseguendo la politica di laicizzazione delle istituzioni assistenziali, lo Stato italiano incorporò in questo periodo una parte degli enti e dell’attività della Chiesa cattolica in ambito sociale: numerosi istituti ecclesiastici furono infatti trasformati dalla legge 17 luglio 1890, n. 6972, da opere pie in istituzioni pubbliche e poste sotto la sorveglianza delle congregazioni di carità.
Nell’ambito della politica interna, le forze politiche democratiche si dotarono in questo periodo di coordinamenti organizzativi e di obiettivi condivisi: indicativo di questo percorso fu il congresso delle forze democratiche e radicali che portò al patto di Roma del 13 maggio 1890, in cui fu approvato il testo programmatico proposto da Felice Cavallotti. Nel 1889 si costituì a Roma la Società Dante Alighieri per la promozione della cultura e della lingua italiane nel mondo, presieduta da Ruggero Bonghi sino al 1895, poi sostituito da Pasquale Villari.
I dibattiti sulla politica internazionale riguardarono all’inizio della legislatura la situazione africana e nelle colonie, in particolare nelle discussioni alla Camera legate agli interventi del ministro degli Esteri Nicolis di Robilant (24 gennaio 1887). Dopo la battaglia di Dogali del 26 gennaio 1887 tra i soldati italiani e le truppe del ras Alula Engida, fu approvata una maggiore spesa per rinforzi militari nel Mar Rosso (legge 6 febbraio 1887, n. 4315). Non tutte le forze politiche furono tuttavia favorevoli alle imprese coloniali, come ad esempio comprova il Comizio dei comizi, organizzato dalle forze democratiche e radicali, del 17 luglio 1887, incentrato prevalentemente sulla critica alla politica coloniale del governo. Per il mantenimento di una situazione di equilibrio nel Mediterraneo, nell’Egeo e nel Mar Rosso furono scambiate alcune note diplomatiche tra il Regno d’Italia e il Regno Unito il 12 febbraio 1887. Pochi giorni dopo, il 20 febbraio 1887, seguì il rinnovo del trattato della Triplice alleanza con l’Austria e la Germania. Dopo l’ascesa al trono d’Etiopia del negus Menelik II, fu firmato il 2 maggio 1889 il trattato di Uccialli tra Italia e Etiopia, con il quale si riconoscevano le recenti acquisizioni territoriali italiane in Eritrea. Al trattato fu data esecuzione con regio decreto 10 aprile 1890, n. 6835.
La corsa alle colonie si accompagnò a movimenti d’opinione e provvedimenti volti all’abolizione della tratta degli schiavi, come attesta, tra gli eventi internazionali di maggiore rilievo, la Conferenza internazionale di Bruxelles per l’abolizione della tratta degli schiavi del 18 novembre 1889. L’Italia aveva aderito alla convenzione con la Gran Bretagna per la repressione della tratta degli schiavi il 14 settembre 1889; la convenzione era stata ratificata congiuntamente il 24 ottobre. Alla convenzione si diede esecuzione con regio decreto 9 gennaio 1890, n. 6645.
Per quanto riguarda la produzione legislativa su questioni interne, con la legge 12 febbraio 1888, n. 5195 fu approvata la riforma crispina dei ministeri. La legge, strutturata in due articoli, stabiliva che il numero e le attribuzioni dei ministeri fossero determinati con decreti reali (art. 1); era inoltre istituita la carica del sottosegretario di Stato, che poteva sostenere la discussione degli atti e delle proposte del ministero in Parlamento (art. 2). Le attribuzioni dei sottosegretari di Stato erano stabilite con decreto reale, udito il Consiglio dei ministri. I segretari generali dei ministeri erano aboliti.
In precedenza era stata anche rafforzata la dipendenza dei prefetti dall’esecutivo con la legge 14 luglio 1887, n. 4711. Attraverso leggi e decreti successivi (legge 31 marzo 1889, n. 5992; regio decreto 2 giugno 1889, n. 6166; legge 1° maggio 1890, n. 6837) fu riformata la giustizia amministrativa e istituita la IV sezione del Consiglio di Stato. Alle giunte provinciali amministrative furono affidati i poteri giurisdizionali in materia di ricorsi di primo grado.
Con la riforma della legge comunale e provinciale (legge 30 dicembre 1888, n. 5865), fu esteso il diritto di voto amministrativo ai cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni, che sapessero leggere e scrivere e pagassero almeno 5 lire di imposta annuale. Gli elettori amministrativi passarono da più di due milioni nel 1887 a più di tre milioni nel 1889.
Con la legge 22 novembre 1888, n. 5801, le Camere autorizzarono il governo a pubblicare il nuovo codice penale per il Regno d'Italia (codice Zanardelli). Successivamente fu emanato il regio decreto 30 giugno 1889, n. 6133, contenente il testo definitivo del codice, che unificava la legge penale nel Regno e aboliva la pena di morte. Furono approvate leggi riguardanti l’ordinamento e l’amministrazione dell’assistenza sanitaria (legge 22 dicembre 1888, n. 5849), la pubblica sicurezza (legge 23 dicembre 1888, n. 5888 decies), l’emigrazione (legge 30 dicembre 1888, n. 5866) e la riforma penitenziaria (legge 14 luglio 1889, n. 6165).
La crisi agraria ebbe come conseguenza il ricorso a una legislazione protezionistica (legge 14 luglio 1887, n. 4703, che riformava la tariffa doganale). Il ritorno alle precedenti tariffe avvenne con la legge 25 dicembre 1889, n. 6558, grazie alla quale furono attenuati i problemi doganali sorti in quegli anni con la Francia. Soltanto nel 1898 si pose fine con un accordo alla cosiddetta guerra commerciale tra Italia e Francia e si ricorse all’applicazione reciproca delle tariffe generali. In quegli anni furono inoltre aboliti i tribunali di commercio (legge 25 gennaio 1888, n. 5174) e fu riordinato il Credito agrario (legge 23 gennaio 1887, n. 4276).
Il 28 febbraio 1887 un violento terremoto devastò la provincia di Porto Maurizio. Il Parlamento intervenne con aiuti ai terremotati e con fondi per la ricostruzione mediante la legge 31 maggio 1887, n. 4511.
Durante la sedicesima legislatura scomparvero Marco Minghetti (10 dicembre 1886), il pedagogo cattolico Giovanni Bosco (31 gennaio 1888) e Benedetto Cairoli (8 agosto 1889).
Il 18 marzo 1890 si dimise il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, artefice dell’unificazione germanica e arbitro per decenni della politica tedesca; al suo posto fu nominato Leo von Caprivi.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/16/resoconti-elenco-cronologico
17° Legislatura del Regno d'Italia (dal 10 dicembre 1890 al 27 settembre 1892) (durata : giorni 657)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella diciassettesima legislatura del Regno si svolsero in Senato 123 sedute in un’unica sessione, precedute dalla seduta reale d’apertura della legislatura a Camere riunite. Il 7 dicembre 1890 Domenico Farini fu riconfermato alla Presidenza del Senato. Il discorso reale d’inaugurazione del 10 dicembre 1890 riguardò principalmente la politica internazionale, la legislazione sul lavoro, il consolidamento delle finanze e il riordino del credito.
Pochi mesi dopo l’inizio della legislatura, il 31 gennaio 1891, il II Governo Crispi cadde in seguito al voto contrario della Camera dei deputati all’ordine del giorno Villa favorevole al disegno di legge sugli aumenti provvisori dei diritti di confine e della tassa di fabbricazione degli spiriti. Al II Governo Crispi seguirono il I Governo di Rudinì (6 febbraio 1891-15 maggio 1892) e il I Governo Giolitti (15 maggio 1892-15 dicembre 1893). Nella primavera del 1892, in seguito alle dimissioni del ministro delle Finanze Colombo, Antonio Starabba, marchese di Rudinì, presentò al re le proprie dimissioni, ma fu confermato nell’incarico di formare il governo. Durante la discussione sulle comunicazioni del presidente del Consiglio, il 5 maggio 1892 la Camera dei deputati espresse voto contrario all’ordine del giorno Grimaldi per la fiducia al ministero appena formato. L’incarico di formare la nuova compagine governativa fu affidato quindi a Giovanni Giolitti, che a sua volta si vide costretto a rassegnare le dimissioni, poiché la Camera, il 26 maggio 1892, aveva respinto l’ordine del giorno per la fiducia al governo presentato dal deputato Baccelli. Il 27 maggio 1892, comunicando alla Camera che il re non aveva accettato le dimissioni del governo, Giolitti pregò l’assemblea di votare le leggi urgenti e di concedere sei mesi di esercizio provvisorio dei bilanci 1892-1893, scelta corroborata dal voto dell’11 giugno.
Nel corso della breve diciassettesima legislatura le Camere approvarono la legge 5 maggio 1891, n. 210, sull’abolizione dello scrutinio di lista. Stabilendo il ritorno al collegio uninominale, la legge fissava a 508 il numero dei collegi elettorali e disponeva che ciascun collegio eleggesse un solo deputato. Una commissione presieduta dal ministro dell'Interno e composta di quattro senatori e dodici deputati, entro due mesi dalla sua costituzione, avrebbe dovuto compilare la tabella dei nuovi collegi elettorali. Fu approvata anche la legge 30 giugno 1891, n. 314, che prorogava per gli istituti d'emissione la facoltà di emettere biglietti di banca pagabili a vista al portatore fino al 31 dicembre 1892. Con la legge 6 maggio 1891, n. 215, il governo fu autorizzato a concedere all'Istituto italiano di credito fondiario l'esercizio del credito fondiario in tutto il Regno.
Ripercussioni sulla politica interna ebbe la pubblicazione, il 15 maggio 1891, dell’enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII sulla condizione degli operai; l’enciclica papale ebbe notevoli ripercussioni sul pensiero sociale cristiano e sull’associazionismo cattolico.
Il tema del diritto del lavoro fu posto al centro dei comizi operai, come ad esempio il comizio internazionale per i diritti del lavoro tenuto il 12 aprile 1891 a Milano, dove nell’agosto dello stesso anno venne indetto uno sciopero. Lo scioglimento del comizio operaio di Roma e gli incidenti avvenuti il 1° maggio 1891 ebbero risonanza nel dibattito al Senato del 4 maggio 1891 su un’interpellanza riguardante la libertà d’associazione. L’anno successivo a Palermo fu tenuto il congresso delle società operaie nel maggio 1892. Pochi mesi più tardi, tra il 14 e il 15 agosto 1892, fu fondato a Genova il Partito socialista italiano durante il congresso delle associazioni operaie e delle società di mutuo soccorso.
Nell’ambito della politica internazionale, l’azione diplomatica dell’Italia consolidò le intese favorevoli alla penetrazione coloniale in Africa: a tal fine furono siglati due protocolli d’intesa con la Gran Bretagna il 24 marzo e il 15 aprile 1891. Il 6 maggio 1891 fu confermata a Berlino per la terza volta la Triplice alleanza tra Italia, Germania e Austria. Alcuni mesi più tardi, il 6 dicembre 1891, seguirono i trattati di commercio tra l’Italia e gli imperi centrali, cui fu data esecuzione con la legge 30 gennaio 1892, n. 15. Negli stessi giorni, l’8 dicembre 1891, si svolse un incontro tra il generale Gandolfi e il ras Mangascià sul fiume Mareb in Eritrea. Il 12 agosto 1892 venne concluso un trattato commerciale con il sultano di Zanzibar sugli scali del Benadir, ratificato con la legge 11 agosto 1896, n. 373.
L’Italia promosse in quegli anni anche congressi scientifici di interesse internazionale: tra questi, di rilievo fu la Conferenza internazionale di Venezia per la prevenzione del colera, inaugurata il 5 gennaio 1892, che portò ad una convenzione sanitaria tra gli Stati partecipanti; rilevanti furono anche le manifestazioni in ricordo di Cristoforo Colombo inaugurate a Genova il 10 luglio 1892.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/17/resoconti-elenco-cronologico
18° Legislatura del Regno d'Italia (dal 23 novembre 1892 al 8 maggio 1895) (durata : giorni 895)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella diciottesima legislatura si svolsero in Senato 147 sedute in due sessioni, più due sedute reali d’inaugurazione delle sessioni a Camere congiunte. Il discorso inaugurale della Corona riguardò soprattutto il contenimento delle spese militari, la scuola e l’università, l’aggiornamento dei codici, la riforma degli organi della giustizia e dei procedimenti giudiziari. Era auspicata anche l’esecuzione di nuove opere pubbliche (ferroviarie, stradali, idrauliche) e si accennava anche al decentramento e ai servizi postali. Domenico Farini fu ancora una volta confermato presidente del Senato il 20 novembre 1892.
Nei primi mesi della legislatura divenne centrale nei lavori delle Camere la questione delle banche e degli istituti di emissione. In breve tempo fu approvata la legge 25 dicembre 1892, n. 729, che prorogava la facoltà di emettere biglietti di banca pagabili a vista e al portatore, presentata dal presidente del Consiglio Giolitti. Il 20 dicembre 1892 i deputati Colajanni e Gavazzi riferirono alla Camera dei deputati alcuni estratti della relazione Alvisi-Biagini su un’ispezione condotta nel 1889 e non pubblicata, da cui risultavano irregolarità della Banca romana. La proposta d’inchiesta parlamentare non fu accolta e fu avviata un’ispezione governativa, presieduta dal senatore Gaspare Finali, disposta con regio decreto del 30 dicembre 1892. Le irregolarità emerse al Banco di Napoli e alla Banca Romana portarono, oltre che a vari processi e arresti, anche ad un'accesa discussione in entrambe le Camere tra il gennaio e il febbraio 1893.
Il 20 marzo 1893 Giolitti presentò alle Camere la relazione della commissione d’indagine con gli elenchi nominativi delle sofferenze bancarie, cui seguì, il 21 marzo 1893, l’istituzione alla Camera dei deputati di un comitato inquirente sui documenti delle banche, nominato nelle tornate del 22 e del 25 marzo 1893 e composto di sette deputati. Al Senato il 22 marzo 1893 si svolse la discussione sull’interpellanza riguardante i temi bancari, presentata dal senatore Pierantoni il 20 marzo 1893. Nell’estate successiva fu approvata la legge 10 agosto 1893, n. 449, Sul riordinamento degli Istituti di emissione, con cui fu istituita la Banca d’Italia dalla fusione della Banca Nazionale nel Regno d'Italia con la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito. Una limitata autonomia sino al 1926 sarebbe rimasta al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia.
Nel mezzo delle discussioni e delle inchieste sugli scandali bancari, il 18 ottobre 1893 Giolitti enunciò nel discorso di Dronero il suo programma di governo (riforma tributaria, imposta progressiva del reddito).
Il 23 novembre 1893 il comitato parlamentare alla Camera dei deputati concluse i lavori con la relazione sull’inchiesta bancaria e il giorno successivo Giolitti annunciò le dimissioni del Governo. Dopo un primo incarico senza esito affidato a Giuseppe Zanardelli, si costituì il III Governo Crispi (15 dicembre 1893-14 giugno 1894), poi dimessosi il 5 giugno 1894 per l’opposizione parlamentare alle misure fiscali proposte, cui seguì il IV Governo Crispi (14 giugno 1894-10 marzo 1896).
Una commissione per esaminare l'elenco dei debitori degli istituti di emissione fu istituita anche al Senato il 22 dicembre 1893. Il giorno successivo fu nominata la commissione di cinque senatori che presentò la relazione il 21 febbraio 1894. Il 20 febbraio 1894 fu votata alla Camera la proposta del deputato Cavallotti sul voto di plauso al comitato d’indagine (comitato dei sette) e sulla stampa dei documenti consegnati da quest’ultimo alla Presidenza. Un’ulteriore inchiesta governativa, oltre all’inchiesta giudiziaria, fu predisposta il 4 agosto 1894 dal ministro della Giustizia e senatore Vincenzo Calenda di Tavani.
L'11 dicembre 1894 Giolitti consegnò alla Camera dei deputati tutti i documenti in suo possesso sulla questione delle banche, il cosiddetto “plico Giolitti”. Il 13 dicembre 1894 fu nominata una commissione di cinque deputati per l'esame di tali documenti, per i quali fu proposta una parziale pubblicazione. La discussione successiva rimase sospesa per la chiusura della sessione e la successiva chiusura della legislatura.
La politica interna fu caratterizzata nel periodo da numerosi scioperi e manifestazioni, in particolare in Sicilia tra il 14 ottobre e il 25 novembre 1893. Tali proteste furono organizzate principalmente dai Fasci siciliani, un movimento attivo tra il 1889 e il 1894, sviluppatosi inizialmente per la revisione dei patti agrari. Nel dicembre 1893 le manifestazioni si inasprirono portando a insurrezioni e tumulti, durati sino al gennaio successivo. Il 4 gennaio 1894 i Fasci siciliani furono sciolti e in Sicilia fu proclamato lo stato d’assedio, che si concluse nell’agosto successivo. Sulla vicenda, in particolare sull’uso della forza pubblica per contrastare i manifestanti, furono presentate numerose interpellanze alla Camera dei deputati. Anche in Lunigiana, a seguito dei moti scoppiati il 13 gennaio 1894, fu proclamato lo stato d’assedio, che terminò soltanto il 21 giugno.
Alle manifestazioni e proteste si accompagnò anche un’evoluzione delle organizzazioni politiche di massa, soprattutto quelle di carattere operaista e sindacale. Nel giugno 1893 le camere del lavoro tennero il primo congresso nazionale a Parma e si costituirono in federazione.
Il partito dei lavoratori italiani, divenuto Partito socialista dei lavoratori italiani nel congresso di Reggio Emilia (8-10 settembre 1893), fu sciolto il 22 ottobre 1894 a seguito della legge 19 luglio 1894, n. 316, Sui procedimenti eccezionali di pubblica sicurezza. Il nome del partito divenne Partito socialista italiano il 13 gennaio 1895, durante il terzo congresso del partito tenutosi a Parma clandestinamente.
Il 3 gennaio 1894 Giuseppe Toniolo pubblicò il Programma dei cattolici, proposto e discusso all’assemblea dell’Unione cattolica del 2-3 gennaio 1894. Oltre alle riforme a favore dei contadini e degli operai, Toniolo auspicava anche la creazione di associazioni operaie cattoliche. Il programma di Toniolo fu approvato dall’undicesimo congresso cattolico, tenuto a Roma dal 15 al 17 febbraio 1894.
Il 21 aprile 1895 fu fondato a Milano il Partito repubblicano italiano.
In ambito internazionale, il governo italiano subì la denuncia unilaterale del trattato di Uccialli da parte del negus d’Etiopia Menelik II il 27 febbraio 1893: seguirono negli anni successivi svariati scontri militari fino all’occupazione di Adua nell’aprile 1895 da parte dell’esercito italiano. In Somalia il 17 marzo 1895 Vittorio Bottego stipulò alcuni accordi di pace.
Alcuni eventi drammatici avvenuti in Francia scossero l’opinione pubblica internazionale. Il 24 giugno 1894 morì in un attentato di matrice anarchica il presidente della Repubblica francese Sadi Carnot. Nei mesi successivi si aprì l’affaire Dreyfus, che vide il coinvolgimento di un ufficiale ebreo, Alfred Dreyfus, accusato ingiustamente, sulla base del pregiudizio antisemita, di spionaggio e tradimento, e condannato ai lavori forzati. Nel 1906, in seguito alla riapertura dell’inchiesta, fu provata l’innocenza di Dreyfus, che venne reintegrato nel grado e promosso a maggiore.
Tra gli eventi culturali di rilievo del periodo, vi furono la rappresentazione della Manon Lescaut di Giacomo Puccini al Teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1893 e del Falstaff di Giuseppe Verdi alla Scala di Milano il 9 febbraio dello stesso anno. Il 30 aprile 1895 fu inaugurata a Venezia la prima esposizione internazionale d’arte, più nota come Biennale di Venezia.
Il senatore Galileo Ferraris, ingegnere e scienziato, partecipò al Congresso sull’elettricità di Chicago il 29 dicembre 1893.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/18/resoconti-elenco-cronologico
19° Legislatura del Regno d'Italia (dal 10 giugno 1895 al 2 marzo 1897) (durata : giorni 631)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella diciannovesima legislatura si svolsero in Senato 124 sedute in un’unica sessione, cui va aggiunta la seduta reale d’inaugurazione a Camere congiunte. Domenico Farini fu confermato presidente del Senato il 2 giugno 1895. Il discorso d’inaugurazione della legislatura, pronunciato dal re Umberto I il 10 giugno 1895, riguardò la sistemazione della finanza, la scuola, la situazione in Africa e i rapporti diplomatici internazionali.
I provvedimenti finanziari furono approvati con la legge 8 agosto 1895, n. 486, che concerneva i dazi doganali e alcune tipologie di tasse (cicoria, spiriti, zuccheri, gas, energia elettrica), assicurazioni, ipoteche e ritenute sugli stipendi. Numerosi articoli del provvedimento, con relativi allegati, erano dedicati all’unificazione del servizio di vigilanza degli istituti di emissione e alla convenzione con la Banca d’Italia del 30 ottobre 1894. Erano presenti anche disposizioni sui crediti fondiari, sul Banco di Napoli e di Sicilia. Fu approvata anche la legge 29 luglio 1896, n. 346, che modificava la legge comunale e provinciale nella parte relativa all’elezione e alla revoca dei sindaci. Con la legge 30 luglio 1896, n. 345, fu istituito il commissario civile per la Sicilia. La questione delle inchieste sulle banche si concluse alla Camera dei deputati con la votazione, il 13 dicembre 1895, dell’ordine del giorno Torraca contrario al deferimento di Giolitti all’Alta corte di giustizia.
Gli avvenimenti in Africa e altre questioni di carattere internazionale furono al centro delle discussioni parlamentari nel dicembre 1895. Lo scontro con le truppe di ras Makonnen all’Amba Alagi, dove perirono numerosi soldati del battaglione Toselli il 7 dicembre 1895, suscitò ampi dibattiti in Parlamento. Alla Camera dei deputati, il 9 e il 19 dicembre 1895, furono presentate alcune interrogazioni, mentre al Senato, dopo la commemorazione dei caduti in Africa, il 13 dicembre fu discussa un’interpellanza. Le Camere approvarono inoltre la legge 26 dicembre 1895, n. 711, sulle spese militari d'Africa. La Camera dei deputati, nella tornata del 19 dicembre 1895, votò l’ordine del giorno Torrigiani in cui prendeva atto delle dichiarazioni del governo, «riaffermandosi contraria ad una politica di espansione». Alcuni mesi dopo, il 5 marzo 1896, Crispi presentò le dimissioni del Governo, dopo la sconfitta militare di Adua contro le truppe del negus Menelik del 1° marzo 1896. Le gravissime perdite provocarono numerose manifestazioni contro la politica d’espansione coloniale crispina. Al Governo Crispi subentrò il II Governo Di Rudinì (10 marzo 1896-11 luglio 1896), sostituito nell’estate successiva dal III Governo Di Rudinì (11 luglio 1896-14 dicembre 1897). La discussione sul programma di governo del nuovo ministero si concluse con l’approvazione della legge 26 marzo 1896, n. 76, relativa alle spese straordinarie per la guerra in Africa. Dopo vari mesi di trattative, il 26 ottobre 1896, fu firmato ad Addis Abeba il trattato di pace italo-etiopico, poi ratificato il 6 gennaio 1897. A Parigi, il 28 settembre 1896, furono firmate tre convenzioni tra l’Italia e la Tunisia, con cui si riconosceva il protettorato francese (convenzione di commercio e navigazione, cui fu data esecuzione con la legge 28 gennaio 1897, n. 45; convenzione consolare e di stabilimento; convenzione di estradizione).
Il 24 ottobre 1896, vennero celebrate le nozze del principe di Napoli Vittorio Emanuele, futuro re, e della principessa Elena di Montenegro.
I primi mesi del 1897 furono segnati dai drammatici avvenimenti dell’insurrezione di Creta, che aspirava all’annessione alla Grecia e a distaccarsi dall’Impero ottomano. A Creta fu anche inviata una spedizione di Stati europei, tra cui l’Italia. Dopo alcuni mesi fu riconosciuta all’isola l’autonomia amministrativa con il trattato di pace di Costantinopoli del 9 novembre 1897, firmato dalla Grecia e dall’Impero ottomano, mentre l’annessione dell’isola alla Grecia avvenne il 1° dicembre 1913.
In ambito interno, il 25 dicembre 1896 il Partito socialista italiano pubblicò il primo numero del giornale «L’Avanti!». Nel 1896 sorse la Federazione universitaria cattolica italiana, costituita nel XIV congresso cattolico italiano a Fiesole, per iniziativa di Giuseppe Toniolo e Romolo Murri. Sulla rivista «Nuova antologia», il 1° gennaio 1897 fu pubblicato l’articolo di Sidney Sonnino sul ruolo della Corona e dell’esecutivo, che avrebbe influenzato le posizioni del governo Pelloux nella legislatura successiva, dal titolo significativo Torniamo allo Statuto. Nel gennaio 1897 il governo Di Rudinì sciolse, con il pretesto del mantenimento dell’ordine pubblico, alcuni circoli socialisti a Roma.
Al Teatro regio di Torino, il 1° febbraio 1896 fu eseguita per la prima volta l’opera di Giacomo Puccini La bohème, uno dei principali avvenimenti culturali del periodo. Nella primavera del 1896 i fotografi Le Lieure (Roma) e Calcina (Milano) diedero inizio alle prime proiezioni cinematografiche nel Regno, a seguito dell’invenzione del cinematografo ad opera dei fratelli Lumière, presentata a Parigi nel dicembre 1895. Il 2 giugno 1896 Guglielmo Marconi depositò nel Regno Unito il brevetto della telegrafia basata sulla trasmissione del segnale radio, dopo il rifiuto da parte del ministero delle Poste e telegrafi italiano.
Il 1° gennaio 1897 fu celebrato a Reggio Emilia il primo centenario della bandiera tricolore, creata dai democratici italiani durante l’occupazione da parte della Francia rivoluzionaria.
vedi:
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20° Legislatura del Regno d'Italia (dal 5 aprile 1897 al 17 maggio 1900) (durata : giorni 1137)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella ventesima legislatura si svolsero in Senato 243 sedute in tre sessioni, più le tre sedute reali d’apertura di ciascuna sessione a Camere congiunte. Il discorso reale d’inaugurazione della legislatura del 5 aprile 1897 riguardò gli accordi internazionali, le finanze degli enti locali, la necessità di attuare riforme nell’ordinamento giudiziario e nel sistema scolastico, soprattutto per gli istituti professionali.
Nella prima sessione della legislatura, il 1° aprile 1897 fu confermato presidente del Senato Domenico Farini, poi sostituito il 10 novembre 1898, nella seconda sessione, da Giuseppe Saracco. Poche settimane dopo l’inizio della legislatura, il 22 aprile 1897, Umberto I scampò a un attentato nei pressi di Roma, rimanendo illeso.
La ventesima legislatura coincise, almeno in parte, con la crisi di fine secolo, che caratterizzò gli anni dei Governi Di Rudinì e Pelloux. Il 6 dicembre 1897 il presidente del Consiglio Di Rudinì presentò le dimissioni dopo il voto negativo della Camera dei deputati sul disegno di legge riguardante l’avanzamento nel regio esercito. Il 14 dicembre 1897 fu costituito il IV Governo Di Rudinì, che durò fino al 1° giugno 1898.
Tra gli eventi parlamentari di rilievo nella prima parte della legislatura vi furono le dimissioni di Francesco Crispi dalla carica di deputato, dopo il voto della Camera del 23 marzo 1898: il 7 dicembre 1897 era stata nominata una commissione di cinque deputati per deliberare sul deferimento di Crispi all’Alta Corte di giustizia in merito alla questione bancaria. Dopo la discussione, iniziata il 22 marzo 1898, la Camera votò l’ordine del giorno presentato da Carmine, Carcano e Prinetti, approvando le decisioni della commissione di limitarsi a esprimere una censura politica nei confronti di Crispi.
Il 6 marzo 1898 scomparve il deputato Felice Cavallotti, esponente di punta dell’Estrema sinistra storica, morto in un duello. Il funerale di Cavallotti fu accompagnato da una manifestazione popolare.
Manifestazioni e proteste, dovute all’aumento del prezzo del grano e del pane, caratterizzarono i primi mesi del 1898. Nel febbraio fu approvata la legge 11 febbraio 1898, n. 26, riguardante la riduzione del dazio di confine sul grano e suoi derivati, seguita di lì a poco dalla legge 3 luglio 1898, n. 273, concernente disposizioni sulla riduzione temporanea dei dazi d'importazione sul grano ed altri cereali e sui loro derivati.
Nella primavera del 1898 manifestazioni contro il carovita si diffusero in numerose città italiane: a Bari il 27 aprile 1898, a Foggia il 28 aprile, ad Aversa e in altre località delle Campania il 30 aprile, in Puglia e in Romagna il 1°-2 maggio. I disordini si estesero nel mese di maggio anche a Pavia, Napoli, Livorno e a Firenze. I tumulti scoppiati a Milano nelle giornate dal 6 al 9 maggio 1898 furono repressi in modo sanguinoso dal generale Bava Beccaris, nominato commissario straordinario della provincia di Milano, dove fu proclamato lo stato d’assedio. Il numero delle vittime cadute sotto i cannoni e l’artiglieria di Bava Beccaris fu altissimo. Furono arrestati svariati esponenti socialisti milanesi, tra cui Leonida Bissolati, liberato dopo due mesi, Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Il 24 maggio 1898 fu arrestato anche Davide Albertario dell’«Osservatore romano». Il 23 giugno successivo il tribunale militare di Milano emise numerose condanne contro svariati giornalisti, tra cui Carlo Romussi, Gustavo Chiesi e lo stesso Davide Albertario.
A seguito dei dissidi nel governo dovuti all’instaurazione dello stato d’assedio, Di Rudinì presentò le dimissioni da presidente del Consiglio. Il nuovo governo, il V Governo Di Rudinì (1° giugno-29 giugno 1898), durò soltanto un mese, perché privo di maggioranza parlamentare, e fu sostituito dal I Governo Pelloux (29 giugno 1898-14 maggio 1899), seguito in corso di legislatura dal II Governo Pelloux (14 maggio 1899-24 giugno 1900).
A seguito delle manifestazioni e del prolungarsi dello stato d’assedio nelle zone di maggiore conflittualità sociale, fu approvata la legge 17 luglio 1898, n. 297, Riflettente l'applicazione dei provvedimenti urgenti e temporanei pel mantenimento dell'ordine pubblico. In base a tale provvedimento, il governo aveva facoltà di mantenere o revocare lo stato d’assedio; erano sciolte le associazioni ritenute sovversive e venivano rese più severe le norme sulla pubblica sicurezza. Con la stessa legge fu rinviato il rinnovo di consigli comunali e provinciali negli enti locali. Il personale militare appartenente ai servizi ferroviario, postale e telegrafico, poteva essere richiamato in servizio.
Contro lo scioglimento delle associazioni cattoliche, il 5 agosto 1898 papa Leone XIII emanò l’enciclica Spesse volte.
Alcuni mesi dopo, il 4 febbraio 1899, proprio mentre la Camera discuteva una petizione per l’amnistia nei confronti dei condannati durante i moti della primavera precedente, Pelloux presentò numerosi provvedimenti repressivi, consistenti in disegni di legge su modificazioni e aggiunte alla legge di pubblica sicurezza e all’editto sulla stampa, sugli obblighi dei militari in congedo appartenenti al personale ferroviario, postale e telegrafico, sui delinquenti recidivi.
Il 14 maggio 1899 il governo Pelloux si dimise in seguito alle trattative, che non ebbero esito, per ottenere dalla Cina la cessione della baia di San Mun. Tale trattativa fu poi dichiarata definitivamente conclusa il 12 dicembre 1899 dal ministro degli Esteri e senatore Emilio Visconti Venosta.
Il 14 maggio 1898 si costituì il II Governo Pelloux. I provvedimenti repressivi, la cui discussione era stata interrotta nel febbraio precedente, furono ripresentati il 1° giugno 1899 alla Camera dei deputati, dove Enrico Ferri guidava l’opposizione al disegno di legge sulla pubblica sicurezza. Nella tornata del 30 giugno 1899, a seguito delle proteste dei deputati, la sessione fu sciolta.
Il 31 dicembre 1899 un’amnistia concesse la libertà alla maggior parte dei condannati politici per i fatti del maggio 1898. Il provvedimento era stato preceduto da altri analoghi, gli indulti del 5 giugno e del 30 dicembre 1898. Il 15 maggio 1900 vi fu una nuova seduta tumultuosa alla Camera, cui seguì, tre giorni dopo, lo scioglimento della Camera e la conclusione della legislatura.
Sul piano degli eventi internazionali, la questione d’Oriente e l’insurrezione di Creta furono argomento delle discussioni alla Camera dei deputati e al Senato all’inizio della legislatura. L’8 aprile 1897 al Senato prese la parola sul tema il senatore Pierantoni. Il 12 aprile 1897 il III Governo Di Rudinì ottenne la fiducia alla Camera dei deputati, che votò l’ordine del giorno Cappelli favorevole all’intervento dell’Italia con altri Stati europei a Creta. Il 13 aprile 1897 al Senato, dopo la discussione sull’interpellanza dei senatori Odescalchi e Pessina riguardante il bombardamento degli insorti da parte di navi italiane, fu votato un successivo ordine del giorno del senatore Guarneri di approvazione della politica estera del governo. Alla discussione era intervenuto anche Giosue Carducci a favore degli insorti cretesi. La guerra greco-turca, iniziata il 18 aprile 1897, fu conclusa con l’armistizio del 3 giugno e, in via definitiva, con il trattato di Costantinopoli del 9 novembre 1897.
Nel corso del 1897 l’Italia prese alcuni accordi con l’Inghilterra sulla restituzione di Kassala all’Egitto, che di fatto avvenne in dicembre. Sempre in ambito internazionale, il 21 novembre 1898 l’Italia firmò l'accordo commerciale con la Francia, ratificato alcuni mesi dopo con la legge 11 febbraio 1899, n. 36. Nel maggio 1899 l’Italia partecipò alla Conferenza sul disarmo all’Aja e il 2 dicembre dello stesso anno a Berna fu firmata la convenzione per l’allacciamento delle ferrovie elvetiche con quelle del Sempione, cui fu data esecuzione con la legge 15 luglio 1900, n. 276.
Pochi mesi prima della conclusione della legislatura fu firmato nel gennaio 1900 il protocollo per la definizione dei confini italiani e francesi sulle coste del Mar Rosso tra il ministro degli Esteri italiano Visconti Venosta e il ministro degli esteri francese Barrère.
Tra il 1897 e il 1898 furono approvate le disposizioni sui monti di pietà (legge 4 maggio 1898, n. 169) e fu istituita presso la Cassa dei depositi e prestiti una sezione autonoma di credito comunale e provinciale (legge 24 aprile 1898, n. 132). Venne introdotto l’obbligo delle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro mediante la legge 17 marzo 1898, n. 80, e fu approvata la legge 17 luglio 1898, n. 350, sull’istituzione di una Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai.
Furono questi gli anni in cui prese avvio la meccanizzazione dell’industria nel paese. La Fiat fu fondata a Torino l’11 luglio 1899.
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21° Legislatura del Regno d'Italia (dal 16 giugno 1900 al 18 ottobre 1904) (durata : giorni 1585)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La XXI legislatura fu inaugurata a Roma il 16 giugno 1900 e si concluse il 18 ottobre 1904. In Senato si tennero 332 sedute, più due sedute reali d’apertura di sessione e la seduta di giuramento del nuovo re a Camere congiunte. Il re nominò presidente del Senato Giuseppe Saracco, il quale fu tuttavia subito incaricato (18 giugno) di formare il nuovo governo. Riassunse la presidenza del Senato dopo la fine del mandato governativo, il 24 febbraio 1901. A differenza del governo Pelloux, il governo Saracco fu espressione di una maggioranza parlamentare più ampia, in grado di coinvolgere, su specifici temi, anche le sinistre.
Il 16 giugno 1900, nel discorso della Corona alle Camere riunite nella sede di Palazzo Madama, Umberto I si addentrò sui temi sociali alla ricerca di un clima di distensione, trattando di occupazione, emigrazione, istruzione ed equità fiscale.
Sul piano internazionale, il governo Saracco dovette affrontare la questione della difesa della comunità e della legazione italiana in Cina durante la rivolta anticolonialista dei Boxer, che comportò l’invio di circa duemila unità dell’esercito italiano in estremo oriente.
Sul piano interno, proprio in un momento di tregua nella conflittualità sociale, il 29 luglio 1900 Umberto I fu assassinato a Monza a colpi di rivoltella per mano dell’anarchico Gaetano Bresci. Il giorno successivo il governo fece affiggere un manifesto con l’annuncio della morte di Umberto I e della successione del figlio Vittorio Emanuele III, il quale si affrettò a rientrare a Roma da un viaggio all’estero. Il 6 agosto, alla riapertura del Parlamento, si svolsero le commemorazioni in presenza delle alte cariche parlamentari e governative. L’11 agosto il nuovo re Vittorio Emanuele III, accompagnato dall’ampio seguito dei membri della famiglia reale, si recò in Senato per giurare fedeltà allo Statuto e alla Nazione. Il 13 agosto avvenne la tumulazione solenne al Pantheon della salma di Umberto I. Il 29 agosto la Corte d’assise di Milano condannò Gaetano Bresci alla pena dell’ergastolo: trasferito nel penitenziario dell’isola di Santo Stefano, il regicida morì il 22 maggio 1901 in circostanze mai del tutto chiarite.
Nel frattempo il governo e il re si adoperarono per ricucire gli strappi sociali e politici prodottisi durante la crisi di fine secolo: in occasione del suo compleanno l’11 novembre 1900 il re liberò circa dodicimila detenuti mediante un’estesa amnistia, che si aggiunse ai provvedimenti di indulto e di amnistia già emanati da Umberto I nel corso del 1899.
Il 15 febbraio 1901 fu costituito il governo Zanardelli, nel quale Giovanni Giolitti ebbe l’incarico di ministro degli Interni. Fu l’inizio della svolta liberale seguita alla “restaurazione democratica” del governo Saracco. Il 7 marzo Giuseppe Zanardelli espose alla Camera il programma del suo governo, basato sulla difesa della libertà dei cittadini e dei diritti dei lavoratori. Si impegnò inoltre a sollecitare l’approvazione dei disegni di legge in fase di elaborazione avanzata, in particolare quelli relativi al lavoro delle donne e dei fanciulli (legge 19 giugno 1902, n. 242) e all’istituzione di una Cassa di previdenza per gli operai. La politica liberale di Zanardelli tese a coniugare libertà e democrazia partecipativa, ordine sociale e consenso, diritti sindacali e sviluppo economico. Si delineò subito tuttavia, in sintonia con i precedenti governi, una politica di spesa militare che impedì una collaborazione senza ombre della sinistra estrema e democratica con il governo.
Le agitazioni sindacali di questo periodo si conclusero per lo più con un successo per i lavoratori, assicurando un deciso miglioramento dei bassi livelli salariali. Ma il periodo fu costellato anche da scontri tra dimostranti e forze dell’ordine, con morti e feriti.
Un’attenzione particolare fu riservata dal governo alla questione meridionale. Lo stesso presidente del Consiglio compì nel settembre 1902 un viaggio in Basilicata, nel corso del quale portò alla luce situazioni di grave malessere e le carenze delle politiche governative. Tra i vari provvedimenti a favore delle province meridionali furono approntate due leggi per la città di Napoli e una legge per la realizzazione dell’Acquedotto pugliese.
Il discorso della Corona che il 20 febbraio 1902 aprì la seconda sessione della legislatura si distinse per l’annuncio inatteso di misure legislative volte a introdurre l’istituto del divorzio. Vittorio Emanuele III disse: «nel campo delle giuridiche discipline, il mio Governo vi proporrà di temperare, in armonia col diritto comune delle altre nazioni, l’ideale principio dell’indissolubilità del matrimonio civile; e di riformare con eque norme i divieti che contendono alla prole illegittima il diritto al nome e alla vita». In effetti un disegno di legge sulle “Disposizioni dell’ordinamento della famiglia” fu presentato alla Camera dal ministro della Giustizia Francesco Cocco-Ortu (atto Camera n. 207 del 2 dicembre 1902), ma la sua trattazione si interruppe in commissione e rimase allo stato di relazione, destino che fu seguito anche dai due progetti di legge sul divorzio del deputato socialista Agostino Berenini. Importante provvedimento in materia sociale fu il disegno di legge sulla prevenzione e cura della pellagra, divenuto legge 21 luglio 1902, n. 427.
A causa della salute gravemente compromessa, il 26 ottobre 1903 Zanardelli presentò le dimissioni al re, il quale affidò a Giolitti l’incarico di formare un nuovo governo, anch’esso di impianto liberal-moderato come il precedente.
Nel marzo 1904 esplose lo scandalo relativo alle accuse di peculato nei confronti dell’ex ministro dell’Istruzione pubblica Nunzio Nasi, che fu processato davanti all’Alta corte di giustizia del Senato (procedura prevista per i reati commessi dai ministri) e condannato nel 1907 a undici mesi di reclusione.
L’8 luglio 1904 fu approvata la legge per il miglioramento economico dei maestri elementari e per l’estensione dell’obbligo scolastico a dodici anni, promossa dal ministro dell’Istruzione Vittorio Emanuele Orlando.
In quegli anni di grande accelerazione dello sviluppo economico, caratterizzata da una forte spinta alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica, oltre che dalla creazione di imprese nuove e moderne, Guglielmo Marconi compì numerosi esperimenti nei collegamenti radio, stabilendo il primo contatto radio transatlantico il 12 dicembre 1901, collegando l’Inghilterra con il Canada.
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22° Legislatura del Regno d'Italia (dal 30 novembre 1904 al 8 febbraio 1909) (durata : giorni 1531)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La XXII legislatura fu inaugurata a Roma il 30 novembre 1904 e si concluse l’8 febbraio 1909. In Senato si svolsero 287 sedute. Il re nominò in successione due presidenti del Senato nel corso della legislatura: Tancredi Canonico rimase in carica fino al 20 marzo 1908, allorché gli subentrò Giuseppe Manfredi. Il corso della legislatura, che coincise con l’inizio dell’epoca giolittiana, fu caratterizzato dal consolidamento della svolta liberale di inizio secolo, anche se Giolitti non fu costantemente perno del governo. Le elezioni alla Camera avevano in effetti favorito un equilibrio solido intorno al blocco liberale ministeriale, con le opposizioni decisamente minoritarie.
Il 21 febbraio 1905 il ministro dei Lavori pubblici Francesco Tedesco presentò il disegno di legge per la statalizzazione delle ferrovie, ma i dispositivi antisciopero presenti nel provvedimento determinarono le rimostranze dei ferrovieri, i quali, entrati in sciopero, trasformarono la protesta sociale in una manovra ostruzionistica. Il 4 marzo Giolitti colse l’occasione dei contrasti sociali e politici in corso per dimettersi da presidente del Consiglio. Il disegno di legge sulla nazionalizzazione delle ferrovie fu portato avanti dal successivo governo presieduto da Alessandro Fortis (fu approvato alla Camera il 19 aprile e al Senato il 21), superando i contrasti dei ferrovieri. La trasformazione del settore ferroviario interessò nel corso della legislatura anche le altre tratte del territorio italiano ancora gestite da compagnie private, che passarono sotto il controllo del ministero del Lavori pubblici, primo passo verso la statalizzazione.
Dopo l’intermezzo del governo di Sidney Sonnino, segnalatosi per l’ingresso di due esponenti radicali e per l’appoggio esterno dei socialisti, il 18 maggio 1906 Giolitti venne incaricato per la terza volta di formare un nuovo governo. Rimasto in carica fino all’11 dicembre 1909, il terzo governo Giolitti fu definito “lungo ministero” in riferimento alla sua durata, alquanto atipica nella storia italiana. Il nuovo governo assorbì in fretta i possibili effetti politici dell’inchiesta parlamentare sulla Marina e si adoperò subito per il riscatto delle società ferroviarie Meridionali, Adriatica e Mediterranea, ottenendo il voto favorevole della Camera e del Senato, rispettivamente il 7 il 14 luglio 1906.
Tra il 7 e il 10 ottobre 1906 si svolse a Roma il IX congresso del Psi, durante il quale i riformisti e gli ex intransigenti di Enrico Ferri confluirono verso una comune posizione centrista, prevalendo sulle altre componenti del partito, in particolare sui sindacalisti rivoluzionari. Tale linea fu ribadita nel successivo congresso che si svolse a Firenze dal 19 al 22 settembre 1908.
Il 10 giugno 1907 la corte di cassazione, a tre anni dall’inizio del processo penale contro l’ex ministro Nunzio Nasi, dichiarò l’incompetenza dell’autorità giudiziaria ordinaria a giudicare sui reati commessi dai ministri nell’ambito dello svolgimento delle loro funzioni, dando così impulso al procedimento davanti all’Alta corte di giustizia del Senato: il 20 giugno infatti, su proposta dell’onorevole Turati, la Camera dei deputati nominò una commissione di cinque membri per riferire sulla sentenza della corte di cassazione e per formulare le proposte di rinvio a giudizio, stabilendo di fatto la celebrazione del processo davanti al Senato (decreto del 12 luglio 1907), competente in materia di reati dei ministri (la Camera fungeva da pubblico ministero, il Senato da magistrato giudicante). Il processo Nasi spaccò l’opinione pubblica italiana, nonostante la portata dell’accusa si fosse ridimensionata notevolmente nel corso dell’inchiesta. Il processo effettivo dinanzi al Senato ebbe inizio il 5 dicembre 1907 e si concluse il 24 febbraio 1908, al termine di 37 sedute, con la condanna per falso e peculato continuato a 11 mesi e 20 giorni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per 4 anni.
Il 9 dicembre 1907 Giolitti presentò al Senato il disegno di legge sullo stato giuridico degli impiegati pubblici, che fu poi approvato anche dalla Camera, senza modifiche, il 23 giugno 1908. Il provvedimento dava dignità agli impiegati civili dello Stato e metteva ordine al groviglio dei rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione.
Il 28 dicembre 1908 si abbatté sull’Italia una delle più tragiche calamità naturali mai avvenute nel paese: Messina e Reggio Calabria furono distrutte da un terribile terremoto, seguito da un altrettanto devastante maremoto. Le vittime furono più di settantamila. Il governo sottovalutò nell’immediato la gravità dell’evento e pertanto i soccorsi arrivarono con notevole ritardo.
Gli anni coincidenti con la legislatura furono caratterizzati da un portentoso processo di sviluppo industriale e economico: tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’Italia uscì da un periodo di stagnazione e intraprese un percorso di crescita industriale senza precedenti nei settori meccanico, elettrico, metallurgico, chimico, tessile e alimentare.
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23° Legislatura del Regno d'Italia (dal 24 marzo 1909 al 29 settembre 1913) (durata : giorni 1650)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La XXIII legislatura fu inaugurata a Roma il 24 marzo 1909 e si concluse il 29 settembre 1913. In Senato si svolsero 337 sedute. Alla presidenza del Senato il re confermò Giuseppe Manfredi.
Alle elezioni della Camera del 7 marzo 1909 erano aumentati i deputati delle opposizioni, in particolare i socialisti e i radicali; parallelamente la sospensione del non expedit in numerosi collegi elettorali aveva favorito l’elezione di svariati deputati cattolici. La maggioranza liberal-moderata giolittiana riuscì comunque a mantenere una posizione di preminenza, permettendo a Giolitti, capo del governo all’inizio della legislatura, di rimanere in sella e di vedere riconfermata la fiducia alla Camera neoeletta, con ampia maggioranza, il 25 marzo. Nonostante il largo sostegno iniziale, il governo durò soltanto fino al 2 dicembre, quando Giolitti rassegnò le dimissioni a seguito del voto contrario della Camera sul disegno di legge governativo riguardante la riforma tributaria.
Gli successe Sidney Sonnino, che però non riuscì a trovare un appoggio parlamentare solido e duraturo. Durante il suo incarico il 26 gennaio 1910 il re nominò, su proposta del governo, 33 nuovi senatori, tra i quali Benedetto Croce e Lodovico Mortara.
Rassegnate le dimissioni, il 31 marzo Sonnino fu sostituito da Luigi Luzzatti, che rimase in carica circa un anno. Il suo governo dovette confrontarsi con ambizioni di riforma di vasta portata: il 6 maggio il senatore Giorgio Arcoleo presentò un’interpellanza sulle riforme parlamentari da introdurre, per composizione e funzioni, nei due rami del Parlamento: ne scaturì la nomina di una commissione di studio per la riforma del Senato, con Gaspare Finali presidente, Giustino Fortunato segretario e Arcoleo relatore (la relazione fu presentata il 5 dicembre). Il governo Luzzatti riuscì in alcune importanti realizzazioni legislative: fu approvata la legge 17 luglio 1910, n. 520 sull’istituzione di una Cassa di maternità e fu discussa la riforma della scuola primaria, approvata in seguito e divenuta legge il 4 giugno 1911. Il 21 dicembre 1910 fu inoltre presentato alla Camera il disegno di legge sulla riforma elettorale, volto a introdurre il suffragio universale maschile, il cui iter fu alquanto accidentato.
Il 20 marzo 1911 l’incarico governativo passò nuovamente a Giolitti. Per ottenere un appoggio parlamentare più ampio possibile, Giolitti si adoperò affinché il socialista riformista Leonida Bissolati fosse ricevuto dal re nelle consultazioni durante la crisi di governo. L’esposizione il 6 aprile del programma di governo incontrò l’apprezzamento della Camera, risultando approvata a larga maggioranza: votarono a favore anche i socialisti; contrari furono i gruppi di Sonnino e Salandra, più i repubblicani e i cattolici.
Il 4 giugno 1911 fu inaugurato a Roma solennemente alla presenza del re il monumento a Vittorio Emanuele II dell’architetto Giuseppe Sacconi.
Durante la legislatura si configurarono a livello internazionale numerosi scenari di crisi, molti dei quali legati all’implosione politica dell’Impero Ottomano, con ripercussioni anche nelle strategie di politica estera italiana: il 27 aprile 1909 le truppe del movimento dei Giovani turchi aveva deposto il sultano Abdul Hamid II, acuendo le tendenze centrifughe e indipendentiste interne. Nel volgere di pochi anni queste condussero allo smembramento territoriale del vasto Stato, a cominciare dalla formazione degli Stati balcanici (indipendenza di Montenegro, Serbia, Bulgaria e estensione territoriale della Grecia al termine della prima guerra balcanica dell’ottobre-novembre 1912). Né rimasero indifferenti gli Stati europei, che dimostrarono interesse a spartirsi le spoglie dell’Impero Ottomano; e tra questi l’Italia, che da qualche tempo mirava al controllo diretto dei territori della Tripolitania e della Cirenaica. I progetti di politica coloniale del governo potevano contare sull’appoggio di una parte dell’opinione pubblica interna, nella quale i sentimenti patriottici stavano virando verso un nazionalismo sempre più aggressivo.
Il nazionalismo italiano iniziò inoltre a dotarsi di un coordinamento territoriale più strutturato: momento organizzativo importante fu il primo congresso del nazionalismo italiano, presieduto da Enrico Corradini, che si svolse a Palazzo Vecchio, a Firenze, il 3 dicembre 1910.
Fu in questa temperie emotiva, culturale e politica che il 26-27 settembre 1911 il governo italiano inviò un ultimatum al governo turco, prima di intervenire militarmente in Cirenaica e in Tripolitania. Le dimostrazioni di piazza contro la guerra organizzate dal Psi e dalla Cgdl il 27 settembre si conclusero con un sostanziale fallimento.
Con lo sbarco italiano a Tripoli il 5 ottobre ebbe inizio di fatto la guerra di Libia, che si concretizzò dapprima con l’occupazione italiana delle principali località costiere, Homs, Bengasi, Derna e Tobruk. Il 4 novembre il governo emanò il decreto di annessione all’Italia dei territori libici conquistati. Il decreto fu discusso e convertito in legge soltanto alla riapertura del parlamento il 22 febbraio 1912, dopo la lunga sospensione dei lavori parlamentari, durata più di sette mesi, che aveva assunto le proporzioni di una vera violazione delle prerogative e dei diritti del Parlamento. Nonostante il voto favorevole al provvedimento, il clima della discussione fu ostile e acceso nei confronti del governo. Il 2 marzo, ripresi compiutamente i lavori legislativi, la Camera approvò il disegno di legge concernente le assicurazioni sulla vita, approvato a sua volta dal Senato il 4 aprile. Derivò da quel provvedimento l’istituzione dell’Istituto nazionale delle assicurazioni (Ina).
Contemporaneamente al consolidamento della conquista della Libia, tra aprile e giugno 1912 si discusse in Parlamento il disegno di legge sulla riforma elettorale, divenuto poi legge 30 giugno 1912, n. 666: essa introduceva il suffragio di tutti i cittadini maschi che avessero compiuto trent’anni, e dei più giovani nel caso in cui avessero svolto il servizio militare; rimase invariato il numero delle circoscrizioni e lo scrutinio uninominale.
Nel frattempo le ostilità contro il governo turco avevano valicato i confini della Libia e spinto il governo italiano a organizzare uno sbarco a Rodi il 4 maggio 1912 con conseguente occupazione dell’isola il 17 maggio: fu costituito il possedimento italiano del Dodecaneso, che provocò aspre proteste da parte dell’Austria. Come conseguenza dell’ostilità protratta, il governo turco decretò l’espulsione dai territori dell’Impero ottomano dei circa settantamila italiani residenti. La pace di Losanna del 18 ottobre 1912 mise fine alla guerra italo-turca, ma nessuna delle parti onorò gli adempimenti pattuiti, in particolare il ritiro dei funzionari turchi dalla Libia e degli italiani dalle isole conquistate nell’Egeo. Con un decreto del 9 gennaio 1913 fu stabilita la suddivisione della Libia in due governatorati.
Sul versante interno, accanto alle tensioni politiche presenti tra e dentro gli schieramenti, anche questa legislatura dovette affrontare il nodo spinoso degli scandali e della corruzione: il 30 aprile 1913 furono presentate alla Camera le risultanze dell’inchiesta parlamentare sui ritardi e le spese per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia di Roma, documenti dai quali trasparivano implicazioni pesanti di quattro deputati. Al termine di un lungo dibattito, la Camera dei deputati decise di trasferire gli atti all’autorità giudiziaria, inducendo le dimissioni dall’incarico dei parlamentari coinvolti.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/23/resoconti-elenco-cronologico
24° Legislatura del Regno d'Italia (dal 27 novembre 1913 al 29 settembre 1919) (durata : giorni 2131)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La XXIV legislatura fu inaugurata a Roma il 27 novembre 1913 e chiusa il 29 settembre 1919. Fu la più lunga legislatura del Regno. In Senato si svolsero 201 sedute. Giuseppe Manfredi rivestì nuovamente la carica di presidente del Senato fino alla morte, sopraggiunta il 6 novembre 1918; gli successe Adeodato Bonasi.
La legislatura fu preceduta dal patto Gentiloni, un accordo politico che comportava la desistenza in taluni collegi elettorali tra i candidati dell’Unione elettorale cattolica e i politici liberali di area moderata o conservatrice. Le elezioni della Camera dei deputati del 26 ottobre 1913 furono contraddistinte da un avanzamento degli schieramenti radicali e socialisti, e da un’affermazione della presenza cattolica.
Giovanni Giolitti si dimise da capo del governo il 10 marzo 1914 a seguito delle dimissioni di due ministri radicali, nonostante il recente successo in Parlamento del provvedimento governativo per la copertura delle spese della guerra in Libia. Il 12 marzo l’incarico di primo ministro passò a Antonio Salandra, che il 2 aprile ottenne la fiducia della Camera con ampia maggioranza e fu acclamato per il suo discorso di insediamento in Senato.
Nella primavera del 1914 il paese fu attraversato da un’ondata antimilitarista e antibellicista, sostenuta dalla maggior parte delle forze politiche democratiche e socialiste. La situazione internazionale tuttavia precipitò a causa di una singolare concatenazione di eventi: il 28 giugno 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo fu assassinato a Sarajevo; il 23 luglio fu lanciato l’ultimatum austriaco alla Serbia, seguito dalla dichiarazione di guerra del 28 luglio che fu all’origine della prima guerra mondiale.
L’Italia rimase per molti mesi estranea al conflitto, dichiarando ufficialmente la propria neutralità il 2 agosto, nel momento in cui la Germania entrava in guerra contro il Belgio e la Francia; seguirono a brevissimo giro le dichiarazioni di guerra degli altri paesi coinvolti nel conflitto: Austria, Germania e Turchia contro Francia, Belgio, Gran Bretagna, Serbia, Russia, Montenegro e Giappone.
Nel frattempo prese prudentemente consistenza il disegno interventista del governo italiano, soprattutto dopo il varo del secondo governo Salandra, con Sidney Sonnino al ministero degli Esteri.
Il Partito socialista restò a lungo contrario alla guerra, e ciò determinò l’allontanamento di alcuni esponenti interventisti, tra i quali Benito Mussolini, espulso dal partito il 29 novembre 1914. Ancora alla vigilia della dichiarazione italiana di guerra all’Austria, il Psi non avrebbe abbandonato le proprie posizioni neutraliste, che furono quelle proprie anche della maggior parte delle organizzazioni italiane dei lavoratori, fiduciose nel fatto che si potessero ottenere larghe concessioni dall’Austria senza dover ricorrere alla guerra.
Nelle sedute parlamentari del 3 dicembre, Salandra confermò la neutralità italiana, ma in un clima di vigile attesa che lasciava presagire un possibile coinvolgimento del paese nel conflitto. Gli ordini del giorno sulle comunicazioni del governo furono approvati alla Camera a larghissima maggioranza, al Senato (15 dicembre) all’unanimità. In questa prospettiva, la visita a Roma il 20 dicembre dell’ex cancelliere tedesco Barnhard von Bülow ebbe lo scopo di rassicurare il governo italiano di poter ricevere concessioni territoriali, in particolare il Trentino, in cambio della neutralità nel conflitto mondiale.
Il 30 dicembre il Senato si arricchì della nomina di 33 nuovi senatori, tra i quali Luigi Albertini, Guglielmo Marconi e Leone Wollemborg.
Nel marzo 1915 il presidente del Consiglio Salandra presentò alla Camera un disegno di legge per la difesa economica e militare dello Stato, chiedendone la procedura d’urgenza. Il governo rispose pertanto in modo inverso alle richieste pacifiste del Psi e delle organizzazioni dei lavoratori: nello stesso periodo predispose numerosi provvedimenti che miravano al rafforzamento dell’esercito e della marina, e alla pianificazione dell’economia di guerra. In particolare destò apprensione il disegno di legge governativo sul richiamo in servizio d’urgenza degli ufficiali di complemento, che tuttavia fu approvato con ampissima maggioranza. Il 13 marzo, mentre nel paese si susseguivano le manifestazioni contro la guerra, i ministri della Guerra, della Marina e del Tesoro presentarono alla Camera il disegno di legge di conversione del decreto-legge relativo alla costituzione del corpo aeronautico. Furono inoltre approvati i finanziamenti per la difesa e i provvedimenti volti a contrastare la diffusione di notizie d’interesse militare (legge 21 marzo 1915, n. 273). Nonostante questi preparativi alla guerra, ancora all’inizio di aprile il ministro degli Esteri Sonnino era possibilista, poiché riteneva di poter garantire all’Italia ampi compensi territoriali in via negoziale con l’Austria.
Il 26 aprile 1915 il governo Salandra firmò il patto di Londra, con il quale l’Italia si impegnava a entrare in guerra a fianco degli Stati dell’Intesa entro un mese. Il patto garantiva, in caso di vittoria, il trasferimento all’Italia dei territori del Trentino e dell’Alto Adige fino al Brennero, di Trieste, dell’Istria e di un’ampia porzione di costa dalmata; esso prevedeva inoltre il possesso di Valona e confermava la sovranità italiana sulle isole del Dodecaneso. Non si escludevano concessioni in Medio Oriente e ritocchi dei confini coloniali in Africa.
Il paese e il Parlamento erano tuttavia in quel momento ancora su posizioni ampiamente neutraliste; Salandra si rese conto di dover aggirare il giudizio dell’opinione pubblica contraria alla guerra rassegnando le dimissioni, che furono prontamente respinte dal re, il quale per tutta risposta ordinò la mobilitazione generale: sotto la pressione internazionale, il Parlamento si piegò alla volontà del sovrano, votando il 10 maggio i pieni poteri al governo sulla base di un disegno di legge presentato dal ministro Orlando (legge 22 maggio 1915, n. 671).
Iniziò così la mobilitazione per la guerra: il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria; furono emanati tre decreti relativi alla pubblica sicurezza, alla stampa e ai controlli postali, tutti pesantemente limitativi delle libertà. Il re stesso si trasferì sul fronte, dopo aver nominato luogotenente generale del Regno Tommaso di Savoia, duca di Genova.
Dopo circa un mese ebbe inizio la prima vera battaglia sull’Isonzo (a partire dal 23 giugno 1915), che si concentrò sull’altopiano del Carso e fece retrocedere le forze austriache fino all’inizio dell’inverno, quando subentrò una stasi nella condotta della guerra.
Con il regio decreto n. 993 del 26 giugno 1915 fu stabilita la mobilitazione industriale per assicurare i rifornimenti dell’esercito.
Nel corso dei primi mesi di combattimenti, l’attività parlamentare fu confinata a sessioni sempre più brevi e sempre più finalizzate alla conversione dei decreti-legge del governo, a tal punto da suscitare le vivaci proteste di deputati e senatori, contrari alla pratica di una decretazione debordante.
La situazione di stallo creatasi al fronte, unitamente ai metodi antiquati nella conduzione della guerra e alle ingenti perdite di soldati, indussero il governo a inviare il 6 febbraio 1916 il ministro della Guerra, il generale e senatore Vittorio Zupelli, dal generale Cadorna, capo del Comando supremo militare, ma il colloquio rimase privo di costrutto; il braccio di ferro tra gli alti comandi dell’esercito e il governo fece emergere un dissidio insuperabile, che portò alle dimissioni di Zupelli il 9 marzo. Ma l’inefficienza di Cadorna si rivelò all’opinione pubblica soltanto a partire dal 15 maggio 1916, quando gli austriaci iniziarono in Trentino una poderosa offensiva, la Strafexpedition (spedizione punitiva), che li portò ad avanzare in ampie porzioni di territorio italiano. Convocato dal ministro Sonnino il 25 maggio, il generale Cadorna comunicò la propria indisponibilità a dare spiegazioni sulla condotta della guerra; il governo decise allora di inviare al fronte il nuovo ministro della guerra, il generale Paolo Morrone, per raccogliere informazioni.
I tentennamenti del governo sulla destituzione di Cadorna provocarono l’indebolimento e la perdita di credibilità del governo stesso: il 10 giugno 1916 un voto negativo della Camera dei deputati sull’autorizzazione all’esercizio provvisorio del bilancio causò la caduta del governo Salandra.
Con una compagine di “unità nazionale”, il nuovo governo fu presieduto da Paolo Boselli, decano della Camera. Nemmeno con Boselli migliorarono le relazioni tra il governo e il comando supremo dell’esercito; le offensive austriache furono tuttavia contenute e le operazioni militari cominciarono a riequilibrarsi. Sostenuto dai buoni risultati militari, Cadorna inasprì ulteriormente i rapporti con il governo, impedendo ai ministri l’ingresso in zona di guerra senza il permesso preventivo del comando supremo.
Il 9 agosto 1916 le truppe italiane entrarono a Gorizia. Il 25 agosto l’Italia dichiarò guerra alla Germania.
Dopo il primo anno di guerra si verificarono numerosi episodi di renitenza, di insubordinazione, di autolesionismo e di automutilazione da parte dei soldati, proteste che portarono al pronunciamento di migliaia di condanne, tra le quali anche la fucilazione per gli atti più gravi di disubbidienza. Dal dicembre 1916 i tribunali militari fissarono di comune accordo la pena di morte per i reati di autolesionismo.
Nel frattempo la guerra stava creando delle modifiche profonde anche all’interno degli stati belligeranti: a partire dal 12-15 marzo 1917 l’opinione pubblica internazionale fu investita dalle notizie provenienti dalla Russia relative alla rivoluzione popolare e democratica a San Pietroburgo e all’abdicazione conseguente dello zar. I socialisti ne trassero spunto per ribadire l’importanza della pace (discorso di Claudio Treves alla Camera del 12 luglio 1917), nonostante lo stesso Filippo Turati avesse affermato pochi mesi prima che la pace italiana avrebbe dovuto essere subordinata all’acquisizione dei territori rivendicati e di determinate garanzie strategiche (discorso alla Camera del 14 dicembre 1916).
La situazione penosa creata dalla guerra al fronte e nella società fu denunciata anche da papa Benedetto XV, che in una nota del 1° agosto 1917, indirizzata ai capi dei popoli belligeranti, definì il conflitto in corso una “inutile strage”, evitabile con le risorse del diritto e della diplomazia. Da quel momento, accanto ai socialisti, anche i cattolici furono accusati di disfattismo dai nazionalisti più accesi.
La situazione precipitò il 24 ottobre 1917 a seguito del fulmineo sfondamento austriaco delle linee di difesa italiane sul fronte dell’Isonzo: l’esercito italiano fu spaccato in due parti e Cadorna, constatando la gravità della situazione, ordinò la ritirata sull’altopiano della Bainsizza. Il 28 ottobre gli austriaci conquistarono Udine, mentre il comando italiano fu costretto a trasferirsi a Treviso.
Nel frattempo, dimessosi Boselli il 26 ottobre di fronte all’aggravarsi degli eventi, il re incaricò Vittorio Emanuele Orlando di formare un nuovo governo (29 ottobre), la cui compagine fu una sorta di riedizione del governo precedente, con Sonnino riconfermato agli Esteri.
La rovinosa ritirata di Caporetto ebbe come conseguenza la perdita clamorosa di territorio, di popolazione (circa 1.152.000 abitanti) e di grandi quantità di armi e di munizioni cadute in mano al nemico; e inoltre 10 mila morti, 30 mila feriti, 293 mila prigionieri, 350 mila sbandati: a seguito di questa disfatta, il 9 novembre 1917 il nuovo governo decise di destituire il generale Cadorna dal comando supremo e nominò al suo posto il generale Armando Diaz (poi nominato senatore il 24 febbraio 1918).
L’8 gennaio 1918 il presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson enunciò i principi per l’avvio dei negoziati di pace, i cosiddetti “Quattordici punti”; grande attenzione suscitò la proposta di costituire una Società delle Nazioni per regolare in futuro le controversie internazionali evitando altre guerre (lo statuto della Società delle Nazioni fu approvato a Parigi il 28 aprile 1919). L’8-10 aprile 1918 si svolse a Roma in Campidoglio il Congresso delle nazionalità oppresse nei territori dell’Impero austro-ungarico.
Con la legge 10 maggio 1918, n. 634 fu prorogata di un anno la durata della legislatura, per il persistere degli impegni di guerra.
A metà giugno si svolse vittoriosamente la battaglia del Piave, su un fronte ampio e con il dispiego di tutti i mezzi disponibili. A partire da quel momento l’esercito austriaco perse ogni residua speranza sulla tenuta dei territori italiani. A fine ottobre le truppe italiane conseguirono le vittorie sul Grappa e sul Piave, entrando a Vittorio Veneto; il 3 novembre fu liberata Trento e contemporaneamente vi fu lo sbarco a Trieste: nello stesso giorno fu firmato a Villa Giusti a Padova l’armistizio tra Italia e Austria. Il 4 novembre fu firmato da Armando Diaz il “Bollettino della Vittoria”.
Il 18 gennaio 1919 fu inaugurata a Parigi la Conferenza della pace, con la partecipazione dei plenipotenziari dei 27 Stati vittoriosi. La Conferenza, soprattutto per influenza di Wilson, elaborò un trattato fortemente punitivo nei confronti degli Stati vinti, ma comportò anche un ridimensionamento marcato delle rivendicazioni italiane, nel rispetto del principio di nazionalità, soprattutto in riferimento alla sponda adriatica inclusa nel patto di Londra.
Sulle questioni inerenti al trattato di pace, il 23 giugno Orlando perse l’appoggio della Camera e fu costretto alle dimissioni. L’incarico per la costituzione di un nuovo governo fu conferito a Francesco Saverio Nitti: il trattato di pace fu da lui firmato il 28 giugno.
Tra giugno e luglio 1919 si svilupparono gravi disordini a Fiume, non compresa tra i territori assegnati all’Italia. Fiume fu per alcuni anni una spina nel fianco della diplomazia italiana. La mancata annessione della città portuale provocò slanci revanscisti in grado di compromettere i risultati della pace appena raggiunta. Infatti il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio entrò a Fiume con un piccolo seguito di legionari armati, proclamandone l’annessione all’Italia; il 25 settembre il governo italiano sconfessò l’azione, ma si astenne dall’intervenire per il ripristino dell’ordine.
Per quanto riguarda la politica interna, la guerra aveva accelerato i processi di trasformazione dei partiti e delle organizzazioni politiche. Il 18 gennaio 1919 fu fondato a Roma, su iniziativa di Luigi Sturzo, il Partito popolare italiano, che segnò l’ingresso a pieno titolo dei cattolici nella politica italiana. Il 23 marzo furono fondati a Milano, in una sala di piazza San Sepolcro, i Fasci di combattimento, organizzazione nazionalista con risvolti paramilitari.
La mobilitazione totale della popolazione ebbe conseguenze dirette anche in direzione dell’ampliamento dei diritti politici: il 2 settembre 1919 fu emanato il regio decreto n. 1495 che stabiliva, per l’elezione della Camera dei deputati, l’estensione del suffragio (con voto di lista e sistema proporzionale) a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni. Il disegno di legge per l’estensione del diritto di voto alle donne fu presentato alla Camera il 12 luglio 1919 e approvato il 6 settembre, ma non poté essere trasmesso al Senato per il sopraggiungere dello scioglimento della legislatura.
Il 6 ottobre furono nominati 59 nuovi senatori, tra i quali Artom, Einaudi, Loria, Mosca.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/24/resoconti-elenco-cronologico
25° Legislatura del Regno d'Italia (dal 1 dicembre 1919 al 7 aprile 1921) (durata : giorni 493)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
La XXV legislatura fu inaugurata a Roma nell’aula di Montecitorio il 1° dicembre 1919 e si concluse il 7 aprile 1921. Nel corso della legislatura furono svolte in Senato 124 sedute. Il re designò Tommaso Tittoni alla presidenza del Senato.
I risultati delle elezioni per la Camera dei deputati del 16 novembre 1919 erano stati sorprendenti: il Psi aveva conquistato 156 seggi, il Ppi, alla sua prima prova, 100 seggi; il Partito liberale aveva subito un rovinoso crollo, attestandosi a 41 seggi, mentre i fascisti, nonostante tutti i pronostici favorevoli, registrarono una clamorosa sconfitta. Malgrado la débâcle elettorale, i fascisti furono tuttavia assai visibili e presenti nel paese, attraverso un crescendo di attentati, violenze e atti di sabotaggio.
Nell’immediato dopoguerra l’Italia fu percorsa da un’ondata di scioperi e di rivendicazioni sindacali senza precedenti, sia in relazione alle questioni dei diritti sia in funzione del miglioramento salariale. A fine gennaio 1920 si svolse uno sciopero prolungato delle ferrovie, mentre a metà febbraio mezzadri e braccianti incrociarono le braccia per ottenere condizioni più favorevoli di lavoro e di salario. La controversia nelle campagne fu risolta il 25 ottobre con un accordo vantaggioso per la Federterra, che fu tuttavia il preludio al passaggio al fascismo di una parte consistente dei proprietari terrieri. Il 18 marzo ebbe inizio lo sciopero operaio alla Fiat di Torino, al quale la direzione dello stabilimento reagì con la serrata; al termine delle proteste, gli operai riottennero il lavoro, ma senza alcuna concessione sostanziale.
Il 12 maggio lo stesso presidente del Consiglio Nitti fu costretto alle dimissioni per il voto sfavorevole della Camera sulla vertenza sindacale dei postelegrafonici. Reincaricato nuovamente dal re il 21 maggio, il secondo governo Nitti ebbe vita brevissima: il 15 giugno l’emanazione di un decreto sul prezzo politico del pane, avvenuta senza consultare il Parlamento, espose il governo a forti critiche, che ne causarono la caduta. L’incarico fu affidato a Giovanni Giolitti, ormai al suo quinto governo, con una compagine ministeriale notevolmente rinnovata. La fiducia al nuovo governo fu votata il 28 giugno alla Camera con ampia maggioranza. Il giorno successivo la Camera votò anche l’esercizio provvisorio con 316 voti a favore e 91 contrari, mentre al Senato il 30 giugno il voto favorevole sullo stesso provvedimento risultò unanime.
Anche Giolitti, come il suo predecessore, si trovò a dover gestire e arbitrare le rivendicazioni crescenti dei lavoratori in sciopero.
Il 29 luglio 1920 da Milano iniziò una nuova campagna di scioperi operai per gli aumenti salariali e per la riduzione a otto ore della giornata lavorativa. A partire dal 20 agosto gli operai metalmeccanici di Milano iniziarono lo sciopero bianco di fronte al rifiuto protratto delle loro richieste: la protesta iniziò a dilagare anche in altre città. Per tutta risposta l’Alfa Romeo di Milano reagì con la serrata. Nel mese di settembre, di fronte alle risposte costantemente negative delle parti padronali, la situazione delle lotte operaie si acuì fino al punto da innescare l’occupazione delle fabbriche. Nonostante la situazione preinsurrezionale tra i lavoratori, nelle riunioni del Consiglio nazionale della Cgil a Milano del 10-11 settembre prevalsero le soluzioni moderate e orientate al compromesso rispetto alle tesi oltranziste.
Nell’ambito della politica estera, il 2 agosto 1920 fu firmato con il governo provvisorio albanese il trattato di Tirana, in base al quale l’Italia riconosceva le frontiere albanesi del 1913. Le truppe italiane si ritirarono quindi da Valona.
Il 12 novembre 1920 fu firmato il trattato di Rapallo tra Italia e Iugoslavia, che attribuiva all’Italia l’Istria, Zara e alcune isole, in cambio della rinuncia alla Dalmazia da parte italiana. La città di Fiume fu riconosciuta come Stato libero. Il trattato fu ratificato il 27 novembre dalla Camera e il 17 dicembre dal Senato. A seguito della ratifica, le truppe italiane guidate dal generale Caviglia eseguirono l’ordine governativo di porre fine alla Reggenza del Carnaro, istituita da Gabriele D’Annunzio l’8 settembre.
Nel frattempo il Senato si arricchì di un numero cospicuo di nuovi senatori: il 30 settembre 1920 furono nominati 9 senatori, tra i quali Salvatore Barzilai, Enrico Conci e Valeriano Malfatti; il 3 ottobre si ebbe un’“infornata” di 58 senatori, tra i quali Luigi Rava, Sidney Sonnino e Giovanni Verga.
Alla conflittualità sociale del cosiddetto biennio rosso si aggiunse la parallela brutalizzazione nei metodi della contestazione politica, figlia della guerra e tipica delle formazioni d’estrema destra, in particolare dei nazionalisti e degli squadristi fascisti, dediti ad assalti e violenze con morti e feriti. Dopo le elezioni municipali a Bologna, contrassegnate da una maggioranza socialista, il 21 novembre 1920 gruppi di squadristi attaccarono con armi da fuoco Palazzo d’Accursio, sede municipale, alla vigilia dell’insediamento del nuovo consiglio comunale. La brutale aggressione causò nove morti e un centinaio di feriti. La morte nell’eccidio del consigliere comunale nazionalista Giulio Giordani diede ai fascisti il pretesto per scatenare numerose spedizioni punitive nei mesi successivi, trasformando l’azione violenta da fatto episodico a fenomeno radicato e sistematico. Il tema della violenza squadrista emerse nel dibattito parlamentare per merito dei deputati socialisti, che il 31 gennaio 1921 presentarono una mozione di sfiducia nei confronti del governo, accusato d’avere un atteggiamento neutrale di fronte agli atti d’eversione e di sabotaggio dello Stato democratico. Il dibattito sulla mozione socialista si svolse tra il 1° e il 3 febbraio e comprese un ampio e documentato intervento di Giacomo Matteotti. La mozione fu tuttavia respinta. Il 23 marzo un attentato anarchico al Teatro Diana a Milano causò 21 morti e un centinaio di feriti; i fascisti colsero l’occasione per scatenare nuove violenze, attaccando la sede del quotidiano socialista l’«Avanti!» e incendiando la redazione del periodico anarchico «Umanità nova».
Dal 15 al 21 gennaio 1921 si svolse a Livorno il XVII congresso nazionale del Psi, al termine del quale l’ala dissidente della sinistra massimalista (Bombacci e Misiani) e il gruppo di “Ordine nuovo” (Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini) si riunirono separatamente, dando vita al Partito comunista d’Italia.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/25/resoconti-elenco-cronologico
26° Legislatura del Regno d'Italia (dal 11 giugno 1921 al 25 gennaio 1924) (durata : giorni 958)
LEGISLATURE del REGNO d'ITALIA
Nella XXVI legislatura del Regno si svolsero in Senato 172 sedute in un’unica sessione. Il discorso della Corona nella seduta d’inaugurazione dell’11 giugno 1921 riguardò le questioni del dopoguerra, il confine orientale, la finanza e l’educazione delle classi popolari. Tommaso Tittoni fu confermato presidente del Senato il 14 giugno 1921.
Poco dopo l’inizio della legislatura, al V Governo Giolitti (15 giugno 1920-4 luglio 1921) subentrò il I Governo Bonomi (4 luglio 1921-26 febbraio 1922). Il 27 giugno 1921 Giolitti aveva rassegnato le dimissioni poiché la maggioranza a sostegno del governo era molto ristretta. Tra i primi provvedimenti proposti dal governo, fu prorogato l'esercizio provvisorio sino al 31 dicembre 1921 (legge 31 luglio 1921, n. 1013) e varata la riforma dell'amministrazione dello Stato, la semplificazione dei servizi e la riduzione del personale (legge 13 agosto 1921, n. 1080).
Il 4 novembre 1921, nell’anniversario della vittoria, si svolse la cerimonia della traslazione della salma del milite ignoto da Aquileia a Roma: fini e organizzazione dell’evento furono stabiliti dalla legge 11 agosto 1921, n. 1075, Per la sepoltura in Roma, sull'Altare della Patria, della salma di un soldato ignoto caduto in guerra.
La vita dei partiti politici democratici iniziò in quel periodo a essere fortemente limitata dal crescendo delle violenze fasciste, cui si aggiunse l’azione repressiva del governo guidato da Mussolini da fine ottobre 1922. Durante il XVIII congresso del Psi a Milano (10-15 ottobre 1921), la mozione massimalista prevalse su quella riformista, dopo la decisione, votata nel III congresso dell’Internazionale a Mosca (22 giugno-12 luglio 1921), di espellere la corrente moderata. Il 4 ottobre 1922, durante il XIX Congresso del Psi, la corrente riformista, facente capo a Filippo Turati, Claudio Treves e Giacomo Matteotti, fondò il Partito socialista unitario.
Durante il III congresso del Partito popolare italiano a Venezia (20-23 ottobre 1921) furono discussi il decentramento amministrativo e la collaborazione con altri partiti. Il 7 dicembre 1921 fu fondata l’Università cattolica del Sacro Cuore.
Il 9 novembre 1921 fu fondato a Roma il Partito nazionale fascista durante il terzo congresso dei Fasci di combattimento.
Nel marzo 1922 si svolse il II congresso del Partito comunista d’Italia, in cui furono approvate le “tesi di Roma” (20-24 marzo 1922).
Il 6 febbraio 1922 salì al soglio pontificio papa Pio XI (al secolo Achille Ratti), dopo la morte di papa Benedetto XV, avvenuta il 22 gennaio 1922.
Nell’autunno 1921 la questione dell’ordine pubblico fu discussa alla Camera dei deputati, dopo il fallimento, nel corso dell’estate, del patto di pacificazione tra fascisti e socialisti, firmato il 3 agosto 1921 alla presenza del presidente della Camera Enrico De Nicola. Alla Camera dei deputati, il 29 novembre 1921, si aprì la discussione su due mozioni, una del gruppo socialista sullo squadrismo fascista e sulle devastazioni di camere del lavoro, sedi di leghe, cooperative e circoli, e una del gruppo fascista sugli scioperi dei pubblici dipendenti e sull’interruzione dei pubblici servizi. La discussione, in cui era intervenuto il 2 dicembre 1921 anche Giacomo Matteotti, si chiuse il 6 dicembre 1921 con un voto di fiducia al Governo e con la votazione della mozione Rocco. Pochi mesi più tardi, a seguito del fallimento della Banca italiana di sconto nel dicembre 1921, il gruppo democratico della Camera ritirò il proprio sostegno al Governo Bonomi, che il 2 febbraio 1922 presentò le dimissioni, confermate il 17 febbraio 1922 dopo un primo rinvio alle Camere da parte del re.
Il I Governo Facta, subentrato il 26 febbraio 1922, ottenne la fiducia della Camera il 18 marzo 1922. Nella primavera-estate 1922 la questione del deterioramento dell’ordine pubblico continuò a essere discussa alla Camera, dove furono presentati atti di sindacato ispettivo sulla situazione nelle province. Al Senato nella discussione sul disegno di legge relativo agli Stati di previsione della spesa del Ministero dell’interno per gli esercizi finanziari 1921-22 e 1922-23, il 9 e il 10 giugno 1922 il presidente del Consiglio Facta e i senatori Ferri, Tanari e Gallini intervennero sulla situazione dell’ordine pubblico nelle province dell’Emilia Romagna e in altre province confinanti. Nel luglio 1922 furono posti all’ordine del giorno della Camera gli scioperi dei servizi ferroviari (5 luglio 1922) e i disordini in varie province (tra cui Viterbo l’11 luglio, Ferrara il 15 luglio, Tolentino e Sestri Ponente il 17 luglio). Il 19 luglio 1922 fu discussa alla Camera la mozione presentata da Filippo Turati sulla tutela della libertà, della casa, della vita dei cittadini e del pieno e libero esercizio del mandato legislativo; il 20 luglio, dopo la votazione dell’ordine del giorno Longinotti di sfiducia al Governo per la mancata pacificazione del paese, Facta comunicò le sue dimissioni.
Il 1° agosto 1922 si costituì il II Governo Facta. Tra il 31 luglio e il 2 agosto 1922 si era svolto lo “sciopero legalitario” indetto dall’Alleanza del lavoro. Nei giorni successivi alla conclusione dello sciopero, tra il 3 e il 4 agosto 1922, si verificarono in numerose città d’Italia aggressioni e devastazioni da parte degli squadristi a danno di circoli e sedi di partito e sindacali. A Milano il 3 agosto 1922 fu assaltato Palazzo Marino, sede del comune, e fu distrutta anche la sede del giornale socialista «Avanti!». I fatti avvenuti a Genova, Parma e Milano furono discussi nella seduta della Camera del 10 agosto 1922.
Il 27 ottobre 1922 il presidente del Consiglio Facta presentò nuovamente le dimissioni, dopo il convegno fascista di Napoli (24 ottobre 1922). A seguito dell’occupazione di stazioni ferroviarie, prefetture, uffici postali e telegrafici da parte di squadre fasciste provenienti da varie regioni d’Italia, il presidente del Consiglio preparò un decreto in cui veniva dichiarato lo stato d’assedio, decreto che il 28 ottobre 1922, giorno della “marcia su Roma”, Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare. A Milano il 30 ottobre fu nuovamente assaltata e devastata la sede dell’«Avanti!». Le devastazioni e gli scontri provocarono numerosi morti e feriti.
Mussolini, giunto a Roma da Milano il 30 ottobre 1922, ricevette da Vittorio Emanuele III l’incarico di formare il nuovo governo, che fu costituito il 31 ottobre 1922. La presentazione alla Camera dei deputati avvenne il 16 novembre 1922 (discorso del bivacco). Con la legge 3 dicembre 1922, n. 1601, furono delegati i pieni poteri al Governo per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione. Tra il dicembre 1922 e il gennaio 1923 furono istituiti il Gran Consiglio del fascismo e la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Il 26 febbraio 1923 il Partito nazionale fascista assorbì l’associazione nazionalista.
Nel frattempo nel paese si intensificarono le violenze da parte delle formazioni fasciste. Tra il 18 e il 20 dicembre 1922 fu devastata a Torino la sede del giornale di Antonio Gramsci «Ordine nuovo» e furono incendiati alcuni circoli operai e della locale Camera del lavoro. Piero Gobetti, fondatore l’anno precedente della rivista «La Rivoluzione liberale», fu arrestato nel febbraio 1923 e rilasciato pochi giorni dopo grazie alla difesa di esponenti della cultura, tra cui Benedetto Croce. Tra il febbraio e il marzo 1923 furono arrestati i dirigenti comunisti e altri oppositori dei fascisti: nel febbraio-marzo 1923 furono incarcerati Amadeo Bordiga, Ruggero Greco, Giacinto Menotti Serrati; nel settembre furono arrestati Palmiro Togliatti e Angelo Tasca. Furono vittime di aggressioni anche Giuseppe Emanuele Modigliani (febbraio 1923) e Alfredo Misuri (29 maggio 1923).
Nella primavera del 1923 nel IV congresso del Partito popolare a Torino (12-14 aprile 1923) fu votato un ordine del giorno favorevole al sistema proporzionale nell’elezione della Camera dei deputati e contrario al progetto governativo di riforma elettorale (la cosiddetta legge Acerbo). I membri del governo iscritti al Partito popolare furono convocati da Mussolini il 17 aprile a seguito degli esiti del Congresso e il 23 aprile presentarono le dimissioni. Il 25 aprile 1923 il cardinale Gasparri ricordò ai vescovi italiani la circolare del 2 ottobre 1922 in cui la Santa Sede invitava ad attenersi alla prudenza, evitando atteggiamenti di favoritismo verso i partiti politici. Al congresso di Torino seguirono le dimissioni di Luigi Sturzo da segretario del Partito popolare (10 luglio 1923) e aggressioni fasciste contro organizzazioni cattoliche in numerose città e contro membri del clero, tra cui si ricorda don Giovanni Minzoni, ucciso il 23 agosto 1923 ad Argenta.
Furono oggetto di devastazioni l’abitazione romana di Francesco Saverio Nitti, ex presidente del Consiglio, il 29 novembre 1923 e la sede del giornale «La Giustizia» di Milano, organo del Partito socialista unitario, il 10 dicembre. Il 12 dicembre 1923 furono sospese le pubblicazioni di alcuni giornali di sinistra. Il 26 dicembre il deputato Giovanni Amendola, direttore del giornale «Il Mondo», subì la prima aggressione a Roma.
Sul piano della politica estera e delle vicende internazionali, la conferenza interalleata svoltasi a Cannes tra il 6 e il 13 gennaio 1922 riguardò la revisione dei trattati di pace della prima guerra mondiale e la ricostruzione tedesca. La questione delle riparazioni fu riproposta il 9 dicembre 1922 nella conferenza di Londra, poi, tra il 2 e il 4 gennaio 1923, nella conferenza di Parigi, cui partecipò l’ambasciatore e senatore Pietro Tomasi della Torretta. Alla conferenza seguì l’11 gennaio 1923 l’occupazione del bacino minerario della Ruhr da parte di divisioni francesi e belghe, che durò fino al 25 agosto 1925. Nella conferenza navale di Washington, iniziata nel novembre 1921, furono firmati tre trattati (6 febbraio 1922) riguardanti la consistenza delle flotte di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Giappone, Francia e Italia, e le relazioni con la Cina e le regioni dell’Oceano Pacifico. La ricostruzione economica e finanziaria nel nuovo assetto mondiale postbellico fu argomento della conferenza di Genova (10 aprile-19 maggio 1922) a cui parteciparono 34 nazioni. Pochi giorni dopo l’apertura della conferenza fu siglato, il 16 aprile 1922, il trattato di Rapallo tra la Germania e l’Urss sulla ripresa delle relazioni diplomatiche e commerciali (cosiddetto secondo trattato di Rapallo). La revisione del trattato di Sèvres stipulato tra gli Stati vincitori del primo conflitto mondiale e la Turchia fu oggetto, nel novembre 1922, della conferenza internazionale di Losanna. I lavori si conclusero con la proclamazione della Repubblica turca nel luglio 1923. Nella stessa estate, il 27 agosto 1923, i soldati italiani inviati a delimitare il confine greco-albanese furono uccisi in un’imboscata a Giannina in Grecia, che provocò, come reazione, l’occupazione italiana di Corfù (31 agosto-27 settembre 1923).
Alcuni trattati e accordi regolarono le relazioni tra Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni. Il 23 ottobre 1922 fu firmato l’accordo italo-iugoslavo di Santa Margherita per l’esecuzione delle convenzioni stipulate a Rapallo il 12 novembre 1920 (legge 21 febbraio 1923, n. 281). Il trattato di Roma riguardò la questione della città libera di Fiume (regio decreto-legge 22 febbraio 1924, n. 211, convertito nella legge 10 luglio 1925, n. 1512): a Fiume, nel marzo 1922, il governo Zanella venne rovesciato da ex legionari fascisti e nazionalisti; l'Assemblea costituente fiumana rimase costituita dalla sola minoranza aderente ai partiti annessionisti (21 marzo 1922), mentre la maggioranza dei membri si era rifugiata in Iugoslavia.
Il Parlamento italiano approvò nel corso della legislatura la riforma della Pubblica istruzione (nota come riforma Gentile, dal nome del ministro), realizzata mediante una serie di regi decreti, emanati sulla base della legge delega 3 dicembre 1922, n. 1601, che riguardavano le tabelle organiche del personale della pubblica istruzione (regio decreto 31 dicembre 1922, n. 1679), l’ordinamento e le attribuzioni del ministero della Pubblica istruzione (regio decreto 16 luglio 1923, n. 1753), l’istruzione media e convitti nazionali (regio decreto 6 maggio 1923 nr. 1054), le disposizioni sull’ordinamento dell’istruzione superiore (regio decreto 30 settembre 1923, n. 2102), la riorganizzazione dell’insegnamento elementare (regio decreto 1° ottobre 1923, n. 2185), il riordino degli istituti superiori di magistero (regio decreto 13 marzo 1923, n. 736).
Nello stesso periodo fu emanato il regio decreto-legge 29 marzo 1923, n. 1429, concernente il riconoscimento della giornata lavorativa di otto ore, conformemente alla convenzione della conferenza dell'Organizzazione internazionale del lavoro della Società delle Nazioni di Washington; furono inoltre varati provvedimenti volti a favorire l’efficienza e la modernizzazione dei servizi e dei rapporti sociali, come la concessione del servizio telefonico a società private (regio decreto 8 febbraio 1923, n. 399) e l’abolizione del monopolio statale sulle assicurazioni sulla vita (regio decreto 29 aprile 1923, n. 966).
La legge 18 novembre 1923, n. 2444 (legge Acerbo, dal nome del deputato Giacomo Acerbo) previde l’adozione del sistema maggioritario all’interno di un collegio unico nazionale e il premio di maggioranza di due terzi dei seggi alla lista con il maggior numero di voti (356) mentre i seggi restanti (179) venivano ripartiti su base proporzionale tra le liste rimaste in minoranza.
vedi:
https://www.senato.it/legislature/regno/italia/26/resoconti-elenco-cronologico