MA DAVVERO NON POSSIAMO SCEGLIERE CHI CI GOVERNA? CERVELLI DISSENZIENTI CHE DESIDERANO CONTARE.

- EDITORIALI -

IL POTERE E LA LOTTA

EDITORIALI
il potere e la lotta

Il problema è vecchio come il mondo e vorrei riassumerlo con questo concetto :

il Potere è detenuto da chi lo ama e chi lo ama lo ama per se stesso.

Accade, nei cicli della Storia, che a volte il Potere venga detenuto da chi lo considera uno strumento per attuare scelte altruistiche, dettate da ideali “alti”.

Ma si tratta solo di un fatto circostanziale. Si è giunti alla fine di un ciclo che necessariamente introduce un cambiamento di segno opposto, perché la tracotanza del Potere egoistico non è più tollerabile.

E, a questo punto, si manifesta un secondo problema :

chi ha conquistato il Potere deve essere in grado di mantenerlo.

Sarebbe necessario un certo periodo di consolidamento in cui – necessariamente – si dovrebbero operare scelte “opportunistiche” che risultano incompatibili con gli alti ideali altruistici : compromessi, alleanze non desiderabili, deroghe a convinzioni etiche.

Si dovrebbe avere la freddezza di comprendere che – per poterne cambiare le regole – occorrerebbe detenere il Potere in maniera certa.

Mai si è verificato che gli “idealisti” siano riusciti a varcare questa soglia.

Tutte le “rivoluzioni” si sono dissolte in restaurazioni multiformi.

Sono arrivata a pensare che solo una quanto più diffusa “presa di responsabilità” della maggioranza delle persone possa consentire un  “Potere dei giusti”, il cui più alto livello sarebbe rappresentato dall’Anarchia, intesa nel suo significato più profondo, ovvero nell’interiorizzazione di ciascuno di quelle regole comportamentali che trovano nell’autolimitazione dei comportamenti egoistici il superamento della necessità di regole imposte dall’esterno.

E’ vero è triste, ma non è una parabola, solo la fotografia di un dato di fatto.

Una nuova rinascita è possibile, ma deve attuare innanzitutto una “rivoluzione” del pensiero di lotta.

Bisogna abbandonare gli strumenti del passato.

Sciopero, manifestazione, sindacato appartengono a categorie ottocentesche ormai definitivamente tramontate perché sono profondamente cambiati i contesti che le hanno generate. Così come molto velocemente sono diventati inutili strumenti, quale il boicottaggio o la class action che – solo sino a pochi anni fa – sembravano innovativi e che vedevano il “consumatore” prendere il posto lasciato gradualmente vuoto dal “lavoratore” come antagonista sociale.

In un’economia virtuale, anonima e speculativa, che prescinde da produzione e consumo tutte queste armi sono diventate inutili.

Che fare allora? Questa è la vera domanda ora.

Cosa può mettere in crisi un sistema di potere di questa natura? Qual è il suo punto debole? (tutto ha un punto critico).

Occorre rompere gli schemi e le abitudini ed avviarsi in un nuovo sentiero di analisi, completamente sconosciuto.

Il primo errore è stato abdicare al concetto di “ideologia”, consentire che passasse nel sentire collettivo come un elemento retrivo e deteriore, piegarsi alla comodità del “pensa ad oggi” e rinunciare a tracciare una strada ideale di scelte di lungo respiro.

Io credo si possa partire da qui, ricominciando a individuare che tipo di mondo vogliamo mettere in gestazione per il futuro, tracciando linee molto nette di demarcazione per individuare cosa è indispensabile e non solamente utile o desiderabile.

Garantire un futuro rimettendolo al centro dei nostri pensieri.

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