La razza è una categorizzazione degli esseri umani basata su presunte differenze fisiche o sociali, condivise in gruppi generalmente visti come distinti all'interno di una data società.[2]
La scienza moderna (in particolare dagli anni '30 del 1900) considera il concetto di razza come un costrutto antiscientifico, dal momento che la definizione razza non ha alcun significato o motivazione biologici né genetici.[3][4][5]
Il concetto di razza è stato tuttavia storicamente impiegato ed è il presupposto fondamentale per il razzismo, ovvero la convinzione che gli esseri umani possano essere divisi in base alla superiorità di una razza rispetto a un'altra.
Il concetto di razza come suddivisione predeterminata nella specie umana anatomicamente moderna (Homo sapiens), ha una storia lunga e complessa. Il termine stesso di "razza" è un concetto moderno e, tra il XVI e il XIX secolo è stato spesso inteso nel senso di appartenenza ad una stessa Nazione o Etnia. Esso acquisì il suo senso moderno nel campo dell'antropologia fisica solo a partire dalla metà del XIX secolo.La politicizzazione dell'argomento, sotto il concetto di razzismo, nel XX secolo condusse ad una significativa riduzione degli studi razziali tra gli anni trenta e ottanta, culminando in un'opera di decostruzione nel post-strutturalismo venendo ad intendere il concetto di "razza" come una tipica "costruzione sociale".Dagli anni novanta in poi vi è stato un rinnovato interesse per le questioni razziali nel campo della genetica, nello studio della variabilità del fenotipo e nello studio quantitativo del "raggruppamento genetico"....
Un'etnia (o gruppo etnico) è un aggregato sociale di individui umani che condividono caratteristiche culturali, linguistiche, sociali, fisico-somatiche, storiche, geografiche e religiose....
Una popolazione è l'insieme delle persone che vivono in uno stesso territorio e differisce dal popolo che, invece, indica una comunità con lingua, tradizioni e cultura in comune.
Le caratteristiche numeriche dei sottoinsiemi, possono contribuire alla descrizione di una popolazione.
Le variazioni di popolazione attraverso il tempo sono oggetto di studio della demografia.
In ecologia e più in generale in biologia la popolazione è l'insieme degli individui della medesima specie che popolano lo stesso ecosistema; vedi popolazione biologica.
La crescita della popolazione è caratterizzata da ritmi molto elevati negli ultimi due secoli e solo negli ultimi decenni ha rallentato (o si è quasi arrestata) nei paesi sviluppati e accenna a rallentare in alcuni fra i paesi meno sviluppati pur rimanendo globalmente ingente. In passato, la crescita è stata generalmente più lenta, ma ha comunque conosciuto dei cambi di velocità.
Non è facile ricostruire con esattezza la storia della popolazione mondiale. Oggi in quasi tutti i paesi del mondo si svolgono più o meno regolarmente (in Italia, a partire dal 1861, ogni dieci anni) dei censimenti della popolazione che i governi organizzano con grande impegno.
Tuttavia, ancora oggi, non dappertutto i censimenti si svolgono con la necessaria regolarità. Per esempio, ci sono paesi nei quali non vengono eseguiti perché un gruppo dominante religioso, etnico, linguistico, sociale vuole nascondere il fatto che un altro gruppo è cresciuto di più e potrebbe quindi avanzare delle rivendicazioni.
Ma, soprattutto, il censimento generale della popolazione, eseguito con metodi scientifici, è uno strumento moderno che si è affermato negli ultimi due secoli (anche se non mancano illustri precedenti nella Roma antica o nell'impero cinese)...
La parola popolo nel suo significato più specifico è un termine giuridico che indica l'insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di cittadinanza con uno Stato tali da essere titolari della sovranità che il più delle volte non viene esercitata in maniera diretta, ma delegata a uno o a più rappresentanti[1].
Il lemma popolo può assumere anche[2]:
un significato storico-culturale (il popolo italiano nella sua storia precedente il 1861);
etnico-geografico;
o religioso; per esempio, l'Antico Testamento fa riferimento al popolo di Mosè, che viene considerato accomunato da una religione e una cultura..
Un Paese è considerato in geografia politica e in politica internazionale come una divisione politica all'interno di una certa entità geografica.
Se riferito a un territorio sovrano, il termine viene più comunemente associato con i concetti di Stato, nazione o governo.
Nell'uso comune il termine è usato indifferentemente sia come sinonimo di "nazione", sia di "Stato" o anche di città o città periferiche di carattere provinciale ed in questo caso si utilizza il diminutivo "paesino".
Talvolta è utilizzato come riferimento ad altre entità politiche che non siano quelle di "Stato sovrano".Vi sono territori non-sovrani (divisioni politiche o amministrative all'interno di un più vasto Stato) che costituiscono coese entità geografiche (alcune delle quali possono essere ex Paesi) che non sono (o non sono mai stati) degli Stati sovrani.
In questo caso il grado di autonomia e di governo locale può essere molto variabile.
Alcuni paesi possono possedere dipendenze di oltremare o territori separati anche geograficamente dallo Stato sovrano, ma considerati come parte integrante.
Il termine nazione (dal latino natio, in italiano «nascita») si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche come il luogo geografico, la cultura (cioè la lingua, la religione, la storia e le tradizioni), l'etnia ed, eventualmente, un governo.[1][2]
Un'altra definizione considera la nazione come uno "stato sovrano" che può far riferimento a un popolo, a un'etnia, a una tribù con una discendenza, una lingua e una storia in comune.
Una differente corrente di pensiero, che fa riferimento all'idea di nazione in quanto realtà oggettiva e legata a pensatori riconducibili a diverse espressioni politico-culturali, include tra le caratteristiche necessarie di una nazione il concetto di sangue (Herder) o di «consanguineità» (Meinecke).[3]
Un'altra definizione vede la nazione come una «comunità di individui di una o più nazionalità con un suo proprio territorio e governo» o anche «una tribù o una federazione di tribù (come quella degli indiani nordamericani)».[4] È appoggiandosi a tali nozioni che si è sviluppato negli anni '70 il concetto di micronazione.
Alcuni autori, come Jürgen Habermas, considerando obsoleta la nozione tradizionale di nazione, si riferiscono a essa come a un libero contratto sociale tra popoli che si riconoscono in una Costituzione comune[senza fonte]. Tale concetto, in questo caso, si estenderebbe anche a quello di patria e il patriottismo nazionale verrebbe così rimpiazzato dal «patriottismo costituzionale».[5]
Il concetto di nazione nel diritto
Una nazione può essere rappresentata da uno Stato, che garantisce un ordinamento giuridico e ne afferma la sovranità: in tal caso si parla di Stato-nazione.
Nell'uso quotidiano, però, erroneamente i termini come nazione, stato e paese vengono usati spesso come sinonimi per indicare un territorio controllato da un singolo governo, o gli abitanti di quel territorio o il governo stesso; in altre parole, per indicare lo Stato.
In senso stretto tuttavia, nazione indica le persone, mentre paese indica il territorio e stato la legittima istituzione amministrativa.
Per aumentare la confusione, i termini nazionale e internazionale si applicano agli Stati.
Nonostante al giorno d'oggi molte nazioni coincidano con uno Stato, le cose non sono sempre andate così in passato
e ancora oggi esistono nazioni senza Stato[7]
e viceversa ci sono degli stati formati da più nazioni.
Vi sono anche stati senza nazione.[senza fonte]
Oltre gli stati esistenti, alcuni partiti politici e associazioni rivendicano di appartenere a nazioni senza Stato e, per quanto riguarda l'Europa occidentale, si riuniscono nella Conferenza delle nazioni senza stato d'Europa occidentale (CONSEU).
L'organizzazione che raccoglie nazioni e popoli non rappresentati di tutto il mondo è l'Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati (UNPO).La spiegazione di questo prius, in termini di condizione necessaria ma non sufficiente della nascita di un ordinamento statuale, potrebbe risiedere nel modo in cui Costantino Mortati ravvisava nel concetto di nazione «una mera realtà sociologica»; ovvero "un’idea che, in quanto identifichi «un particolare modo di essere e di funzionare del popolo contrassegnato dagli stessi caratteri», precisa Mortati, «entra a comporre il sostrato di interessi e di sentimenti comuni, che si pongono a base dello stato-istituzione, senza però ancora riuscire a dargli vita»"
Lo Stato è l'organizzazione politica e giuridica di una comunità stabilmente stanziata su un territorio.[1][2][3]
In quanto autorità che governa un territorio e una popolazione, lo Stato costituisce un ordinamento giuridico a base territoriale.
Inoltre, secondo una concezione diffusa, l'ordinamento posto e garantito dallo Stato, o con cui lo Stato si identifica, è altresì sovrano perché indipendente sul piano esterno e supremo su quello interno.[4]Non c'è una definizione di "Stato" unanimemente accettata e non controversa.[5]
La scienza giuridica spesso usa un concetto, in origine proposto dal giurista tedesco Georg Jellinek, incentrato su tre elementi costitutivi:
un territorio dai confini determinati,
un popolo stanziato su tale territorio,
un'autorità suprema in grado di governare popolo e territorio.[3]
Nelle scienze sociali e in antropologia politica si incontrano definizioni più ampie, che a volte identificano lo Stato con la comunità politica genericamente intesa, cioè con quegli aspetti dell'organizzazione sociale e culturale che riguardano la regolazione, anche informale, dei comportamenti dei membri del gruppo e il controllo sull'appropriazione di risorse scarse.[6][7]
In questa accezione ampia, ogni gruppo sociale possiede uno Stato e potrebbe parlarsi di "Stato" anche con riguardo a una tribù amazzonica.[7]Gli storici tendono invece a restringere il concetto di Stato e a considerarlo come il prodotto di un graduale processo di concentrazione del potere politico svoltosi nelle società europee a partire dal Duecento sino all'Ottocento;[8]
all'esito di tale processo sorge lo Stato
come istituzione impersonale,
che esercita il potere politico supremo su un dato territorio,
chiede lealtà ai propri sudditi
ed esercita le proprie funzioni per finalità puramente civili, anziché religiose.[9]
In questa accezione stretta, lo Stato è un'istituzione caratteristica dell'età moderna e, almeno in origine, caratteristica dell'Occidente.Grande diffusione ha infine ricevuto la definizione del sociologo tedesco Max Weber, che identifica lo Stato con l'istituzione capace di esercitare un monopolio sull'uso legittimo della forza fisica entro un determinato territorio.[10]
In base a questa definizione non ogni comunità politica costituisce uno Stato, ma si possono rintracciare stati, o istituzioni che si approssimano allo Stato, prima dell'età moderna e fuori dell'Occidente...
Classificazione in base al processo di formazione
Stein Rokkan e Urwin indicano quattro modalità di Stato in base alla formazione:[30]Stato unitario: si basa su un centro molto forte che detiene il potere politico, amministrandolo in maniera omogenea e indifferenziata su tutto il territorio statale;
Stato di unione: nasce sulla base di incorporazione di territori partendo da diverse dinastie (come i matrimoni, eredità o veri e propri trattati), unendo così anche i loro regni, dando vita ad una nuova entità statale (vedi Spagna e Regno Unito). Questo tipo di formazione prevedeva che una serie di competenze rimanesse nelle mani delle entità che componevano lo Stato (rilevante quando parleremo di federalismo);
Federalismo meccanico: esiste un centro aggregatore che tramite conquista o aggregazione di parti che costituivano le precedenti entità statali dà vita al nuovo Stato (come l'Italia, con lo Stato Pontificio e regno delle due Sicilie);
Federalismo organico: esiste un centro aggregatore che non obbliga le parti ad entrare nella nuova entità statale, ma fa un accordo paritario con quelle che vogliono farne parte (come il caso della Svizzera e dei cantoni).
Stato unitario e federalismo meccanico sono frutto di un processo che "parte dall'alto", e che si realizza in un centro aggregatore;
Stato di unione e federalismo organico, invece, sono frutto di un processo che "parte dal basso".
Se a questi uniamo il "processo di disgregazione", abbiamo un quadro completo della nascita degli Stati.
Uno Stato, in definitiva, può formarsi in tre modi:Unificazione ed espansionismo ad opera di un centro (caso tipico dello Stato unitario e del federalismo meccanico);
Unione ad opera di diverse entità separate (come nel caso dello Stato di unione e del federalismo organico);
Disgregazione di precedenti entità politiche (come lo sfaldamento di un impero).
Le ecozone sono delle macroregioni (il numero varia a seconda degli studiosi ma va generalmente da 6 a 9) in cui i biogeografi suddividono la Terra. Ciascuna di queste macroregioni presenta specificità faunistiche e floristiche dovute a fattori geografici e ambientali. Tali denominazioni si impiegano ampiamente in ecologia, botanica, zoologia e biogeografia...Il geografo e naturalista britannico Alfred Russel Wallace[2] individuò un certo numero di "regioni zoogeografiche" separate da barriere naturali. I suoi studi sono stati poi ripresi in tempi recenti da Pielou e nel 1975 da Udvardy con un obiettivo di conservazione.[3]Il termine ecozona è stato coniato da J. Schultz.[4]Il sistema di ecozone identificate da Udvardy è attualmente utilizzato internazionalmente come sistema unificato ai fini di identificazione biogeografica e di conservazione. Prevede la suddivisione in otto regioni..
L'Ecozona Paleartica, estendendosi su vasti territori di Eurasia settentrionale e Nordafrica, si caratterizza per la sua straordinaria diversità di habitat e paesaggi. Al suo interno, si possono individuare una vasta gamma di ecosistemi, che vanno dalle regioni artiche e subartiche alle zone temperate e subtropicali. Questa ricchezza di ambienti naturali contribuisce alla notevole biodiversità della regione, offrendo rifugio a una varietà di specie vegetali e animali adattate a una vasta gamma di condizioni climatiche...
Il Neartico o ecozona neartica è l'ecozona che comprende le ecoregioni terrestri dell'America settentrionale (esclusa l'America centrale). Comprende gli interi territori della Groenlandia, del Canada e degli Stati Uniti d'America e le regioni centrosettentrionali del Messico. Ha una fauna distinta dal Neotropico, dovuta in parte allo stretto istmo di Panama. Anche la vita vegetale è alquanto diversificata.Insieme all'ecozona paleartica costituisce l'ecozona olartica.
L'ecozona indomalese o ecozona orientale o Indomalesia è l'ecozona che si estende sulle regioni tropicali e subtropicali dell'Asia ad esclusione del Medio Oriente. Comprende parte del territorio del Pakistan, il subcontinente indiano, l'Indocina, le regioni meridionali della Cina, l'isola di Taiwan, le Filippine e la parte occidentale dell'arcipelago indonesiano fino alla Linea di Wallace, con le isole di Sumatra, Borneo, Giava e Bali..
L'ecozona australasiana è l'ecozona che si estende in tutta l'Oceania e nel settore più orientale dell'arcipelago indonesiano. Il confine con l'ecozona indomalese è segnato dalla Linea di Wallace che separa le isole di Bali, Giava e le Filippine da Sulawesi e dagli arcipelaghi minori dell'Indonesia.
L'ecozona neotropicale o regione neotropicale o Neotropico è una delle sette ecozone in cui è suddivisa la superficie terrestre. Comprende l'intero Sudamerica, le isole dei Caraibi, l'America centrale, il Messico meridionale e buona parte delle regioni costiere del Messico, la Florida meridionale. Le relazioni con le altre ecozone si limitano al Neartico, all'Antartide e all'Australasia.
L'ecozona afrotropicale o etiopica, è l'ecozona che si estende in gran parte del continente africano, comprese le isole occidentali dell'Oceano Indiano, e in parte della penisola arabica. È separata dall'ecozona paleartica dai deserti tropicali del Sahara e dell'Arabia.I confini settentrionali della regione non sono ben definiti, in particolare nella parte asiatica: alcuni autori comprendono infatti buona parte della penisola arabica e, talvolta, anche l'Iran meridionale, altri considerano solo la parte meridionale della penisola. Controversa è anche la posizione del Madagascar, una delle regioni a più alta concentrazione di endemismi della Terra. In genere, quest'isola è compresa nella regione etiopica, ma alcuni autori trattano il Madagascar come un'ecozona a sé stante.
L'ecozona oceanica o oceaniana è una delle ecozone riconosciute dal WWF. Completamente situata nell'Oceano Pacifico, comprende le isole della Micronesia, le isole Figi e gran parte della Polinesia ad eccezione della Nuova Zelanda. La Nuova Zelanda e gran parte della Melanesia, incluse la Nuova Guinea, Vanuatu, le Isole Salomone e la Nuova Caledonia sono assegnate all'ecozona australasiana, assieme all'Australia.È l'unica ecozona che non include alcun territorio continentale ed è inoltre la più piccola tra tutte le ecozone riconosciute.
L'ecozona antartica è una delle otto ecozone terrestri riconosciute dal WWF. È un ecosistema che comprende il continente Antartide e alcune isole dell'Oceano Atlantico meridionale e dell'Oceano Indiano.
Lo schema geografico – geoschema – delle Nazioni Unite è un sistema che divide le nazioni del mondo in gruppi regionali e 17 subregionali. Questo geoschema fu realizzato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite (UNSD) ed è basato sul codice di classificazione M49.[1]Questo geoschema però non è uno standard all'interno delle Nazioni Unite, ad esempio l'UNIDO[2] o l'UNESCO[3] ne usano uno differente, in cui si accorpano insieme aree di vari continenti e si suddividono alcuni continenti in più parti.Altre istituzioni internazionali usano classificazioni e delimitazioni più o meno differenti: Banca Mondiale[4], IATA[5], ICANN[6], ICAO[7].In particolare, le delimitazioni della National Geographic Society presentano lo stesso confine tra Europa[8] e Asia..
Il Nordafrica (cosiddetta Africa bianca[1][2]) è la regione dell'Africa che si estende a nord del deserto del Sahara (il resto del continente è designato nel suo complesso come Africa subsahariana); tale definizione assume un rilievo di ordine generale, potendosi declinare in termini parzialmente diversi a seconda dello specifico contesto di riferimento.
L'Africa orientale è la regione africana geograficamente più estesa a est. Politicamente essa è anche una macroregione come definita dalle Nazioni Unite.
L'Africa centrale (anche detta Africa equatoriale) è la porzione del continente africano che si estende tra il deserto del Sahara a nord e il deserto del Kalahari a sud; a est è delimitata dal ramo occidentale dalla Rift Valley mentre a ovest si affaccia sull'oceano Atlantico.
L'Africa meridionale, Africa del Sud o Africa australe è la porzione meridionale del continente africano. Bagnata a est dall'oceano Indiano e a ovest dall'oceano Atlantico, è formata da Angola, Botswana, Comore, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mauritius, Mozambico, Namibia, Sudafrica, eSwatini, Zambia e Zimbabwe. Dal punto di vista geopolitico è considerata una regione unipolare, con il Sudafrica come unica potenza local
L'Africa occidentale è un'area con grandi differenze geografiche, di biodiversità e di culture. Il continente africano è principalmente orientato su un asse nord-sud, con una sporgenza ad ovest, e questa parte sporgente può essere considerata l'Africa occidentale. Non è da confondere con il Maghreb (in arabo "occidentale").
L'America, chiamata anche Continente Nuovo[3] o Nuovo Mondo,[4] è il continente della Terra che si estende completamente nell'emisfero occidentale.[5]Secondo la letteratura geografica italiana, del resto dell'Europa occidentale (ma non delle Isole britanniche) e in quella dell'America Latina, l'America è considerata un continente unico, suddiviso in due subcontinenti: l'America del Nord e l'America del Sud, mentre la parte meridionale dell'America del Nord è detta America centrale. Le varie parti del continente sono dette nel loro complesso, "le Americhe".[5] Secondo invece la letteratura geografica inglese, cinese e russa, l'America è considerata uno dei supercontinenti della Terra e le sue parti settentrionale e meridionale sono considerate continenti a sé stanti, separati dall'istmo di Panama
I Caraibi sono una vasta regione geografica delle Americhe che comprende tutti i paesi bagnati dal Mare Caraibico, cioè tutte le isole delle Antille e i litorali di alcuni paesi continentali del centro e sud America che si affacciano su di questo mare. L'area caraibica è costituita dalle numerose isole che separano il Golfo del Messico dal mar dei Caraibi e quest'ultimo dall'Oceano Atlantico
L'America centrale o Centro America (alternativamente: Centro-America o Centroamerica) è la parte del continente americano compresa fra il confine meridionale del Messico e quello settentrionale della Colombia. Essa rappresenta la parte meridionale di quello che secondo alcuni geografi è il continente nordamericano mentre secondo altri geografi è il subcontinente nordamericano[3]. Il Messico è considerato appartenente al Nord America, anche se per tradizioni e storia è assimilabile agli Stati del Centro America.Caratteristica peculiare dell'America centrale è quella di essere un "ponte" fra le due Americhe (l'America del Nord e l'America del Sud) e nello stesso tempo un'area di passaggio fra i due maggiori oceani della Terra, il Pacifico e l'Atlantico, grazie alla presenza del canale di Panama. Le definizioni geopolitiche di America centrale possono variare, con il Messico, le Antille e le Isole Lucaie che sono a volte comprese e altre volte no.
L'America meridionale, anche detta America del Sud, Sud America Sudamerica (in inglese South America, in portoghese América do Sul, in spagnolo América del Sur) è il subcontinente delle Americhe che dall'istmo di Panama si estende verso sud fino a Capo Horn[2]. È, inoltre, una delle tre macroregioni in cui attualmente viene suddivisa l'America, assieme all'America settentrionale e l'America centrale.
L'America settentrionale (in francese Amérique septentrionale; in inglese Northern America) è una delle tre macroregioni in cui viene suddivisa l'America, insieme ad America centrale e America meridionale. Coincide solo in parte con il subcontinente noto come America del Nord in quanto quest'ultimo comprende anche parti dell'America centrale, altra macroregione del continente.Laddove vi è concordanza nel considerare Canada e Stati Uniti parte della macroregione America settentrionale, i geografi vi ricomprendono aree del Messico in misura variabile a seconda delle convenzioni; fanno parte della macroregione anche la dipendenza britannica di Bermuda, il dipartimento francese d'Oltremare di Saint-Pierre et Miquelon e la nazione costitutiva danese della Groenlandia.
L'Asia centrale è una regione interna dell'Asia che, convenzionalmente, si estende dalla sponda asiatica del mar Caspio fino alla Cina nord-occidentale. Conosciuta dai Romani con il nome di Transoxiana e attualmente chiamata anche Turkestan Occidentale, la regione comprende cinque Stati, un tempo parte dell'Unione Sovietica e indipendenti dal 1991, di cultura e lingua turca, ad eccezione del Tagikistan, di lingua e cultura persiana. Parte della popolazione pratica ancora oggi il nomadismo e la religione più diffusa è l'islam sunnita.
L'Asia orientale è una regione dell'Asia.In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite[1], è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia e include cinque Stati riconosciuti dall'Organizzazione stessa.L'ONU nella sua ripartizione a fini statistici considera separatamente Hong Kong (ex-colonia britannica) e Macao (ex-colonia portoghese), ora regioni amministrative speciali della Cina, ma non nomina Taiwan che de facto è uno Stato indipendente ma essendo rivendicato dalla Cina (membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) viene considerato parte di essa.
Il Sud-est asiatico o Asia sud orientale è una regione geografica dell'Asia situata a sud della Cina, a est dell'India e a nord dell'Australia, tra l'Oceano Indiano e l'Oceano Pacifico. In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite, è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia[1] ed è costituito da due regioni geografiche.Sud-est asiatico continentale o Indocina Sud-est asiatico marittimo o Insulindia
L'Asia meridionale (o Asia del Sud) è una regione dell'Asia composta dal subcontinente indiano e parte dell'altopiano iranico. In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite, è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia.
L'Asia occidentale è una regione dell'Asia grande 5994935 km² delimitata ad ovest dal Mar Mediterraneo e dal Mar Rosso, a sud dall'Oceano Indiano, ad est dalle catene montuose del Belucistan e dell'Hindukush e a nord dal Mar Nero e, a seconda delle convenzioni sul confine Europa-Asia, dalla depressione del Kuma-Manyč o dallo spartiacque del Gran Caucaso. La regione confina con la Russia, il Turkmenistan, l'Afghanistan, il Pakistan e l'Egitto. In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite, l'Asia Occidentale è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia. Comprende le regioni del Vicino Oriente del Medio Oriente e del Caucaso
L'Europa (AFI: /euˈrɔpa/[2]) è una regione geografica del mondo, comunemente considerata un continente in base a fattori storico-culturali e geopolitici. Come continente, è l'unico situato interamente nell'emisfero settentrionale (se si considerano le Americhe come un solo continente) e costituisce l'estremità occidentale del supercontinente Eurasia, o anche una delle tre parti (la nord-occidentale) del supercontinente Eurafrasia, che è detto più comunemente "Continente Antico" o "Vecchio Mondo".È stata la culla della civiltà occidentale, assieme al Medio Oriente. La storia e la cultura europea hanno influenzato notevolmente quelle degli altri continenti, verso i quali, a partire dal XVI secolo, sono state frequenti e massicce le migrazioni, specialmente in America e in Oceania, dove le popolazioni di origine europea sono diventate numericamente maggioritarie rispetto alle popolazioni locali.
L'Europa settentrionale (o Europa del Nord, o Nord Europa) è la parte settentrionale del continente europeo. Esistono varie convenzioni sui confini dell'Europa settentrionale e sugli Stati che vi ricadono. Secondo un diffuso modo di vedere[1], appartengono all'Europa settentrionale Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda e Danimarca. In base alla ripartizione del globo in macroregioni da parte delle Nazioni Unite include invece otto Stati.
L'Europa occidentale, nell'accezione più ampia, è la parte occidentale dell'Europa e si contrappone ad Europa orientale. Il confine tra le due aree è soggetto a fluttuazioni, sia nel tempo, sia secondo il contesto, in base a criteri storici, geografici, economici, religiosi e politici.L'espressione "Europa occidentale" è usato anche per indicare una delle regioni europee ed anche in questo caso ci sono vari criteri per definirne i confini.
L'espressione Europa orientale indica un raggruppamento di Paesi europei ed ha due accezioni:insieme di tutti i Paesi posti nell'area orientale d'Europa (criterio di geografia fisica); insieme dei Paesi posti nell'area orientale d'Europa che, prima del periodo 1990-1992, erano membri dell'ex Patto di Varsavia o che erano parte integrante dell'Unione Sovietica o che erano comunque Stati socialisti (criterio storico-politico).
I termini Europa meridionale o Europa mediterranea[1] indicano, dal punto di vista geografico e soprattutto politico-culturale, la parte d'Europa che si affaccia sul Mar Mediterraneo, per convenzione separata dal resto del continente dai Pirenei e dalle Alpi e formata dalla penisola iberica, dalla penisola italiana, dalla parte sudoccidentale della penisola balcanica e da alcune isole situate nelle loro vicinanze.
L'Oceania (anche Continente Nuovissimo)[2][3] è il continente della Terra che ha come parte continentale l'Australia e che comprende la maggior parte delle isole dell'Oceano Pacifico, tradizionalmente suddivise in Melanesia (inclusa la Nuova Guinea)[1] Micronesia e Polinesia (inclusa la Nuova Zelanda).[4][5][6][7] Questa è l'accezione prevalente nell’uso, ma a volte il concetto di Oceania è più limitato e si riferisce alla sola regione geografica delle isole del Pacifico.[8]Il continente deve il suo nome al termine "oceano", per il ruolo fondamentale che il Pacifico ha nell'unire le migliaia di isole che ne fanno parte: più di trentamila.[9] L'appellativo "nuovissimo" deriva dal fatto che, eccetto l'Antartide, fu l'ultimo a essere scoperto dagli europei e l'ultimo a essere completamente popolato dall'uomo: pur essendo il suo popolamento iniziato circa 65 000 anni fa, e quindi prima dell'arrivo degli uomini moderni in Europa, esso fu completato in linea di massima tra il I secolo d.C. (Polinesia centrale) e il 1000 (Nuova Zelanda).L'Oceania è suddivisa tradizionalmente in quattro parti,[1][10] secondo uno schema utilizzato anche dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite nella suddivisione del mondo in macroregioni, a fini meramente statistici.[17][18][19] Tra lo schema tradizionale e quello dell'ONU varia però la posizione della Nuova Zelanda, tradizionalmente inserita nella Polinesia per motivi etnologici,[20][21] ma riunita insieme all'Australia secondo i criteri adottati dalle Nazioni Unite.
L'Australia (AFI: /auˈstralja/[5]; in inglese britannico AFI: [ɒˈstreɪlɪə], in inglese australiano AFI: [əˈstɹæɪljə]), ufficialmente Commonwealth dell'Australia, è uno Stato dell'Oceania. È il sesto paese del mondo per estensione (7688287 km², in gran parte desertici)[6] e il più grande del continente (sebbene molti paesi, e specialmente quelli di lingua inglese, la considerino una massa territoriale a sé, costituendo propriamente la parte di terraferma dell’Oceania e risultando così uno “stato-continente”)[7]. Ha una popolazione di oltre 25 milioni di abitanti, quasi interamente residenti sulle coste.Il Paese si trova nell'emisfero australe, circondato dall'Oceano Indiano a ovest e sud, e dal Pacifico a est. È formata dal Mainland ossia la parte continentale o l'isola principale, la Tasmania e altre isole minori dette Terre remote, quali le Isole Cocos e Keeling, l'Isola di Natale, l'Isola Norfolk, l'Isola di Lord Howe, l'Isola Macquarie (ritenuta parte della Tasmania) e l'isola Heard. Canberra reclama anche il Territorio Antartico Australiano con le sue basi.
La Nuova Zelanda (in inglese New Zealand; in maori Aotearoa) è uno stato insulare dell'Oceania, posto nell'Oceano Pacifico meridionale, formato dall'Isola del Nord, l'Isola del Sud, l'Isola Stewart e dai 6 arcipelaghi delle Isole Auckland, Isole degli Antipodi, Isole Bounty, Isole Campbell, Isole Chatham e Isole Kermadec. Il mar di Tasman la separa dall'Australia, situata circa 2000 km a nord-ovest; conta poco più di 5 milioni di abitanti (al 2021),[4] distribuiti su 267710 km²[7] (comprese le Isole degli Antipodi, Auckland, Bounty, Campbell, Chatham e Kermadec); la capitale, che è anche la città a svolgere questo ruolo più a sud del mondo, è Wellington, mentre la città più popolosa è Auckland. La vetta più alta è il Monte Cook.
La Melanesia è una macroregione dell'Oceania situata nell'oceano Pacifico sudoccidentale. Si estende dalla Nuova Guinea a ovest fino alle isole Figi a est[1][2][3], includendo anche il mare di Arafura.[4]La regione comprende i quattro paesi indipendenti di Figi, Vanuatu, Isole Salomone e Papua Nuova Guinea. Include anche la parte indonesiana della Nuova Guinea, la collettività francese d'oltremare della Nuova Caledonia e le Isole dello Stretto di Torres. Quasi tutta la regione si trova nell'emisfero australe; solo alcune piccole isole, che non sono politicamente considerate parte dell'Oceania, in particolare le isole nord-occidentali della Nuova Guinea occidentale, si trovano nell'emisfero boreale.
La Micronesia è una delle macroregioni in cui tradizionalmente viene divisa l'Oceania. Si trova a sud-est del Giappone, a est delle Filippine, a nord-est dell'Indonesia, a nord di Papua Nuova Guinea e della Melanesia e a nord-ovest della Polinesia. Con 113 mila abitanti
La Polinesia è una delle regioni in cui tradizionalmente viene divisa l'Oceania ed è all'incirca compresa in un triangolo tra la Nuova Zelanda, l'Isola di Pasqua e le isole Hawaii. Secondo un'altra definizione, fa parte dell'Oceania lontana
L'Antartide[2] (AFI: /anˈtartide/[3], o anche continente antartico) è il continente circostante il polo sud e opposto all'Artide; è dunque situato nell'emisfero australe della Terra e quasi interamente compreso entro il circolo polare antartico.Con i suoi circa 14 milioni di km², l'Antartide è il quarto continente più vasto della Terra dopo Asia, America e Africa e, secondo la convenzione sul numero degli oceani seguita in Italia, è circondata da tutti gli oceani: il Pacifico, l'Atlantico e l'Indiano[4][5]. Secondo la convenzione più seguita negli Stati Uniti[6] e adottata nel 2000 dall'Organizzazione Idrografica Internazionale, l'Antartide è invece circondata dall'Oceano Antartico, composto dalla parte meridionale dei tre oceani[7]. L'esistenza dell'Oceano Antartico non è diffusa in altri paesi perché, al contrario degli altri, non ha confini ben definiti e non è circondato dai continenti, essendo esso stesso a circondare un continente[8].Tranne alcune aree molto limitate, l'Antartide è completamente ricoperta dalla calotta glaciale antartica, avente uno spessore medio di circa 2 000 metri;[9] intorno a tutto il continente si estende inoltre la banchisa antartica. L'Antartide ha dunque il 98% del territorio coperto dai ghiacci e ciò la rende il continente più freddo e inospitale del pianeta.Il 1º dicembre 1959 è stato firmato un accordo internazionale al quale oggi aderiscono cinquantasei stati: il Trattato Antartico, poi entrato in vigore il 23 giugno 1961; esso stabilisce che l'Antartide sia utilizzata esclusivamente per scopi pacifici e scientifici, vieta qualsiasi attività militare, comprese le esplosioni nucleari e la costruzione di depositi di materiale radioattivo, e impedisce qualsiasi forma di sfruttamento economico, compresa l'estrazione di minerali. Il trattato sospende le rivendicazioni territoriali che alcuni Stati avanzano su settori dell'Antartide: la Francia, la Norvegia, il Regno Unito, il Cile, l'Argentina, l'Australia e la Nuova Zelanda[10].
L'Antartide Occidentale o Antartide Minore (in inglese West Antarctica oppure Lesser Antarctica) è una delle due regioni in cui viene diviso il continente antartico e comprende l'area affacciata sull'Oceano Pacifico e delimitata dai Monti Transantartici.L’Antartide occidentale è un arcipelago che raggruppa quattro principali frammenti di crosta terrestre continentale spezzata e deformata, di diversa età e costituzione: la Terra di Marie Byrd, la Terra di Ellsworth e la Penisola Antartica, a sua volta formata dalla Terra di Palmer e la Terra di Graham.Il nome "Antartide Occidentale" esiste da oltre 90 anni (Balch, 1902; Nordenskiöld, 1905), ma la sua diffusione si ebbe solo in seguito all'Anno geofisico internazionale (1957-58); successive esplorazioni confermarono che i Monti Transantartici rappresentano effettivamente una sorta di confine tra le due regioni, ed il nome venne così approvato dall'Advisory Committee on Antarctic Names (US-ACAN) nel 1962.L'Antartide occidentale è in gran parte coperta da un'enorme calotta di ghiaccio denominata Calotta glaciale dell'Antartide occidentale.
L'Antartide Orientale o Antartide Maggiore (in inglese East Antarctica oppure Greater Antarctica) è una delle due regioni in cui viene diviso il continente antartico e comprende l'area affacciata sull'Oceano Indiano e delimitata dai Monti Transantartici. Fanno parte dell'Antartide orientale la Terra di Coats, la Terra della Regina Maud, la Terra di Enderby, la Terra di Mac Robertson, la Terra di Wilkes e la Terra Vittoria.
L'Altopiano Antartico (o plateau antartico) è una vasta area completamente glaciale dell'entroterra del continente antartico.La sua altitudine, combinata con la latitudine interamente compresa entro il circolo polare antartico, fanno sì che l'altopiano rappresenti di fatto la zona più fredda del pianeta Terra. I lunghi inverni antartici, caratterizzati dalla particolarità del Kernlose winter, vedono infatti cadere le temperature fino a sotto i -80 °C in caso di periodi piuttosto lunghi di stabilità del tempo atmosferico
I monti Transantartici sono una catena di montagne nell'Antartide, che si estendono con qualche piccola interruzione tra il capo Adare (nella parte settentrionale di Terra Vittoria) e la Terra di Coats. Sono considerati la divisione tra l'Antartide Occidentale e quello Orientale.Sono incluse in essi anche alcune catene montuose minori: Monti Horlick, Monti Thiel, Monti Pensacola, Catena di Shackleton, Monti Theron più alcuni gruppi lungo la costa occidentale del Mare di Ross e lungo i confini occidentali e meridionali della Barriera di Ross.
Le isole antartiche sono le isole situate nell'Oceano Meridionale o nei mari antartici a sud del Circolo Polare Antartico. Le isole sub-antartiche sono le isole situate a nord dei 60°S. Secondo quanto stipulato nel Trattato Antartico non sono riconosciute le rivendicazioni territoriali sulle terre situate a sud dei 60°S, sono incluse quindi le isole antartiche.
Per Stato liberale s'intende una forma di Stato che si pone come obiettivo la tutela delle libertà o diritti inviolabili dei cittadini, assicurata dalla legge.[1]
Essi sono generalmente dotati di una Carta Costituzionale, la quale garantisce e riconosce i diritti fondamentali e sottopone la sovranità dello Stato a una ripartizione dei poteri.
Talvolta può essere definito anche come governo limitato a seconda degli aspetti della sua organizzazione che si desidera mettere in luce; è inoltre uno Stato di diritto, contrapposto allo Stato autoritario
Lo Stato federale è una forma di Stato in cui il paese preso in considerazione è formato dall'unione di due o più Stati, detti Stati federati, i quali, pur conservando una parte importante della loro sovranità, sono uniti a livello politico, economico e territoriale tra di loro e formano un unico più grande Stato, e sono assoggettati ciascuno ad autorità politica, in genere definita governatore o viceré, che lavora e amministra il territorio in cooperazione col capo di Stato federale.
Ciascuno Stato federato possiede una più ampia autonomia rispetto ad altre suddivisioni come province, la cui autonomia è quasi del tutto assente, e possiede un proprio ordinamento legislativo, seppur controllato da un unico governo centrale da cui dipendono indirettamente i governi federati.
Esempi storici di Stati federali possono essere l'Impero tedesco, l'Unione Sovietica, la Svizzera o gli Stati Uniti.
Uno Stato federato è una parte territoriale e costituzionale di una più ampia comunità rappresentata da uno Stato federale.
Tali stati differiscono completamente dal concetto di Stato stabilito dal diritto internazionale, cioè inteso come entità giuridica dotata di sovranità.È importante sottolineare che, quando gli Stati decidono di federarsi, non hanno una propria posizione come entità riconosciuta dal diritto internazionale (tanto che le eccezioni sono degne di nota storica, come Ucraina e Bielorussia, membri fondatori dell'Organizzazione delle Nazioni Unite benché parte dell'Unione Sovietica).
L'unione federale è in tal caso riconosciuta ad ogni modo come unica e singola entità giuridica ai fini del diritto amministrativo.
Uno Stato federato detiene giurisdizione amministrativa su un territorio geografico definito ed è una forma di suddivisione amministrativa.In alcuni casi una federazione è stata creata da un'unione di entità politiche che possono essere sia indipendenti che territori dipendenti da un'altra entità (si parla comunemente di colonialismo).
In altri casi gli Stati federati sono stati creati già come Stati unitari.
Nel momento in cui una costituzione federale entra in atto, le norme che disciplinano il rapporto tra i poteri federali e quelli regionali diventano parte del diritto costituzionale del Paese e non del diritto internazionale.Nei Paesi con costituzione federale vi è una divisione del potere tra il governo centrale e gli stati componenti la federazione. Queste entità, siano essi stati, province, cantoni o altro, sono parzialmente soggetti all'autogoverno e ad essi è concessa e garantita una certa autonomia, che tuttavia varia notevolmente da una federazione all'altra (a seconda che questa sia monarchia, repubblica o altro).A seconda della forma di decentramento dei poteri, lo Stato federato può assumere poteri legislativi autonomi rispetto al governo centrale, seppur in vario modo soggetti al sindacato di legittimità costituzionale dell’ordinamento federale.
Il diritto che regola la relazione tra i poteri federali e quelli regionali può essere inoltre modificato attraverso la Costituzione.
Una confederazione di Stati è un'associazione di Stati creata per trattato in vista dell'adozione, come è accaduto spesso, di una costituzione comune o, al contrario, per definire ambiti di collaborazione temporanei in vista di una possibile futura separazione definitiva delle entità che la costituiscono.
Le confederazioni tendono ad essere istituite per trattare questioni critiche, quali la difesa, la politica estera, il commercio estero e una moneta comune, e al governo centrale viene richiesto di fornire supporto a tutti i membri.Una confederazione, in termini politici moderni, si limita di solito ad un'unione permanente di stati sovrani per l'esercizio di azioni comuni nei confronti di altri stati.
La natura della relazione tra le entità che costituiscono una confederazione può variare considerevolmente.
In modo analogo, la relazione tra gli stati membri ed il governo centrale, e la distribuzione dei poteri tra di essi, è assai variabile.
Alcune confederazioni meno vincolanti sono simili a organizzazioni internazionali, mentre confederazioni più stringenti possono assomigliare a federazioni.
Può essere dunque vista come un livello intermedio tra un insieme di Stati completamente svincolati tra loro e una federazione.
Uno Stato unitario è uno Stato governato come una singola entità, in cui il governo centrale è supremo e assegna a ogni suddivisione amministrativa soltanto alcuni poteri che possono esercitare.
La maggior parte degli Stati nel mondo possiede un sistema governativo di questo tipo.
La lista delle Nazioni Unite dei territori non autonomi (in inglese: United Nations list of Non-Self-Governing Territories) è la lista dell'Organizzazione delle Nazioni Unite dei territori che sono ancora soggetti al colonialismo. Questa lista, redatta per la prima volta nel 1946 in conformità al Capitolo XI dello Statuto delle Nazioni Unite, viene da allora periodicamente aggiornata dall'Assemblea generale in base alle indicazioni di una speciale commissione sulla decolonizzazione. Appartengono a questa lista solo i territori considerati permanentemente abitati.
Un Paese transcontinentale è uno Stato che si estende su più di un continente.L'appartenenza di un Paese ad un continente piuttosto che ad un altro dipende dalla definizione di continente che viene utilizzata: esistono infatti vari criteri di suddivisione delle terre emerse; alcuni seguono criteri puramente geografici, altri tengono presenti anche criteri storici e culturali. La definizione di un paese come transcontinentale è dunque dipendente dal modello di suddivisione in continenti utilizzato.Un caso particolare di paese transcontinentale è quello in cui territorio dello stato comprende territori d'oltremare in altri continenti.
Nazione costitutiva è un termine utilizzato dalle istituzioni ufficiali per designare quelle nazioni che insieme ad altre formano un'entità o un gruppo più ampio, come uno stato sovrano. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha impiegato questa formula per indicare le repubbliche socialiste della Jugoslavia[1], mentre l'Unione Sovietica l'ha usata per indicare le repubbliche sovietiche, oppure gli Stati Uniti.Le istituzioni europee come il Consiglio d'Europa usavano spesso questa dicitura per riferirsi ai Paesi dell'Unione europea. In italiano l'espressione è utilizzata usualmente per riferirsi a quegli stati aventi una propria Costituzione autonoma che tuttavia riconoscono l'autorità di una Casa reale regnante su più nazioni.[2] La parola costitutivo è semplicemente un aggettivo privo di valenza legale, pertanto non ha alcun significato al di fuori del contesto in cui si adopera, cioè per indicare un componente di un gruppo alternativo di stati.
Uno Stato sovrano, nel diritto internazionale, è un'entità giuridica che è rappresentata da un governo centralizzato che ha sovranità su un'area geografica. Il diritto internazionale definisce gli Stati sovrani come aventi una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e la capacità di entrare in relazione con altri Stati sovrani.[1][2] È anche normalmente inteso che uno Stato sovrano non è né dipendente né sottoposto a nessun altro potere o Stato.[3][4][5]Mentre secondo la teoria dichiarativa dello Stato, uno Stato sovrano può esistere anche senza essere riconosciuto da altri Stati sovrani, gli Stati non riconosciuti spesso hanno difficoltà a esercitare i pieni poteri del trattato e a impegnarsi in relazioni diplomatiche con altri Stati sovrani.
Un territorio dipendente, dipendenza territoriale o in breve dipendenza, è un territorio non dotato di completa indipendenza politica e sovranità, ma appunto che dipende da un altro Stato.Spesso, ma non necessariamente, si tratta di territori dotati di elevata autonomia e situati a grandi distanze dallo Stato sovrano.
I Paesi e territori d'oltremare (o PTOM) sono territori speciali dell'Unione europea costituiti dalle dipendenze e dai territori d'oltremare dei propri stati membri.
Una regione ultraperiferica (RUP) è un territorio speciale appartenente all'Unione europea ma situato al di fuori del continente europeo. Le RUP furono riconosciute per la prima volta in una dichiarazione congiunta al trattato di Maastricht del 1992. Dal 2009 la loro definizione è descritta all'articolo 349 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea che vi precisa come il diritto europeo possa esservi adattato.
Una regione geografica o regione fisica, o brevemente regione[1], è un'ampia estensione di superficie terrestre distinta per caratteristiche proprie che possono variare dalla conformazione del terreno alla posizione geografica, al clima, alla fauna, alla flora, fino a caratteristiche dipendenti dall'azione dell'uomo, cioè cultura, storia e lingua.Pertanto può coincidere in tutto o in parte con le regioni storiche, quali antiche contee e feudi, che spesso venivano individuati proprio da omogeneità antropologica, territoriale e confini naturali, cioè erano regioni naturali assurte, in un determinato periodo storico, a regione amministrativa.Essa, e ancor più la regione storico-geografica, è perciò un'area individuata dalla combinazione di fattori ambientali rappresentati da un paesaggio o un insieme di paesaggi, e plasmata da azioni umane, in ispecie il genere di vita, cioè l'insieme di componenti e comportamenti sociali metodici e continuativi di quel territorio. La componente ambientale della regione ha una doppia valenza perché da un lato permette lo sviluppo di alcuni fattori a scapito di altri, dall'altra conserva i risultati delle precedenti combinazioni condizionando le popolazioni future.
Uno Stato a riconoscimento limitato è uno Stato de facto indipendente e sovrano, che controlla e governa effettivamente un territorio e una popolazione, ma la cui sovranità è riconosciuta a livello internazionale solo da alcuni degli altri Stati.Uno Stato a riconoscimento limitato può intrattenere formali relazioni diplomatiche solo con gli Stati che lo riconoscono ufficialmente, per quanto vi possano essere casi di relazioni diplomatiche occulte o non ufficiali anche con altri Stati.Si definiscono tali anche gli Stati de facto sovrani la cui sovranità non gode di alcun riconoscimento internazionale.Non rientrano nella definizione di "Stato a riconoscimento limitato":le tribù mai contattate, perché le loro società non possono essere definite come Stati o perché non è noto come esse siano organizzate; le entità che sono considerate micronazioni, perché, sebbene in genere sostengano di essere sovrane e indipendenti, è spesso discutibile se controllino realmente il territorio rivendicato, motivo per cui non sono generalmente considerate rilevanti dal punto di vista geopolitico; i movimenti irredentisti e i governi in esilio, perché non controllano territori abitati; i territori subnazionali che sono governati senza reale controllo dal governo centrale come se fossero Stati indipendenti, ma che non hanno dichiarato l'indipendenza dallo Stato di appartenenza. Esempi sono il Puntland in Somalia, la Striscia di Gaza in Palestina, la Regione del Kurdistan in Iraq, il Rojava in Siria e lo Stato Wa in Birmania.
Gli Stati del mondo sono in totale 205, di cui 195 riconosciuti "sovrani", 8 Stati semi o non riconosciuti e 2 Stati in libera associazione; sono considerati tali solo gli Stati indipendenti e non quelli membri di federazioni.
Con Stato associato o Stato libero associato si indica il soggetto minore (un territorio organizzato politicamente, generalmente con le forme di uno Stato sovrano) legato da un accordo di libera associazione con un soggetto maggiore (generalmente uno Stato sovrano di maggiori dimensioni).La condizione di "Stato associato" di un certo soggetto e i termini precisi della sua libera associazione con un altro Stato sono generalmente determinati dal contenuto di un apposito trattato internazionale stipulato tra i due soggetti, oppure da disposizioni della costituzione del soggetto interessato o da altri atti aventi forza di legge; di conseguenza, le condizioni dell'associazione possono variare da un caso all'altro di Stato associato. Gli Stati associati possono essere descritti come Stati pienamente indipendenti oppure no, ma la libera associazione non costituisce una qualificazione del soggetto come uno Stato o come un soggetto del diritto internazionale.Informalmente, la condizione di Stato associato può essere considerata come una situazione di protezione amicale postcoloniale, di protettorato, di confederazione ineguale o di federalismo asimmetrico, dove il soggetto minore delega al soggetto maggiore alcuni dei poteri normalmente esclusivi di uno Stato sovrano, di solito con riguardo ai settori della difesa militare e della politica estera, pur godendo di converso di condizioni economiche favorevoli (come l'accesso al mercato dello Stato maggiore).La Risoluzione 1541 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 15 dicembre 1960 stabilisce (al Principio VII) che l'associazione deve essere il risultato di una scelta libera e volontaria della popolazione dello Stato associato, espressa tramite processi democratici; con simili metodi democratici, la popolazione dello Stato associato può chiedere in ogni momento di modificare i termini dell'associazione. Lo Stato associato ha inoltre il diritto di determinare liberamente la sua Costituzione interna senza interferenze dall'esterno
Il riconoscimento, nell'ambito del diritto internazionale, è un atto politico unilaterale, espresso o tacito, con cui uno Stato attribuisce la condizione di soggetto di diritto internazionale a un altro organismo (un altro Stato o un governo), "riconoscendolo" appunto come tale; generalmente, l'atto di riconoscimento è il requisito necessario perché tra due Stati o tra due governi possano stabilirsi normali relazioni diplomatiche.Stati totalmente privi di riconoscimento o riconosciuti solo da un numero ridotto di altri Stati sono definiti come Stati a riconoscimento limitato.
Diversi Stati ospitano all'interno del proprio territorio una o più entità autonome, ossia regioni, province, città o altri enti territoriali cui sia stato accordato un particolare regime di autonomia che li differenzia dal resto del territorio nazionale. In altri casi dette entità sono de facto indipendenti rispetto al governo nazionale (come nel caso del Somaliland) o sono riconosciute come indipendenti da Stati terzi (come nel caso della Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta dalla sola Turchia).
Le Nazioni Unite, oltre ai suoi 193 stati membri, accolgono come osservatori: le organizzazioni internazionali, gli enti e i paesi non membri. Lo status di osservatore è garantito da una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo status di osservatore permanente si basa esclusivamente sulla pratica, non essendo previsto dalla Carta delle Nazioni Unite.[1]Gli osservatori hanno il diritto di parlare agli incontri dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, votare su questioni procedurali, servire come firmatari su documenti di lavoro e firmare le risoluzioni, ma non possono sponsorizzare risoluzioni o voti sulle risoluzioni di questioni sostanziali. Diversi altri diritti (ad esempio, parlare nei dibattiti, presentare proposte ed emendamenti, il diritto di replica, l'aumentare i punti dell'ordine del giorno e di far circolare i documenti, etc.) sono dati selettivamente solo ad alcuni osservatori. Finora, l'Unione europea è l'unica organizzazione internazionale ad avere queste autorizzazioni avanzate.[2]Esiste una distinzione tra gli osservatori statali e non statali. Gli Stati non membri delle Nazioni Unite, che sono membri di una o più agenzie specializzate, possono presentare domanda per lo status di osservatore permanente.[1] Gli osservatori non statali sono le organizzazioni internazionali e altri enti. Gli Stati non membri osservatori sono disposti a sedere nella sala dell'Assemblea generale immediatamente dopo gli Stati membri e prima degli altri osservatori.
La sovranità territoriale è un principio del diritto internazionale secondo cui ogni Stato ha sovranità esclusiva sul proprio territorio. Il principio è alla base del moderno ordinamento internazionale degli stati sovrani ed è sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, la quale afferma che "nulla... autorizzerà le Nazioni Unite a intervenire in questioni che sono essenzialmente di competenza interna di uno Stato". Secondo il principio, ogni stato, non importa quanto grande o piccolo, ha un uguale diritto alla sovranità sul proprio territorio, escludendo tutti gli altri.
«Possono diventare Membri delle Nazioni Unite tutti gli altri Stati amanti della pace che accettino gli obblighi del presente Statuto e che, a giudizio dell'Organizzazione, siano capaci di adempiere tali obblighi e disposti a farlo. [...]» (Statuto delle Nazioni Unite, capitolo II, articolo 4)Gli Stati membri delle Nazioni Unite sono 193;[3] segue un loro prospetto in ordine alfabetico (ordinabile anche per data) che ne indica la data d'ingresso ufficiale nell'organizzazione.
Gli Stati membri dell'Unione europea sono le entità politiche statali la cui unione forma l'entità sovranazionale intergovernativa dell'Unione europea. Dal 31 gennaio 2020, a seguito dell'uscita del Regno Unito[1], gli Stati che compongono l'Unione sono 27[2].Le singole autorità statali e le istituzioni dell'Unione europea condividono in parte la sovranità, in una pratica definita spesso "messa in comune della sovranità"[3]; i cittadini dell'Unione sono di diritto al tempo stesso cittadini del loro Stato e dell'Unione europea.
Dal 1º febbraio 2020 l'Unione europea è formata da 27 Stati membri, la maggior parte dei quali partecipano a tutti i settori della politica europea o hanno sottoscritto di farlo. Tuttavia il diritto dell'Unione europea non si applica uniformemente a tutto il territorio di tutti gli Stati membri. Molti Stati membri hanno territori particolari che per motivi storici, geografici o politici hanno relazioni diverse con i rispettivi governi nazionali (e di conseguenza anche con l'Unione europea) rispetto al resto del territorio dello Stato membro. Molti di questi territori speciali non partecipano a tutte o ad alcune delle politiche europee. Alcuni non hanno alcun rapporto ufficiale con l'Unione europea, mentre altri partecipano a programmi europei in linea con le disposizioni delle direttive dell'Unione europea, i regolamenti o i protocolli allegati ai trattati dell'Unione europea.
La forma di governo è il modello organizzativo che uno Stato assume per esercitare il potere sovrano.
Più in generale può intendersi come la modalità con cui viene allocato il potere tra gli organi portanti dello Stato: Parlamento, Governo e Capo di Stato;
la forma di governo quindi attiene ai rapporti che si vengono a instaurare fra di essi e alle modalità con cui vengono ripartite e condivise le rispettive competenze.
L'anarchia (dal greco antico: ἀναρχία?, ἀν, senza + ἀρχή, principio o origine; o ἀν, senza + ἀρχός, sovrano o potere; o ἀν, senza + ἄρχω, comandare)[1][2][3] è la tipologia d'organizzazione sociale agognata dall'anarchismo, basata sull'ideale libertario di un ordine fondato sull'autonomia e la libertà degli individui, contrapposto a ogni forma di potere costituito, compreso quello statale[4].
L'anarchia, come proposta da Pierre-Joseph Proudhon, è un'organizzazione sociale che rimpiazza la proprietà (un diritto esclusivo di individui, gruppi, organizzazioni e Stati) con il possesso (occupazione e uso); Proudhon rifiutò la violenza come mezzo rivoluzionario.[5]Nella sua accezione contemporanea, l'anarchia nasce terminologicamente con gli scritti del filosofo politico, economista e sociologo francese Pierre-Joseph Proudhon nella prima metà del XIX secolo, affondando idealmente in concetti propri del pensiero di autori quali l'umanista e politico Tommaso Moro (Utopia), gli illuministi (Condillac[6], il Marchese de Sade[7], Maréchal, in parte Rousseau[8] e Diderot[9]) e lo scrittore e filosofo William Godwin. Contributori allo sviluppo del pensiero anarchico, quasi contemporanei a Proudhon, furono l'inventore, musicista, scrittore statunitense e filosofo individualista Josiah Warren, l'anarchico individualista Benjamin R. Tucker, il rivoluzionario e filosofo anarchico collettivista Michail Bakunin, lo scrittore Lev Tolstoj e, limitatamente ad alcuni sviluppi sopravvenuti nel secolo successivo, anche il filosofo egoista tedesco Max Stirner e il pedagogista spagnolo Francisco Ferrer y Guardia.Le interpretazioni che gli storici, i politici e gli stessi anarchici danno dell'anarchia sono varie e ramificate. Nel corso della storia con anarchia non si individua un'univoca forma politica da raggiungere e soprattutto non si concordano necessariamente i mezzi politici da utilizzare, spaziando dalla nonviolenza al pacifismo e all'insurrezionalismo rivoluzionario. Tutto lo spettro anarchico ha tuttavia come nucleo ideologico centrale un elemento comune: la necessità dell'annullamento dello Stato o in ogni caso delle più incombenti forme di potere costituito. Tutti gli anarchici sono cioè concordi nel considerare l'abolizione del potere condizione necessaria e obiettivo finale dell'evoluzione sociale. L'annullamento del potere dello Stato non implica l'annullamento dell'organizzazione sociale, bensì l'evoluzione verso una società non gerarchica in cui spesso viene sostenuta anche l'abolizione della proprietà privata.Le suddette interpretazioni implicano almeno dal punto di vista fattuale una gamma di movimenti e linee di pensiero che spaziano dall'anarco-pacifismo e l'anarchismo cristiano di Lev Tolstoj, all'anarco-comunismo di Pëtr Alekseevič Kropotkin, all'insurrezionalismo di Errico Malatesta, all'anarco-individualismo fino all'illegalismo, e ai movimenti anarchici contemporanei d'ogni genere, a volte slegati dalle teorie fondamentali e dal loro sviluppo storico.
L'aristocrazia (dal greco άριστος, àristos, "migliore" e κράτος, kratos, "comando") è una forma di governo nella quale poche persone (che secondo l'etimologia greca del termine dovrebbero essere i "migliori") controllano interamente lo Stato; secondo il pensiero platonico-aristotelico è una delle tre forme di governo, assieme a monarchia e timocrazia, mentre l'oligarchia è la sua forma degenerata[1];
è stata, assieme all'oligarchia, tra le forme di governo più diffuse in Europa negli ultimi secoli, generalmente sotto forma di monarchie costituzionali, nelle quali il potere del sovrano è controllato da un parlamento composto da soli nobili.
L'assolutismo è un modello politico in cui il sovrano è il detentore assoluto di tutti i poteri dello Stato, configurandosi così come uno Stato assoluto.
Questo modello è stato spesso applicato nelle monarchie di età moderna, legittimate dal concetto di "diritto divino dei re"; esso implica che l'autorità di un governante derivi direttamente da Dio.Proprio per questo motivo la monarchia assoluta si contrappone a quella costituzionale, dove i poteri del re sono limitati dalla Costituzione, che sancisce i diritti dei cittadini.
Nella sua accezione regia, però, il termine non va confuso con la tirannide: il tiranno è colui che governa senza legittimità né limiti, mentre il monarca assoluto è tenuto a rispettare varie norme sociali e religiose.Il termine "assoluto" deriva dall'unione dei due termini latini ab ("da") e il participio passato solutum ("sciolto") , ovvero sciolto da ogni costrizione esterna.[1] Quindi il sovrano assoluto è colui che può esercitare liberamente il proprio potere.
L'autocrazia[1] è una forma di governo in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto ed incontrastabile. In pratica, un autocrate è una figura che non solo ha la suprema titolarità su tutti i poteri dello stato, ma è essa stessa l'unica entità nello stato dotata di potere decisionale, mentre ogni altro funzionario è privo di qualunque indipendenza giuridica effettiva, è privo di funzioni o direttamente non esiste, e che esercita senza alcuna limitazione o vincolo.
Un'autocrazia, pur essendo più comune nelle monarchie, non è solo una versione estremizzata ed altamente potenziata della monarchia assoluta, ma un enorme potenziamento di qualsiasi stato autoritario, sia esso monarchico o repubblicano.
Per bipartitismo s'intende un sistema elettorale dove il panorama politico è dominato da solo due partiti principali, in genere a causa di un sistema elettorale spiccatamente maggioritario, basato sull'alternanza. Un sistema bipartitico non esclude l'esistenza di altre formazioni, ma la loro presenza in Parlamento e nella vita politica del Paese è fortemente minoritaria.
Il bipartitismo è la versione estrema del bipolarismo dove sono presenti numerosi partiti ma contraddistinti da una forte polarizzazione tale per cui tali partiti competono divisi in due grandi coalizioni (solitamente, ma non esclusivamente, divise sull'asse destra-sinistra) radicalmente opposte, ove non sono presenti partiti di dimensioni e forza politica tali da egemonizzare la guida politica entro ciascuno dei due poli.
Il centralismo è un sistema politico in cui i poteri politici e amministrativi sono concentrati negli organismi centrali dello Stato ed è l'opposto del concetto di federalismo, nel quale il potere viene distribuito tra più organi.Tradizionalmente centralisti sono paesi come la Francia, le cui suddivisioni geografiche (arrondissement) hanno poca autonomia.
Federalisti sono invece paesi come gli Stati Uniti d'America, il Brasile, il Canada e i paesi di lingua tedesca (Germania, Austria e Svizzera).
Gli enti che compongono queste federazioni hanno spesso nomi diversi (Stati, Länder, cantoni).
La democrazia diretta è una forma di governo democratica nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza politica, esercitare direttamente il potere legislativo.
La democrazia illiberale - altrimenti detta pseudodemocrazia, democrazia parziale, democrazia a bassa intensità, democrazia vuota, illiberalismo, regime ibrido[1] o anche democratura (da democrazia + dittatura)[2][3] – è un sistema di governo nel quale, nonostante la sussistenza formale di libere elezioni e di strumenti di controllo contro gli abusi del potere statale, sono alterate le condizioni minime di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: poiché libertà non negoziabili sono limitate o compromesse, la progressiva riduzione del diritto alla conoscenza pregiudica il controllo del pubblico su tutto ciò che attiene all'esercizio del potere politico, riducendo la possibilità di fisiologico ricambio della classe dirigente.
La democrazia liquida è un modo di esercizio della democrazia nella quale i cittadini possono decidere in che forma esercitare il proprio potere politico, scegliendo, nella massima libertà, se esercitarlo in prima persona, o se delegarlo a un suo rappresentante di fiducia (il delegato).
La democrazia liquida integra sia i concetti di democrazia diretta, sia quelli di democrazia rappresentativa.La chiave per interpretare questa tipologia di democrazia sta nella massima libertà di scelta dell'esercizio del diritto politico: il cittadino sceglie come, quando, e su cosa farsi rappresentare.
La democrazia organica, o democrazia corporativa[1], è un'organizzazione politico-amministrativa organicistica di democrazia rappresentativa, alternativa ai sistemi liberaldemocratici di democrazia parlamentare, alla democrazia diretta e alla dittatura del proletariato marxista.[2]
Essa propone tra le proprie caratteristiche principali l'elezione indiretta di vari organi deliberativi e legislativi.
La democrazia totalitaria è un sistema di governo democratico in cui lo Stato ha il potere di decidere su ogni cosa e su ogni individuo senza i controlimiti imposti al potere pubblico dal riconoscimento in concreto dei diritti umani.
Si tratta di un regime totalitario mascherato da democrazia, assimilabile alla democrazia illiberale ma più autoritario: "non è più la democrazia che serve agli individui, ma sarebbero gli individui che sono asserviti alla democrazia. Se si vuole eccepire che questa non è più una democrazia, nulla da eccepire. Ma resta utile possedere una denominazione per indicare quale sarà o potrebbe essere il discendente prossimo della liberaldemocrazia"
La dittatura è una forma di governo che accentra il potere in un solo organo, se non nelle mani di un solo dittatore.
La scalata al potere di una dittatura è spesso favorita da situazioni di grave crisi economica (ad esempio in seguito a una guerra), da difficoltà sociali (lotte di classi), dall'instabilità del regime esistente o dalla preesistenza di un regime dittatoriale.
Esempi di regimi considerati dittature furono quelli di Nicolae Ceaușescu, Idi Amin Dada, Pol Pot, Stalin, Mao Zedong, Adolf Hitler, Benito Mussolini e Kim Jong-un.
Il governo neoparlamentare è una particolare forma di governo teorizzata dal politologo francese Maurice Duverger.
Consiste in un rapporto fiduciario molto più stretto rispetto a quanto avvenga in una repubblica parlamentare.L'esecutivo riceve la fiducia dal Parlamento, ma un'eventuale crisi di governo comporta l'automatico scioglimento del Parlamento.
La parola oligarchia deriva dal greco antico olígoi (ὀλίγοι) = pochi e arché (ἀρχή) = comando/governo; ossia "governo di pochi". L'oligarchia è un regime politico, un governo, caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di poche persone.Il termine oligarchia (a differenza di "monarchia", "democrazia", ecc.) non indica una specifica forma di stato o di governo o un insieme di istituzioni, ma soltanto che il potere è detenuto da un gruppo ristretto tendenzialmente chiuso, omogeneo, coeso e stabile, che lo esercita nel proprio interesse. In questo senso può essere usato anche al di fuori della politica e si può parlare ad esempio di oligarchie economiche, finanziarie, burocratiche, militari, ecc.Oggi sono quasi scomparse le forme di governo in cui si accede al potere per nascita (cioè le aristocrazie in senso proprio); i componenti del gruppo oligarchico sono invece legati tra loro da vincoli di altro tipo: di interesse, di appartenenza a un determinato corpo di pubblici ufficiali (militari, funzionari) o a un gruppo politico come un movimento rivoluzionario o di liberazione nazionale.
Il monopartitismo è una forma di governo in cui un solo partito politico può presentare i propri candidati alle elezioni, mentre tutti gli altri partiti sono dichiarati fuorilegge o hanno una capacità estremamente limitata di partecipazione elettorale.
In senso esteso, si può parlare di Stato monopartitico anche se la costituzione e le leggi vigenti in linea di principio consentirebbero una pluralità di partiti oppure quando le pratiche elettorali impediscono all'opposizione di vincere le elezioni, facendo sì che un unico partito resti alla guida del Paese.
Non bisogna confondere il monopartitismo con il sistema a partito egemone.Una variante di un sistema monopartitico puro (che permette l'esistenza legale di un singolo partito), è un sistema in cui possono esistere una pluralità di partiti, ma da intendere come membri di una coalizione in stile fronte popolare, come nel caso del Fronte Democratico per la Riunificazione della Patria nordcoreano e del Fronte Unito cinese[1].
In questi sistemi non è prevista la presenza di partiti di opposizione, e tipicamente tutti i partiti legali esprimono sostegno verso l'ideologia ufficiale dello Stato e le sue alte cariche, inoltre, in questi sistemi non è solitamente permessa la libera creazione di partiti[2], che devono essere approvati dalle autorità.Un'ulteriore differenziazione è fra i sistemi monopartitici in cui alle elezioni si possono presentare solo candidati espressi dal partito, e quelli in cui sono ammessi candidati non appartenenti al partito, che si presentano però come candidati indipendenti, questo sistema era particolarmente evidente in Unione Sovietica, dato che il PCUS faceva parte di un'alleanza elettorale chiamata "Blocco dei comunisti e dei senza partito".
Il parlamentarismo razionalizzato è un insieme di tecniche di diritto costituzionale ed elettorale che mira ad evitare un'eccessiva instabilità di governo in un sistema parlamentare.
La partitocrazia è un regime politico in cui il potere e la vita politica dello Stato stesso ruotano attorno ai partiti, i quali si sostituiscono agli organi previsti dalla Costituzione.
La polisinodia (dal greco πολύς, 'molti', e σύνοδος, 'consiglio') fu il sistema di governo in uso in Francia tra il 1715 e il 1718, in cui ogni ministro (segretario di Stato) era sostituito da un consiglio.
Il termine poliarchia deriva dalle parole greche πολύς (polys = molto, più di uno) e ἀρχή (arkhé =comando) e vale quindi comando di molti.
Una postdemocrazia (dal neologismo inglese post-democracy, coniato dal sociologo e politologo britannico Colin Crouch) è un sistema politico che, pur essendo regolato da istituzioni e norme democratiche, viene in effetti governato e pilotato da grandi lobby (ad es. società multinazionali o transnazionali) e dai mass media.
Perciò l'applicazione delle regole democratiche nella prassi politica, sociale ed economica viene in realtà progressivamente svuotata.
Secondo questa teoria politica le democrazie tradizionali rischiano di perdere parte dei loro caratteri costituenti a favore di nuove forme di esercizio del potere, prevalentemente oligarchiche.Il termine è comparso in particolare per definire una evoluzione in atto nel corso del XXI secolo in molte democrazie. Si tratta di un termine polemico, in quanto richiamerebbe l'attenzione su quelle democrazie riconosciute che stanno tuttavia perdendo alcuni dei loro principi fondamentali ed evolvendo verso regimi di tipo elitario.
Col termine premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) si indicano nel linguaggio politico varianti della forma di governo parlamentare dai contorni non sempre ben definiti.In generale le due caratteristiche che vengono attribuite (solo talvolta congiuntamente) al premierato sono l'indicazione del capo del governo da parte dell'elettorato (se non l'elezione diretta) e/o un ruolo rafforzato dello stesso capo di governo nei confronti del parlamento.[1][2][3][4][5]A seconda di quali di queste caratteristiche gli vengano attribuite, il concetto di premierato può sovrapporsi a quello di forma di governo neoparlamentare (dove il capo del governo è eletto direttamente),[6] a quello di cancellierato (dove il capo del governo, detto cancelliere, ha un ruolo preminente, una maggiore stabilità e una certa legittimazione popolare) o a quello di parlamentarismo a prevalenza del governo (dove il capo del governo riceve un'investitura popolare, seppure indiretta, e il suo legame con la maggioranza parlamentare assicura al sistema un certo grado di stabilità).[7]Il concetto di premierato viene spesso ricollegato alla forma di governo del Regno Unito, il cosiddetto sistema Westminster.
Il sistema parlamentare è un tipo di forma di governo democratica, la più diffusa in Europa, in cui la volontà popolare è affidata al parlamento.
Essa si può distinguere in due modi:
Repubblica parlamentare: il capo dello stato viene eletto a suffragio diretto o indiretto ed assume un'investitura temporanea.
Monarchia parlamentare: la carica di capo dello Stato viene rappresentata dal monarca, designato per via ereditaria e dinastica.
Entrambe le forme di governo, comunque, sono articolate secondo la stessa fisionomia di tipo monistico (dal greco mònos = uno solo) il che vuol dire che il potere politico si concentra in un unico organo: il Parlamento.
Esso, in virtù del circuito democratico nel quale si articola la democrazia rappresentativa[1], è il mandatario del Corpo elettorale e mandante del potere esercitato dal Governo.
Sotto il profilo giuridico
Il Parlamento, eletto direttamente dal popolo, nella forma di governo parlamentare non ha competenze soltanto legislative, ma ha anche il compito di esprimere il governo e di controllarne l'operato.
Infatti il governo, che detiene il potere esecutivo, è la rappresentazione della maggioranza del parlamento, da esso deve ricevere la fiducia ed è costretto a dimettersi se tale fiducia viene a mancare.
Di contro al potere del parlamento, fa normalmente da contrappeso il potere, assegnato talvolta al governo e talvolta al capo dello stato, di sciogliere le camere e indire elezioni anticipate.In tali sistemi il ruolo decisivo lo assume la maggioranza parlamentare, ovvero la formazione dei partiti, da soli o in coalizione, che - conseguendo la maggioranza nelle assemblee, i cui seggi sono posti in palio mediante il voto popolare - vincono le elezioni e quindi assumono il diritto di formare il Governo.
Tra potere esecutivo e potere legislativo non vi è in genere contrapposizione: infatti il primo è formato dalla stessa maggioranza del secondo e, quindi, ha di fatto il potere di fissare l'agenda dei lavori parlamentari[5].
Nel parlamento comunque sono presenti anche i partiti di opposizione che possono ostacolare l'azione di governo.
Il sistema Westminster (o modello Westminster) è una forma di governo democratica parlamentare sviluppatasi nel Regno Unito e utilizzata da molti fra i paesi che appartengono (o sono appartenuti) al Commonwealth, come Australia, Canada, India, Irlanda, Malaysia, Nuova Zelanda e Singapore.
Essa definisce per altri versi il parlamentarismo in senso stretto come modello di democrazia fondantesi sul ruolo esclusivo del Parlamento come organo deliberativo, prim'ancora che rappresentativo, in quanto depositario in ultima istanza della sovranità del popolo che la esercita per suo tramite.A differenza degli altri regimi parlamentari è tuttavia considerato il modello più significativo di sistema politico maggioritario[1]; consiste in una forma di monocameralismo di fatto, governato da due soli partiti che si alternano alla guida dell'esecutivo (che assume centralità al pari dell'unica camera dominante il processo legislativo); esprime di volta in volta governi monopartitici, mentre altre sue peculiari caratteristiche sono la presenza di flessibilità costituzionale, l'assenza di revisione giurisdizionale, una banca centrale che risponde al governo.
Uno Stato socialista è uno Stato repubblicano governato da un partito politico che dichiara la sua lealtà ai princìpi del socialismo o delle sue varianti come il marxismo-leninismo.
Altri termini utilizzati per indicare una simile forma statuale sono repubblica democratica (poco usata per evitare confusioni con le repubbliche parlamentari), democrazia popolare, repubblica socialista, Stato operaio, semistato o anche, impropriamente, Stato comunista.
L'espressione stato socialista può indurre equivoci con altre forme di socialismo, dove il socialismo di Stato è visto come il fine (ad esempio il socialismo arabo, il socialismo democratico, l'eurocomunismo o il socialismo del XXI secolo: tuttavia a livello politico spesso viene usata la denominazione Stato socialista o repubblica popolare anche per questi Stati), mentre nelle repubbliche popolari altro non è che uno stadio intermedio verso il raggiungimento del comunismo, una fase finale nella quale si è conseguita l'estinzione dello Stato e la fine della divisione in classi sociali.
La plutocrazia (in greco antico πλουτοκρατία?, ploutokratía, a sua volta da πλοῦτος, ploûtos, "ricchezza" e κράτος, kratos, "potere") è il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie alla disponibilità di enormi capitali, sono in grado d'influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi.[1]
Stando agli scritti di cui la storiografia odierna dispone, l'uso più antico di questo termine risale al 1652[2]. Nella maggior parte dei casi, esso preclude un'accezione prettamente dispregiativa e infatti, a differenza di termini più conosciuti come democrazia, capitalismo, socialismo o anarchia, il concetto di plutocrazia non si basa su una filosofia politica a sé stante.Il termine "plutocrazia" è affine ma distinto da quello di "plutonomia", il quale ultimo allude non esattamente al "governo dei ricchi" (o "governo plutocratico") ma ad un governo che sebbene formalmente democratico, si caratterizza per una produzione legislativa che si volge insistentemente a favore dei ricchi, a discapito del benessere del ceto medio o del ceto più misero.
Stratocrazia (dal greco στρατός "esercito", e κράτος "potere") o governo militare indica una forma di governo in cui il potere è detenuto dalla classe militare.
Il concetto generale di "stratocrazia" non deve essere confuso con quello di dittatura militare, la cui portata semantica è più ristretta.
Del resto quando si parla di stratocrazia si fa riferimento ad uno stato democratico, governato dal potere militare, a differenza di una dittatura totalitaria.
La tecnocrazia è un ideale di governo d'impresa sociale che propugna, al presidio dei processi decisionali di un potere esecutivo, il comando diretto o il parere vincolante di esperti nei campi delle scienze dure (es. matematici, fisici), molli (es. psicologi, economisti, giuristi) e della tecnica (es. ingegneri).
Tale sistema, ispirato al principio liberale della divisione del lavoro e delle competenze, contrasta con il concetto che solo i rappresentanti eletti, o figure da questi delegate, dovrebbero essere i principali attori dei processi decisionali al governo di un Paese[1] anche laddove ciò non implichi la soppressione del potere dei rappresentanti o delle elezioni tout court.
Nella tecnocrazia, infatti, la capacità decisionale è valutata in base alla conoscenza professionale e alla capacità di guida piuttosto che all'appartenenza politica o alle attitudini parlamentari[2].Il termine deriva dalle parole greche τεχνη (tecne = "arte" o "tecnica") e κράτος (cratos = "potere"), ovvero "potere della tecnica", e il relativo concetto fu introdotto dal francese Henri de Saint-Simon nel suo Riorganizzazione della Società europea (1814) laddove, affrontando filosoficamente il nodo dell'approccio dei governi alla risoluzione dei problemi sociali, sostenne la necessità di andare oltre l'approccio sperimentale per affrontare questioni politiche e «superare questa infanzia della scienza»;
un secolo più tardi, nel 1919, William Henry Smyth, ingegnere statunitense, inventò la parola technocracy per descrivere «il ruolo delle persone reso effettivo tramite l'azione dei loro servi, gli scienziati e gli ingegneri»[3] nel suo articolo Technocracy—Ways and Means to Gain Industrial Democracy pubblicato su Industrial Management[4].
Va tuttavia fatto presente che Smyth si riferiva alla Industrial Democracy, ovvero una corrente di pensiero inclusionista dei lavoratori nelle decisioni aziendali in fabbriche esistenti o a seguito di rivoluzioni: fu solo dal 1932 in avanti, infatti, che sotto l'influenza dell'ingegnere Howard Scott il termine tecnocrazia iniziò ad assumere il significato di «sistema di governo basato su decisioni prese da tecnici»
La teocrazia (dal greco antico θεός?, theós, "dio" e κράτος, kràtos, "potere") è la forma di governo secondo cui la gestione delle attività religiose e quelle governative laiche coincidono. Spesso la religione nella teocrazia diventa puro strumento della politica[1]. Differisce dalla ierocrazia, che è invece un rapporto filiale tra il governo civile e quello religioso.Il termine teocrazia significa governo di Dio o da parte di Dio e nella sua accezione più estesa indica un governo basato sulla volontà di Dio o degli Dei.
Nell'antico Israele, quando esso era il popolo di Dio, vigeva una teocrazia, era cioè Dio il Legislatore e colui che stabiliva norme, regole, leggi e princìpi oltre che legali, di comportamento, ecc., anche dal punto di vista religioso. Sempre nella nazione di Israele antica, i sacerdoti non dovevano interferire nelle questioni politiche e i re non dovevano immischiarsi nelle questioni religiose.Nei sistemi indicati come teocratici spesso i governanti civili coincidono con i capi religiosi (per esempio l'imperatore bizantino come capo della Chiesa o il presidente di Cipro arcivescovo Makarios III nel periodo 1960-1974), le politiche governative coincidono con quelle religiose oppure sono fortemente influenzate dai principi di una religione (solitamente quella più diffusa) e tipicamente il governo dichiara di comandare per volere di Dio (come la maggior parte delle monarchie medievali europee, ma anche il regno di Francia fino alla rivoluzione francese) o di un altro potere superiore, come specificato dalla religione nazionale.
Il totalitarismo è un idealtipo usato da alcuni studiosi politici e storici per spiegare le caratteristiche di alcune dittature nate nel XX secolo, che mobilitarono intere popolazioni nel nome di un'ideologia o di una nazione, accentrando il potere in un unico partito, in un gruppo ristretto, o in una sola persona.
È il termine più usato dagli storici per definire un tipo di dittatura, affermatosi nel XX secolo, al quale possono essere ricondotti il nazismo, il fascismo e lo stalinismo.
Uno Stato totalitario è caratterizzato soprattutto dal tentativo di controllare capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita, imponendo l'assimilazione di un'ideologia: il partito unico che controlla lo Stato non si limita cioè a imporre delle direttive, ma vuole mutare radicalmente il modo di pensare e di vivere della società stessa; e dalla presenza di un universo concentrazionario per l'eliminazione dei nemici del partito e dello Stato.Il termine totalitarismo, inoltre, è usato nel linguaggio politico, storico e filosofico[1] per indicare "la dottrina o la prassi dello stato totalitario", cioè di qualsiasi Stato intenda ingerirsi nell'intera vita, anche privata, dei suoi cittadini, al punto da identificarsi in essi o da far identificare essi nello Stato.
Il voto di fiducia, in senso politico, è lo strumento tipico delle democrazie parlamentari nelle quali il Governo è legato al Parlamento da un mandato di fiducia.
Esso serve ad esprimere il consenso del Parlamento, generalmente l'unico organo pienamente rappresentante della piena volontà popolare, alla formazione di uno specifico esecutivo.
Le modalità mediante le quali il Parlamento può accordare o revocare la fiducia è funzione del tipo di parlamentarismo adottato in un determinato Stato.
Un governo di unità nazionale, o governo di coalizione nazionale, è un governo di coalizione che si forma in situazioni particolari di emergenza nazionale, caratterizzato dal temporaneo abbandono delle categorie di maggioranza e opposizione e dal sostegno di tutti o quasi i partiti politici, per fini e/o scopi comuni agli schieramenti contrapposti[1].Caratteristiche I governi di unità nazionale vengono generalmente formati in passaggi transitori caratterizzati da importanti mutamenti politici o da stati d'emergenza[2].Alla base della formazione del governo di unità nazionale c'è, dunque, la necessità di superare uno stato di negazione o di pericolo per le libertà democratiche nonché per l'indipendenza e l'unità della nazione, rimandando la normale gara fra idee e interessi contrapposti a quando la democrazia e la pace saranno ristabilite.Analogamente, un governo di unità nazionale può essere giudicato necessario in momenti relativamente tragici della storia di uno Stato, come di fronte ad un'importante crisi economica o ad una grave minaccia terroristica....
Per monarchia assoluta si intende una forma monarchica del governo, il cui sovrano non è condizionato da limiti esterni o interni; perciò possiede un potere assoluto, sebbene non totale. Si contrappone così alla monarchia costituzionale, dove i poteri del monarca sono espressamente limitati da una costituzione, ma anche alle forme dispotiche del potere come la tirannide.
Questa forma di governo ebbe il suo sviluppo e massima espressione nell'Europa dell'età moderna, tra i secoli XVI e XVIII: per questo il periodo tra il 1660 e il 1748 viene anche definito come età dell'Assolutismo.[1] Nonostante ciò, ancora oggi rimangono alcune monarchie che possono essere definite assolute.
Il potere del monarca era assoluto ma non illimitato, distinguendo così le monarchie assolute da forme di governo autocratiche come dispotismi e tirannidi. La legittimazione del Sovrano tramite il diritto divino infatti lo obbligava a rispettare le leggi naturali, preesistenti allo Stato, come il diritto di proprietà. Inoltre era comunque tenuto a considerare alcune leggi fondamentali del regno come il diritto di successione.
La monarchia costituzionale è una forma di monarchia nella quale il sovrano regna, ma ha poteri limitati e stabiliti da una costituzione, che sono tuttavia più vasti di quelli di cui godrebbe in un sistema parlamentare. Il Re è quindi capo dello stato ed è inoltre capo del governo, la cui gestione è affidata però ad un Primo Ministro scelto dal Re stesso. Il Re può inoltre esercitare il potere legislativo, anche se tipicamente lo esercita assieme ad un'assemblea legislativa come un Parlamento (vedasi ad esempio il Regno d'Italia e l'Impero tedesco).
Nella monarchia costituzionale a capo dello Stato c'è un sovrano che esercita i poteri secondo uno Statuto costituzionale concesso dal monarca, o una Costituzione approvata dal parlamento o da un'assemblea costituente. In quest'ultimo caso si parla più precisamente di monarchia parlamentare.Al sovrano spettano poteri rappresentativi e quelli di nomina di altre cariche, come quelle della magistratura. Il monarca concorre alla prassi legislativa attraverso il potere di nomina dei membri di una delle due Camere del Parlamento – si tratta della Camera alta che ha, tuttavia, in genere poteri più ristretti, rispetto a quella eletta dal popolo; inoltre, a seconda delle costituzioni, il monarca può conservare un potere di veto, parziale o assoluto, all'atto della promulgazione delle leggi; oggi, per esempio, senza la firma del Granduca, nessuna legge può entrare in vigore nel Lussemburgo: egli dispone di un diritto di veto assoluto, sebbene il Granducato si configuri più come una monarchia parlamentare che costituzionale.Il potere giudiziario, infine, viene amministrato da un corpo di funzionari a ciò preposti, i giudici, la cui indipendenza è garantita dal sovrano; essi amministrano la giustizia in suo nome. In questa formula, come si vede, il capo del governo non è che un fiduciario del sovrano; pertanto, l'eventuale voto di sfiducia da parte del Parlamento non può determinarne la caduta.La naturale evoluzione della monarchia costituzionale è la monarchia parlamentare, in cui la figura del re funge da garante della costituzione e dell'unità nazionale - come ad esempio in Spagna e in Gran Bretagna - rendendosi assimilabile alla figura del presidente di una Repubblica parlamentare; non ha più il potere esecutivo, in quanto la nomina del primo ministro è affidata soltanto formalmente al monarca, mentre di fatto egli è indicato dalle forze politiche di maggioranza presenti nel parlamento, al quale spetta dare la fiducia al governo.
In Italia la prima Carta Costituzionale si ebbe nel 1812 nel Regno di Sicilia quando venne promulgato il primo Statuto a Palermo. Poi nel Regno delle Due Sicilie nel 1820 e nel 1848 (l'anno della Primavera dei popoli) fu concessa una Costituzione, tuttavia ritirata e promulgata più volte, non agendo mai completamente e rimanendo più teorica che pratica.Sempre nel Regno di Sicilia, nel luglio del 1848, venne emanato un nuovo Statuto costituzionale non ottriato, in quanto approvato e promulgato dal Parlamento siciliano.
Nel 1848, sotto la spinta dei moti, anche Leopoldo II di Toscana, Papa Pio IX e Carlo Alberto di Savoia dovettero concedere uno statuto costituzionale. L'unica tra queste che rimase in vigore anche dopo il 1848 fu quella del Regno di Sardegna che prese il nome di Statuto Albertino.Lo stesso "Statuto" fu poi di fatto la prima costituzione del Regno d'Italia dal 1861 fino al 1946, anno nel quale l'Italia divenne una repubblica. La natura flessibile dello Statuto rese possibile la trasformazione della monarchia costituzionale italiana in una monarchia parlamentare ma anche, in seguito, la formazione dello Stato fascista.....
La monarchia elettiva è una forma di governo di tipo monarchico nel quale il capo di Stato, che ha titolo e poteri di monarca (re, imperatore, pontefice, ecc.), viene eletto, di norma da un collegio ristretto di principi, più raramente da un'assemblea più estesa. La forma di governo opposta, più diffusa, è la monarchia ereditaria. ..
Nella monarchia ereditaria tutti i monarchi provengono dalla stessa famiglia, ed il potere è trasferito da un membro ad un altro della famiglia. Questo sistema ha il vantaggio di portare stabilità e continuità nell'opera del regnante, tanto quanto sono stabili i legami interni della famiglia.Per esempio, quando il re o la regina muore o abdica, la corona passa alla generazione successiva, ovvero ai figli, e dopo di loro ai nipoti, o in assenza, a fratelli, zii, cugini o altri parenti. L'ordine di successione è definito dalla legge, quello più frequente è basato sulla primogenitura, ma esistono anche altri metodi.
Una monarchia federale è una federazione di Stati con un singolo monarca in qualità di capo di Stato dell'intera federazione, ma in cui sono presenti altri sovrani a capo di circoscrizioni sub-statali, che formano unitamente la Monarchia.Negli ultimi anni il Regno di Spagna è stato spesso classificato come monarchia federale, nonostante non sia ufficialmente designato come tale. Il Regno del Belgio è uno Stato federale dal 1993.[2] Il Canada e l'Australia sono entrambi monarchie federali e condividono lo stesso monarca.[3][4] In entrambi i casi il sovrano è rappresentato a livello nazionale da un Governatore generale, mentre sussistono un luogotenente governatore per le province Canadesi oppure un governatore per gli Stati federati dell'Australia.Attualmente il concetto di monarchia federale è più facilmente identificabile negli Emirati Arabi Uniti e in Malaysia.[5] In entrambi i Paesi infatti il capo di Stato della federazione è scelto tra i capi (emiri e sultani rispettivamente) che governano gli Stati costituenti....
La monarchia parlamentare è una forma di governo, appartenente alle forme di democrazia rappresentativa, che prevede la prevalenza del parlamento rispetto a quelle del monarca, di solito relegato in un ruolo cerimoniale.
Il classico esempio di monarchia parlamentare è rappresentato dal Regno Unito. Secondo il motto tradizionale, il sovrano britannico regna, ma non governa. Il potere esecutivo è affidato al governo guidato dal primo ministro. La nomina del premier è affidata al monarca, dovendo esso scegliere il leader del partito che abbia vinto le elezioni. Nei fatti, il primo ministro guida la politica nazionale, ma non può nominare e revocare a sua discrezione i ministri né sciogliere il parlamento, in quanto tali atti legalmente possono essere effettuati solamente dal monarca. Nel momento in cui si debbano affrontare problemi di particolare delicatezza politica, è uso che si riunisca il Consiglio di Gabinetto, un'assemblea ristretta formata solo dai ministri più importanti. Due ministri hanno particolari compiti istituzionali: il Cancelliere dello Scacchiere, che è il titolare delle finanze, e il Lord cancelliere, ministro della giustizia.
Il parlamento ha una struttura bicamerale...
Per il tramite del Commonwealth, il modello parlamentarista britannico si è diffuso in gran parte delle ex colonie inglesi. Addirittura, diversi Paesi riconoscono tutt'oggi Sua Maestà il re Carlo III come il proprio sovrano, localmente rappresentato da un governatore generale; ciò anche se in questi Paesi i poteri del monarca sono ancora meno forti che nel Regno Unito...
Col termine premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) si indicano nel linguaggio politico varianti della forma di governo parlamentare dai contorni non sempre ben definiti.In generale le due caratteristiche che vengono attribuite (solo talvolta congiuntamente) al premierato sono l'indicazione del capo del governo da parte dell'elettorato (se non l'elezione diretta) e/o un ruolo rafforzato dello stesso capo di governo nei confronti del parlamento.[1][2][3][4][5]A seconda di quali di queste caratteristiche gli vengano attribuite,
il concetto di premierato può sovrapporsi a quello di forma di governo neoparlamentare (dove il capo del governo è eletto direttamente),[6]
a quello di cancellierato (dove il capo del governo, detto cancelliere, ha un ruolo preminente, una maggiore stabilità e una certa legittimazione popolare)
o a quello di parlamentarismo a prevalenza del governo (dove il capo del governo riceve un'investitura popolare, seppure indiretta, e il suo legame con la maggioranza parlamentare assicura al sistema un certo grado di stabilità).[7]Il concetto di premierato viene spesso ricollegato alla forma di governo del Regno Unito, il cosiddetto sistema Westminster.
La repubblica (dal latino: res publica, "cosa pubblica", da intendersi come "stato del popolo") è una forma di governo di uno Stato, appartenente alle forme di democrazia rappresentativa o aristocratica, in cui la sovranità viene esercitata dal popolo secondo forme stabilite dal sistema politico che, nei sistemi repubblicani moderni, può prevedere una costituzione scritta o una serie di leggi costituzionali.
Una repubblica direttoriale è un tipo di repubblica in cui un organo collegiale composto da una pluralità di persone fisiche funge da Capo dello Stato e del Governo, senza dipendere dal voto di fiducia del Parlamento, ma solo dalla consultazione elettorale.Tale forma di governo, il cui primo esempio è rappresentato dal Direttorio francese del 1795 (ma anche il precedente governo della Convenzione nazionale e del Comitato di salute pubblica, formalmente assemblearismo, nonché il successivo Consolato sono assimilabili a questa forma), è attualmente adottata soltanto dalla Svizzera, tanto a livello federale quanto per i singoli Cantoni membri della Confederazione. Solo a livello cantonale, però, l'esecutivo è eletto direttamente dal popolo.
Nel passato, tale sistema costituzionale fu adottato in Uruguay tra il 1952 e il 1967 durante il Consejo Nacional de Gobierno e in Jugoslavia dalla morte del maresciallo Tito nel 1980 allo scioglimento della federazione nel 1992. In ambo i casi non rimase in vigore che per un breve lasso di tempo.Questo sistema di governo fu in vigore formalmente anche in paesi del blocco orientale, come nella Repubblica Democratica Tedesca con la costituzione nel 1960 del Consiglio di Stato. In pratica tuttavia questo organismo era subordinato al Comitato Centrale della SED, dove venivano prese tutte le decisioni più importanti.[1]Un sistema simile si vide precedentemente nella Lega Lombarda, dove il compito di guidarla era affidato ad un consiglio di dotti nominati dai singoli comuni, l'universitas,[2] e nel Priorato delle Arti della Repubblica di Firenze.All'apparenza il Consiglio federale svizzero potrebbe sembrare un tipico governo parlamentare; tecnicamente non si tratta, tuttavia, di una riunione di ministri, bensì di un collegio di capi di Stato.Il Presidente di turno della Confederazione è in effetti soltanto un primus inter pares con funzioni di rappresentanza in particolare per la diplomazia con gli altri Stati, senza alcun potere né di direzione né di coordinamento dell'attività dei colleghi[3].Il legame del sistema direttoriale elvetico con il sistema presidenziale è ancora più evidente per i Governi cantonali, i quali attualmente sono eletti tutti direttamente dal popolo.
A livello federale, invece, la somiglianza più forte con il sistema presidenziale sta nel fatto che l'esecutivo non debba contare su una maggioranza precostituita nell'assemblea legislativa.La composizione del consiglio federale infatti comprende esponenti dei diversi partiti politici, appartenenti tanto alla sinistra quanto alla destra.
Inoltre, anche se eletti dall'assemblea federale, i consiglieri sono tuttavia in carica per un tempo predeterminato e non sono, quindi, tenuti ad una responsabilità politica continuativa verso il potere legislativo.
In altre parole, la Svizzera non conosce crisi di governo, né mozioni di sfiducia; reciprocamente, il Governo non ha alcun potere di scioglimento delle Camere.Ne consegue che il Consiglio federale o singoli suoi membri rimangono in carica anche qualora il loro indirizzo politico, nella forma ad esempio di un progetto di legge, sia rifiutato dall'assemblea federale, dai cantoni o direttamente dal popolo.
Tuttavia, gli altri organi di governo (ed anche il popolo stesso, mediante l'ampia diffusione degli strumenti di democrazia diretta) conservano in Svizzera un ruolo importante nell'attività di formazione delle nuove leggi.
La repubblica parlamentare è una forma di governo in cui la rappresentanza della volontà popolare è affidata, tramite elezioni politiche, al parlamento, che in quanto tale, elegge in modi diversi sia il governo che (in alcuni casi) il presidente della repubblica.Il presidente della repubblica ha una funzione di garanzia verso le parti politiche e di rappresentanza dell'unità nazionale, perciò usualmente non ha forti poteri di influenza politica sulle istituzioni.
Il parlamento si rapporta con il governo tramite il voto di fiducia: in questo modo esso ha perennemente il controllo sugli atti dell'esecutivo con possibilità di revocarlo e nominarne un altro.
Il giudizio sull'operato di una certa maggioranza parlamentare e del suo governo viene quindi espresso dai cittadini solo tramite il rinnovo dell'assemblea legislativa, diversamente da quanto avviene nelle repubbliche presidenziali.
Tale forma di governo è quella dominante in Europa[1]. Vi sono anche repubbliche parlamentari in cui il presidente è eletto direttamente a suffragio universale.
I vantaggi di questo sistema di governo sono:Equa divisione dei poteri senza alcun rischio di possibili derive autoritarie da parte di alcun organo statale.
Più svincoli al parlamento.
Nel caso in cui il Capo del Governo non risponda più alle esigenze dei cittadini, il parlamento, cioè la rappresentanza di questi ultimi, può facilmente destituire il Premier per nominare un altro.
Gli svantaggi sono:Il capo dello Stato non ha sostanziali poteri propri: rappresenta l’unità nazionale ma non detiene poteri politici.
Il capo del governo, nelle repubbliche parlamentari, non è eletto dai cittadini, mettendo quindi a rischio il concetto di “potere del popolo”.
La repubblica presidenziale (o presidenzialismo) è una forma di governo, che appartiene alle forme di democrazia rappresentativa, in cui il potere esecutivo si concentra nella figura del Presidente che è sia il capo dello Stato sia il capo del governo.
Generalmente questo è democraticamente eletto direttamente dai cittadini e forma il suo governo; essendo capo di Stato non ha bisogno di voto di fiducia parlamentare anche perché, avendo già ottenuto il voto della maggioranza dei cittadini, non ha bisogno della fiducia dei loro rappresentanti. La legittimazione attraverso il voto conferisce al presidente una chiara superiorità rispetto ai suoi ministri, non sempre rimarcata nei sistemi parlamentari.
Il Parlamento, eletto indipendentemente dal Presidente, è il solo titolare del potere legislativo.
Per controbilanciare il grande potere politico affidato al Presidente, infatti, ai deputati viene affidata l'esclusiva potestà di iniziativa legislativa.
Il Presidente non può assolutamente modificare le leggi se non affidandosi a deputati a lui vicini che agiscano secondo i desideri del Capo dello Stato.
La potestà legislativa non può essere delegata in alcun modo al governo neanche per motivi d'urgenza.
Questa netta divisione funzionale fra Parlamento e Presidente si riflette nell'insindacabilità politica reciproca fra i due organi: il Parlamento non può licenziare il Presidente il quale a sua volta non può sciogliere le Camere.
È il principio cardine della separazione dei poteri che garantisce la democraticità di questa forma di governo.Tuttavia è presente un sistema di controllo reciproco (checks and balances, ossia pesi e contrappesi) con cui i titolari dei suddetti due poteri si limitano:
il parlamento ha il potere della borsa (approvazione del bilancio e degli interventi comportanti nuove spese),
mentre il presidente è titolare del potere di bloccare le leggi emanate dal parlamento.
A corollario del sistema, secondo i principi di Montesquieu, vi è l'indipendenza del potere giudiziario, il quale è diretto da una Corte Suprema nominata dal Presidente ma da quest'ultimo totalmente autonoma, in quanto non revocabile e vitalizia.
Tuttavia, il possesso da parte del Presidente del monopolio della forza statale, in quanto il potere esecutivo è quello deputato all'uso delle forze dell'ordine, delle forze armate e dei servizi segreti, rappresenta un potente punto di vantaggio rispetto agli altri organi istituzionali.
A volte l'istituzione della repubblica presidenziale è usata per dare legittimità a quella che nei fatti è una dittatura, dove il presidente/dittatore tiene sotto controllo con la forza le assemblee legislative e il sistema giudiziario, finendo in ultimo per avere il controllo sulle elezioni presidenziali da cui trae la legittimità a governare.
Un esempio storico è la presidenza di Napoleone III a capo della Seconda repubblica francese....
La repubblica semipresidenziale o più correttamente, un regime/sistema semipresidenziale (il «semipresidenzialismo») è una forma di governo, appartenente alle forme della democrazia rappresentativa o indiretta. In tale contesto si ha una struttura diarchica nella gestione del potere esecutivo, diviso tra il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro[1].
Oltre a ciò, il governo si trova a dipendere dalla fiducia di due organi designati da due differenti consultazioni elettorali, il Presidente della repubblica e il Parlamento.
Il Primo Ministro viene perciò nominato dal Presidente, ma necessita, insieme al resto del suo esecutivo, della fiducia parlamentare.
In sintesi con sistema semipresidenziale si intende un sistema nel quale:il Presidente della repubblica è eletto direttamente dal popolo e, soprattutto, ha sostanziali e reali poteri propri;
il Primo Ministro e il suo Governo sono responsabili davanti al Parlamento, in quanto espressione della maggioranza di esso a seguito delle elezioni.
Diverse nazioni dell'Europa occidentale possiedono o possedevano queste caratteristiche[2]: la Repubblica di Weimar (1919-1933)[3], la Finlandia[4] (1919-2000), l'Austria[5] (dal 1929), l'Irlanda[5] (dal 1937), l'Islanda[5] (dal 1945), la Francia (dal 1958/'62[6]) e il Portogallo[7][8] (dal 1976). Nell'Europa orientale questo ordinamento è in vigore ad esempio in Lituania, Ucraina e Romania.Questa forma di governo è generalmente caratterizzata dai seguenti punti:l'elezione del Presidente della repubblica avviene con voto popolare distinto ed autonomo rispetto a quello del Parlamento[6];
il presidente della repubblica ha reali prerogative e poteri propri che può esercitare;
il potere esecutivo è condiviso con il Primo Ministro e il Governo, che però può essere scelto ed eventualmente revocato dal Presidente della repubblica;
Il primo ministro ed il governo sono espressione della maggioranza parlamentare e possono essere sfiduciati dal parlamento ed in alcuni casi revocati dal presidente; quest'ultimo non è ovviamente sfiduciabile;
l'eventuale scioglimento del Parlamento da parte del Presidente della repubblica avviene nei limiti costituzionali....
Falsi semipresidenzialismi
Formalmente, il sistema semipresidenziale fu adottato anche in numerosi Stati del Terzo Mondo (soprattutto nell'Africa francofona).
Tuttavia la stragrande maggioranza di questi stati è totalmente o in gran parte priva di ogni crisma di democraticità, essendo assenti elezioni multipartitiche o svolgendosi consultazioni popolari assolutamente non libere, con minacce ed incarcerazioni di esponenti dell'opposizione e monopolio dell'informazione da parte del Governo.
In tali casi il partito del Presidente è o unico o decisamente maggioritario e dunque ogni controllo parlamentare sull'operato del Capo dello Stato è puramente formale.
Il Presidente, che di norma tende a mantenere la carica a vita, non è nient'altro che un dittatore più discreto a capo di uno stato autoritario, attuando quella che in spagnolo viene chiamata una dictablanda.
Tali sistemi autoritari o a volte totalitari – che siano semipresidenziali o presidenziali –, estranei alle forme di Stato democratiche – democrazia illiberale o democrazia totalitaria –, sono dunque da considerarsi delle vere e proprie dittature.Secondo il Democracy Index o il Polity data series[26] o il Democracy Ranking[27], tra i paesi con un sistema semipresidenziale solo il Burkina Faso, la Francia, la Georgia, la Guyana, il Kirghizistan, la Lituania, il Madagascar, la Mongolia, il Portogallo, la Romania, il Senegal, lo Sri Lanka, Taiwan, Timor Est e la Tunisia sono dei paesi democratici....
Androcrazia è un termine che deriva dall'unione delle parole greche ἀνήρ ("uomo"), genitivo ἀνδρός andros, e κράτος kratos ("governo") e lo si intende come governo dei maschi.
Si tratta di una forma di governo in cui i governanti sono uomini.
Al di là del suo significato letterale, il termine include l'esercizio del potere maschile in generale non soltanto non condiviso con la donna, ma con questa quale soggetto subordinato.
L'anarchismo è definito come la filosofia politica applicata[1] o il metodo di lotta alla base dei movimenti libertari volti fattualmente già dal XIX secolo al raggiungimento dell'anarchia come organizzazione societaria, teorizzante che lo Stato sia indesiderabile, non necessario e dannoso[2][3][4][5][6][7] o in alternativa come la filosofia politica che si oppone all'autorità o all'organizzazione gerarchica nello svolgimento delle relazioni umane.[8][9][10][11][12][13]
I fautori dell'anarchismo, noti come anarchici, propongono società senza Stato basate sulle associazioni volontarie[14][15] e non gerarchiche.
Storicamente, il movimento anarchico si è sviluppato in seno al movimento operaio in quanto espressione, al pari delle altre correnti socialiste, della protesta dei lavoratori contro lo sfruttamento moderno.
Su questo punto, esso può essere considerato come una reazione radicale alla condizione operaia del XIX secolo, caratterizzata dalla forte gerarchizzazione del salariato e dalla netta divisione in classi della società.
Dalla loro nascita, tuttavia le idee anarchiche entrano in conflitto sia con le concezioni riformiste del socialismo (che sostenevano la possibilità di cambiare "progressivamente" le basi inegualitarie della società capitalista) che con le concezioni marxiste, in particolare per quanto riguarda l'uso dello stato come mezzo rivoluzionario.L'obiettivo della teoria anarchica è la nascita di una società di uomini e donne liberi e uguali dal punto di vista dei diritti.
Libertà ed eguaglianza dei diritti sono i due concetti chiave attorno ai quali si articolano tutti i progetti libertari.
Differenze sorgono sull'interpretazione del concetto di eguaglianza:
mentre infatti le correnti che si rifanno al comunismo considerano desiderabile e perseguono l'eguaglianza considerata come uniformità dal punto di vista dei mezzi a disposizione di ogni individuo per perseguire i propri scopi,
le correnti che sostengono il libero mercato (i sostenitori del cosiddetto "socialismo di mercato") considerano l'uniformità come un'utopia che oltre ad essere indesiderabile è, a causa della naturale diversità degli individui, irraggiungibile.In quanto socialisti, tutti gli anarchici sostengono il possesso collettivo dei mezzi di produzione e di distribuzione.
In quanto libertari, essi pensano che la libertà dispieghi il suo reale significato in quanto accompagnata dall'eguaglianza. Libertà ed eguaglianza devono essere "concrete", cioè sociali e fondate sul riconoscimento uguale e reciproco della libertà di tutti.Mentre il pensiero borghese liberale aveva come motto "la mia libertà finisce dove inizia la tua", per gli anarchici (a eccezione degli anarco-individualisti) la libertà dell'individuo non è limitata ma confermata dalla libertà altrui.
Per realizzare una tale società, gli anarchici ritengono indispensabile combattere non solo le forme di sfruttamento economico ma anche quelle di dominazione politica, ideologica e religiosa.
Per gli anarchici, tutti i governi, tutti i poteri statali, quale che sia la loro composizione, origine e legittimità, rendono materialmente possibile la dominazione e lo sfruttamento di una parte della società sull'altra.
Secondo Proudhon, lo Stato non è che un parassita della società che la libera organizzazione dei produttori e dei consumatori deve e può rendere inutile.
Su questo punto le concezioni anarchiche sono totalmente divergenti dalle concezioni liberali che fanno dello Stato l'arbitro necessario ad assicurare la pace civile.Per la critica anarchica, il ricorso ad una dittatura, definita proletaria, non ha condotto al deperimento dello Stato (e alla sua "estinzione" in termini marxiani) ma allo sviluppo di una enorme burocrazia fonte di soffocamento della vita sociale e della libera iniziativa individuale.Al modo di organizzazione della vita sociale governativo e centralizzatore, i libertari oppongono un modo di organizzazione federalista che permetta di sostituire lo Stato, e tutta la sua macchina amministrativa burocratica, attraverso la presa in carico collettiva da parte degli stessi interessati di tutte le funzioni inerenti alla vita sociale che si trovano precedentemente monopolizzate e gestite da organismi statali, posti al di sopra della società.Il federalismo, in quanto modo di organizzazione, costituisce il punto di riferimento centrale dell'anarchismo, il fondamento e il metodo sul quale si costruisce il socialismo libertario.
Il federalismo così inteso ha ovviamente ben poco a che vedere con le forme conosciute di federalismo politico praticato da un buon numero di Stati.
Per i libertari non si tratta di una semplice tecnica di governo ma di un principio di organizzazione sociale a sé stante, capace cioè di inglobare tutti gli aspetti della vita di una collettività umana.Il pensiero anarchico è dunque ben lontano dal negare il problema dell'importanza dell'organizzazione, ma esso si pone come obiettivo un'altra forma di organizzazione con la quale rispondere agli imperativi collettivi.
Gli uni e le altre si associano per garantirsi vicendevolmente e per provvedere ai bisogni individuali e collettivi.
Così, se l'autogestione nelle imprese rende possibile la sostituzione del salariato con la realizzazione del lavoro associato, l'organizzazione federativa dei produttori, delle comuni, delle regioni permette la sostituzione dello Stato.Essa intende presentarsi come il complemento indispensabile per la realizzazione del socialismo e la migliore garanzia della libertà individuale.
Il fondamento di tale organizzazione è il contratto, uguale e reciproco, volontario, non "teorico" ma effettivo, che si può modificare per volontà dei contraenti (associazioni dei produttori e dei consumatori, ecc.) e capace di riconoscere il diritto di iniziativa di tutti i componenti della società.Così definito, il contratto federativo permette di precisare anche i diritti e i doveri di ciascuno e di sviluppare i principi di un vero diritto sociale in grado di regolamentare gli eventuali conflitti che possono sorgere tra individui, gruppi o collettività, o anche fra regioni, senza per altro rimettere in causa l'autonomia dei suoi componenti, il che permette all'organizzazione federalista di opporsi tanto al centralismo che al "lasciar fare" dell'individualismo liberale.Secondo gli anarchici tuttavia una tale organizzazione non può pretendere di sopprimere tutti i conflitti ed essi potranno continuare a prodursi a tutti i livelli anche nella società federalista.
Tuttavia il federalismo costituisce un metodo per risolvere le questioni sociali nel rispetto della massima libertà di ciascuno senza dar ricorso ad arbitraggi governativi possibili fonti di nuovi privilegi. Inoltre gli anarchici sostengono che i problemi sociali, nell'organizzazione socialista verrebbero affrontati e risolti nell'interesse di tutti, non semplicemente repressi come è solito fare lo Stato (quando addirittura non li favorisce per aumentare nei sottoposti il bisogno di un'autorità regolatrice).Per gli anarchici esiste un legame indissolubile tra il fine perseguito e i metodi adoperati per raggiungerlo.
Tuttavia essi pensano che il fine non giustifichi i mezzi e che questi ultimi devono sempre, nella misura del possibile, essere in accordo con il fine perseguito.Lo scopo dell'azione anarchica non vuole essere in alcun caso la "conquista" del potere o la gestione dell'esistente.L'approccio dei libertari è quello di opporre soluzioni sociali alle soluzioni politiche dimostrandosi con ciò non politici ma antipolitici.
D'altra parte, storicamente, i libertari hanno sempre considerato almeno con scetticismo l'idea di poter utilizzare l'arma elettorale o il parlamentarismo per mutare le condizioni di vita in seno alle democrazie borghesi.
All'azione politica e parlamentare, tesa alla conquista del potere, essi preferiscono l'azione diretta di massa, vale a dire l'autogestione generalizzata e senza deleghe di potere.I libertari ritengono che per i lavoratori la pratica dell'azione diretta, e in particolare dello sciopero, sia anche il migliore e più efficace mezzo di lotta. Essi propagandano inoltre l'autorganizzazione e l'azione collettiva e autonoma dei lavoratori.Gli anarchici non sono e non aspirano a divenire un'avanguardia o a svolgere un ruolo dirigente, poiché ritengono che non esista nessuno che possa occuparsi dei propri affari meglio dell'interessato stesso.
Ma perché ciò sia possibile occorre che i lavoratori prendano coscienza di ciò che Proudhon ha definito la "loro capacità politica".
I lavoratori rappresentano la forza reale di una società e solo da essi può venire una sua trasformazione profonda.
L'azione anarchica ha sempre mirato, prima di ogni altra cosa, alla difesa degli sfruttati e appoggia tutte le rivendicazioni che vanno nel senso di un miglioramento delle condizioni di vita e del progresso sociale.Numerosi libertari hanno visto nelle organizzazioni sindacali non soltanto degli organismi di difesa degli interessi dei salariati, ma anche una potenziale forza di trasformazione sociale.
Da questo punto di vista, il federalismo libertario non può essere realizzato senza il concorso attivo dei sindacati operai poiché, da una parte, questi ultimi sono qualificati ad organizzare la produzione e, dall'altra, essi hanno il vantaggio di raggruppare i lavoratori in quanto produttori.
Da un punto di vista libertario, un'organizzazione sindacale deve, nel suo funzionamento come nei suoi principi:cercare di mantenere la sua autonomia nei riguardi di tutte le organizzazioni politiche che vorrebbero controllarla e nei riguardi dello Stato;
praticare il federalismo e una vera democrazia diretta dal basso, sole garanzie solide contro ogni forma di burocratizzazione;
darsi contemporaneamente l'obiettivo di ottenere la soddisfazione delle rivendicazioni immediate, materiali, e di preparare i lavoratori ad assicurare la gestione della produzione nel futuro.
Quest'ultimo punto è assai importante poiché, per gli anarchici, il sindacato e l'azione sindacale non sono e non possono essere considerati come una finalità in sé. La sua autonomia non deve significare "neutralità" nei riguardi del potere o dei partiti perché ciò significherebbe perdere una gran parte delle sue potenzialità di cambiamento e di rottura.
Gli anarchici ritengono che il sindacato, se non vuol cadere nel tradeunionismo, si doti di un programma di trasformazione sociale e di una pratica conseguente.L'azione sindacale non è tuttavia il solo mezzo di lotta di cui dispongono i lavoratori, che possono e devono, secondo le circostanze dotarsi delle forme organizzative e di resistenza che paiono loro utili e opportune.
L'autocrazia è una forma di governo in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto ed incontrastabile.
In pratica, un autocrate è una figura che non solo ha la suprema titolarità su tutti i poteri dello stato, ma è essa stessa l'unica entità nello stato dotata di potere decisionale, mentre ogni altro funzionario è privo di qualunque indipendenza giuridica effettiva, è privo di funzioni o direttamente non esiste, e che esercita senza alcuna limitazione o vincolo.
Un'autocrazia, pur essendo più comune nelle monarchie, non è solo una versione estremizzata ed altamente potenziata della monarchia assoluta, ma un enorme potenziamento di qualsiasi stato autoritario, sia esso monarchico o repubblicano.
Dagli ultimi anni del XX Sec. sta prendendo forma un nuovo tipo di regime, considerato un ibrido, tra i classici regimi autocratici e le democrazie: la cosiddetta "autocrazia elettiva", regime nella quale chi è eletto al potere, non solo condiziona col suo programma e comportamento l'indirizzo politico e sociale del Paese, ma esercita un diretto e oppressivo controllo e censura su tutte le libertà presenti (pensiero, parola, stampa, media, associazioni, religioni, ideali e appartenenze politiche) pur mantenendo in auge la possibilità di nuove "regolari" elezioni politiche ed amministrative, compresi i referendum, nazionali o locali: eventi che risultano però, ai controlli delle varie commissioni di garanzia internazionali, sempre più spesso piuttosto condizionati, se non addirittura del tutto falsati.
Tra gli esempi attuali di questi regimi autocratici elettivi possono annoverarsi la Federazione Russa, la Bielorussia, la Turchia, l'Ungheria e alcune repubbliche asiatiche dell'area ex-sovietica...
Centrismo[1][2] o centro è il termine usato per definire l'area dello schieramento politico che si colloca fra i conservatori (destra) e i progressisti (sinistra).
Il centrismo è una visione o una posizione politica che implica l'accettazione e il sostegno di un equilibrio di uguaglianza sociale e un grado di gerarchia sociale, mentre si oppone ai cambiamenti politici che si tradurrebbero in un significativo spostamento della società fortemente a sinistra o a destra.[3]
Sia la politica di centro-sinistra che quella di centrodestra implicano un'associazione generale con il centrismo che si combina con una certa inclinazione ai rispettivi lati dello spettro politico sinistra-destra.
Varie ideologie politiche, come il cristianesimo democratico e il liberalismo sociale (o moderno), possono essere classificate come centriste,[4] così come la terza via, un movimento politico moderno che tenta di conciliare la politica di destra e quella di sinistra sostenendo una sintesi delle piattaforme economiche di centrodestra con le politiche sociali di centrosinistra.[5][6]
Esso ha un significato diverso nella tradizione marxista, dove si analizza sostanzialmente la posizione intermedia tra rivoluzionari e riformisti rivendicata dai partiti dell'Unione dei Partiti Socialisti per l'Azione Internazionale.In Italia, dal 1946 in poi, il centrismo è stato principalmente sinonimo di cristianesimo democratico.
La DC ha racchiuso al proprio interno variegate posizioni sia in campo economico-sociale che culturale, tutte, però, cresciute nel comune alveo della dottrina sociale della Chiesa cattolica.Accanto alla DC, in Italia, altri partiti inseriti nella corrente "centrista" da alcuni esperti e analisti sono stati il Partito Liberale Italiano (PLI), il Partito Repubblicano Italiano (PRI) e il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), il primo collocato più precisamente nel centro-destra e gli altri due nel centro-sinistra.
Il PLI è l'erede della cultura liberale al governo del paese dal 1861 al 1922, il PRI della cultura mazziniana. Il primo può genericamente essere definito un partito liberale conservatore (almeno fino alla svolta lib-lab di fine anni settanta; difatti altri studiosi lo collocano come un partito che, in origine, era esclusivamente di "destra"), mentre il secondo liberale sociale (secondo una definizione di Ugo La Malfa).
Soprattutto in seguito agli anni Settanta, periodo che vide la definitiva affermazione all'interno del PLI della corrente della "sinistra" interna, PLI e PRI tesero sempre più a identificarsi in una comune nuova area politica di ispirazione socio-liberale, da cui le liste comuni per le elezioni europee.[29][30][31][32]È possibile inoltre definire "centrista" anche il PSDI, partito socialdemocratico e moderato fondato da Giuseppe Saragat, che scelse fin dalla sua fondazione la partecipazione ai governi centristi e rappresentò sempre un alleato fedele per la DC. Il PSDI in pratica, anticipando di quarant'anni le mosse dei partiti socialdemocratici europei, portò la socialdemocrazia italiana su posizioni di centro: una "terza via" ante litteram, potremmo dire.
Pur essendo il PSDI un partito complessivamente "centrista", al suo interno non mancava però un'area di "sinistra" (come del resto anche nel PRI) che teneva a rimarcare la matrice socialista del partito e pur non volendo rinunciare agli ottimi rapporti con la DC, guardava con più "familiarità" al PSI.[33][34][35]Nell'epoca della cosiddetta Seconda Repubblica e, segnatamente, a partire dal 1994, possono definirsi centristi:partiti di ispirazione democristiana: Centro Cristiano Democratico (CCD), Cristiani Democratici Uniti (CDU) e Democrazia Europea (DE), confluiti nell'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC), Partito Popolare Italiano (PPI), confluito in Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), Popolari UDEUR (UDEUR), Democrazia Cristiana per le Autonomie (DCA), Popolo della Famiglia (PdF);
partiti di ispirazione laica o liberale: Rinnovamento Italiano (RI) e I Democratici, confluiti in DL, Patto Segni (Patto), Riformatori Liberali (RL), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Radicali Italiani (Rad), Movimento Repubblicani Europei (MRE), Italia Viva (IV), +Europa e Azione;
partiti di estrazione politica eterogenea: Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), che unisce cristiano-sociali, socio-liberali e socialdemocratici; Forza Italia (FI), nata dall'incontro di democristiani, liberali e socialdemocratici e che, dopo la confluenza, nel 2009 ne Il Popolo della Libertà, è stata ricostituita nella nuova Forza Italia; l'Italia dei Valori (IdV); Centro Democratico.
FI, UDC, SVP e PdF aderiscono al Partito Popolare Europeo (PPE), mentre DL era membro fondatore del Partito Democratico Europeo (PDE) e, all'interno del Parlamento europeo, aderiva al Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa.
A livello internazionale, i partiti democratici cristiani hanno dato vita all'Internazionale Democratica Centrista, mentre i liberali sono riuniti nell'Internazionale Liberale. Alcuni gruppi e partiti centristi, tra i quali La Margherita italiana, l'UDF francese e la New Democrat Coalition americana, hanno dato vita, insieme a partiti di ispirazione liberale e centrista all'Alleanza dei Democratici...
Cleptocrazia (dal greco: κλέπτω "kleptō" (rubare) e κράτος "kratos" (potere), ovvero governo del furto), è una modalità di governo deviata che rappresenta il culmine della corruzione politica e una forma estrema dell'uso del governo per la ricerca del profitto personale di chi occupa posizioni di potere.
Oltre che al singolo governante può riferirsi ad ambiti più ampi come nel caso di élite o lobby[1] che si appropriano di una parte cospicua della ricchezza di un Paese adducendo giustificazioni di vario tipo, ideologico o religioso ad esempio.
Si tratta di società fortemente gerarchizzate, in cui esiste una casta che detiene saldamente il potere e abitualmente pratica l'endogamia.Generalmente in una cleptocrazia i governanti e i loro sodali usano meccanismi di governo volti alla spoliazione sistematica di risorse del Paese amministrato:
impongono quindi pesanti regimi di tassazione allo scopo di ammassare ingenti fortune personali
o impiegano strumenti quali per esempio il riciclaggio di denaro, conti bancari anonimi, falso in bilancio e altri sistemi simili allo scopo di proteggere e nascondere i guadagni illeciti derivanti dalle attività di governo.
Le cleptocrazie tendono a essere "stabilmente instabili" mediante un sistema costituito sulla successione di "ladri" che si alternano scalzando i predecessori senza però adoperarsi per risolvere i bisogni della popolazione.
Inoltre, poiché ogni sistema costruito sulla corruzione sistematica impone una tassazione sulle imprese e persone che non viene restituita sotto forma di servizi per i cittadini e le imprese, le cleptocrazie tendono inevitabilmente a generare un sistema economico inefficiente.
Generalmente, i governi di tipo cleptocratico ignorano i problemi economici e sociali dello Stato interessato, perché principalmente impegnati nella ricerca del benessere e del potere personale e difficilmente hanno possibilità di costruire un sistema repressivo avanzato per timore di subire un colpo di Stato: per questi motivi tali governi sono spesso impotenti di fronte alle crisi sociali più acute e accade quindi che i paesi da essi governati sprofondino nella guerra civile e nel caos civile o che cadano in situazioni di indebitamento pubblico eccezionale.
In Italia il termine è stato utilizzato da Giovanni Spadolini nelle sue vesti di Presidente del Consiglio e di Ministro della Difesa negli anni ottanta: «I repubblicani riaffermano la necessità di scelte politiche commisurate al carattere essenzialmente politico della questione morale. A cominciare da quelle aree del parastato e dell'economia pubblica che debbono essere liberate da tutti gli inquinamenti corruttori della tangentocrazia e della cleptocrazia».[9]
La questione morale aveva assunto questa caratteristica dopo i primi scandali degli anni settanta[10] e poi esplose come problema nazionale alla luce delle inchieste[11] di Mani pulite[12]: "la vicenda di Tangentopoli è in larga misura esemplare, perché ha fatto emergere un elemento patologico della vita politica italiana che era stato coperto appunto dalle ideologie.
A fronte di coloro che hanno evidenziato la "frantumazione" della classe dirigente a seguito della reazione giustizialista a Tangentopoli,[15] la questione morale è sempre più frequentemente indicata quale prioritario ambito di intervento dei legislatori nazionali e di quelli comunitari, mediante strumenti prescrittivi che dovrebbero servire ad arginare il fenomeno della corruzione e a migliorare la qualità del servizio reso al cittadino/utente.
Per una stabile prevenzione della cleptocrazia, si è però sostenuto che la gravità del fenomeno della corruzione, così come di altri comportamenti contrari all'etica pubblica, non può essere efficacemente contrastata soltanto con l'introduzione di ulteriori prescrizioni e sanzioni:
occorrerebbe anche il "consolidamento di un sistema di valori nel quale, la considerazione sociale della funzione, costituisca motivo di gratificazione (...) privo di tale difesa, il dirigente pubblico non soltanto è più esposto a sollecitazioni che, indipendentemente dal fatto che vengano raccolte o respinte, incidono negativamente sul clima generale, ma si presenta più debole nel confronto con altri soggetti il cui punto di vista, in occasione di scelte delle quali è responsabile, può essere diverso, se non addirittura opposto al suo"...
La parola clericalismo indica un agire in senso politico che mira alla salvaguardia e al raggiungimento degli interessi del clero e, conseguentemente, si concretizza nel tentativo di indebolire la laicità di uno Stato attraverso il diretto intervento nella sfera politica e amministrativa da parte di sostenitori anche non appartenenti al clero o, talvolta, non credenti.
Al clericalismo si contrappone politicamente il laicismo e ideologicamente l'anticlericalismo.
In ambiente cattolico il termine "clericale" designa la posizione di coloro che tendono a ridurre al minimo la partecipazione attiva dei laici all'esercizio spirituale del Clero.
Ma al di là dei termini del dibattito politico e religioso, per cui si preferisce parlare di "teodem" e "teocon" contrapposti a "laicisti", sembra essere in atto uno scontro tra clericali e anticlericali, considerati, come portatori di un'ideologia relativista, materialista, con l'obiettivo di cancellare o ridurre il ruolo della religione nella vita sociale.
Dal punto di vista dei laici, tuttavia, questo scontro si manifesta come un tentativo della Chiesa di imporre, attraverso una strategia di comunicazione e di lobbying, i suoi valori anche a coloro che professano fedi diverse o non credono affatto.
Costoro comunque, nell'interpretazione della Chiesa, condividono gli universali principii umani che vanno salvaguardati al di là delle proprie convinzioni religiose o laiche.La contrapposizione non verte più, come in un lontano passato, sulla partecipazione o meno dei cattolici alla vita politica, ma su temi sociali di rilevanza etica, riguardo ai quali, secondo gli esponenti del clericalismo, i cattolici devono battersi per difenderne gli aspetti umani e cristiani.Una questione oggi dibattuta è sul significato da attribuire al termine "ingerenza".
La gerarchia cattolica rivendica alla Chiesa, depositaria della tradizione apostolica, il diritto-dovere, secondo la sua funzione, di guidare i fedeli, e di predicare i principi morali, che i cattolici devono seguire.
I sostenitori dell'ingerenza del Clero nella vita politica e morale dei cittadini rifiutano l'accusa di clericalismo ed anzi accusano di "laicismo" (ritengono infatti che si possa distinguere fino alla contrapposizione tra laicità e laicismo) chi sostiene posizioni opposte.
Cosicché, quando, ad esempio, la gerarchia ecclesiastica si pronuncia sulla fecondazione medicalmente assistita e sulla ricerca scientifica sulle cellule staminali, afferma di farlo da posizioni "laiche" poiché difende il valore della vita (che del resto non è negato neppure dai laici) ritenendolo un valore non solo cristiano, ma umano. Per questo essa giudica legittimo avvalersi di cattolici impegnati nella vita politica, che sostengano non solo le posizioni della Chiesa cattolica, ma anche i principi laici della dignità umana.
D'altra parte i laici, non solo rivendicano il diritto di legiferare su questi temi connessi a valori etici, ma obiettano di voler lasciare libera scelta ai cittadini, in nome della loro libertà di coscienza, se aderire o meno alle opportunità che offre la legge.
Secondo questa posizione, il Clero non ha l'obbligo di astenersi, secondo la sua missione, da tutti quei pronunciamenti che abbiano significato religioso e morale ma da quelli che vogliano incidere sulle decisioni politiche; il che appare al Clero stesso una negazione della propria libertà di parola e di espressione.
In questo senso gli esponenti più propriamente laici sottolineano che lo Stato italiano è costituzionalmente uno Stato non confessionale, come afferma chiaramente il combinato disposto degli art.7 e 8 della Costituzione...
Il comunismo (dal francese communisme, derivato da commun "comune"[1][2]) è un'ideologia politica, intesa come sistema di valori e di idee economiche, filosofiche, sociali e politiche
miranti alla creazione di una società comunista, ovvero una società egualitaria caratterizzata dall'abolizione delle classi sociali e dello Stato, dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione (collettivizzazione) e dalla completa emancipazione di tutti gli individui.
Il comunismo, teorizzato per la prima volta in modo sistematico nel XIX secolo dai due pensatori tedeschi Karl Marx e Friedrich Engels, subì diverse trasformazioni e interpretazioni in base al tempo e al luogo in cui venne rielaborato e in cui ci fu il tentativo di raggiungerlo. Engels lo definì come "la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato" ne I principi del comunismo del 1847.[3]
All'interno del comunismo coesistono numerose correnti di pensiero come l'anarco-comunismo e il marxismo. A sua volta, da quest'ultima elaborazione dell'ideologia comunista (la più fortunata a partire dalla seconda metà del XIX secolo) ne sono derivato diverse altre, come il leninismo, il trockismo, il maoismo, il marxismo-leninismo il consiliarismo, il revisionismo, il marxismo occidentale.
Il conservatorismo progressista è un'ideologia politica trasversale affine al conservatorismo liberale e al conservatorismo sociale, impegnata a raccogliere e a soddisfare istanze progressiste e del liberalismo sociale[1].
Oltre a incarnare posizioni liberali su diritti civili e riforme sociali,
si propone di garantire una protezione e sicurezza sociale per i cittadini (con un moderato welfare state), onde combattere efficacemente la povertà e ridurre la criminalità,
oltre a misure economiche finalizzate ad una significativa redistribuzione della ricchezza
e la regolazione del mercato nell'interesse di produttori e consumatori, a metà fra il laissez-faire ed il radicalismo britannico.La dottrina sociale della Chiesa esposta nella Rerum Novarum (1891) è stata da taluni identificata come una forma molto moderata di conservatorismo progressista dell'epoca..
Cristianesimo democratico è un termine che, in senso lato, può riferirsi ad un impegno politico e democratico da parte dei cristiani e ad una ideologia politica dai tratti variegati.
La dottrina popolare di Don Luigi Sturzo, considerato come uno fra i padri fondatori del pensiero cristiano-democratico, è improntata su una linea di sociologia cattolica; questo ideale politico attinge dalla Rerum Novarum, la celebre enciclica di Papa Leone XIII, antesignana della dottrina sociale della Chiesa.
L'espressione democrazia cristiana, nata negli ambienti del cattolicesimo italiano alla fine del XIX secolo con la sua diffusione mondiale ha contribuito a rappresentare diversi movimenti politici con delle connotazioni valoriali talvolta divergenti;
monsignor Romolo Murri, agli inizi del XX secolo, fondò il movimento ideologico della Democrazia Cristiana, ma inizialmente non ebbe seguito poiché ritenuto alla stregua del modernismo teologico (difatti a causa di ciò venne sciolta l'Opera dei Congressi ad opera di Pio X);
nel 1919 Don Sturzo delineò un partito politico con il noto appello ai liberi e forti, il Partito Popolare. In Italia è quindi sinonimo di popolarismo.A livello internazionale negli anni settanta del Novecento è stata istituita una Internazionale Democratico Cristiana, successivamente nota come Internazionale Democratica Centrista (I.D.C) la quale, agli albori, raccoglieva diversi partiti democristiani e popolari propriamente detti.
Attualmente l'Internazionale Centrista comprende anche diversi partiti di ispirazione conservatrice, liberal democratica e genericamente centrista, in taluni casi privi di particolari riferimenti religiosi e spirituali.
Nella seconda metà del Novecento la Democrazia Cristiana, partito di ispirazione Popolare e cattolico-democratica, ebbe un ruolo rilevante nella politica italiana nell'ambito della Guerra fredda
Le politiche e le priorità dei partiti democristiani in qualche occasione differiscono da un Paese all'altro, sebbene sia possibile individuare una serie di caratteristiche che li accomunano.Rispetto al liberalismo, condivide l'impegno per i diritti umani e l'iniziativa personale, mentre si differenzia da esso per il rifiuto del laicismo e per l'enfasi del concetto per il quale l'individuo è parte di una comunità e ha dei doveri nei suoi confronti.
Rispetto al conservatorismo, condivide pienamente i valori morali (in temi come la famiglia e il diritto alla vita), l'idea "progressiva" dei mutamenti sociali (senza pericolosi strappi rivoluzionari), l'attenzione per l'ordine ed il rispetto della legge, il rifiuto del comunismo, differenziandosene per una maggiore predisposizione al cambiamento e non per la semplice difesa dello status quo.
Rispetto al socialismo, condivide la necessità di una marcata solidarietà sociale, la volontà di limitare l'"egoismo liberista", il rifiuto del fascismo. Diversamente da esso, però, sostiene l'economia di mercato e, rispetto al socialismo rivoluzionario, ripudia la violenza come mezzo per raggiungere il cambiamento.
I cristiani democratici sostengono un individualismo moderato che trova limiti nell'incontro con la libertà e con la stessa società, per cui l'individuo deve semplicemente comportarsi da buon cittadino, senza che la Chiesa lo indirizzi nell'atto della scelta, difendono l'eredità cristiana, sebbene legandola all'identità e unità nazionale, anziché adottare una posizione equidistante dalle singole fedi, come è tipico del liberalismo e della socialdemocrazia.
Attenti alle questioni sociali, convinti della cooperazione attiva tra le varie classi, difendono la proprietà privata e lo Stato sociale;
sensibili alle tematiche etiche care al mondo cattolico, non condividono le scelte legate all'aborto e all'unione omosessuale.Il cristianesimo democratico considera inoltre l'economia al servizio dell'umanità, sostenendo generalmente i modelli e le proposte dell'economia sociale di mercato[2],
senza mettere naturalmente in discussione il capitalismo,[3] criticandone solo alcuni elementi, al pari dei liberali (critici del monopolio) e, ovviamente, delle sinistre radicali e non.Negli ultimi anni alcuni partiti democristiani europei hanno abbracciato politiche liberiste;
emblematica è in tal senso l'evoluzione dell'Unione Cristiano Democratica tedesca, che ha accentuato le spinte liberali in economia, a differenza dell'Unione Cristiano Sociale bavarese, rimasta fortemente legata alla sua tradizione cristiano-sociale (nel senso tedesco del termine).
Non mancano correnti di sinistra, come il cristianesimo sociale, nonché quelle che hanno assunto i caratteri di socialismo cristiano quali (il Movimento Socialista Cristiano, componente del Partito Laburista britannico, il Partito dei Lavoratori brasiliano.
La Lega Internazionale dei Socialisti Religiosi, affiliata all'Internazionale Socialista) sono da ritenersi parte integrante della storia del socialismo e della socialdemocrazia, che nei Paesi protestanti, non è vista necessariamente come un movimento politico laicista. Sono rilevanti i legami della SPD con la Chiesa Luterana, al punto che i membri di tale chiesa contribuirono a rifondare la SPD in Germania Est nel 1989.
Il cristianesimo liberale è una corrente religiosa e politica, nata e sviluppatasi nell'Europa del XIX secolo, che mirava a conciliare il pensiero cristiano con i principi liberali di libertà civili e sociali. Si è trattato di una corrente tanto teologica quanto politica.
I cattolici liberali furono favorevoli a una affermazione della libertà di coscienza, di stampa e di associazione, della separazione tra Stato e Chiesa. Lo Stato, secondo La Mennais, doveva essere "indifferente in tema di religione".La corrente liberale ebbe una particolare rilevanza all'interno della Chiesa cattolica.
I cattolici liberali in Europa attraversarono tutte le contraddizioni proprie del mondo liberale di fine Ottocento.[1]
Nel campo politico-istituzionale videro la compatibilità tra democrazia parlamentare e cristianesimo,
ma nel campo economico-sociale non colsero del tutto l'emergere di una nuova classe sociale, il proletariato, che avrebbe, invece, attirato l'attenzione del nascente mondo socialista.
Solo in un secondo momento il cristianesimo democratico riuscì parzialmente a incanalare le esigenze del mondo del lavoro all'interno della componente del cristianesimo sociale.
Il cattolicesimo liberale perse ogni importanza dal punto di vista politico, perché, se, da un lato, le sue posizioni in campo economico erano state assorbite dal cristianesimo democratico, la sua attenzione verso la laicità dello Stato era sostenuta dai cristiano-sociali.
In campo religioso, le correnti liberali si distaccarono dalla Chiesa cattolica in Svizzera, dove lo scontro con i cattolici ultramontani (forti nei cantoni rurali e conservatori) fu molto forte tanto da contribuire alla Guerra del Sonderbund,
nei Paesi Bassi, dove in particolare venne criticato il dogma dell'infallibilità papale,
e in altri Paesi europei per dare vita alla Chiesa vetero-cattolica, alla Chiesa cattolica liberale e ad altre chiese minoritarie.
Il cattolicesimo liberale ha trovato poi un terreno molto fertile negli Stati Uniti, dove, come detto, vi era una lunga tradizione di protestantesimo liberale.
In Italia vengono considerati cattolici liberali personalità come Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini e Alessandro Manzoni. I cattolici liberali italiani si caratterizzarono per il favore dimostrato nei confronti del Risorgimento e della scelta di trasferire la capitale italiana da Torino a Roma.
La dottrina neoguelfa di Vincenzo Gioberti proponeva una confederazione di Stati italiani sotto la guida del papa. I termini del rapporto tra trono e altare del legittimismo dell'Ancien régime e della Restaurazione venivano rovesciati: alla fedeltà al trono subentrava l'idea del sentimento patriottico, mentre l'altare era inteso in modo meno dipendente dall'autorità della gerarchia cattolica: Gioberti sarà nemico dei gesuiti, che per la loro obbedienza al papa erano considerati avversari della conciliazione fra gli Stati liberali e la Chiesa. Gioberti scrisse «Non si può essere perfettamente italiano da ogni parte senza essere cattolico»[2] dottrina che trova eco nella definizione di identità nazionale manzoniana: «una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue, di cor».
Proponimento dei cattolici liberali era quello di dare vita a uno Stato unitario in cui fosse preservato il cattolicesimo, come religione identitaria degli italiani.
In quest'ottica appariva loro secondaria o controproducente la difesa delle prerogative del clero.[3]Dal punto di vista politico il connubio tra patria e religione entrò in crisi dopo il 1848, quando papa Pio IX abbandonò la guerra contro l'Austria e il Regno di Sardegna si avviò verso una politica di separazione tra Chiesa e Stato.[4]I cattolici intransigenti erano contrari all'Unità d'Italia ed alla scelta di Roma come capitale, perché ciò avrebbe comportato la fine dello Stato pontificio e del potere temporale dei papi.
I cattolici liberali, invece, vedevano nell'Unità italiana e nella fine del potere temporale della Chiesa la possibilità per la stessa di ritornare al suo vero ruolo di guida delle anime. La polemica antitemporalista fu sostenuta dall'opera del teologo Carlo Passaglia, che raccolse 10.000 firme per una petizione a papa Pio IX affinché rinunciasse al potere temporale.
L'eredità del cattolicesimo liberale, in campo politico, fu ripresa dalle aree moderate del cristianesimo democratico per quanto riguarda le libertà economiche (in primis da don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano), da Alcide De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana e presidente del Consiglio dei ministri dal 1945 al 1953 e da quelle più "sociali" per quanto concerne le istanze laiche e progressiste in campo etico-sociale (per esempio, i seguaci di Giuseppe Dossetti).Oggi, nel lessico politico e giornalistico, si usa il termine cattolico liberale per definire quei politici democristiani o d'ispirazione cristiana che sostengono idee liberali in economia, pur senza disconoscere del tutto i principi dell'economia sociale di mercato, cara tanto al cristianesimo democratico quanto alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. In questo senso, ai cattolici liberali, che non sono altro che democristiani d'ispirazione liberale, si contrappongono i cristiani sociali, assertori di politiche sociali e di un maggiore intervento dello Stato in economia, in modo non dissimile alla socialdemocrazia...
La democrazia (dal greco antico: δῆμος?, démos, "popolo" e κράτος, krátos, "potere") etimologicamente significa "governo del popolo", ovvero forma di governo e valori sociali in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, che generalmente è identificato come l'insieme dei cittadini che ricorrono in generale a strumenti di consultazione popolare (es. votazione, deliberazioni ecc.).
La democrazia è un sistema politico che si fonda sul principio della sovranità popolare, ossia il potere appartiene al popolo, che lo esercita attraverso forme di partecipazione diretta o indiretta. In una democrazia, i cittadini hanno la libertà di scegliere i propri rappresentanti e influenzare le decisioni politiche che li riguardano. Tuttavia, il concetto di democrazia è molto ampio e si articola in vari aspetti che vanno oltre la semplice elezione dei leader.
Storicamente il concetto di democrazia non si è cristallizzato in una sola univoca versione[1] ovvero in un'unica concreta traduzione, ma ha trovato espressione evolvendosi in diverse manifestazioni, tutte comunque caratterizzate dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare.
Benché all'idea di democrazia si associ in genere una forma di Stato, la democrazia può riguardare qualsiasi comunità di persone e il modo in cui vengono prese le decisioni al suo interno (per esempio il Papa viene eletto da una ristretta cerchia e anche lo furono i primi quattro Califfi detti califfi ben guidati, questi esempi di monarchia assoluta elettiva teocratica, quindi un tipo di democrazia illiberale teocratica).
Nelle scienze politiche la democrazia dialogico-deliberativa (o semplicemente deliberativa) è una forma di governo democratico nel quale la volontà del popolo non viene espressa tramite l'elezione di rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma attraverso un processo deliberativo diretto da parte dello stesso (es. e-democracy tramite Web 2.0).
Anthony Giddens ha scritto che, nonostante la democrazia sia ritenuta “l'idea più potente e stimolante del Novecento”[4], essa pare subire oggi un destino paradossale:
mentre da un lato si può dire che è una forma di governo in espansione nel mondo (es. Primavera araba),
dall'altro lato può generare al proprio interno una crescente delusione che è in parte misurabile attraverso la rilevazione di fattori quali l'astensionismo, l'indifferenza e la sfiducia nei confronti del sistema politico-istituzionale, il calo dei militanti politici nei partiti e il conseguente emergere di movimenti anti-istituzionali[5].
Partendo da queste considerazioni, Giddens sostiene la necessità di introdurre, nei paesi democratici, innovazioni che portino
a una “democratizzazione della democrazia” cioè che siano in grado di incidere, in misura diversa a seconda del contesto, sui provvedimenti anti-corruzione, sul decentramento del potere e sul rafforzamento della cultura civica:
“non dobbiamo pensare che esistano soltanto due settori della società, lo stato e il mercato, cioè il pubblico e il privato: in mezzo sta la società civile che è l'arena dove gli atteggiamenti democratici, come la tolleranza, devono essere sviluppati”[4].Tra le varie risposte emerse dagli studi sulla democrazia, i criteri del processo democratico elaborati da Robert Dahl[6], che in parte coincidono con quelli proposti da Stefano Rodotà[7], possono essere considerati degli “indicatori utilizzabili per verificare la “qualità democratica” delle proposte di innovazione dei meccanismi della democrazia rappresentativa.
Tali criteri riguardano la partecipazione effettiva, la parità di voto, il diritto all'informazione, il controllo dell'ordine del giorno e l'universalità del suffragio[5].Di «crisi della democrazia» si parla già a partire dalla fine degli anni '60[8][9] in riferimento a diversi fattori:
deficit democratico,
perdita di fiducia dei cittadini anche nei paesi a tradizione democratica consolidata,
crisi della rappresentanza.
Inoltre il fenomeno è diffuso, con tratti peculiari, non solo in Europa ma in molti paesi, dagli Stati Uniti all'India.Lo svolgimento di elezioni politiche periodiche, tuttavia, può non apparire più uno strumento sufficiente a definire un regime democratico.I pilastri portanti della democrazia deliberativa riguardano i seguenti aspetti:
Accettazione della diversità: la diversità di opinioni e di prospettiva consente di gettare dei ponti («bridging»[15]) fra le diversità stesse, alla ricerca di «buone» decisioni.
Viceversa, interazioni limitate a gruppi omogenei per orientamenti e opinioni servono a rinsaldare i legami interni («bonding»), ma non sono utili per affrontare questioni pubbliche[13].
Uguaglianza: la democrazia deliberativa si ripropone di andare oltre il dato formale, ricercando le condizioni per un'eguaglianza effettiva[16], almeno nel contesto del processo partecipativo.
Non si intende eliminare le diversità, ma creare le condizioni necessarie perché queste diversità possano parlarsi in egual misura[13].
Neutralità: un processo partecipativo che miri a essere al servizio di una comunità nel suo insieme, piuttosto che di un particolare soggetto o «fazione», deve essere credibile, equo e neutrale.
Idealmente queste attività dovrebbero essere promosse, finanziate e gestite da organizzazioni terze non-coinvolte al fine di contenere possibili distorsioni e diseguaglianze derivanti dalla struttura di potere[17].
In realtà sono in genere le amministrazioni pubbliche a promuovere i processi e a fornire le risorse, affidandone la gestione a professionisti.
Una soluzione per conferire credibilità a questi processi può essere l'istituzione di autorità indipendenti che sovrintendano l'attività di queste amministrazioni; professionisti e gruppi d'interesse partecipanti (es. la Commission nationale du débat public (CNDP), responsabile francese dei processi di débat public; l'Autorità per la partecipazione della Regione Toscana; gruppi di cittadini, ecc.)I tratti distintivi che contraddistinguono la partecipazione dialogico-deliberativa rispetto ad altre forme di coinvolgimento sono i seguenti[13]:inclusione: la partecipazione deliberativa deve affrontare il problema delle dimensioni degli Stati nazionali che storicamente è stato risolto con la delega e la rappresentanza. È impossibile che tutti possano partecipare: d'altra parte chi partecipa influenza il processo, il suo esito nonché la sua legittimità.
Quindi più “tipologie” possibili di soggetti deve essere invitata a partecipare, dai cittadini ai “portatori di interesse”.
A tal fine esistono tre tipi di reclutamento ognuno con pro e contra:
selezione mirata, su invito dedicato. Indicata soprattutto agli esperti o ai portatori di interesse, con particolare riguardo alla neutralità;
«porte aperte», aperto a chiunque. Probabilmente parteciperanno i "cittadini attivi" o direttamente interessati, ma non sarà garantita grande rappresentatività della popolazione, soprattutto se non si supporta il processo con adeguate forme di informazione e pubblicità;
campionamento stratificato: tecnica statistica che "garantisce" (ci sono diverse scuole di pensiero a proposito di ciò) un microcosmo rappresentativo della popolazione; l'inclusione inoltre necessita di istituzioni economiche e politiche a loro volta inclusive e incentivanti.
informazione: perché la partecipazione politica sia effettiva, i cittadini dovrebbero sempre poter disporre delle informazioni necessarie per poter esprimere il proprio punto di vista informato (l'idea della teoria deliberativa è proprio quello di ascoltare le diverse prospettive soggettive che ruotano attorno a una questione: non solo "massimi esperti" ma anche cittadini che esprimano il "senso comune").
Una volta definito dunque il gruppo di partecipanti è necessario fornire loro informazioni utili e, quanto più possibile, neutrali.
A questo fine i «metodi» deliberativi utilizzano sostanzialmente diversi tipi di «canali»:
materiale informativo;
incontri con esperti;
testimonianze di soggetti che rappresentano specifiche posizioni e interessi; input di cittadini e altri soggetti.
Esempi pratici interessanti sono le Consensus Conference promosse dal Danish Board of Technology e anche il caso della Commissione per il dibattito pubblico sulla Gronda di Genova.
dialogo: la deliberazione consiste in interazioni discorsive intersoggettive basate sul «fornire ragioni», sullo scambio e sulla valutazione delle argomentazioni concorrenti dei partecipanti[18][19][20].
Queste interazioni avvengono in forma di dialogo: né dibattito né mera conversazione a ruota libera ma attraverso il dialogo inteso come ma interazione comunicativa interpersonale, possibilmente faccia a faccia (con riferimento alla "forza non coercitiva dell'argomento migliore" dell'"agire comunicativo" di Jürgen Habermas).
Questo tipo di dialogo non è per sua natura spontaneo ma richiede anzi condizioni appropriate:
"spazi" strutturati, tutti devono poter parlare (nel senso di ascoltare ed essere ascoltati).
È necessario sforzarsi di comprendere le ragioni altrui;
spazi garantiti, neutrali, protetti, facilitati: clima di rispetto reciproco anche delle diversità;
una vasta gamma di "regole e metodi" condivise dai partecipanti:
il riconoscimento reciproco di diritti e obblighi da parte dei partecipanti costituisce condizione necessaria per un discorso razionale[21].
Un esempio odierno è il World Café mentre uno "storico" è il Town Meeting. Un processo interessante recente di questo tipo è stato il "Listening to the City" che si è tenuto a New York in merito alla ricostruzione di Ground zero.
deliberazione e consenso: ponderare una questione considerando i diversi punti di vista per arrivare a conclusioni che siano valide in tutti i contesti collettivi, sociali e istituzionali (con riferimento alla "dimensione discorsiva dell'agire politico" di Hannah Arendt).
La deliberazione, per definizione, non è una negoziazione o un compromesso, perché si ambisce ad un consenso unanime: opinioni e preferenze subiscono, sulla base di questa ambizione, cambiamenti attraverso dialogo e informazione (anche se non è obbligatorio che ciò accada, venendo meno quindi alla definizione di deliberazione).
Il conflitto e la diversità sono considerati dei punti di partenza;
influenza/empowerment: la democrazia deliberativa mira a rafforzare la voce dei cittadini, ma anche la genuina disponibilità delle istituzioni a recepire questa «voce»;
la deliberazione è efficace se gli esiti sono presi in seria considerazione da istituzioni e decisori[22].
Inoltre una reale partecipazione mira a contribuire quanto meno alla formazione di scelte collettive[23] e implica un trasferimento di quote di potere dai governanti ai cittadini..
La democrazia diretta è una forma di governo democratica nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza politica, esercitare direttamente il potere legislativo.
Gli strumenti mediante i quali i cittadini possono esercitare la democrazia diretta sono i seguenti:
Petizione, è lo strumento più semplice di democrazia diretta. Una petizione impone all'organo al quale viene indirizzato di dare una semplice risposta;
Referendum abrogativo, tramite il quale i cittadini possono abrogare un provvedimento legislativo votato dai rappresentanti. L'abrogazione avviene chiamando al voto i cittadini stessi, per esempio mediante la raccolta di firme;
Referendum confermativo, tramite il quale i cittadini possono essere chiamati al voto anche senza preventiva raccolta di firme per alcune tipologie specifiche di leggi, per esempio per leggi che concernono direttamente i legislatori, come per esempio le leggi elettorali, oppure per leggi che comportano voci di spesa particolarmente elevati;
Legge di iniziativa popolare, con cui i propositori della legge di iniziativa popolare, raccogliendo il numero di firme necessario nei tempi e nelle modalità previste, chiamano alla discussione ed al voto i rappresentanti eletti. Questo strumento di democrazia diretta è detto a volte anche Proposta popolare o Mozione di iniziativa popolare;
Referendum legislativo, con cui i propositori della legge di iniziativa popolare chiamano al voto direttamente l'insieme degli elettori;
Revoca degli eletti, che consente ai cittadini, seguendo le specifiche procedure, di revocare un rappresentante eletto prima dello scadere del suo mandato oppure anche, eventualmente, tutto l'organo rappresentativo.
Un discorso a parte merita il Plebiscito.
Nella citazione di Auer (precedente) questo strumento è indirettamente indicato come una forma impropria di democrazia diretta, definita come "addomesticata". Nell'opera di Bruno Kaufmann invece lo strumento è energicamente rifiutato come strumento di democrazia diretta: "I plebisciti sono strumenti di potere nelle mani di chi governa, in cerca di approvazione da parte del Popolo per consolidare o salvare il proprio potere. Lo scopo non è tanto l'implementazione della democrazia, quanto piuttosto il dare legittimità alle decisioni di chi governa."In Italia
La democrazia diretta trova una specifica previsione e tutela costituzionale nella Costituzione della Repubblica Italiana, e in particolare ad essa è dedicato l'Art. 3 Cost., annoverato nella sezione dei "Diritti fondamentali".«Articolo 3Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. (Costituzione della Repubblica Italiana)[13]»Tra gli strumenti che l'ordinamento italiano prevede per l'effettivo esercizio di questa forma di partecipazione ci sono:A livello nazionale.
L'Italia, a livello nazionale, prevede tre strumenti di democrazia diretta:Referendum abrogativo (articolo 75 della Costituzione della Repubblica Italiana) consente l'abrogazione di leggi varate dal Parlamento.
La Legge 25 maggio 1970, n. 352, in materia di "Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo." richiede la presentazione di 500.000 firme autenticate, le quali devono essere raccolte in un arco massimo di tempo di tre mesi.
Questo rende chiaramente difficoltosa tale impresa a gruppi che non dispongano di un'adeguata organizzazione. Inoltre l'abrogazione è possibile solo se si supera il quorum del 50% degli aventi diritto al voto.
Referendum Confermativo (articolo 138 della Costituzione della Repubblica Italiana). È detto anche "referendum costituzionale".
Ha luogo se una modifica della Costituzione è stata approvata da ciascuna delle Camere con una maggioranza inferiore ai due terzi dei suoi componenti, in questo caso per avere luogo il referendum deve essere richiesto (entro tre mesi) da un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Il referendum costituzionale non esige quorum di votanti.
Legge di iniziativa popolare (articolo 71 della Costituzione della Repubblica Italiana). Consente di presentare al Parlamento disegni di legge, purché sostenuti da almeno 50.000 firme.
La discussione della proposta e la delibera resta competenza dell'organo legislativo. Si tratta quindi di una "Proposta popolare" o "Mozione di iniziativa popolare".
Purtroppo le leggi di iniziativa popolare a voto parlamentare pur essendo contemplate dalla Costituzione non vengono in genere nemmeno discusse né tanto meno votate dal Parlamento il quale dà la precedenza alle leggi di iniziativa governativa o parlamentare.
Un quarto strumento di democrazia diretta è previsto dalla Costituzione:Petizione (articolo 50 della Costituzione della Repubblica Italiana) che dice:
"Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità".
Questo strumento non ha finora trovato applicazione pratica, non essendo mai stato regolamentato con un'apposita legge dal Parlamento.
A livello locale:
In applicazione dei principi costituzionali che prevedono l'autonomia legislativa ed attuativa degli Enti locali (articoli 114, 117,118 e 123 della Costituzione della Repubblica Italiana)
negli Statuti e nei Regolamenti comunali e regionali può essere introdotto qualsiasi strumento di democrazia diretta.
Proposte recenti:
Nel 2008 per iniziativa dei senatori Adamo, Ceccanti, Di Giovan Paolo, Incostante, Legnini, Marino, Procacci, Vitali e Pertoldi, è stato presentato un disegno di legge costituzionale. Si proponeva di ritoccare il meccanismo del quorum: dal 50% degli aventi diritto al voto doveva passare al 50% dei votanti alle elezioni precedenti. Inoltre, nel caso in cui il parlamento non reagisse entro 18 mesi alla presentazione di una legge d'iniziativa popolare questa sarebbe passata al voto popolare[14].
Nel 2009 per iniziativa dei senatori Peterlini, Adamo, Ceccanti, Negri, Perduca, Pinzger, Poretti e Procacci è stato depositato un disegno di legge costituzionale che propone l'introduzione di una più ampia gamma di strumenti di democrazia diretta nella nostra Costituzione, incluso il referendum legislativo[15].
Il dibattito sulla democrazia diretta in Italia è stato riaperto a partire dagli anni 2000 con le iniziative politiche dei membri e appartenenti al Movimento 5 Stelle (M5S).Anche l'Unione europea ha recentemente (1º aprile 2012) introdotto uno strumento di democrazia diretta: il Diritto d'iniziativa dei cittadini europei (ECI). Con la raccolta di un milione di firme in almeno 5 paesi della Comunità i cittadini europei possono chiamare la Commissione europea a presentare una proposta legislativa[17]. Si tratta quindi di una legge di iniziativa popolare a voto parlamentare. Sebbene la "Mozione" o "Proposta popolare" (come tale strumento è anche chiamato) non sia il più potente strumento di democrazia diretta, né sia particolarmente originale, è opportuno segnalare alcune particolarità ed originalità dell'ECI:è il primo strumento di democrazia diretta a livello di un continente.
è ammessa la raccolta delle firme valide via rete.
Negli ultimi anni è stato anche lanciato il progetto Make.org (originatosi in Francia e patrocinato dal Parlamento Europeo), che permette a ogni utente registrato di avanzare delle proposte e di discuterle e votarle insieme agli altri utenti.
La democrazia liberale[1], o liberaldemocrazia[1][2] è una forma di governo basata sulla combinazione del principio liberale dei diritti individuali con il principio democratico della sovranità popolare.
Essa intende sottolineare che il riconoscimento della sovranità del popolo va di pari passo con l'intangibilità di una serie di libertà individuali (libertà di pensiero, di culto, di stampa, libertà di impresa economica),[1] tipicamente garantite dallo Stato liberale.
La democrazia liberale
promuove e protegge i diritti e le libertà individuali (libertà di parola, di associazione, di religione e di proprietà),
la divisione dei poteri,
il giusto processo, attraverso una costituzione.
In origine in nessuna democrazia liberale il suffragio era universale (solo maschile, basato sul censo o ristretto ad alcuni gruppi etnici).[7]
Tutte le democrazie liberali odierne garantiscono invece - fatta salva la cittadinanza - il diritto di voto per tutti gli adulti, indipendentemente dal genere, dall'etnia e dai diritti di proprietà.[8]Le elezioni debbono svolgersi in modo libero e ad esse, in virtù del principio di pluralismo, possono partecipare più partiti o candidati in competizione tra loro.
La Costituzione è intesa come il limite all'autorità del governo e come garanzia dello Stato di diritto.
L'autorità di governo è legittimamente esercitata solo se ciò avviene nel rispetto di leggi scritte, approvate e pubblicate in conformità alla Costituzione.[9]
Molte democrazie adottano forme di federalismo in modo da attuare una "separazione verticale dei poteri" volta a evitare gli abusi del governo, distribuendo le competenze tra i vari livelli di governo.
La democrazia liberale inoltre garantirebbe un equilibrio tra volontà della maggioranza e volontà dell'individuo.
Alexis de Tocqueville propose infatti, come contrappeso ai mali intrinseci di una democrazia assoluta, una pluralità di idee, tramite l'associazionismo e i corpi intermedi, che garantisca un controllo della maggioranza da parte delle minoranze politiche e le opposizioni, come nel modello di democrazia liberale degli Stati Uniti, in cui "pesi e contrappesi" bilanciano i vari poteri...
La democrazia rappresentativa è una forma di governo democratica nella quale i cittadini, aventi diritto di voto, eleggono direttamente dei rappresentanti per essere governati (in contrapposizione alla democrazia diretta).Nella trattazione del filosofo greco Aristotele, la democrazia rappresentativa corrisponde alla πολιτεία (v. politeia), democrazia rappresentativa del ceto medio, giusto mezzo o compromesso fra le due forme di governo degenerate dell'oligarchia e della tirannide: cariche elette come nell'oligarchia, ma indipendentemente dalla classe sociale-censo come nella tirannide.
Il popolo è diviso in classi sociali e la democrazia rappresentativa è tanto più stabile e tanto più non degenerata, quanto più è numeroso il ceto medio e al suo interno distribuita la ricchezza, poiché gli eletti -oggi diremmo lo Stato- si trovano a mediare e dover trovare una legge-compromesso fra gli opposti e legittimi interessi di parte, tanto più facilmente ottenibile quanto più questi interessi per ricchezza e virtù non sono divergenti in partenza, come cioè avviene quando sono concentrati in un ampio ceto medio.
Sono democrazie rappresentative le democrazie in cui è presente un Parlamento o più in generale un'assemblea legislativa.
Le democrazie rappresentative si distinguono in
democrazie parlamentari, se il parlamento ha i più ampi poteri (a partire dalla fiducia obbligatoria all'esecutivo)
oppure presidenziali o semipresidenziali se il presidente della repubblica o il capo dello stato ha poteri abbastanza estesi da essere concorrenziali a quelli dell'assemblea legislativa.
La democrazia organica, o democrazia corporativa[1], è un'organizzazione politico-amministrativa organicistica di democrazia rappresentativa, alternativa ai sistemi liberaldemocratici di democrazia parlamentare, alla democrazia diretta e alla dittatura del proletariato marxista.[2]Essa propone tra le proprie caratteristiche principali l'elezione indiretta di vari organi deliberativi e legislativi.
La democrazia organica moderna fu applicata in Spagna durante la dittatura di Francisco Franco con la legge del referendum nazionale del 22 ottobre 1945, la quale diede attuazione a un sistema politico corporativo, che era stato in via di sviluppo durante la prima fase della dittatura. L'obiettivo era quello di permettere agli spagnoli, senza l'intervento dei partiti, di partecipare alla vita politica organizzandosi in corporazioni o organizzazioni spontanee quali consigli locali.[4][5] In Spagna la democrazia organica fu oggetto di costanti critiche internazionali in quanto al tempo in Europa occidentale era vigente la democrazia liberale.
Un altro paese dove venne messa in atto la democrazia organica fu il Portogallo, con l'Estado Novo di Salazar[1], dove il potere legislativo era affidato al parlamento unicamerale (Assembleia Nacional), eletto ogni quattro anni e coadiuvato dalla Câmara Corporativa (Camera delle corporazioni)[6], un organismo elettivo formato da rappresentanti di enti e associazioni che operavano in campo economico, sociale e culturale. I partiti di opposizione a partire dal 1945 furono tollerati, ma non ebbero nella pratica un ruolo significativo[7]. In parte la democrazia organica venne attuata anche in Austria sotto il regime di Engelbert Dollfuss.[8][9]L'attuazione della democrazia organica, sia nella Spagna franchista che nel Portogallo di Salazar, ha generato il riaffermarsi di poteri locali a scapito di quelli centrali. Tale fenomeno, già presente nei decenni precedenti la presa di potere di Franco, era noto come caciquismo (una sorta di feudalesimo elettivo) in Spagna: esso era presente soprattutto nelle zone più arretrate culturalmente, e la sua permanenza fu favorita nei decenni del franchismo dall'abbandono del precedente processo elettorale
Repubblica Sociale Italiana (1943–1945)
Un abbozzo di tale modello di stato fu anche proposto durante il Congresso di Verona nella Repubblica Sociale Italiana ad opera di Silvio Gai. La sua applicazione era prevista, in concomitanza alle leggi di natura economica, per il 25 aprile 1945[11], ma non venne attuata a causa della sconfitta del fascismo e della repubblica di Salò....
Per diarchia (dal greco dìn doppio, arché comando) si intende uno stato il cui sistema governativo prevede che la carica di capo di stato sia investita da due persone allo stesso tempo, che in vari casi esercitano un potere di base uguale tra di loro, sebbene uno dei due individui possa ottenere un potere maggiore a causa della sua personalità, influenza e/o risorse.
In genere le diarchie si formano quando nessun potere riesce a prevalere su un altro e i due più forti contendenti si accordano per la sua gestione.
Spesso le repubbliche presidenziali con presenza di primo ministro, o semi-presidenziali, presentano una diarchia tra Presidente e Primo ministro: oltre ad esistere un parlamento e la divisione dei poteri, il potere esecutivo viene però diviso equamente tra le due figure, come accadde nella Quinta repubblica francese.
Anche nella repubblica presidenziale semplice, il potere del presidente è bilanciato da quello del Congresso o Parlamento.
Molte monarchie costituzionali, in cui il re detiene ancora un potere effettivo (a differenza delle monarchie parlamentari in cui è un'autorità puramente cerimoniale), sono diarchie in cui il governo è spartito tra il re e i suoi ministri da una parte, e il Parlamento dall'altra.Il termine diarchia è stato usato anche a proposito del regime fascista instauratosi in Italia nella prima metà del XX secolo, con l'acquisizione da parte del dittatore Benito Mussolini di poteri più vasti rispetto a quelli concessi dalla sua carica e di alcune caratteristiche spettanti di diritto al Re in forza dello Statuto Albertino, che effettivamente equiparavano l'autorità di Mussolini a quella del re Vittorio Emanuele III di Savoia.
Dal 1922 al 1943 coesistettero nel regime due guide, il re Vittorio Emanuele III, e il duce stesso, anche se la politica era, di fatto, diretta da quest'ultimo.Attualmente esistono due diarchie sancite costituzionalmente: Andorra, monarchia i cui regnanti sono il presidente della Repubblica francese e il vescovo di Urgell in Spagna; e San Marino, repubblica guidata da due Capitani reggenti, una versione moderna degli antichi consoli. Dal 1º gennaio 1962 al 5 aprile 1963 è stato una diarchia anche lo Stato delle Samoa. In realtà esiste anche una reggenza monarchica caratterizzata da diarchia, ed è quella presente in eSwatini....
Il dispotismo illuminato è il governo assolutista di un monarca o despota illuminato, in riferimento agli ideali dell'Illuminismo, periodo storico e culturale dell'Occidente del XVIII e inizio del XIX secolo.
Nell'Europa del Settecento, con l'eccezione di Islanda, della Spagna, del Portogallo, della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi, la forma politica dominante era la monarchia assoluta.
Tra il 1740 e il 1790, molti governi europei intrapresero una serie di riforme economiche, commerciali e sociali. Questa volontà dei sovrani assoluti di migliorare le condizioni di vita del proprio popolo, che sembrava seguire le indicazioni degli illuministi, diede origine al cosiddetto dispotismo illuminato. Il principale propositore di questo sistema presso gli illuministi fu Voltaire; il quale però, considerava la monarchia parlamentare inglese come un modello di stato ben governato.Anche se i loro regni erano basati sulle idee dell'Illuminismo, il pensiero dei monarchi illuminati a proposito dei poteri dei sovrani era simile a quello dei predecessori. Essi ritenevano di avere ottenuto per nascita il diritto di governare.
Per l'Europa il Settecento fu un periodo di riforme. Per dare efficacia al loro potere, un po' dovunque i sovrani introdussero riforme, consigliati dagli illuministi.
Le innovazioni si esplicarono principalmente nel campo giuridico e della procedura penale, nell'amministrazione e nella struttura politica e abolendo privilegi e disuguaglianze nel sistema fiscale, che divenne più equo e più efficiente.
I rapporti fra Chiesa e Stato, secondo le tesi del giurisdizionalismo (tendenza dello Stato ad allargare la propria sfera d'azione limitando quella della Chiesa) furono profondamente modificati a favore del potere politico.
La potenza economico-politica della Chiesa nei singoli regni fu avversata, i sovrani, con opportune iniziative statali cercarono di ostacolare l'influenza dei religiosi sull'insegnamento, inoltre intervennero in campo patrimoniale abolendo privilegi e immunità, inoltre stabilirono che la pubblicazione degli atti pontifici e l'insediamento dei vescovi fossero subordinati alla loro approvazione.
Gli ordini religiosi furono ostacolati o soppressi, i gesuiti furono cacciati dal Portogallo e da altri Paesi europei a causa del potere raggiunto dalla Compagnia di Gesù in politica, nell'educazione delle classi superiori, nel campo degli affari...
Una dittatura militare è una forma di governo autoritaria in cui il potere politico è detenuto da leader militari (tipicamente ufficiali delle forze armate).
Come tutte le dittature quella militare può essere dichiarata ufficialmente o non esserlo, ovvero alcuni dittatori militari sono formalmente subordinati ad un governo civile o no.
Esistono anche forme intermedie, in cui i vertici delle forze armate esercitano una fortissima influenza nel Paese, senza però reprimere del tutto le libertà democratiche.
Alcune dittature militari sono guidate da un organo collegiale, che nei paesi latinoamericani è tradizionalmente denominato giunta (dallo spagnolo "junta", 'comitato', 'consiglio'), composto dai militari delle varie forze armate di rango più elevato.
Altre dittature militari sono interamente nelle mani di un singolo alto ufficiale, solitamente il comandante supremo delle forze armate. Il presidente della giunta o il comandante unico possono assumere la carica di capo di Stato.In Medio Oriente e in Africa, i governi militari sono, più spesso che altrove, controllati da un'unica potente personalità e hanno spesso i caratteri di un'autocrazia, in aggiunta a quelli di una dittatura militare.
Leader come Idi Amin Dada, Muʿammar Gheddafi e Gamal Abd el-Nasser hanno cercato di alimentare il proprio culto della personalità, diventando l'emblema stesso della nazione sia all'interno che all'esterno dei loro paesi.La maggior parte delle dittature militari è sorta a seguito di un colpo di Stato che ha rovesciato il precedente regime.
Un'eccezione significativa è costituita dal regime di Saddam Hussein in Iraq, cominciato come Stato a partito unico, dominato dal Partito Ba'th, e successivamente evolutosi gradualmente in una dittatura militare, con i leader che indossavano l'uniforme e quadri militari sempre più coinvolti in tutte le mansioni amministrative (anche se molti di loro erano dei civili che non avevano mai svolto una carriera militare nelle forze armate dell'Iraq).Nel passato le giunte militari hanno spesso cercato di legittimare la presa del potere con l'intento di portare stabilità politica alla nazione "salvandola" dalla minaccia di "pericolose ideologie".A partire dagli anni novanta il numero di paesi retti da dittature militari si è progressivamente ridotto. Fra le ragioni di questo fenomeno si può citare la maggior difficoltà a raccogliere una legittimazione internazionale ed il fatto che molte aristocrazie militari, che avevano governato con pochissimo successo negli ultimi decenni, sono ora poco inclini a farsi coinvolgere in dispute politiche.I regimi militari tendono ad autodefinirsi "non-partisan", ossia neutrali rispetto ai partiti del precedente regime rovesciato, e in quanto tali in grado di garantire una leadership provvisoria in periodi di instabilità e turbolenza; spesso, inoltre, si sforzano di dipingere i politici civili come corrotti ed incompetenti.
Una delle misure che le dittature militari adottano quasi sempre è la proclamazione della legge marziale, ovvero dello stato di emergenza permanente.Sebbene vi siano state eccezioni, solitamente i regimi militari dimostrano poco rispetto per i diritti umani e sono disposti ad usare qualsiasi mezzo pur di ridurre al silenzio gli oppositori politici.Inoltre un regime militare spesso abbandona il potere solo sotto la pressione di una rivolta popolare già in corso oppure imminente, anche se in diversi casi i militari hanno ceduto democraticamente il potere tramite plebiscito o convocando libere elezioni...
L'elitismo è una teoria politica basata sul principio secondo il quale il potere politico sarebbe sempre in mano a una minoranza che governa l'intera società.
Si fonda sul concetto di élite, dal latino eligere, cioè "scegliere" (quindi "scelta dei migliori"); secondo tale impostazione le diverse forme di governo sebbene basate su principi di volta in volta diversi, e solo apparentemente contraddittori sotto diversi aspetti, lasciano intatta la struttura della società che vede una leadership concentrata sul potere di una minoranza organizzata.
Il punto di forza dell'élite è nell'atomizzazione della massa. Secondo l'elitismo la massa è confusa, dispersa e incapace di organizzarsi. Su questo caos si fonda la forza dell'élite, che è invece organizzata e in questo modo ottiene e mantiene il suo potere.
Per forza di cose, gli elitisti criticano anche la visione del liberalismo basato sulla separazione dei poteri (appunto perché il potere è invece monopolizzato)
e criticano il socialismo perché ritengono che la società – ben lungi dall'essere divisa in classi – sia frammentata e atomizzata.
La visione elitista si contrappone infine radicalmente a quella del pluralismo: quest'ultimo infatti ritiene che il potere sia largamente distribuito (e non monopolizzato) tra gruppi che si equilibrano (senza quindi formare élite).Il fatto che i governanti fossero minoranza e i governati maggioranza non è una cosa nuova (lo stesso Saint-Simon lo afferma); l'elitismo però conferisce dignità scientifica a questa costante storica già osservata.
Gli studiosi italiani del primo Novecento, come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, furono i fondatori dell'elitismo (si parla di scuola elitista italiana).Mosca, che usava il termine "classe politica" per riferirsi all'élite, propose il "criterio delle tre C" per descrivere il funzionamento dei detentori del potere:consapevolezza; i membri della classe politica sono infatti consapevoli delle loro comuni posizioni politiche, sociali ed economiche e dello stato frammentato della massa;
coesione; a differenza delle masse, i membri della classe politica si alleano e si organizzano;
cospirazione; i membri della classe politica mascherano il loro governo sulla massa, nascondono il fatto che vi sia un'élite al potere.Una nuova versione dell'elitismo si è sviluppata dal secondo dopoguerra negli Stati Uniti. Il neo-elitismo parte dal saggio di James Burnham La rivoluzione dei manager (The Managerial Revolution, 1941) in cui egli riprende la teoria delle élite e prefigura che la futura classe al comando sarà la classe dei manager: i detentori del potere saranno coloro che hanno le capacità intellettuali per mandare avanti le industrie e non più i proprietari.Altri studiosi hanno invece parlato di una power élite che usa i mezzi di comunicazione di massa per affermare e mantenere il proprio potere sulla massa passiva e confusa.
Uno degli studi più brillanti del neo-elitismo fu svolto nel 1953 da Floyd Hunter nella città di Atlanta. Per scoprire chi fosse realmente al potere nella città Hunter svolse un'analisi reputazionale, cioè andò a chiedere ai cittadini chi secondo loro fosse al potere. Ne emerse un quadro in cui le istituzioni locali, i posti di lavoro e le scuole facevano tutte in qualche modo riferimento a un'élite economica dominante.All'elitismo democratico[8] sotteso alla teoria delle moderne società "poliarchiche" (Robert Dahl), è collegata anche la concezione non teleologica del potere politico:
essa spiega le alternanze del ceto politico non già come dati patologici, dovuti alla "decadenza" della Costituzione, ma come elementi fisiologici in un sistema politico in cui la selezione deriva da una competizione aperta;
è questo il ritratto più proprio della "democrazia dei moderni", caratterizzata dall'attrazione nella contesa politica di sempre nuovi interessi al cui soddisfacimento si candidano volta a volta nuovi soggetti politici;
il voto popolare, mediante le elezioni, è la regola procedurale che decide volta a volta quale soggetto politico garantisce un più esteso fronte di interessi emergenti dalla società
Il fabianesimo (detto anche fabianismo) è un movimento politico e sociale britannico di ispirazione socialdemocratica.
Il movimento fa capo alla Fabian Society, un'associazione istituita a Londra nel 1884 con lo scopo di elevare le classi lavoratrici per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione.La Società fabiana, o Fabian Society in lingua inglese, nacque nel 1884 a Londra con l’obiettivo di mettere in pratica le teorie del filosofo Thomas Davidson. Questi sosteneva che il progresso sociale dipendesse dalla rigenerazione individuale e che per portare il mondo verso un sistema di vita migliore occorresse che gruppi di individui si impegnassero a vivere un alto ideale di amore e fratellanza.
Il fine dell’associazione era quindi quello di studiare quali fossero le condizioni per un’esistenza felice all'interno di un sistema di vita comunitario.[1]Tuttavia, i primi dodici membri della Società si mostrarono scettici verso le idee di Davidson e desiderarono un più preciso programma di riforme sociali.Il nome della Società deriva infatti da quello del generale romano Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore, che evitava le battaglie campali per poi gradualmente logorare le forze nemiche, come si legge in uno dei primi opuscoli fabiani.Proprio il concetto di gradualismo è la chiave di volta del pensiero politico dei Fabiani, i quali credevano nel graduale affermarsi del socialismo, tramite riforme incipienti, a differenza del marxismo che predicava un cambiamento rivoluzionario.I Fabiani erano inoltre a favore di un'alternativa alla proprietà privata dei mezzi di produzione, per porre fine al disordine economico e agli abusi provocati dal capitalismo.
Pretesero inoltre l'estensione delle cure sanitarie e l'istruzione gratuita per tutti i cittadini, come pure una normativa dettagliata delle condizioni di lavoro per porre fine alla piaga dello sfruttamento dei bambini e degli incidenti.[2]
Accanto al gradualismo, un altro principio guida dei Fabiani consisteva nel fatto che essi preferirono esercitare una certa influenza, o meglio, permeare i partiti con idee socialiste, invece che formare il proprio partito politico o lavorare attraverso i sindacati.
“Permeazione” significava infatti, per i Fabiani, aggregarsi a tutte le organizzazioni politiche in cui fosse possibile attuare un progetto di indirizzo socialista e influenzarle dal loro interno.I primi aderenti alla Società fabiana erano giovani borghesi, di buona formazione e impiegati in vari campi: dal giornalismo all'istruzione fino all'amministrazione statale. Erano per lo più intellettuali accomunati da un senso di insoddisfazione verso la propria esistenza e la società in generale.La grande influenza sul laburismo britannico e anglofono del movimento ha fatto sì che esso divenisse uno dei principali ispiratori della socialdemocrazia internazionale.
Un'influenza diretta o indiretta dei fabiani si ebbe su molti movimenti; per esempio sul socialismo liberale di Carlo Rosselli (fondatore, col fratello Nello, del gruppo antifascista Giustizia e Libertà), e tutte le sue derivazioni, come il Partito d'Azione.[13]In Italia, il teorico della socializzazione dell'economia dell'ultimo fascismo, Nicola Bombacci, si ispirò ad alcune idee della Fabian Society.[14]Il Movimento Comunità di Adriano Olivetti fu in seguito l'unico partito italiano che si rifece esplicitamente al fabianesimo, tra le sue ispirazioni principali assieme al federalismo, al liberalismo sociale e alla socialdemocrazia.[15]Negli anni 2000 nacque la Società Fabiana Siciliana, tuttora esistente.
Il fascismo è il movimento politico d'estrema destra fondato da Benito Mussolini nel 1919, che prese il potere in Italia e governò il Paese come regime totalitario dal 1922 al 1943 nel corso del cosiddetto ventennio fascista.
Il clerico-fascismo (o fascismo clericale) è una locuzione della dialettica politica, usata in Italia a partire dai primi anni venti del XX secolo.
Con essa si intendono propriamente le spinte interne al movimento movimento fascista ed agli ambienti della Chiesa cattolica che separatamente operavano nei rispettivi organismi tendendo ad un avvicinamento fra le due entità, prima di giungere ad un vero e proprio mutuo riconoscimento.
Dell'espressione è stato fatto anche uso traslato, ad indicare supposti favoritismi politici o materiali dello stato verso la Chiesa cattolica[1]. Vi è stato inoltre chi ha utilizzato la locuzione per definire con essa altri generi di fusione o comunque estrema prossimità di regimi non considerati liberali con le gerarchie ecclesiastiche.Il termine è anche usato spregiativamente a connotare azioni od indirizzi della Chiesa cattolica politicamente giudicati "fascisti", nell'accezione più vasta (in genere in senso di illiberalità, antidemocraticità ed anticomunismo[2]) di quest'ultimo termine.La locuzione segue il solco tracciato da un'altra come "clerico-moderati", che era venuta prendendo piede nel periodo, e che descriveva i cattolici allora in politica, per le loro posizioni conservatrici e liberali;
di essa faceva ad esempio ricorrente uso Don Sturzo, allorché richiamava questa locuzione ed il suo uso a fini di avversa propaganda contro il Partito Popolare da parte della stampa.Di sfondo vi era dunque la frammentazione dei cattolici in politica, accentuata dopo le dimissioni da segretario del Partito Popolare che il papa aveva chiesto a Don Sturzo di rassegnare.
E vi era anche l'interesse di Chiesa cattolica e Fascismo ad accorciare le distanze che li separavano, nel comune obiettivo di giungere ad un concordato[6].
Lo scioglimento del Partito Popolare da parte del prefetto di Roma, il 6 novembre 1926, rese la distinzione dei suoi frammenti più velleitaria.
Giunsero nel 1929 i Patti Lateranensi, e Fascismo e Chiesa sottoscrissero un accordo squisitamente politico nella forma di un trattato internazionale.
Il federalismo indica la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza").L'accezione comune del termine appartiene all'ambito politico: il federalismo è la dottrina che appoggia e favorisce un processo di unione tra diversi Stati (a volte denominati anche soggetti federali, Länder, commonwealth, territori, province, ecc.) con una costituzione e un governo comune, ma che mantengono però in diversi settori le proprie leggi.L'unità che si viene a creare è spesso chiamata federazione (mentre quando manchino anche una costituzione condivisa e un governo comune si parla di confederazione).
I due livelli in cui è costituzionalmente diviso il potere sono distinti tra loro e sia il governo centrale, sia i singoli Stati federati, hanno sovranità nelle rispettive competenze.
I sostenitori di questo sistema politico vengono chiamati federalisti. I diversi membri di questo insieme possono riconoscersi nell'autorità di un capo che li rappresenti tutti (un monarca, un capo di governo, o anche - in un contesto trascendente - una divinità), oppure convergere in un'assemblea generale.In senso più ampio, inoltre, soprattutto nel dibattito politico italiano, si parla spesso di federalismo in riferimento ad un crescente decentramento nella gestione pubblica dell'amministrazione dello Stato, in cui si vorrebbe attribuire ai singoli enti locali una maggiore autonomia nella raccolta delle imposte e nell'amministrazione delle proprie entrate e delle spese.
Dicey identificò due condizioni per la formazione di uno Stato federale:
il primo era l'esistenza di un gruppo di nazioni "così vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune.";
la seconda condizione è il "desiderio di unità nazionale e la determinazione di mantenere l'indipendenza di ogni uomo, come di ogni Stato separato".La divisione dei poteri è una caratteristica fondamentale nel federalismo.
In un classico della materia, il professore K.C. Wheare diede la sua definizione di governo federale: "Un sistema di governo che incorpora prevalentemente una divisione dei poteri tra autorità generale (federale) e regionali (o statali), ognuna delle quali, nella sua propria sfera, è coordinata con le altre e indipendente da esse". Il risultato della distribuzione dei poteri è che nessun'autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno Stato unitario.In un sistema federale la costituzione è la norma suprema da cui deriva il potere dello Stato.
Un potere giudiziario indipendente è necessario per evitare e correggere ogni atto legislativo che sia incongruente con la costituzione.
Perciò, il federalismo è delimitato dalla legalità[1].
La costituzione deve necessariamente essere rigida e snella. Le sue prescrizioni devono essere o legalmente immutabili o capaci di essere cambiate soltanto da qualche autorità che stia al di sopra e oltre gli ordinari corpi legislativi.
Rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo
In riferimento al concetto di globalizzazione, secondo il parere di alcuni sociologi, oltre ai confini, ciò che la globalizzazione sta indebolendo sono le politiche nazionali. Il vecchio Stato-nazione (lo Stato sociale, o welfare state) risulta ormai inadeguato: troppo piccolo per rispondere ai grandi problemi e alle sfide della globalizzazione; troppo grande per risolvere le questioni locali[3].
Come riporta il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) nello Human Development Report 1997, mentre all'interno dello Stato-nazione cercano prepotentemente di affermarsi identità culturali basate sull'etnia o sulla religione e si avanzano richieste di autodeterminazione, a livello mondiale si produce una seria sfida alla sovranità nazionale man mano che le imprese multinazionali penetrano nei confini nazionali e dimostrano una sensibilità scarsa o nulla per le condizioni e le leggi locali.
Il termine gerontocrazia (dal greco: γέρων, geronto, "vecchio" e κράτος, krátos, "potere") indica un sistema politico in cui il potere è detenuto dagli anziani, di stampo non riformista.
Essa si fonda sul grado di influenza ed autorevolezza che generalmente viene attribuito agli anziani, sul presupposto di una loro maggiore esperienza e di una riconosciuta probità o per il fatto che hanno tutte le proprietà economiche e le cariche politiche.
La parola è stata coniata per definire le antiche forme di autorità patriarcale, comune a molte società tribali, in cui il potere viene detenuto dai membri più anziani della tribù. Solitamente il potere si limita alla prerogativa di celebrare matrimoni, dirimere le controversie e, in certa misura, coordinare la vita della comunità.La gerontocrazia ha avuto diffusione in tutto il mondo in epoche diverse; ancora oggi è prevalente presso alcune tribù dell'Africa, del Sud America e dell'Oceania.
La ierocrazia o jerocrazia (dal greco ἱερός, hierós e κρατία, kratía), significa letteralmente potere dei sacri, e indica una forma di governo in mano a una divinità o più genericamente a persone che incarnano la divinità o la rappresentano e sono perciò ritenute sacre (ad esempio i sacerdoti).
La ierocrazia è spesso confusa o assimilata alla teocrazia sebbene, al contrario di quanto avviene in quest'ultima, la divinità non è reputata manifestarsi attraverso il monarca, ma si ritiene si faccia presente attraverso la ricerca della santità e della sapienza operate da un clero o da un suo sottoinsieme (una casta sacerdotale)
Il liberalismo sociale, noto come nuovo liberalismo (new liberalism) nel Regno Unito,[1] liberalismo di sinistra (linksliberalismus) in Germania,[2][3][4] liberalismo moderno (modern liberalism) negli Stati Uniti,[5] liberalismo progressista (liberalismo progresista) in Spagna e in America Latina,[6] è una scuola di pensiero sviluppatasi inizialmente all'interno del Partito Liberale britannico nel tardo Ottocento. Oggigiorno costituisce il principale punto di riferimento culturale e valoriale del Partito Democratico statunitense.[7][8][9][10]
Si può definire anche come filosofia politica, le cui idee contraddistinguono i partiti dell'area di centro/centro-sinistra[11][12][13], promuovendo un'economia di mercato regolamentata (con componenti sociali) e l'espansione dei diritti civili e politici.[14]
Un governo ispirato a tale concezione è quindi impegnato a delegare allo Stato significative questioni economiche e sociali quali povertà, assistenza sanitaria, istruzione, sottolineando al contempo i diritti e l'autonomia dell’individuo.
Il liberalismo sociale si differenzia dal liberalismo classico, dal liberalismo conservatore e dal neoliberalismo essenzialmente per una filosofia economica non liberista, incentrata sui benefici che possono derivare dal ruolo dello Stato nella fornitura di servizi sociali fondamentali per i cittadini.
La società ha il compito di proteggere la libertà e le pari opportunità per tutti i cittadini ed incoraggia la collaborazione reciproca tra Stato e mercato attraverso efficienti istituzioni liberali.
Nel processo di evoluzione accetta che vengano poste alcune restrizioni, come leggi anti-trust per combattere i cartelli, corpi regolatori o leggi sui salari minimi.
I liberali sociali sostengono inoltre che i governi legittimamente possono fornire anche un livello base di benessere, salute e istruzione, supportato dal gettito ricavato dalle tasse, al fine di permettere l'uso migliore dei talenti della popolazione.
Rifiutando una estrema forma di capitalismo e, naturalmente, gli aspetti rivoluzionari della dottrina socialista, si pone l'attenzione su un libero mercato regolamentato e con componenti sociali, dove gli svantaggiati della società possono migliorare le loro condizioni anche attraverso la redistribuzione della ricchezza.
I partiti legati a queste idee credono fermamente nella libertà individuale e sono difensori dei diritti civili e diritti sociali e delle libertà economiche;
in genere sono favorevoli ad una moderata regolamentazione dell'economia di mercato, nella quale vi è spazio per uno Stato che permetta anche ai meno abbienti di usufruire dei servizi di base attraverso un consolidato sistema di servizi pubblici.
Gli obiettivi nel dettaglio sono:
unioni civili
regolamentazione dell'economia di mercato attraverso livelli di tassazione media nel settore privato e tassazione progressiva non elevata sul reddito per un efficiente sistema di welfare state;
secolarismo;
laicità;
multiculturalismo;
divorzio
aborto, eutanasia, suicidio assistito e biotestamento
Diritti LGBT (matrimoni gay, adozioni per coppie dello stesso sesso e adozione del figlio del partner)...
Il libertarismo (dal francese: libertaire, "libertario"; dal latino: libertas, "libertà") è un insieme di orientamenti politici in cui la libertà è vista come il più alto fine politico.[1]
Le posizioni dei libertari variano a seconda delle loro considerazioni sul diritto di proprietà e sulla natura delle persone e, sulle considerazioni delle funzioni legittime e del potere dello Stato o delle entità private, spesso chiedendo la limitazione o la dissoluzione delle istituzioni sociali considerate coercitive.
Gli studiosi distinguono i punti di vista libertari in libertarismo di sinistra e libertarismo di destra, sull'asse politico socialismo–capitalismo (rispettivamente sinistra–destra). Questa distinzione implica che i libertari provengono da contesti culturali e ideologici diversi, che possono anche essere in contrasto tra loro.
I libertari generalmente aderiscono alla teoria della proprietà di John Locke secondo la quale il lavoro legittima l'acquisizione della proprietà, tuttavia sono divisi riguardo alle conclusioni di questa teoria e accettano alcuni elementi mentre ne respingono altri; le opinioni fra destra e sinistra sono contrastanti sul tema.
Due sono i filoni più diffusi del libertarianismo:il miniarchismo, che raccoglie maggiori consensi tra i "libertarian", costituisce la corrente moderata, mira a ridurre lo stato ad uno Stato minimo;
l'anarcocapitalismo, che costituisce la corrente radicale, avversa ai compromessi costituzionalisti del liberalismo classico, ha come obiettivo invece la totale eliminazione dello Stato.
I miniarchisti prospettano uno Stato ridotto alla minima funzione di garante delle libertà individuali, ovvero lo Stato di diritto; tale corrente costituzionalista si rifà evidentemente ai pensatori originali del liberalismo, per esempio John Locke, e, in tempi più recenti, ad intellettuali del calibro di Friedrich von Hayek e Robert Nozick.
Per i sostenitori del miniarchismo, lo Stato è tenuto ad intervenire, in linea di massima, solo per garantire le libertà ed i diritti individuali, astenendosi dall'intervenire e normare qualsiasi altro aspetto della vita degli individui e della comunità, ovvero lo Stato quale guardiano notturno.
Gli anarcocapitalisti giudicano le proposte del miniarchismo incoerenti dal punto di vista teorico ed irrealizzabili sul piano concreto, in quanto lo Stato, in qualità di monopolista della forza armata e della legislazione, avrebbe nelle proprie mani tutti i poteri necessari per infrangere i limiti dello Stato "minimo" ed espandersi in ogni ambito, divenendo quindi inevitabilmente totalitario nel lungo periodo;
propongono invece il superamento completo del concetto stesso di Stato e di "cosa pubblica" con la realizzazione di un sistema di privatopie, entità territoriali auto-organizzate nei limiti delle libertà individuali in grado di fornire servizi in regime di libero mercato e sviluppate secondo un sistema di adesione volontaria alle regole che ogni comunità stabilisce autonomamente.
Il sistema delle privatopie esclude a priori l'esistenza di Stati nazionali e soprattutto entità sovranazionali, ammettendo unicamente la diffusione di una capillare e interattiva rete di piccole comunità private. Il principale punto di riferimento intellettuale della corrente anarcocapitalista è Murray Newton Rothbard.All'interno di questa visione radicale, gli anarcocapitalisti intendono privatizzare, o meglio porre su un mercato libero, anche quei settori come l'amministrazione della giustizia, la sicurezza e l'ordine pubblico che perfino i liberali classici considerano essere prerogative da poter o dover lasciare allo Stato; in questo senso va letta la loro idea di individualismo anarchico.I libertari, d'altro canto, rigettano totalmente le accuse che vengono loro rivolte indistintamente dagli altri schieramenti politici, sia conservatori che progressisti, argomentando che in tutta la storia della civiltà umana, se proprio vi è un colpevole di violazione dei diritti umani, questi è soprattutto lo Stato.
E infatti proprio il potere astratto ed illimitato dell'autorità statale è stato il principale mezzo con cui piccoli gruppi di potere o addirittura singoli individui hanno potuto, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, realizzare forme di governo tiranniche, soverchianti e contrarie alle più elementari regole di pacifica convivenza civile o reiterare arbitrariamente la violazione del diritto di autodeterminazione di ogni essere umano, tra cui vi sono gli interventi armati contro altre popolazioni, minoranze o addirittura nazioni, sistematicamente portate avanti in nome di uno specifico ordine sociale da raggiungere e da imporre a tutti o in nome di una generica sicurezza e stabilità nazionale, il famigerato "bene comune".Laddove, quindi, i tradizionali sostenitori dello Stato vedono in questo un'alta e possibilmente equa autorità garante dei diritti individuali, senza il quale sarebbe impossibile contenere lo spirito egoistico umano, che in un contesto anarcocapitalista non avrebbe freni né argini per manifestarsi,
i libertari pongono invece maggior fiducia nello spirito cooperativo dell'umanità, rammentando che le stesse idee di collaborazione volontaria, libertà e uguaglianza davanti alla Legge sono nate dal basso, ovvero sono sorte spontaneamente dalla creatività mentale dei singoli e dal bisogno di scambiare e condividere pacificamente per raggiungere un vantaggio reciproco, non certo imposte dall'alto per "decreto intellettuale" da una presunta autorità garante della ragione e della buona convivenza giusta e pacifica.
Il libero mercato, dunque, essendo per l'appunto una manifestazione spontanea ed originale dello spirito di cooperazione umano, da intendere come la volontà organica e orizzontale di una comunità di individui di determinare, ognuno per se stesso, il corso della propria vita, vivrebbe per necessità di autoregolazione, che nella visione libertaria di destra corrisponde agli assiomi morali di autoproprietà e non aggressione...
La meritocrazia (neologismo coniato dal sociologo britannico Michael Young nel romanzo distopico L'avvento della meritocrazia del 1958) è un concetto usato in origine per indicare una forma di governo distopica di estrema disuguaglianza economica e sociale nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua attitudine al lavoro.[1][2]A questo uso iniziale negativo del termine si è affiancata col passare del tempo un'accezione positiva, tesa a indicare una forma di governo dove le cariche pubbliche, amministrative, e qualsiasi ruolo o professione che richieda responsabilità nei confronti di altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza a lobby, o altri tipi di conoscenze familiari (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).
Malgrado la connotazione originariamente negativa, nel tempo il termine si è affermato anche con una connotazione positiva ritenendolo un buon sistema sociale[3].
I sostenitori della meritocrazia argomentano che un sistema meritocratico è più giusto e più produttivo degli altri sistemi, e che garantisce la fine di discriminazioni fondate su criteri arbitrari quali il sesso, la razza e le origini (o le appartenenze) sociali.
D'altro canto i detrattori della meritocrazia argomentano, al contrario, che l'aspetto distopico centrale dell'idea di Young — l'esistenza di una classe meritocratica che monopolizzi l'accesso e i simboli del potere, nonché il metodo stesso di determinazione del merito — consiste proprio nell'introduzione di nuove forme di discriminazione e, quindi, in una perpetuazione del potere, dello status sociale e dei privilegi da parte di chi si vede riconosciuti un elevato quoziente intellettivo e lo sforzo.
Le meritocrazie si basano su questi principi di governo:- il collocamento del lavoro viene conferito secondo esperienza e competenza
- sulla condizione dell'opportunità di accesso al lavoro in base alla domanda.
- la previsione di qualcuno che specifichi i premi per l'adempimento del lavoro.
Il modello dello Stato-multinazionale definisce il concetto di multicomunitarismo come uno stato formato da più comunità, ognuna consapevole della propria identità etnica, dimostrando il desiderio di supremazia razziale.
Il multicomunitarismo si differenzia dal multiculturalismo in quanto in quest'ultima diverse etnie vivono in un contesto sociale in maniera più o meno integrata.Un esempio di stato multinazionale è il regno del Belgio in cui coesistono l'etnia fiamminga e quella vallone.
Il nazionalsocialismo, chiamato anche nazismo[1], talvolta anche hitlerismo[2], è stata un'ideologia di estrema destra che ha avuto la propria massima diffusione in Europa, nella prima metà del XX secolo[3]. Si caratterizza per una visione nazionalista del socialismo radicale, populista[4], statalista[5][6][7][8][9][10][11][12], collettivista[13][14][15][16][17], razzista[18] e totalitaria[19]. Nacque subito dopo la prima guerra mondiale in Germania.....
Il nazionalismo cattolico è una dottrina e un movimento politico nazionalista e cattolico[1] fondato nella filosofia tomista, la dottrina sociale della Chiesa e il cattolicesimo sociale.In generale le sue posizioni coincidono con quelle della Chiesa cattolica. E, in particolare, con la visione sociale e politica dei Papi Leone XIII, San Pio X, Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII.
Il neofascismo è un insieme di movimenti sociali o politici nati dopo la seconda guerra mondiale con l'intento di rianimare e attuare, parzialmente o totalmente, l'ideologia fascista.Secondo lo storico Renzo De Felice, durante la guerra fredda questi movimenti assorbirono e presero il posto del fascismo, favoriti in ciò dalla strategia geo-politica dell'Alleanza Atlantica che in tali gruppi vedeva un argine efficace all'espansione comunista.[1]
In Italia la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione del partito fascista, mentre la legge Scelba del 1952 sanziona l'apologia del fascismo. La legge Mancino del 1993 punisce anche l'utilizzo di simbologie legate ai sopra citati movimenti politici....
L'oclocrazia (dal greco antico: ὄχλος?, óchlos, "moltitudine, massa" e κράτος, krátos, "potere") si configura come uno stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è soggetta alla volontà delle masse.L'oclocrazia è considerata come uno stadio di degenerazione della democrazia.
Risulta inequivocabile che il potere del Popolo, da intendersi, in origine, a guisa di corpo politico unitario, dotato di un'autocoscienza storica, si tramuti ora in potere dell'ochlos, ossia di una moltitudine atomizzata, priva di una visione del mondo, preda degli intenti dominanti di demagoghi che ne orientano a privati fini le opinioni.
La Massa popolare pertanto, diventa "strumento animato" di una o più persone, tipicamente, nella formulazione polibiana, di alta estrazione censitaria. Essi ottengono il compiacimento delle folle, anche elargendo denaro e regalie. Il "popolo" (ormai disintegrato) diventa corrotto, cessando così di essere un popolo libero....
L'ordoliberalismo (Ordoliberalismus in tedesco) è una variante del pensiero liberale nata e sviluppata dalla scuola economica di Friburgo: esso si basa sul presupposto che il libero mercato ed il laissez faire da soli non siano in grado di garantire né il mantenimento della concorrenza né l'equità sociale e le pari opportunità per gli individui. Lo Stato pertanto deve fornire un quadro giuridico, un ordine di regole attraverso cui l’economia di mercato possa funzionare: tutelando la proprietà privata e la libera iniziativa privata, stabilizzando la moneta e assicurando un livello minimo e universale di protezione sociale.La teoria ordoliberale afferma che lo Stato deve creare e mantenere un ambiente economico favorevole per l'economia, mantenendo un sano livello di competizione tra le imprese private, e privatizzando i servizi pubblici, in modo da garantire il principio dell'uguaglianza di fronte alla legge[10], senza pretendere di perseguire l'uguaglianza sostanziale. La finalità dell'intervento pubblico non deve essere quella di dirigere i processi socio-economici ma solo di evitare il pericolo che, senza alcuna regolamentazione, possano emergere e formarsi monopoli o oligopoli, i quali non solo potrebbero sovvertire i vantaggi offerti dal libero mercato ma anche minare alla base le istituzioni[11].Tema fondamentale della teoria ordoliberale è l'attribuzione di specifiche responsabilità ad istituzioni indipendenti: la politica monetaria dovrebbe essere affidata ad una banca centrale indipendente dal potere politico e avente lo scopo di garantire la stabilità della moneta ed un tasso di inflazione minimo mentre il governo ha la funzione di gestire la politica fiscale secondo il principio del pareggio di bilancio[12].L'ordoliberalismo intende porsi come una terza via tra il liberalismo classico (che a causa del mancato ruolo regolatore dello Stato produce esiti caotici e anarchici) e le teorie dirigiste o collettiviste in cui lo Stato viceversa assume direttamente il controllo dei processi economici (nelle varie forme di pianificazione, assistenzialismo, protezionismo ecc.)....
Il paternalismo in senso generale indica l'atteggiamento bonario e benefico di una persona d'autorità che però chiede in cambio, spesso implicitamente, il consenso intorno alla sua persona.
Inteso nel suo significato storico, è una forma di governo in cui tutti i provvedimenti in favore della popolazione vengono affidati alla comprensione e alla buona volontà del sovrano nei confronti dello stesso popolo.
Parte quindi dal presupposto che il sovrano sia in buona fede ed interessato al bene pubblico.
Per populismo (in inglese populism; in russo народничество?, narodničestvo) si intende genericamente un atteggiamento e una prassi politica che mira a rappresentare il popolo e le grandi masse esaltandone valori, desideri, frustrazioni e sentimenti collettivi o popolari.Storicamente il termine nasce in riferimento ai movimenti socialisti e anti-zaristi nella Russia della seconda metà del XIX secolo (si veda populismo russo).
Per lo più usato con accezione dispregiativa e quale sinonimo di demagogia, il termine è assai diffuso con riferimento al contesto latino-americano nella seconda metà del XX e nel XXI secolo, in maniera indifferenziata per gruppi di destra e di sinistra (si veda peronismo, chavismo), a indicare un rapporto diretto e spesso carismatico con le masse popolari.
Secondo la scienza della comunicazione
I movimenti e i politici populisti adottano due strategie mediatiche: "In primo luogo tendono a promettere politiche e provvedimenti di ogni genere con il chiaro intento di rassicurare i soggetti che si sentono esposti ai rischi derivanti dai cambiamenti socio-economici che potrebbero provocare una "deprivazione" rispetto alla condizione attuale o una frustrazione delle aspettative future"[21].
L'overpromising consegue risultati soprattutto in ordine a questa seconda preoccupazione ed è la risorsa più importante a disposizione degli outsider populisti[22], ma ad essa ricorrono anche i tradizionali attori politici[23].Al contempo, i movimenti populisti mobilitano i propri seguaci contro le élite economiche e soprattutto politiche che sono perciò additate come responsabili delle difficoltà economiche e della marginalizzazione politica del popolo stesso[24].
La principale argomentazione da essi utilizzata è semplice, ma efficace perché immediata e, pertanto, mediaticamente trasmissibile all'opinione pubblica[25]: se le cose vanno male è perché i rappresentanti non fanno gli interessi del popolo[26]. Inoltre le argomentazioni populistiche si baserebbero molto sulla cosiddetta "post-verità"
Il progressismo è una filosofia politica che sostiene il mutamento della società attraverso l'attuazione di politiche riformiste e innovatrici, perseguendo il progresso in campo sociale, politico ed economico.[1][2] È una filosofia tipica delle politiche di sinistra.[3][4][5]
Reputando gli avanzamenti negli ambiti della scienza, della tecnologia, dello sviluppo economico e dell'organizzazione sociale vitali per il miglioramento della condizione umana, il progressismo divenne molto significativo in Europa nel XVIII e XIX secolo, durante i quali, sotto la spinta di movimenti culturali come l'illuminismo e il positivismo, cominciò a diffondersi la convinzione che il continente stesse dimostrando come le nazioni potessero progredire da condizioni incivili alla civiltà attraverso il rafforzamento delle basi della conoscenza empirica come fondamento della società.
Figure cardinali dell'Illuminismo reputavano il progresso universalmente applicabile ad ogni contesto societario, e ritenevano che le idee a supporto dello stesso si sarebbero presto diffuse dall'Europa in tutto il globo.
Nella storia politica il termine appare con la rivoluzione francese del 1789, portavoce delle politiche illuministe della borghesia francese.
Secondo la definizione di Tullio De Mauro, "un partito progressista sostiene la possibilità del progresso e dell'evoluzione della società, ed è fautore di riforme che facilitino tale processo, in ambito politico – istituzionale, sociale, economico e civile".
I progressisti, infatti mirano a modificare gli assetti politici, economici e sociali tramite riforme graduali, progressive; il minimo comune denominatore è rappresentato dall'illuminismo, dal positivismo, dall'evoluzionismo e da una visione razionale in ambito politico, sociale ed economico.Si contrappone al conservatorismo della destra, che propugna una pratica politica conforme alla tradizione e ostile alle innovazioni, in particolare nell'ambito etico ed economico.
Data questa contrapposizione, storicamente vengono definite progressiste molte forze politiche schierate a sinistra, anche se oggi vengono considerate progressiste anche quelle miranti ad una terza via (Third Way).Negli anni il progressismo è diventato anche sinonimo di socialismo liberale e, seppur nato con origini diverse, riformismo. La tendenza è quella di unire il pensiero liberale e della proprietà privata, con le garanzie sociali offerte dal socialismo democratico.I progressisti si differenziano tanto dai conservatori, legati allo status quo,
come dai liberisti puri, e propugnano un'economia basata sul libero mercato ma con una forte azione sociale dello stato, volta a migliorare le condizioni di vita di aziende e persone, tramite una giusta redistribuzione della ricchezza.
Tuttavia sarebbe giusto dire che i progressisti più che ai conservatori si oppongono ai retrogradi (reazionari); frequenti i casi di esponenti progressisti rispettosi della tradizione e di esponenti conservatori liberali portatori di progresso.
Il progressismo si contrappone pure alle politiche comuniste, e in parte a quelle socialiste.
Tuttavia vale la pena ricordare che nel corso della storia del '900 a seguito di processi politici, economici e scientifici in nome del progresso o di una nuova umanità, terminati con gravi conseguenze, si è preferito sostituire il termine progresso e progressista con termini quali modernizzazione, rinnovamento e innovazione...
Il radicalismo è una corrente ideologica sorta nel XVIII secolo all'interno del movimento liberale. I "radicali" rappresentavano l'ala più estrema dello schieramento liberale identificandosi nella sinistra liberale.[1] [2]
Essi proponevano riforme politiche appunto radicali in senso egualitario, tra le quali l'introduzione del suffragio universale, l'abolizione dei titoli nobiliari e, taluni, la repubblica.[3]
Inoltre, i radicali sostenevano la libertà di stampa e la rigida separazione tra Stato e Chiesa.
In Italia fu rappresentato dall'estrema sinistra storica e dal Partito Radicale Italiano.
Il radicalismo storico si caratterizza per la sua posizione intransigente rispetto a una serie di principi umanisti, razionalisti, laici, repubblicani e anticlericali, e per una visione più avanzata della società da una prospettiva liberale progressista con particolare attenzione ai diritti civili e ai diritti politici.
In molti Paesi europei infatti (si pensi a Regno Unito, Francia, Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi) alla fine dell'Ottocento la contrapposizione politica era tra conservatori e liberali.
I primi erano espressione dell'aristocrazia terriera,
i secondi, invece, raccoglievano gli intellettuali, la piccola e media borghesia, i piccoli contadini ed erano portatori di istanze di rinnovamento e ricambio economico-sociale.
All'interno del pensiero politico liberale, che solitamente si incarnava in partiti posizionati alla sinistra dello schieramento parlamentare, si formò una frangia particolarmente attenta alle questioni sociali. I sostenitori di liberalismo progressista e di sinistra vennero dunque chiamati radicali.
Con la nascita dei partiti socialisti e socialdemocratici, i radicali si sono di conseguenza spostati verso il centro-sinistra dello schieramento politico, mentre i liberali si spostarono verso il centro e in taluni casi verso il centro-destra (per esempio in Danimarca).
Sia i liberali sia i radicali vennero schiacciati tra i conservatori e le forze socialdemocratiche, tanto che in molti Paesi finirono per riunirsi in uno stesso partito.
Sebbene esistano ancora partiti "radicali", il termine "radicalismo" è stato soppiantato nel gergo politologico da liberalismo sociale, che sta appunto ad indicare le correnti di sinistra del liberalismo.In Italia l'esperienza politica del radicalismo può riferirsi, ad esempio, al Partito d'Azione o al Partito Repubblicano Italiano delle origini, nonché al partito Radicale storico erede dell'estrema sinistra di Felice Cavallotti.
Da quest'ultima esperienza hanno preso spunto alcuni membri della sinistra interna del Partito Liberale Italiano, tra i quali spiccava il nome di Marco Pannella, che diedero vita nel 1955 al Partito Radicale. Posizionatosi nell'alveo della "sinistra democratica", tale partito si è poi via via spostato verso il centro e, dagli anni novanta, come Lista Pannella, Lista Bonino e infine Radicali Italiani, ha abbracciato compiutamente il liberismo.[5][6]
I Radicali Italiani si autodefiniscono come "movimento liberale, liberista e libertario"[7], cioè come un partito liberale in materia di diritti civili e liberista in economia.Tra i partiti riconducibili alla storica tendenza del radicalismo storico in Europa e nel mondo si possono ricordare la Sinistra Radicale danese, il Partito Radicale e il Partito Radicale di Sinistra in Francia, il Partito Liberale Radicale svizzero e l'Unione Civica Radicale argentina.
Si tratta di partiti in gran parte socio-liberali, anche se alcuni, come il Partito Radicale francese e il Partito Liberale Radicale svizzero fanno ora parte del centro-destra nei loro Paesi, e altri, come l'Unione Civica Radicale e il Partito Radicale di Sinistra, hanno aderito all'Internazionale Socialista o al Partito del Socialismo Europeo.Sebbene sorti dopo l'epoca d'oro del radicalismo storico, molti partiti contemporanei che si proclamano socio-liberali hanno un forte legame ideale con tale tradizione (vedi partiti liberali progressisti)...
In politica, il regionalismo è un'ideologia politica incentrata sullo "sviluppo di un sistema politico o sociale basato su una o più" regioni e / o gli interessi nazionali, normativi o economici di una specifica regione, gruppo di regioni o un'altra entità subnazionale, che guadagna forza o mira a rafforzare la "consapevolezza e lealtà verso una regione distinta con una popolazione omogenea", in modo simile al nazionalismo.
Più specificamente, "il regionalismo si riferisce a tre elementi distinti: movimenti che richiedono l'autonomia territoriale all'interno degli stati unitari; l'organizzazione dello stato centrale su base regionale per la realizzazione delle sue politiche, comprese le politiche di sviluppo regionale; decentralizzazione politica e autonomia regionale".Le regioni possono essere delineate da divisioni amministrative, culturali, linguistiche e religiose, tra gli altri.I regionalisti mirano ad aumentare il potere politico e l'influenza disponibile per tutti o alcuni residenti di una regione...
Il repubblicanesimo è, genericamente, un'ideologia che sostiene il sistema politico repubblicano.CaratteristicheJean-Jacques Rousseau
Secondo la definizione generale, la repubblica è una forma di governo in cui le cariche pubbliche sono scelte con metodi diversi dalla trasmissione ereditaria (solitamente nomina o elezione) e non costituiscono proprietà privata di chi le detiene.
Il termine - storicamente utilizzato per designare un particolare profilo presente nell'Illuminismo[1] ed in particolare nella religione civile di Rousseau[2] - si associa anche alle ideologie dei diversi partiti politici che utilizzano il nome di "Partito Repubblicano".
Alcuni di essi sono proprio fondati sull'anti-monarchismo; nonostante portino il medesimo nome, i vari partiti repubblicani diffusi per il mondo hanno obiettivi e punti di vista abbastanza differenti, inseriti ciascuno nel proprio contesto.La concezione della libertà dei repubblicani differisce da quella dei teorici del liberalismo classico perché, se per quest'ultimi la via da seguire per garantire la libertà all'uomo è di preservarlo da quelle interferenze dello stato, del diritto e della morale che ne potrebbero pregiudicare la piena espressione, per i primi la vera libertà si ottiene sottraendo l'uomo dal giogo di quelle condizioni di dipendenza economica, culturale e sociale che ostacolano lo sviluppo della sua persona.
In altri termini, secondo la concezione neo-repubblicana un uomo non può dirsi veramente libero se la sua vita è condizionata e influenzata negativamente da ostacoli, come la povertà e l'ignoranza, che ne riducono la possibilità di esprimere al meglio la propria personalità. Inoltre, secondo la concezione dei repubblicani è talvolta necessario restringere la libertà di un gruppo di cittadini per emanciparne un altro da una condizione di dipendenza.
Un chiaro esempio di un intervento ispirato a un tale pensiero sono quelle leggi che proteggono i lavoratori dipendenti dagli abusi dei datori di lavoro, o quelle che impongono delle tasse per finanziare misure di stato sociale volte a migliorare le condizioni di chi vive in povertà....
Il riformismo, nelle scienze politiche, è una metodologia politica che, opponendosi sia alla rivoluzione sia al conservatorismo, opera nelle istituzioni, al fine di modificare l'ordinamento politico, economico e sociale esistente attraverso l’attuazione di organiche, ma graduali riforme.[1]
Tendenzialmente, si definiscono riformisti i partiti di centro-sinistra, tra cui socialisti revisionisti,[2] socialdemocratici[3] e liberalsocialisti,[4] i quali si propongono di correggere (con vari strumenti come le proposte di legge in parlamento e i referendum) i difetti dell'economia capitalista.In ItaliaFilippo Turati, co-fondatore del Partito Socialista Italiano, tra i principali esponenti del socialismo riformista in Italia[11]
Nella storia italiana della fine del XIX secolo il riformismo ha influenzato l'evoluzione del movimento socialista, di cui ha rappresentato la corrente più moderata, e i cui sostenitori ritenevano possibile una collaborazione fra i ceti proletari e la borghesia nell'ambito delle istituzioni parlamentari, allo scopo di favorire un progressivo miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, in particolare degli operai salariati.
La socialdemocrazia è una filosofia politica, sociale ed economica che promuove riforme in senso socialista, nella direzione di una maggiore giustizia sociale in un sistema politico pienamente liberal democratico e con un'economia mista orientata al capitalismo.[1][2][3][4]
Caratterizzata da un costante impegno a favore di politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche e sociali, sostiene dunque un efficiente modello di Welfare state comprendente misure per la redistribuzione dei redditi[5][6], il sostegno a servizi pubblici universalmente accessibili quali l'assistenza agli anziani e l'assistenza all'infanzia, un'istruzione di qualità, l'assistenza sanitaria e l'assicurazione dei lavoratori contro gli infortuni.
Emersa alla fine del diciannovesimo secolo, è generalmente associata al complesso delle fondamentali politiche di centro-sinistra e di sinistra dell'Europa settentrionale e occidentale durante la seconda metà del XX secolo[1] e si distingue da ulteriori forme di socialismo, cercando di umanizzare il capitalismo e creare le condizioni affinché porti a maggiori risultati democratici, egualitari e solidaristici, rifiutando categoricamente le teorie rivoluzionarie proprie del comunismo e del massimalismo
La socialdemocrazia sostiene la necessità di un programma di graduali riforme legislative del sistema capitalistico, al fine di rendere quest'ultimo maggiormente equo.
Si definiscono socialdemocratici partiti che si rifanno all'esperienza dei partiti socialisti nati alla fine del XIX secolo. Nella prassi contemporanea, pertanto, i partiti socialdemocratici sono formazioni progressiste, in genere aperte alle libertà personali e alla tutela non solo della classe lavoratrice ma anche del lavoro autonomo, e quindi aperto alle classi medie. I partiti socialdemocratici sono particolarmente forti nell'Europa settentrionale (Svezia, Norvegia e Danimarca) e in Germania.L'Internazionale Socialista definì la socialdemocrazia come la forma ideale di democrazia rappresentativa, che avrebbe potuto risolvere i problemi tipici della democrazia liberale.
Tale forma ideale si sarebbe raggiunta seguendo i principi del cosiddetto welfare state (traducibile in italiano con "stato del benessere").
Il primo di questi principi guida è la libertà, che non include solo le libertà individuali, ma anche la libertà dalla discriminazione e quella dalla dipendenza dai proprietari dei mezzi di produzione o dai detentori illegittimi del potere politico, così come la libertà di poter determinare il proprio destino.
Si aggiungono poi l'equità e la giustizia sociale, intese non solo come eguaglianza di fronte alla legge ma anche come equità socioeconomica e culturale, concedendo perciò a tutti gli esseri umani in quanto tali le medesime opportunità, a prescindere dalle loro differenze.
Infine, vi è una sorta di solidarietà che porta all'unità e a un senso di compassione (da intendersi, però, con accezione positiva) nei confronti delle vittime delle ingiustizie e delle disuguaglianze.
Obiettivi politici
Adeguato sistema di regolamentazione del settore privato con alta tassazione progressiva e tassazione fiscale alta, per il settore privato per una forte ed efficiente spesa pubblica nell'interesse delle classi meno abbienti e dei consumatori, basato sull'economia keynesiana.
Esteso sistema di sicurezza sociale finalizzato a limitare le conseguenze della povertà e a proteggere i cittadini dalla perdita di potere di acquisto a causa della disoccupazione o delle malattie (vedi welfare state).
Leggi per la tutela dell'ambiente.
Posizioni progressiste in materia di aborto, divorzio, unioni civili, matrimonio egualitario, adozione da parte di coppie dello stesso sesso, leggi anti omofobia, legalizzazione di cannabis sia a uso terapeutico che ricreativo, prostituzione, immigrazione, multiculturalismo e eutanasia, suicidio assistito, testamento biologico, femminismo.
Miglioramento del sistema capitalista tramite riforme, con l'ipotesi di poter gradualmente migliorare il sistema e quindi anche la globalizzazione.
Coerente politica estera a sostegno delle istituzioni europeiste e internazionali (come l'ONU).
Equità fra sistema statale e privato. Infatti i socialdemocratici sono favorevoli alle statalizzazioni.
Laicismo.
Secolarismo.
Diritti civili e diritti umani.
Socialfascismo è il termine usato dall'Internazionale Comunista (Comintern), tra gli anni 1920 e 1930, per denominare spregiativamente i riformisti e i socialdemocratici. Espresse anche una precisa linea politica del movimento comunista internazionale, adottata dal VI Congresso dell'Internazionale Comunista nel 1928: per oltre un quinquennio la concezione del socialfascismo, che sarebbe stata dettata dalla fine della "stabilità capitalista" e dall'inizio del "terzo periodo", fu diffusa e imposta a tutti i militanti comunisti, determinando la loro autoesclusione dalle organizzazioni unitarie dei partiti antifascisti[1]. Con l'avvio della fase dei fronti popolari deciso dal VII Congresso, questa teoria venne rinnegata dallo stesso Comintern che l'aveva precedentemente promossa.Definizione di "socialfascismo" Dopo l'affermazione del fascismo in Italia (1922) e di governi di destra in molti paesi europei, con un netto cambio di impostazione teorica l'Internazionale comunista accusa i partiti socialisti europei di costituire non tanto "l'ala destra del proletariato", quanto "l'ala sinistra della borghesia", che, secondo i comunisti aderenti alla linea di Stalin, usava alternatamente fascismo e socialdemocrazia come strumenti di politiche antipopolari e anticomuniste. In alcuni casi, per socialfascismo si intendeva poi il collaborazionismo (reale o supposto) dei partiti socialdemocratici e riformisti nei confronti dei regimi nazifascisti nati in Italia, Austria, Germania e, più tardi, in Spagna.In questi paesi e in tutto il mondo industrializzato, secondo la dottrina uscita maggioritaria dal VI congresso del Comintern, i socialisti moderati avevano scoraggiato qualsiasi tentativo di rivoluzione, svolgendo una funzione antirivoluzionaria e revisionista...
Il socialismo è un complesso di ideologie, movimenti e dottrine legato a orientamenti politici di sinistra tendente a una trasformazione della società finalizzata a ridurre le disuguaglianze fra i cittadini sul piano sociale, economico e giuridico.Originariamente tutte le dottrine e movimenti di matrice socialista miravano a perseguire i propri obiettivi attraverso l'abolizione delle classi sociali e la soppressione totale della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. Fino al 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. In quell'anno, nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, si opera la distinzione tra "socialismo utopico" e "socialismo scientifico", il solo, quest'ultimo, che secondo Marx ed Engels può garantire la transizione verso una fase successiva, il "comunismo", per evidenziarne polemicamente le differenze con il primo.Per socialismo si intende uguaglianza formale con l'obiettivo di raggiungere anche quella sostanziale.Nel pensiero marxista, il socialismo e il comunismo divennero due fasi della rivoluzione: la fase socialista, cioè quella delle statalizzazioni, che facevano parte della dittatura del proletariato, che si realizzava in un nuovo concetto di Stato, diverso da quello borghese; poi la fase comunista, che prevedeva l'abolizione delle classi, intesa come libera associazione di tutti. Contrariamente all'anarchismo, che fin dall'inizio prevedeva una abolizione di qualsiasi organizzazione statale, questa concezione di Karl Marx prevedeva quindi due fasi: la dittatura del proletariato e la società senza classi. La seconda fase fu abbandonata quasi subito dai regimi del socialismo reale. Originariamente infatti nella fase comunista si prevedeva la dissoluzione dello Stato, perché considerato a quel punto inutile: i beni e i mezzi di produzione erano tornati alla collettività.....
Il socialismo cristiano è una posizione politica, religiosa e culturale che si propone di coniugare i principi fondamentali del socialismo democratico con il solidarismo cristiano-sociale, considerata anche filosofia morale da determinate aree socialdemocratiche.[1] Può essere ricondotto alla famiglia dei socialismi religiosi.Attualmente tale corrente è significativa in America Latina, dove talvolta soggetti di ispirazione cristiana sono inoltre legati agli insegnamenti della Teologia della Liberazione.Ancora oggi numerosi gruppi di socialisti cristiani hanno piena agibilità nei partiti aderenti all'Internazionale Socialista e al Partito del Socialismo Europeo...
Il socialismo democratico è un'ideologia politica che sostiene la possibilità di pervenire al socialismo tramite la democrazia.La forma di governo di uno Stato governato secondo i principi di questa ideologia può definirsi "stato socialista democratico", in cui, a differenza dello "Stato socialista reale" con monopartitismo, vengono mantenute inalterate le libertà civili e politiche.[1][2]Nell'ambito dei paesi dell'ex blocco sovietico, si parlò di "socialismo dal volto umano" per l'esperienza di socialismo democratico, rispettoso dei diritti civili, attuato durante la Primavera di Praga, in contrapposizione al socialismo autoritario dell'URSS (socialismo reale o socialismo scientifico di stampo marxista-leninista).[3]L'espressione "socialdemocrazia" indica generalmente un'ideologia riformatrice che accetta il capitalismo e le sue dinamiche, temperandole con un solido sistema di Stato sociale, a metà strada tra socialismo e liberalismo sociale.
Nel socialismo democratico, invece, l'obiettivo finale è ottenere il superamento del capitalismo e l'instaurazione di una società socialista;
lo stesso obiettivo è perseguito dal socialismo rivoluzionario e dal comunismo, anche se tramite la rivoluzione e non i mezzi legali delle elezioni parlamentari (queste vengono viste solo come un possibile passaggio verso una spontanea rivoluzione popolare, contrapposta alla rivoluzione centralista del partito leninista e dei "rivoluzionari di professione").[2]Nella comune accezione europea, socialismo democratico e socialdemocrazia sono termini frequentemente usati quali sinonimi della medesima posizione culturale e politica, come accadde nel Partito Socialista Democratico Italiano....
Il sovranazionalismo è un metodo di processo decisionale in comunità politiche multinazionali, in cui l'intera sovranità nazionale o parte di essa viene trasferita o delegata ad una autorità da parte dei governi degli stati membri.
Il concetto di unione sovranazionale è talvolta utilizzato per denominare l'Unione europea, come un nuovo tipo di entità politica[1].
Le unioni sovranazionali si differenziano dalle consuete organizzazioni internazionali per il più marcato grado di integrazione tra i loro membri: questo si può notare per la presenza di un ordinamento giuridico proprio, di una corte di giustizia con poteri vincolanti o di istituzioni dotate di legittimità diretta (ad es. il Parlamento europeo).
Lo statalismo è la tendenza ad attribuire allo Stato un ruolo molto forte nelle varie attività del Paese, soprattutto nel controllo dell'economia nazionale e nel possesso delle aziende.[1] Il termine è anche usato in senso critico e polemico nei confronti di un'invadenza eccessiva da parte dello Stato in tutti i settori.[1] L'opposizione allo statalismo è genericamente chiamata anti-statalismo.
Diversi totalitarismi, come quello comunista[senza fonte], dell'Italia fascista[2][3][4][5][6][7] o della Germania nazista,[8][9][10][11][12][13][14][15] sono stati spesso descritti come statalisti, così come le varie forme di stato sociale.[16][17] Il processo nel dare nelle mani dello Stato un'impresa privata viene definito nazionalizzazione o statalizzazione mentre il procedimento opposto è la privatizzazione.Di solito la statalizzazione avviene attraverso l'intervento statale per aiutare aziende private in crisi, destinate altrimenti a un brusco ridimensionamento o al fallimento. Altre volte lo Stato interviene regolamentando l'economia, che spesso non può essere affidata alle sole leggi di mercato...Si distingue quindi da: uno statalismo assoluto, uno statalismo parziale in cui vi sono degli spazi di libertà per gli individui - anche se lo Stato controlla molti rami della società in quanto considerato espressione di un patto sociale e conserva il monopolio della forza - e da una statolatria sconfinante sia nell'autoritarismo che nel totalitarismo.
L'anti-statalismo è qualsiasi approccio alla filosofia sociale, economica o politica che rifiuta lo statalismo. Un anti-statalista si oppone all'intervento dello Stato nelle questioni personali, sociali ed economiche[1]. Nell'anarchismo, ciò comprende anche un completo rifiuto di ogni dominio gerarchico[2].
L'anti-statalismo è presente in una varietà di posizioni molto diverse e comprende una serie di concetti e pratiche talvolta anche opposte. Gli anti-statalisti differiscono notevolmente in base alle altre idee che sostengono, poiché la difficoltà significativa nel determinare se un pensatore o una filosofia è anti-statalista è il problema di come si definisce lo Stato stesso.
La terminologia è cambiata nel tempo e gli scrittori del passato hanno spesso usato la parola "Stato" in un senso diverso da come la usiamo oggi.
Ad esempio, l'anarchico Michail Bakunin ha usato il termine semplicemente per indicare un'organizzazione governativa, mentre altri scrittori hanno usato il termine Stato per indicare qualsiasi legge o agenzia con lo scopo di far rispettare la legge.
Karl Marx definì lo Stato come l'istituzione utilizzata dalla classe dominante di un paese per mantenere le condizioni del suo dominio. Secondo Max Weber, invece, lo Stato è un'organizzazione con un effettivo monopolio legale sull'uso legittimo della forza fisica in una particolare area geografica (il suo territorio)..
La locuzione terza via (in inglese: Third Way) si riferisce a diverse posizioni politiche trasversali impegnate nell'elaborazione di una moderna posizione intermedia tra neoliberalismo e socialdemocrazia – da non confondere con il centrismo, termine riconducibile ad un concetto maggiormente ampio – al fine di individuare un efficace compromesso di giustizia sociale, pari opportunità, valorizzazione del merito, dell’iniziativa privata, tra le politiche economiche laissez-faire e quelle interventiste.[1]
Essa nasce dall'esigenza di analizzare compiutamente gli esiti delle politiche economiche di stampo keynesiano, che avevano precedentemente generato dubbi a causa di un eccessivo interventismo da parte dello Stato, e quelle neoliberiste sviluppatesi a partire dagli anni ottanta[2], in una fase ormai avviata alla globalizzazione, combinandole fra loro e sviluppate da alcuni partiti socioliberali e socialdemocratici.
Questa concezione politica supporta il raggiungimento di un egualitarismo nella società odierna attraverso un'azione diretta per aumentare la distribuzione di abilità, capacità e mezzi di produzione e allo stesso tempo rifiutare la redistribuzione delle ricchezze tra classi sociali[10].
Enfatizza così l'impegno su:
il raggiungimento del pareggio di bilancio, fornendo così pari opportunità, ponendo inoltre accento sulle responsabilità morali degli individui;
la decentralizzazione del potere governativo al minor livello possibile;
l'incoraggiamento di più possibili accordi economici tra funzioni pubbliche e private, cercando il più possibile di non ricorrere all'uso della manodopera, così investendo nello sviluppo umano e nella ricerca
oltre al miglioramento dei mezzi di produzione; la protezione del capitale sociale insieme alla salvaguardia ambientale[11][12].Specifiche definizioni delle politiche della terza via possono differire tra Europa e Stati Uniti d'America.In Italia alcune politiche caratteristiche della terza via sono state sostenute da alcuni esponenti politici provenienti da partiti centristi e socioliberali, tra cui Forza Italia, Rinnovamento Italiano e Nuovo PSI, così come successivamente La Margherita e Democratici di Sinistra, i due partiti confluiti nel Partito Democratico, il quale adottò nel 2008 una Carta dei Valori che sostiene proprio le politiche della terza via, propugnate in particolar modo durante la segreteria di Matteo Renzi.[18][19] I maggiori sostenitori delle politiche della terza via sono attivi prevalentemente nel partito Italia Viva.La terza via è stata promossa dai suoi esponenti come un'alternativa radicale e centrista tra capitalismo e forme tradizionali di socialismo,[23] quindi sostenitrice di idee come il socialismo etico, il riformismo e il gradualismo, il quale include l'umanizzazione del capitalismo, un'economia mista, un pluralismo politico e una democrazia liberale.[23]Questa posizione è stata presentata dai suoi promotori come "socialismo competitivo" – un'ideologia che si pone a cavallo tra il socialismo tradizionale e il capitalismo,[24] in maniera del tutto analoga al socialismo liberale, che propone di unire socialismo democratico e liberalismo classico.
I due termini sono spesso usati come sinonimi[25], ma tale utilizzo è improprio: gli esponenti del socialismo liberale, infatti, propongono anche forme di regolamentazione economica e redistribuzione della ricchezza come metodi utili al raggiungimento di una maggiore uguaglianza sociale, opzioni che sono state rifiutate, oltre che non contemplate, dagli esponenti della terza via...
Un movimento politico è un gruppo di individui che si pone come obiettivo quello di cambiare il sistema politico o promuovere determinati valori sociali all'interno del governo di un Paese.[1] Il pensiero dei movimenti politici contrasta solitamente quello del sistema politico dominante,[2][3] e appoggia le teorie dell'opportunità politica, secondo cui i movimenti di natura politica nascono da semplici circostanze,[4] e la teoria della mobilitazione delle risorse, in base alla quale il successo di un movimento politico è determinato dalla sua capacità di utilizzare le risorse a sua disposizione.[2] Nonostante vi siano delle differenze fra i partiti e i movimenti politici, entrambi vogliono esercitare un particolare impatto sul governo, e alcuni partiti sono stati in origine dei movimenti politici.[5] Se i partiti politici si focalizzano sulla risoluzione di diverse problematiche che vi sono all'interno di un Paese, i movimenti si pongono solitamente un singolo obiettivo
Un partito politico è un'associazione tra persone accomunate da una medesima visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico ovvero relativa a questioni fondamentali circa la gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici o particolari. L'attività del partito politico, volta a operare per l'interesse comune, locale o nazionale, si esplica attraverso lo spazio della vita pubblica con la definizione di un programma o piano politico da perseguire e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per "ambito prevalente" quello elettorale.
I partiti nascono nel momento dell'affermazione della democrazia e quindi quando il governo diventa responsabile verso il voto degli elettori[6]. Esistono due principali analisi della storia dei partiti che guardano uno in maniera genetica l'altro in maniera strutturale, le fasi della loro creazione.
I partiti si distinguono a livello organizzativo a seconda di una struttura più o meno verticistica, più o meno movimentista. I partiti di stampo socialista e comunista, nonché quelli post-fascisti, si sono, nel corso degli anni, contraddistinti per la presenza di ampi organi assembleari e ristretti gruppi dirigenziali. Spesso i vertici del partito non venivano scelti direttamente dagli iscritti o dalle assemblee congressuali, ma dagli uffici di presidenza. Altri partiti, invece, hanno fatto propria una prassi più "democratica", attenta cioè a favorire il coinvolgimento della base nelle decisioni di vertice.
È un leader di partito, o capo politico, chi è posto a capo di un partito politico. Di solito ricopre una posizione formale, la cui denominazione varia secondo gli Stati e i partiti politici.Il leader del partito è tipicamente responsabile dei rapporti con il pubblico; come tale, ha un ruolo di primo piano nella definizione della linea politica del partito (e, in particolare, dei programmi elettorali) e nella comunicazione della stessa all'elettorato; è, inoltre, il principale contatto tra il partito e i mass media. Nei sistemi bipartitici o bipolari il leader del partito o della coalizione che ha la maggioranza in parlamento diventa di fatto automaticamente primo ministro (o capo del governo comunque denominato) mentre il leader del partito o della coalizione di opposizione che ha il maggior numero di seggi diventa leader dell'opposizione, laddove esiste questa figura.
Il titolo di segretario generale (a volte primo segretario, abbreviato segr.) è attribuito all'organo monocratico di alcune associazioni o altre organizzazioni, pubbliche o private, posto al vertice delle stesse.Indica anche una figura talvolta posta alle dirette dipendenze dell'organo di vertice (ad esempio, il presidente) e appartenente comunque al senior management dell'organizzazione. L'apparato organizzativo al quale il segretario generale è preposto è detto segretariato o segreteria.L'uso di questo titolo piuttosto che altri, quale ad esempio quello di presidente, può avere lo scopo di sottolineare il ruolo di esecutore delle decisioni degli organi collegiali dell'organizzazione, facendo così risaltare, per lo meno a livello nominalistico, la collegialità di gestione della medesima. Tale figura può anche essere utilizzata per designare il leader dei partiti comunisti e socialisti, nonché dei sindacati che si richiamano a quest'area ideologica; in seguito il titolo (o altri analoghi, ad esempio segretario politico) è stato estesamente adottato anche da partiti e sindacati di diversa ideologia.Nei paesi comunisti il segretario generale (o primo segretario) del comitato centrale del partito comunista è, di fatto, la più alta carica dello Stato, sebbene rimanga formalmente un organo del partito; del resto, solitamente, alla carica di partito ne unisce una statale, per lo più quella di capo dello stato (o, più precisamente, di presidente dell'organo collegiale che svolge le funzioni del capo dello stato), altre volte quella di capo del governo. Solitamente eletto dal comitato centrale, ne presiede l'ufficio politico e, laddove presente, il segretariato.
Un ufficio politico (spesso detto Politbüro, contrazione del russo политическое бюро, političeskoe bjuro), in alcuni partiti, soprattutto comunisti e socialisti, designa un organo collegiale ristretto, eletto dal Comitato centrale o analoga assemblea e responsabile di fronte al medesimo, al quale è affidata la direzione del partito. In altri partiti l'organo corrispondente all'ufficio politico prende il nome di Direzione, Comitato esecutivo o simili. Per la sua composizione ristretta e per la possibilità di riunirsi frequentemente, l'ufficio politico è uno degli organi più importanti del partito. Negli Stati comunisti l'Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista è, di fatto, assieme al segretario generale, la massima istituzione statale, pur rimanendo formalmente un organo del partito. Sebbene eletto dal Comitato centrale e responsabile di fronte al medesimo, grazie al controllo che esercita sul resto del partito finisce per cooptare i suoi membri. L'esempio più noto è rappresentato dal Politburo del PCUS.
Nei partiti, nei sindacati e in altre associazioni il congresso (denominato anche convenzione o conferenza) è il massimo organo decisionale. È un'assemblea che si può riunire con frequenza annuale o pluriennale (ad esempio, ogni cinque anni), costituita dagli iscritti o da loro delegati, che possono essere anche alcune migliaia, eletti in occasione di ciascuna sessione. Accanto al congresso nazionale (o generale) possono esserci congressi limitati ad un'articolazione territoriale (regionali, provinciali ecc.)Il congresso nazionale ha il potere di modificare lo statuto; definisce la linea politica e il programma dell'organizzazione; elegge l'assemblea (denominata comitato centrale, consiglio nazionale o in altri modi) che funge da massima istanza decisionale dell'organizzazione tra una sessione congressuale e l'altra; frequentemente elegge il leader dell'organizzazione e, nei partiti, il candidato ufficiale alla presidenza della repubblica (nei sistemi presidenziali) o a primo ministro (nei sistemi parlamentari bipartitici, ove il leader del partito vincitore delle elezioni diviene automaticamente primo ministro).
Il Comitato centrale (CC) di un'associazione è solitamente l'organo esecutivo e decisionale più importante dell'associazione stessa.L'espressione è in particolare usata per designare gli organi esecutivi dei partiti politici, specie quelli a orientamento socialista o della destra sociale.Comitato centrale è il termine usato per designare l'organo collegiale di tipo assembleare, eletto dal congresso, che dirige l'organizzazione tra una sessione congressuale e l'altra, svolgendo funzioni deliberative ed eleggendo gli organi esecutivi (segretario generale, ufficio politico ecc.).
I colori politici sono dei colori utilizzati per rappresentare un partito politico o un'ideologia: questi colori sono spesso utilizzati dai mass media nel dare i risultati delle elezioni o, più in generale, per riferirsi ai partiti. Il colore rosso per la sinistra rivoluzionaria inizia con le bandiere rosse della Comune di Parigi. Spesso, però, in ogni nazione o aree geografiche ai colori vengono attribuiti significati politici diversi. Ad esempio in Italia il bianco è il colore tradizionalmente legato ai democratici-cristiani, già nella vicina Austria i Popolari (democristiani) usano, invece, il nero. In Italia il nero è stato appannaggio del Partito Nazionale Fascista, pertanto, i democristiani per distinguersi dai socialisti e comunisti (rosso) e dai neo-fascisti (neri), fecero proprio il bianco.
Il termine capoelettore designa, soprattutto ad uso giornalistico, un attivista politico che opera sul territorio per raccogliere consenso elettorale, garantendo ad un candidato un pacchetto "sicuro" di voti.Il capoelettore si distingue, di norma, dai tradizionali militanti e attivisti politici, perché la sua opera propagandistica non è basata sulla piattaforma politica, programmatica e ideologica del candidato e del partito che rappresenta; piuttosto, il capoelettore svolge la sua opera per interessi di natura più personale e/o economici, legati a scambi di favore, raccomandazioni, fino a sconfinare nel vero e proprio voto di scambio o nella difesa di interessi illegali ad es. collegati alla malavita organizzata.Un capoelettore può successivamente diventare a suo volta un candidato politico grazie alla forza del pacchetto di consensi elettorali raccolti negli anni.
Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d'iscrizione e alla raccolta fondi, attraverso cui i partiti politici percepiscono fondi necessari a finanziare le proprie attività. Il finanziamento pubblico diretto ai partiti è previsto nella maggioranza degli ordinamenti europei. In alcuni paesi tale finanziamento costituisce la primaria risorsa di sostentamento dei partiti, mentre in altri (come la Gran Bretagna) esso è sostanzialmente irrilevante. Il modello di finanziamento pubblico puro non esiste, giacché gli ordinamenti affiancano ad un finanziamento pubblico la possibilità di finanziamento privato, variamente regolato e limitato.
L'elezione è un metodo di scelta del titolare o dei titolari di un ufficio da parte dei membri di un collegio, corpo elettorale o altra collettività,[1] che sono chiamati a esprimere le loro preferenze attraverso il voto per una o più persone o per un insieme di persone (una lista), voti che vengono poi trasformati in una scelta collettiva sulla base di regole prestabilite.Nel caso il collegio sia chiamato a scegliere i suoi stessi membri, si parla invece di cooptazione.
Il sistema elettorale italiano è l'insieme delle regole con cui, sulla base dei voti espressi dai cittadini italiani durante le elezioni, sono assegnati i seggi all'interno degli organi politico-istituzionali locali, nazionali ed europei.
La situazione è articolata e differenziata a seconda delle varie categorie di votazione previste dall'ordinamento politico italiano:
le elezioni politiche, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 400 componenti della Camera dei deputati e dei 200 membri elettivi del Senato della Repubblica;[N 1]
le elezioni europee, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 76 membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia;[N 2][N 3][1]
le elezioni regionali, in occasione delle quali si vota per l'elezione del presidente della giunta regionale e del consiglio regionale;[N 4]
le elezioni amministrative, in occasione delle quali si vota per l'elezione del sindaco e del consiglio comunale;[N 5] in Valle d'Aosta si elegge contestualmente il vicesindaco[N 6] e nelle grandi città si vota inoltre per i consigli circoscrizionali.[N 7]
Ciascun tipo di consultazione ha luogo di norma ogni cinque anni.[N 8][N 9][N 10][2]
Il sistema proporzionale con soglia di sbarramento, adottato per tutte le elezioni italiane dal 1946 al 1993 (fatta eccezione per il Senato), è ancora usato per le elezioni del Parlamento europeo.
Anche i restanti appuntamenti elettorali – salvo le consultazioni comunali nelle municipalità meno popolose e le elezioni circoscrizionali – si svolgono sulla base di sistemi elettorali di impostazione proporzionale, ma corretti in misura significativa con quote maggioritarie o premi di governabilità variamente assegnati.
Sistema vigente
Dal 2017 è in vigore un sistema elettorale misto a separazione completa, ribattezzato Rosatellum bis:
in ciascuno dei due rami del Parlamento, il 37% dei seggi assembleari è attribuito con un sistema maggioritario uninominale a turno unico,
mentre il 61% degli scranni viene ripartito fra le liste concorrenti mediante un meccanismo proporzionale corretto con diverse clausole di sbarramento.[N 15] Le candidature per quest'ultima componente sono presentate nell'ambito di collegi plurinominali, a ognuno dei quali spetta un numero prefissato di seggi; l'elettore non dispone del voto di preferenza né del voto disgiunto.[N 15]
La Costituzione stabilisce altresì che otto deputati e quattro senatori debbano essere prescelti dai cittadini italiani residenti all'estero.
Il sistema elettorale è costituito dall'insieme delle regole che si adottano in una democrazia rappresentativa per trasformare le preferenze o voti espressi dagli elettori durante le elezioni in seggi da assegnare all'interno del Parlamento o più in generale di un'assemblea legislativa.È regolato dalla legge elettorale.
Secondo la definizione di Blais e Massicotte, un sistema misto è quel sistema che presenta contemporaneamente formule maggioritarie e proporzionali. Secondo un'altra visione, non ritenuta però precisa come la precedente, sono misti quei sistemi elettorali che producono, a livello di proporzionalità, risultati intermedi tra quelli maggioritari e quelli proporzionali. Come si può ben intuire, ciò che rende particolare il sistema elettorale misto è il fatto che esso sia composto da elementi classici, come in una sorta di mix, comuni ad entrambe le famiglie (proporzionale e maggioritario) alle quali si possono ricondurre tutte le leggi elettorali.Pur essendo stato l'austriaco Siegfried Geyerhahn il primo a ipotizzarli, essi si sono diffusi soprattutto durante gli anni novanta del secolo scorso, in varie parti del mondo (Russia, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Ungheria, Albania ecc.). Anche l'Italia ne è un esempio poiché, dal 1993 al 2005, la legge elettorale vigente è stato il c.d. "Mattarellum". Inoltre, nell'ottobre 2017, il Parlamento ha approvato una nuova legge elettorale mista (che è stata usata a partire dalle elezioni del 2018): il c.d. "Rosatellum".I sistemi misti si sono affermati anche per ovviare ai vari problemi che il proporzionale ed il maggioritario presentano: eccessiva frammentazione politica (con conseguente difficoltà nella governabilità), poca rappresentanza ecc.Fare una classificazione dei sistemi misti non è facile. Ciò a causa del fatto che ci possono essere una innumerevole varietà di combinazioni tra la parte proporzionale e quella maggioritaria. A questo va poi aggiunto la possibilità di avere soglie di sbarramento alte o più basse, l'uso delle preferenze o delle liste bloccate e, eventualmente, la presenza o meno di un premio di maggioranza. In ogni caso, volendo classificare i sistemi misti, si possono distinguere:Sistemi misti a "correzione completa": sono quei sistemi in cui, pur prevedendo la coesistenza della formula maggioritaria e di quella proporzionale, l’assegnazione totale dei seggi avviene esclusivamente in base al metodo proporzionale. Un esempio è il sistema elettorale tedesco. Sistemi misti a "semicorrezione": in questa categoria rientrano quei sistemi misti in cui i seggi pur essendo assegnati in due livelli distinti, tra parte maggioritaria e proporzionale, prevedono meccanismi di compensazione proporzionale a beneficio dei partiti minori che hanno subìto gli effetti distorsivi nella parte maggioritaria. Un esempio fu il c.d. "Mattarellum", con lo scorporo. Sistemi misti a "separazione completa" (definiti pure "sistemi paralleli"): in questa categoria rientrano quei sistemi misti in cui i seggi sono assegnati in due livelli distinti, tra parte maggioritaria e proporzionale. Un esempio è dato dal sistema elettorale russo, giapponese o dal c.d. "Rosatellum" attualmente in vigore in Italia. All'interno di questa classificazione non trovano ovviamente spazio le c.d. leggi elettorali proporzionali con premio di maggioranza. In effetti, queste ultime, non sono altro che una variante del sistema proporzionale modificato o corretto, per favorire la governabilità, con un bonus in seggi da assegnare a chi ottiene più voti...
Il sistema maggioritario è un qualunque sistema elettorale che prediliga la formazione di un sistema bipolare (spesso ma non sempre bipartitico) e di un parlamento composto da due schieramenti distinti e contrapposti. Il sistema limita fortemente o esclude completamente la rappresentanza di schieramenti minori. Si basa solitamente sul collegio uninominale (ovvero un collegio che esprime un solo seggio), ma può anche basarsi su collegi plurinominali.In ogni caso il criterio è “il primo prende tutto” (first past the post system), ossia in ogni collegio chi riceve più voti viene eletto, mentre tutti gli altri, anche se ricevono percentuali di voto significative, vengono esclusi.
Per sistema proporzionale (o semplicemente proporzionale[1]) si intende genericamente qualsiasi sistema elettorale che miri a riprodurre in un organo di rappresentanza le proporzioni delle diverse parti dell'elettorato - generalmente in un'assemblea elettiva, per cui tali sistemi furono escogitati. La finalità è risolvere le disuguaglianze di rappresentazione dei partiti che sorgono nei sistemi elettorali maggioritari, soprattutto quando vi sono più di due forze fondamentali o quando le circoscrizioni hanno dimensioni diverse. La proporzionalità può essere alterata in vari modi: riducendola si combatte la frammentazione, tendenza ben nota nei sistemi proporzionali; ciò può avvenire variando il metodo di assegnazione dei seggi, introducendo una soglia, o limitando il numero di seggi in palio in ciascuna circoscrizione.
Il suffragio universale è il principio secondo il quale tutti i cittadini, di norma al raggiungimento della maggiore età, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche e amministrative, e ad altre consultazioni pubbliche (come i referendum), senza alcuna restrizione di natura culturale, socioeconomica o psicologica (per es. di etnia, ceto, genere, orientamento sessuale); è perciò contrapposto al suffragio ristretto, che può essere fondato sul censo (suffragio censitario), sul sesso (suffragio maschile, perché il diritto di voto non è riconosciuto alle donne) o sul grado d'istruzione.
Secondo i sostenitori del modello bipartitico, la presenza di soli due partiti porta alla formazione di governi stabili e maggioranze parlamentari che durano fino al termine della legislatura, senza elezioni anticipate, ma secondo i detrattori questo porta ad una ridotta sovranità popolare sullo Stato e un minor controllo diretto della vita politica tramite le elezioni.
Secondo i sostenitori del modello proporzionale, invece, la presenza di più partiti (con la presenza o meno di soglie di consenso per l'accesso al parlamento) permette di rappresentare più fedelmente la nazione, ma per i detrattori questo trasforma i partiti in attori che di fatto controllano lo Stato con maggioranze variabili e spesso opportunistiche.
Esiste poi il modello bipolare, applicato in Italia nella Seconda Repubblica:
da un lato una serie di partiti costituisce una coalizione che viene premiata come in un sistema bipartitico, ma nella pratica la rappresentanza parlamentare - così ottenuta dai piccoli partiti - consente loro di condizionare l'attività di governo o perfino di determinarne la fine;
dall'altro lato, "di fatto si è prepotentemente imposta tramite i mass media e, spesso, tramite distorsioni e aggiramenti a opera del legislatore, la sensazione che si elegga direttamente il governo e il suo capo", secondo "una concezione del sistema politico italiano declinata su un versante di tipo neopresidenzialista; va da sé che si tratta di un presupposto basato su un falso, essendo l’Italia una repubblica parlamentare"
La rappresentatività parlamentare è divisa fra libertà morale degli eletti e mandato imperativo.
Per quanti sostengono la necessità di un mandato imperativo, in cambio di legislature di lunga durata, gli eletti politici dovrebbero avere degli obblighi di legge di fedeltà al programma elettorale e al partito col quale i cittadini li hanno eletti.
Il mandato imperativo sarebbe il contrappeso al ridotto ricorso alla consultazione elettorale e, lungo questa linea, si potrebbe persino arrivare a richiedere al candidato, prima delle elezioni, le cosiddette "dimissioni in bianco"[2] o altro documento giuridicamente impegnativo[3].
Diversamente, la scelta fatta dalle Costituzioni moderne[4] è quella del divieto di mandato imperativo: l'indicazione elettorale è basata solamente su un patto di fiducia e un mero obbligo morale fra eletti ed elettori.
La possibilità dell'elettorato di "punire" la deviazione - con una scelta diversa alle elezioni successive - non appare efficace[5] quando la rappresentanza politica si riduce a due partiti, il che fa diventare pratica diffusa promettere in un modo e agire diversamente;
sotto il ricatto del "voto utile", quel sistema elettorale aumenta il rischio che gli elettori non possano sanzionare il transfuga nelle votazioni successive.Dove il parlamentare o il governante eletto hanno piena libertà morale, quindi autonomia di condotta e opinioni, e nessun obbligo giuridico verso l'elettorato, il trasformismo non è reato e si pone in termini più forti la questione morale della politica.
Infatti, il reato di corruzione esiste fra privato e pubblico ufficiale, mentre è più complesso dimostrare che possa esistere nei confronti dei parlamentari, la cui stessa natura di pubblici ufficiali è contestata[6];
il reato di voto di scambio sussiste per chi riceve denaro in cambio di un voto, in modo indipendente dalla presenza di un'organizzazione criminale, ma non per chi cambiando partito ottiene nuovi incarichi politici.
Resta impossibile per la legge valutare le intenzioni, e stabilire se il cambio di appartenenza sia dovuto alla ricerca di una contropartita personale oppure a un percorso che ha portato a un legittimo mutamento di convinzioni politiche.
L'astensionismo è il fenomeno per cui, in una votazione (ad esempio in occasione di referendum o elezioni), le persone aventi diritto di voto non esprimono il proprio voto. Se la votazione non è in capo al Corpo elettorale ma ai componenti di un collegio ristretto (es. un'assemblea elettiva), è puntualmente disciplinata nelle sue conseguenze: per esempio, nel diritto parlamentare, gli astenuti risultano presenti durante la votazione ma non si esprimono.[1]Una persona che non ha espresso il proprio voto è detta astenuta. In termini generali l'astensionismo non va confuso con il voto di protesta, in cui un avente diritto di voto si reca alle urne e invalida volontariamente la propria scheda elettorale con segni non consentiti (scheda nulla) oppure non esprime una preferenza (scheda bianca). Per legge chi consegna una scheda bianca o nulla, a differenza di chi non si reca fisicamente alle urne, ha a tutti gli effetti votato e viene considerato nel calcolo dell'affluenza al voto.L'astensione può essere usata per indicare l'ambivalenza sulle scelte del votante, oppure una tacita disapprovazione che non assurge al livello di opposizione attiva. L'astensione può anche essere usata quando qualcuno assume una certa posizione su una questione ma, poiché il sentimento popolare supporta una posizione contraria, potrebbe non essere politicamente conveniente votare secondo la propria coscienza. Una persona può astenersi anche quando non si sente adeguatamente informata circa la questione in esame o non ha partecipato a importanti discussioni in merito...
Il voto è un metodo attraverso cui il corpo elettorale esprime un giudizio. Il gruppo di persone chiamate a votare può esser più o meno grande e a seconda dei casi può variare e comprendere i partecipanti di una riunione così come gli appartenenti a una circoscrizione elettorale e quindi a un'elezione. Di solito il voto è uno strumento che serve a prendere una decisione in seguito a una discussione o un dibattito, ma può essere anche l'atto finale di una campagna elettorale, tramite la scheda elettorale. Il voto può esprimere varie scelte:Preferenza, espressione di una scelta tra quelle presentate al votoScheda bianca[4], espressione di mancata preferenza personale, che in molti sistemi (come nel sistema elettorale) tale voto viene conteggiato per ultimo in quanto viene attribuito al candidato che ha ottenuto più preferenze, mentre in altri sistemi (come nel caso del cinque per mille) le schede bianche vengono ripartite sulle varie opzioniVoto nullo[5], espressione di protesta, come nel caso di coloro che non ritengono d'essere sufficientemente rappresentati o sono contrari alle linee che vengono intraprese e che non contemplano tutti gli scenariAstensionismo[6], espressione di chi non mostra sufficiente interesse per la votazione o non di chi non si sente idoneamente informato per poter esprimere il voto, ma può essere anche causato da disguidi tecnici, quali lo stato di salute (coma, ecc...) o problemi nella documentazioni necessaria...
Il voto di preferenza è il voto espresso da un elettore per un candidato all'interno di una lista elettorale. Si tratta di un'espressione del voto, aggiuntiva rispetto alla scelta della lista elettorale, presente in alcuni sistemi elettorali di tipo proporzionale: quando il voto di preferenza è previsto, nell'ambito di ciascuna lista sono eletti i candidati con più voti di preferenza, in numero pari ai seggi spettanti a quella lista; se invece il voto di preferenza non è previsto, la lista si dice bloccata e i candidati sono eletti secondo un ordine precostituito.L'espressione del voto di preferenza non è utile nei sistemi elettorali maggioritari, nei quali la lista vincente elegge il suo unico candidato (sistema maggioritario uninominale) oppure tutti i candidati in blocco (sistema maggioritario plurinominale), cosicché la preferenza dell'elettore nell'ambito della lista votata è ininfluente ai fini dell'individuazione degli eletti. n Italia, la legge elettorale proporzionale promulgata nel 1946 per le elezioni legislative prevedeva la possibilità di esprimere fino a quattro voti di preferenza, scrivendo sulla scheda elettorale i cognomi dei candidati prescelti oppure i loro numeri di lista. Già a quell'epoca si espressero critiche alla gestione che del sistema delle preferenze veniva fatta dai partitiIl referendum tenutosi nel 1991 aveva modificato la legge consentendo un solo voto di preferenza; questa modifica fu applicata unicamente durante le elezioni politiche del 1992, in quanto nel 1993 venne varata una nuova legge elettorale, la legge Mattarella, che introduceva un sistema misto maggioritario-proporzionale con liste bloccate, eliminando quindi completamente il voto di preferenza. Anche la successiva legge elettorale entrata in vigore nel 2005, la legge Calderoli, ha mantenuto il sistema delle liste bloccate. Il voto di preferenza è invece tuttora previsto dai sistemi elettorali usati per le elezioni comunali, regionali ed europee...
Il voto di scambio è un fenomeno che, nell'ambito della politica, si riferisce all'azione di un candidato il quale, in cambio di favori leciti o illeciti, prometta a un elettore di ricambiare il voto da parte di quest'ultimo con un tornaconto personale, o con una promessa dello stesso.Perché ci sia reato non c'è bisogno dello scambio di beni o di prestazioni, ma è sufficiente la promessa o l'accordo fra le due parti.[1]È praticato talvolta da organizzazioni criminali, spesso di tipo mafioso, d'intesa con gruppi politici: questa fattispecie nell'ordinamento italiano definisce il reato di scambio elettorale politico-mafioso.
Il voto disgiunto o panachage è un sistema elettorale che prevede la possibilità di esprimere due voti, uno per la scelta del partito, l'altro per la scelta del candidato. L'elettore può esprimere la preferenza anche per un candidato di un partito diverso da quello scelto. La divisione dei seggi avviene in base ai voti ottenuti dal partito, e all'interno della lista prevalgono i candidati che ottengono più voti di preferenza.In Italia il voto disgiunto è ammesso per le elezioni regionali e, nell'ambito delle elezioni amministrative, per quelle comunali nei Comuni superiori ai 15 000 abitanti.Ogni lista elettorale presenta un proprio candidato alla presidenza della Regione (più liste possono condividere lo stesso candidato) o alla carica di sindaco. L'elettore può esprimere due voti sulla stessa scheda: uno per una lista (al quale può aggiungere un voto di preferenza) e uno per un candidato presidente o sindaco, che può anche far capo a una lista diversa.Per le elezioni comunali si possono aggiungere anche fino a due voti di preferenza sulla lista: se si sceglie di indicarne due, i voti devono andare a candidati di sesso diverso e non a due uomini o due donne, pena l’annullamento della seconda preferenza. In assenza di altri segni sulla scheda, i voti così espressi, alla lista ed ai consiglieri, vanno automaticamente al candidato sindaco collegato.Il voto disgiunto consiste invece nel votare per una lista (un simbolo), magari esprimendo anche le preferenze, senza votare il sindaco collegato. In sostanza - nei Comuni con più di 15 000 abitanti - si dà all'elettore la possibilità di scegliere un candidato sindaco (tracciando un segno sul rettangolo del suo nome) ma anche contemporaneamente una lista che al candidato non è collegata (si deve tracciare un altro segno sul relativo contrassegno). Il voto così espresso viene attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista non collegata prescelta. In questo modo appunto i voti vanno da una parte (alla lista ed al consigliere) e contemporaneamente anche al sindaco antagonista.....
Il voto dei cittadini italiani residenti all'estero è un diritto sancito dal comma 3 dell'articolo 48 della Costituzione italiana che così stabilisce:«La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.»(dall'art. 48 della Costituzione)I successivi articoli 56 e 57 della Costituzione individuano il numero dei deputati e senatori eletti dai cittadini italiani all'estero.
Per voto telematico s’intende una modalità di espressione del voto che comporta l’utilizzo di una rete telematica, che per definizione è formata dall’integrazione di diversi sistemi che agiscono tramite linee telefoniche, telegrafiche oppure radio. La rete telematica permette a diversi utenti di interagire assieme ed accedere agli stessi servizi. In questo caso la rete permette a diversi elettori di esprimere il proprio voto.Con voto telematico si fa comunemente riferimento ad un processo di votazione che avviene per mezzo di mezzi informatici e comunque non cartacei. Il termine corretto sarebbe tuttavia voto teleinformatico in quanto viene utilizzata la rete web nonché i mezzi informatici.Il voto telematico si differenzia inoltre dal voto online per la tipologia di rete utilizzata e per la possibilità di votare o meno da remoto. Spesso queste due parole vengono utilizzate erroneamente come sinonimi.
La lista elettorale, nell'ordinamento giuridico italiano, così come in quello di altri paesi, individua un elenco di persone che si candidano, insieme e/o in contrapposizione in una competizione elettorale, al fine di ricoprire una carica elettiva.Essa però indica anche l'elenco delle persone legittimate ad esprimere la propria preferenza in una votazione per l'elezione ad una carica in genere pubblica (cosiddetto elettorato attivo ed elettorato passivo).Nelle elezioni politiche, nazionali o locali, ogni lista viene generalmente presentata da un partito o movimento politico, o da più partiti o movimenti coalizzati insieme. La legge richiede, per la presentazione di una lista, che venga raccolto un certo numero di firme di elettori, che varia a seconda del tipo di elezione e dell'ampiezza della circoscrizione elettorale nella quale la lista viene presentata. (In Italia, tuttavia, i partiti già rappresentati in Parlamento sono esentati dall'obbligo di raccogliere le firme).Nel caso in cui il sistema elettorale sia di tipo proporzionale, per ciascuna lista viene eletto un numero di candidati proporzionale al numero di voti ottenuti. Se è previsto il voto di preferenza, sono eletti i candidati che all'interno della lista hanno ottenuto il numero maggiore di preferenze; in caso contrario, sono eletti i candidati collocati ai primi posti della lista (in tal caso si parla di lista bloccata). Quando invece il sistema elettorale è di tipo maggioritario, vengono eletti in blocco tutti i candidati della lista che ottiene più voti (nel sistema maggioritario uninominale vi è un solo candidato per lista).In Italia, per le elezioni politiche nazionali, di solito ogni partito presenta la propria lista (eventualmente collegata ad altre); per le elezioni amministrative invece, negli ultimi anni si presentano sempre più spesso le cosiddette liste civiche che, pur essendo di solito espressione di una ben determinata parte politica, hanno un nome che non richiama direttamente quello del partito o dello schieramento di riferimento, e in genere comprendono anche candidati "indipendenti" e/o personalità note nell'ambito locale, ma non impegnate in precedenza nell'attività politica....
Il referendum (gerundivo del verbo latino refero «riporto», «riferisco» dalla locuzione ad referendum «[convocazione] per riferire»[1]) è un istituto giuridico con cui si chiede all'elettorato di esprimersi con un voto diretto su una specifica proposta o domanda.I referendum si possono distinguere in base al tipo di scopo[8]:propositivi: per proporre una nuova legge (vincola il legislatore a emanare una legge coerente con l'espressione popolare); è presente, per esempio, nell'ordinamento di San Marino e Svizzera, mentre è completamente assente dall'ordinamento italiano.consultivi o di indirizzo: per sentire il parere popolare di una determinata questione politica (mera richiesta di parere legalmente non vincolante quanto alla decisione successiva). La costituzione italiana non lo prevede espressamente, quindi per indirlo è necessaria una legge di integrazione costituzionale, come avvenne per il referendum del 1989 per la trasformazione della CEE in Unione europea (legge costituzionale 3 aprile 1989, n. 2).confermativi: per richiedere il consenso popolare perché una legge o una norma costituzionale possa entrare in vigore;abrogativi: per abrogare una legge esistente o un atto avente forza di legge (decreto legge o decreto legislativo), che non sarà più vigente nell'ordinamento;deliberativo: per decidere in merito ad una determinata questione politica. In questo caso il popolo, in virtù del principio di sovranità popolare riconosciuto dall'articolo 1, comma 2 della Costituzione Italiana, è chiamato a deliberare direttamente. Tale tipologia rappresenta maggiormente l'essenza del referendum quale strumento di democrazia diretta. Riguardo al tipo di leggi a cui riferisce il referendum, esso può essere:ordinario, se attiene alla legislazione ordinaria;costituzionale, se riguarda la costituzione[9].Il referendum sull'indipendenza è un tipo particolare di referendum in cui i cittadini di un territorio sono chiamati a decidere sulla possibilità che il proprio territorio divenga uno Stato indipendente. È considerato positivo se i cittadini approvano l'indipendenza, negativo nel caso contrario. Il successo di tale tipo di referendum può o non può comportare l'indipendenza, a seconda della decisione dello Stato che ha acconsentito al suo svolgimento.
Nelle liste elettorali il riempilista è colui che si candida senza intenzione (o senza possibilità) di essere eletto, al fine di attrarre voti verso la lista stessa o di adempiere artificiosamente ad un regolamento o legge elettorale..Nei sistemi elettorali proporzionali il numero di seggi attribuiti ad una fazione dipende dal numero di voti complessivi ricevuti. Ne consegue che ogni candidato che riceva un certo numero di voti, ancorché basso e limitato alle proprie conoscenze personali, arrechi un vantaggio alla lista stessa. La presenza di un riempilista può essere finalizzata a catalizzare un certo elettorato, con determinati valori, di una certa età o di un certo genere, con un certo credo religioso .Altra funzione dei riempilista è di alterare artificiosamente la composizione della lista di candidati, ad esempio garantendo delle quote di genere.
Dal 1946 ad oggi in Italia si sono svolti 78 referendum nazionali, di cui 72 referendum abrogativi, un referendum istituzionale, un referendum di indirizzo e 4 referendum costituzionali.
Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un'alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea.In epoca moderna il termine ha conservato il significato di voto popolare, distanziandosi essenzialmente dal referendum in quanto il plebiscito viene definito come scelta popolare sulla struttura dello Stato o sulle annessioni territoriali[1]...
Questo calendario delle elezioni in Italia comprende tutte le elezioni politiche, europee, regionali e amministrative svoltesi nella Repubblica Italiana dal secondo dopoguerra ad oggi.Il medesimo elenco fino al livello regionale, con le liste partecipanti, le coalizioni ed i risultati come seggi attribuiti, è disponibile come banca dati navigabile
Il grafico illustra i risultati delle elezioni politiche svoltesi in Italia dal 1895 ad oggi, con le percentuali di consenso raccolte dai diversi partiti o movimenti.[1]Passando col mouse sopra alle diverse sezioni colorate, è possibile visualizzare il nome del raggruppamento e la percentuale raccolta nella corrispondente elezione; cliccando sulla singola sezione si viene rimandati alla pagina del partito corrispondente.L'ordine col quale i partiti sono inseriti nel grafico ne illustra la collocazione politica (a sinistra oppure a destra) in maniera approssimativa, giacché il dato è opinabile e non oggetto di questo grafico; si vedano piuttosto informazioni nelle singole voci.
Un elettore è colui che ha il diritto di esprimere il proprio voto in una elezione, sia essa una elezione regolata da leggi di uno stato o di un altro ente amministrativo di natura politica, o una elezione per una carica o una funzione entro una organizzazione regolata in questo caso da uno statuto o da un regolamento interno, come nel caso dell'elezione di un consiglio di amministrazione di una società per azioni, dove ogni azionista è elettore.In un contesto lavorativo, possono votare per le cariche all'interno della rappresentanza sindacale unitaria tutti i dipendenti dell'azienda, indipendentemente dal fatto di essere iscritti o meno a un sindacato.
Nell'ordinamento costituzionale italiano, l'elettorato attivo è il diritto di prendere parte alle elezioni e ai referendum in qualità di votanti,[1] attuando così la propria partecipazione alla vita democratica, rispettivamente in via rappresentativa o diretta: nel primo caso, per concorrere con la scelta di propri rappresentanti a formare o a rinnovare gli organi politici dello Stato (Parlamento) o degli enti locali (assemblee regionali, consigli provinciali, consigli comunali); nel secondo, per esprimere la propria volontà su singole questioni di natura politica.[
«Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.»(art. 51, comma 1, Costituzione Italiana)Per elettorato passivo si intende la capacità di un cittadino italiano, avente pieni diritti, a ricoprire cariche elettive. L'art. 51 Cost. disciplina tale istituto nel nostro ordinamento, considerando tutti i cittadini italiani dell'uno e dell'altro sesso capaci di accedere a pubbliche cariche secondo i requisiti espressi dalla legge in materia e con particolare attenzione alle pari opportunità tra sessi[1].Tale istituto si connette inoltre al concetto di ineleggibilità e incompatibilità.
Nel momento della proclamazione del Regno d'Italia (1861) il diritto di voto era riservato ai soli cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di elevata condizione sociale. Nel 1881 il Parlamento approvò l'estensione del diritto di voto e fu ammessa anche la media borghesia; inoltre il limite d'età fu abbassato a 21 anni.Elezioni 1924 - Facsimile di scheda elettorale Nel 1912, su proposta di Giovanni Giolitti, il Parlamento approvò l'estensione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi a partire dai 21 anni di età che avessero superato con buon esito l'esame di scuola elementare e tutti i cittadini di età superiore ai trenta anni indipendentemente dal loro grado di istruzione. Il suffragio universale maschile vero e proprio è stato introdotto con la legge n. 1985/1918, che ha ammesso al voto tutti cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni, nonché i cittadini di età superiore ai diciotto anni che avessero prestato il servizio militare durante la prima guerra mondiale.Il voto alle donne fu introdotto in parte durante il periodo fascista con la legge 22 novembre 1925 n. 2125.[1] Tale legge limitava il diritto di voto delle donne alle sole elezioni amministrative[2], diritto che non poterono di fatto esercitare perché pochi mesi dopo, con la legge del 4 febbraio 1926 n. 237, gli organi elettivi dei comuni furono soppressi, sostituiti dal podestà nominato con decreto reale..
«La legge determina i casi di ineleggibilità e incompatibilità con l'ufficio di deputato e senatore.»(Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 65)
L'ineleggibilità parlamentare è una situazione giuridica che influisce sulla capacità di ogni cittadino italiano di essere eletto al Senato della Repubblica o alla Camera dei deputati. Secondo una tradizionale definizione dottrinale, consiste in un impedimento giuridico a costituire un valido rapporto elettorale per chi si trova in una delle cause ostative previste dalla legge.
I principi espressi dalla costituzione trovarono fondamento legislativo con il Decreto del presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di "Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera del deputati." la cui ratio fu la garanzia della libertà di voto e della parità formale di opportunità dell'elettorato passivo allo scopo di eliminare meccanismi distorsivi della competizione elettorale tra i candidati. Il titolare di una carica pubblica o di un mandato elettorale locale potrebbe, infatti, utilizzare la propria posizione di supremazia o i poteri del proprio ufficio per esercitare un'indebita interferenza sulla competizione ai fini della raccolta del consenso elettorale nell'ambito della comunità locale..
Sono ineleggibili alla Camera dei deputati[5] e al Senato[6]:
presidenti delle giunte provinciali;
sindaci di comuni con più di 20.000 abitanti;
capo e vicecapo di polizia e ispettori generali di pubblica sicurezza;
capi di gabinetto dei ministeri;
prefetti, viceprefetti e funzionari di pubblica sicurezza;
ufficiali generali, ammiragli, ufficiali superiori delle forze armate dello Stato nella circoscrizione del loro comando territoriale;
magistrati, esclusi quelli in servizio presso le giurisdizioni superiori, nelle circoscrizioni di loro assegnazione o giurisdizione nei sei mesi antecedenti l'accettazione della candidatura;
diplomatici, consoli, viceconsoli non onorari e ufficiali addetti alle ambasciate, legazioni e consolati esteri sia all'estero che in Italia o coloro con impiego da governi esteri;
giudici della Corte costituzionale;
coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta;
rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato;
consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l'opera loro alle persone, società e imprese di cui ai due punti precedenti, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra.
Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di prefettura.
La verifica dei poteri è l'atto in base al quale un organismo collegiale, prima di procedere all'esercizio delle sue funzioni, si pone il problema della regolarità della sua costituzione. Ciò comporta - in via preliminare, per la vita stessa dell'organo - che una volta per tutte siano conosciuti e convalidati i titoli di ammissione dei suoi componenti.Nel Parlamento della Repubblica Italiana l'organo deputato in pianta stabile a tale attività[5] è la Giunta delle elezioni in via preparatoria e l'assemblea plenaria di ciascuna Camera in via definitiva. Rispetto ai risultati elettorali, i regolamenti parlamentari contemplano una prima giunta provvisoria, incaricata delle incombenze immediate (opzioni e proclamazioni in subentro), e poi una giunta definitiva, che - in corso di vita dell'organo - proceda a esaminare la regolarità della sua costituzione e a respingere o accogliere i ricorsi contro le proclamazioni effettuate dagli uffici elettorali in violazione della legge o con un calcolo erroneo dei risultati elettorali. La decisione finale spetta all'assemblea in entrambe le Camere.Per le assemblee rappresentative degli altri enti territoriali, si prevedono invece deliberazioni adottate già nella prima seduta, in materia di capacità elettorale passiva, eleggibilità o candidabilità dei propri componenti: tali decisioni - assunte, in sede di esame della condizione degli eletti, dal consiglio comunale o provinciale ai sensi dell’articolo 41 comma 1 del decreto del Presidente della Repubblica 18 agosto 2000, n. 267 - non pregiudicano però la proposizione dell'azione popolare elettorale.
La campagna elettorale è l'insieme delle attività di propaganda politica svolte da partiti politici, movimenti e liste civiche in favore dei propri candidati ad una qualsiasi carica elettiva, volte a conquistare la fiducia degli elettori e convincerli a concedergli il proprio voto, tipicamente attraverso promesse elettorali...Gli strumenti attraverso cui l'attività di propaganda può essere svolta sono i comizi, la partecipazione a trasmissioni televisive, la diffusione di contenuti tramite altri media (ad es. social media), l'affissione di manifesti, la consegna di gadget e volantini ecc.Gli strumenti di monitoraggio e manipolazione delle masse sono invece rappresentati dai sondaggi elettorali e dai big data.
Una promessa elettorale è una promessa fatta al pubblico e agli elettori durante la campagna elettorale da un candidato/partito politico che sta cercando di vincere delle elezioni per accaparrarsi il maggior numero di voti possibili oppure durante una legislatura per ampliare il proprio consenso popolare in vista della futura tornata elettorale. Secondo Anthony Downs, sono un elemento cardine della competizione politica perché pongono l'eletto in rapporto di scambio con gli elettori: per questo motivo, quando sono disattese - una volta che il politico viene eletto - il sistema non funziona e la sanzione è tipicamente la sconfitta o il ridimensionamento alle successive elezioni. Solitamente le promesse elettorali sono contenute in un programma elettorale.
Con l'espressione latina par condicio ("parità di trattamento" oppure "pari condizioni") si intendono quei criteri adottati dai mass-media nel garantire un'appropriata visibilità a tutti i partiti e/o movimenti politici.La par condicio si può considerare un'estensione del principio del pluralismo interno, che si traduce anche nell'apertura alle diverse tendenze politiche (art. 1 l. 103/1975).
Il termine post-verità, traduzione dell'inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da "post-verità", i fatti oggettivi - chiaramente accertati - sono meno influenti nel formare l'opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali[1].Il termine, già comparso in precedenza, ha conosciuto un forte incremento del suo utilizzo nelle discussioni relative alla politologia e alla comunicazione politica a seguito di alcuni importanti eventi avvenuti nel 2016 (tra cui il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America del 2016[2], al punto che l'Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come "parola dell'anno del 2016"[
Questo tipo di comunicazione è oggetto di studio a partire dagli anni cinquanta negli Stati Uniti d'America, e la disciplina ha in seguito interessato numerosi studiosi provenienti da varie nazioni. Non esiste una definizione univoca della materia, dal momento che essa viene osservata, descritta e analizzata da numerose discipline differenti, ed ogni qualvolta si tenta di darne una definizione organica non vi si riesce appieno, dal momento che il peso specifico dei diversi fenomeni ad essa correlati non è distribuito equamente, alcuni fenomeni vengono enfatizzati a scapito di altri a seconda delle aree di ricerca volte ad osservarne gli effetti.La comunicazione politica nasce dall'incontro di due insiemi di discipline: le scienze della comunicazione (comprendendo dunque sociologia, psicologia sociale, antropologia, semiotica e massmediologia) e le scienze politiche. La comunicazione politica inoltre, può essere definita come "lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico prodotti dal sistema dei media e dal cittadino-elettore"[1]. In questo panorama il sistema politico può essere visto come l'insieme di partiti, coalizioni, Parlamento, organi di governo e amministrazione, tutti interconnessi tra di loro.
Nell’ambito di una votazione, il silenzio elettorale è l'interruzione della campagna elettorale che si effettua in occasione di elezioni (o anche di generiche votazioni, come i referendum) per permettere all’elettore una riflessione sul voto da esprimere. Essa, generalmente è della durata minima di un giorno.La ratio di questa regola è che il cittadino, dopo aver ascoltato ed analizzato per molto tempo le proposte fatte e le ragioni esposte dalle varie forze politiche candidate durante la campagna elettorale, abbia almeno un giorno a disposizione per riflettere in tranquillità e decidere a chi consegnare il voto che sta per esprimere.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. ((Tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali)).
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. ((5)) ------------- AGGIORNAMENTO (5) La L. costituzionale 21 giugno 1967, n. 1 ha disposto (con l'articolo unico) che l'ultimo comma del presente articolo non si applica ai delitti di genocidio.
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.
Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. ((A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini)). La legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.
La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto.
Il numero dei deputati è di ((quattrocento)), ((otto)) dei quali eletti nella circoscrizione Estero. ((20))
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.
La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per ((trecentonovantadue)) e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. (3) ((20))
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AGGIORNAMENTO (3)La L. costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, ha disposto (con l'art.
5) che la suddetta modifica entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
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AGGIORNAMENTO (20)La L. costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che le presenti modifiche si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della suddetta legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore.
Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero. Il numero dei senatori elettivi è di ((duecento)), ((quattro)) dei quali eletti nella circoscrizione Estero. ((20)) Nessuna Regione ((o Provincia autonoma)) può avere un numero di senatori inferiore a ((tre)); il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno. ((20)) ((La ripartizione dei seggi tra le Regioni o le Province autonome, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti)). ((20)) ------------- AGGIORNAMENTO (3)La L. costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, ha disposto (con l'art. 5) che la suddetta modifica entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica. ------------- AGGIORNAMENTO (20)La L. costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che le presenti modifiche si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della suddetta legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore.
I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto ((...)). Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.
La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di deputato o di senatore. Nessuno può appartenere contemporaneamente alle due Camere.
Per espressa previsione della Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 65 è istituita una riserva di legge. La materia deve pertanto essere necessariamente disciplinata da una legge ordinaria.
L'Assemblea Costituente, per ragioni di garanzia, volle infatti riservare al Parlamento, organo più rappresentativo del potere sovrano, la possibilità di limitare l'elettorato passivo attraverso l'istituzione delle cause di ineleggibilità.Tali cause costituiscono delle eccezioni al generale e fondamentale principio, enunciato in dall'articolo 51 della costituzione che sancisce il libero accesso, in condizione di eguaglianza, di tutti i cittadini alle cariche elettive.Ciò ha indotto la Corte costituzionale a precisare che il legislatore deve adottare una tecnica normativa molto accurata poiché è necessario che le cause di ineleggibilità siano tipizzate dalla legge con determinatezza e precisione sufficiente ad evitare, quanto più possibile, situazioni di incertezza che portino a soluzioni giurisprudenziali contraddittorie in grado di incrinare gravemente, in fatto, la proclamata pari capacità elettorale passiva dei cittadini.[3]Riguardo ai criteri interpretativi, invece, la Corte costituzionale ha affermato che le cause di ineleggibilità sono di stretta interpretazione e devono essere contenute entro i limiti rigorosamente necessari al soddisfacimento delle esigenze di pubblico interesse, ricollegantisi alla funzione elettorale, cui sono di volta in volta preordinate.
Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.
Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici. L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica. L'assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.
La normativa elettorale italiana è il complesso delle disposizioni giuridiche che disciplinano le materie correlate allo svolgimento delle votazioni in Italia. I suoi principi generali sono enunciati dalla Costituzione, mentre le norme di maggior dettaglio sono fissate da leggi ordinarie.In Italia il suffragio universale fu introdotto nel 1945 e fu applicato per la prima volta l'anno successivo.[N 1] I diritti all'elettorato attivo e all'elettorato passivo non risultano perfettamente coincidenti, essendo in vigore delle limitazioni di età per le candidature alle elezioni politiche ed europee.[N 2][N 3] Ad alcune consultazioni possono prendere parte, in qualità di elettori e come candidati, anche i cittadini degli altri Stati membri dell'Unione europea.[N 4][N 5] Oltre alle diverse categorie di elezioni, attraverso le quali la collettività sceglie i titolari delle cariche pubbliche elettive, in Italia è prevista la possibilità di ricorrere allo strumento del referendum popolare.[N 6]La Costituzione qualifica l'esercizio del diritto di voto come un «dovere civico»; ciascun elettore esprime il proprio voto in modo libero, segreto e anonimo su di una scheda elettorale, utilizzando un'apposita matita copiativa.[N 7][N 8] Le modalità di presentazione delle candidature, la definizione del sistema elettorale e la propaganda politica sono regolamentate dalla legge....
La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica in seconda votazione e con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Assemblea, hanno approvato;
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
PROMULGA
la seguente legge costituzionale:Art. 1
Articolo unico
L'ultimo comma dell'articolo 10 e l'ultimo comma dell'articolo 26 della Costituzione non si applicano ai delitti di genocidio.La presente legge costituzionale, munita del sigillo dello Stato, sarà inserta nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.Data a Roma, addì 21 giugno 1967SARAGATMORO - REALE
Visto, il Guardasigilli: REALE
Art. 1 1. All'articolo 9 della Costituzione è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali».Art. 3 1. La legge dello Stato che disciplina i modi e le forme di tutela degli animali, di cui all'articolo 9 della Costituzione, come modificato dall'articolo 1 della presente legge costituzionale, si applica alle regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano nei limiti delle competenze legislative ad esse riconosciute dai rispettivi statuti. La presente legge costituzionale, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.Data a Roma, addì 11 febbraio 2022MATTARELLADraghi, Presidente del Consiglio dei ministriVisto, il Guardasigilli: Cartabia
Tale riforma ha però portato a numerosi ricorsi, in particolare da parte dello Stato centrale e da parte delle Regioni, in merito alla ripartizione delle competenze reciproche.
Ampie critiche sono state fatte in particolare in merito all'articolo 119, a proposito del controllo sulla spesa (e le copertura finanziaria della stessa) degli enti locali.L'efficacia di tale riforma è stata oggetto di critiche anche da diversi giuristi[4] a riguardo della capacità organizzativa e finanziaria delle Regioni (in particolare, delle spese sanitarie, che ne costituiscono la quota maggiore), anche a causa di una pianificazione non adeguatamente dettagliata nelle tempistiche e nelle procedure[5].
Al 2004, la legge era stata oggetto di più di 120 interventi da parte della Corte Costituzionale relativi a 44 differenti materie legislative, su ricorsi proposti da Governo, Regioni, Provincia autonoma di Trento e di Bolzano, Corte dei Conti, Corte di Cassazione e Consiglio di Stato, T.A.R. e Corti d'appello, Tribunali (di primo grado) e Giudici di Pace.
Un consiglio ..
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