CERVELLI DISSENZIENTI CHE DESIDERANO CONTARE

Nella Repubblica Italiana, un partito politico, così come definito dall’articolo 49 della Costituzione della Repubblica Italiana,[1] è una libera associazione di cittadini, che questi hanno diritto di costituire al fine di determinare democraticamente la vita politica.

Sebbene la carta costituzionale sancisca la necessità della figura del partito politico,[2] non ne delinea la personalità giuridica né tanto meno formalizza le sue modalità organizzative. Ciò è da sempre elemento di forte dibattito istituzionale ed ha evidenziato la necessità di un’attuazione legislativa del disposto costituzionale.[3] Generalmente, i partiti politici italiani sono costituiti come associazioni non riconosciute.

Il riferimento al “metodo democratico” fu invece inteso in senso puramente esterno ad ogni singolo partito: “Questo ebbe anche la conseguenza di escludere la possibilità di adire il giudice ordinario per le controversie interne ai partiti (e infatti, da allora in poi, una giurisprudenza costante ha sempre rigettato ricorsi di questo genere per “difetto di giurisdizione”). In questo modo si riproduceva l’autodichia della forma partito, anche se con ovvie differenze dovute alla forte attenuazione del principio gerarchico e della leadership personale. Dal regime di partito si passò al regime di partiti, ma pur sempre in una cornice di autoreferenzialità giuridica.”[4]

sito istituzionale

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GUARDALI TUTTI

PARTITI POLITICI ITALIANI ATTIVI

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LISTE ELETTORALI ATTIVE

GRUPPI PARLAMENTARI ATTIVI

XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Misto

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Componenti partitiche del Gruppo Misto
ALLEANZA VERDI E SINISTRA (AVS) costituita il 24 ottobre 2022
Azione (Az) costituita il 9 novembre 2023
dal 13 novembre 2023 muta la sigla in Az-RE

Giuseppe De Cristofaro
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Per le Autonomie (SVP-PATT, Campobase)

Gruppo costituito come Per le Autonomie (SVP-Patt, Campobase, Sud Chiama Nord) (Aut (SVP-Patt, Cb, SCN)) il 18 ottobre 2022
Dal 7 novembre 2023 assume la denominazione Per le Autonomie (SVP-PATT, Campobase) (Aut (SVP-PATT, Cb))
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Julia Unterberger
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Partito Democratico - Italia Democratica e Progressista

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Presidente eletto il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 25 ottobre 2022

Francesco Boccia
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Partito Democratico - Italia Democratica e Progressista

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Presidente eletto il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 25 ottobre 2022

Simona Flavia Malpezzi
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Movimento 5 Stelle

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Barbara Floridia
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Movimento 5 Stelle

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Stefano Patuanelli
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Lega Salvini Premier - Partito Sardo d'Azione

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Massimiliano Romeo
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Fratelli d'Italia

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Lucio Malan
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Fratelli d'Italia

Gruppo costituito il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Luca Ciriani
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE

Gruppo costituito come Forza Italia Berlusconi Presidente (FIBP) il 18 ottobre 2022
Dal 19 ottobre 2022 assume la denominazione Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE (FI-BP-PPE)
Presidente eletto il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito l'8 novembre 2022

Licia Ronzulli
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE

Gruppo costituito come Forza Italia Berlusconi Presidente (FIBP) il 18 ottobre 2022
Dal 19 ottobre 2022 assume la denominazione Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE (FI-BP-PPE)
Presidente eletto il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito l'8 novembre 2022

Maurizio Gasparri
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Civici d'Italia-UDC-Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, Italia al Centro)-MAIE-Centro Popolare

Gruppo costituito come Civici d'Italia - Noi Moderati (UDC - Coraggio Italia - Noi con l'Italia - Italia al Centro) - MAIE (Cd'I-NM (UDC-CI-NcI-IaC)-MAIE) il 18 ottobre 2022
Dal 30 ottobre 2024 assume la denominazione Civici d'Italia-UDC-Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, Italia al Centro)-MAIE-Centro Popolare (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP)
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Michaela Biancofiore
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Civici d'Italia-UDC-Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, Italia al Centro)-MAIE-Centro Popolare

Gruppo costituito come Civici d'Italia - Noi Moderati (UDC - Coraggio Italia - Noi con l'Italia - Italia al Centro) - MAIE (Cd'I-NM (UDC-CI-NcI-IaC)-MAIE) il 18 ottobre 2022
Dal 30 ottobre 2024 assume la denominazione Civici d'Italia-UDC-Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, Italia al Centro)-MAIE-Centro Popolare (Cd'I-UDC-NM (NcI, CI, IaC)-MAIE-CP)
Ufficio di Presidenza costituito il 18 ottobre 2022

Antonio De Poli
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe

Gruppo costituito come Azione-ItaliaViva-RenewEurope (Az-IV-RE) il 18 ottobre 2022
Dal 9 novembre 2023 assume la denominazione Italia Viva - Il Centro - Renew Europe (IV-C-RE)
Presidente eletto il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 19 ottobre 2022

Raffaella Paita
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
XIX° Legislatura della Repubblica italiana (dal 13 ottobre 2022-in carica)
Gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe

Gruppo costituito come Azione-ItaliaViva-RenewEurope (Az-IV-RE) il 18 ottobre 2022
Dal 9 novembre 2023 assume la denominazione Italia Viva - Il Centro - Renew Europe (IV-C-RE)
Presidente eletto il 18 ottobre 2022
Ufficio di Presidenza costituito il 19 ottobre 2022

Enrico Borghi

PARTITI SCIOLTI

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GRUPPI PARLAMENTARI SCIOLTI

GLI INDIPENDENTI

Meuccio Ruini (Indipendente)(1958-1959)
Meuccio Ruini (Indipendente)(1958-1959)
Presidenti del CONSIGLIO NAZIONALE dell'ECONOMIA e del LAVORO (C.N.E.L.)

Marco Bucci (1959) (Indipendentedi centro-destra)
Marco Bucci (1959) (Indipendentedi centro-destra)
Presidenti della Giunta della Regione LIGURIA (in carica)

(6 novembre 2024)


Giuseppe De Rita (Indipendente) (1989-2000)
Giuseppe De Rita (Indipendente) (1989-2000)
Presidenti del CONSIGLIO NAZIONALE dell'ECONOMIA e del LAVORO (C.N.E.L.)

Bartolomeo Ruini ( Meuccio ) (1877-1970) (Indipendente)
Bartolomeo Ruini ( Meuccio ) (1877-1970) (Indipendente)
PRESIDENTI DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

(25 marzo 1953 - 24 giugno 1953)
I° Legislatura della Repubblica

Cesare Merzagora (1898-1991) (Indipendente)
Cesare Merzagora (1898-1991) (Indipendente)
PRESIDENTI DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

(25 giugno 1953 - 11 giugno 1958)
II° Legislatura della Repubblica

(12 giugno 1958 - 15 maggio 1963)
III° Legislatura della Repubblica

(16 maggio 1963 - 7 novembre 1967)
IV° Legislatura della Repubblica

Renato Brunetta (Indipendente) (2023-IN CARICA)
Renato Brunetta (Indipendente) (2023-IN CARICA)
Presidenti del CONSIGLIO NAZIONALE dell'ECONOMIA e del LAVORO (C.N.E.L.)

Stefania Proietti (1975) (Indipendentedi centro-sinistra)
Stefania Proietti (1975) (Indipendentedi centro-sinistra)
Presidenti della Giunta della Regione UMBRIA (in carica)

(2 dicembre 2024)


Francesco Rocca (1965) (Indipendente di destra)
Francesco Rocca (1965) (Indipendente di destra)
Presidenti della Giunta della Regione LAZIO (in carica)

(2 marzo 2023)


Carlo Azeglio Ciampi (Indipendente) (dal 13 maggio 1999 al 9 maggio 2006) (durata: giorni 2553)
Carlo Azeglio Ciampi (Indipendente) (dal 13 maggio 1999 al 9 maggio 2006) (durata: giorni 2553)
PRESIDENTI della REPUBBLICA ITALIANA

XIII Legislatura della Repubblica italiana
XIV Legislatura della Repubblica italiana


Giorgio Napolitano (Democratici di Sinistra)  (Indipendente) (dal 10 maggio 2006 al 30 gennaio 2015) (durata: giorni 3187)
Giorgio Napolitano (Democratici di Sinistra) (Indipendente) (dal 10 maggio 2006 al 30 gennaio 2015) (durata: giorni 3187)
PRESIDENTI della REPUBBLICA ITALIANA

XV Legislatura della Repubblica italiana
XVI Legislatura della Repubblica italiana
XVII Legislatura della Repubblica italiana

Sergio Mattarella (Indipendente) (dal 31 gennaio 2015-IN CARICA) (durata: giorni 4032 alla data del 14 febbraio 2026)
Sergio Mattarella (Indipendente) (dal 31 gennaio 2015-IN CARICA) (durata: giorni 4032 alla data del 14 febbraio 2026)
PRESIDENTI della REPUBBLICA ITALIANA

XVII Legislatura della Repubblica italiana
XVIII Legislatura della Repubblica italiana
XIX Legislatura della Repubblica italiana

Giuseppe Colombo (1836-1921) (Indipendente)
Giuseppe Colombo (1836-1921) (Indipendente)
(dal 14 novembre 1899 al 17 maggio 1900)
XX° Legislatura del Regno d'Italia

PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI DEL REGNO D'ITALIA
Paolo Emilio Thaon di Revel (1859-1948) (Indipendente)
Paolo Emilio Thaon di Revel (1859-1948) (Indipendente)
PRESIDENTI del SENATO del REGNO D'ITALIA

(28 luglio-5 agosto 1943)
XXX° Legislatura del Regno d'Italia
PRESIDENTI del SENATO della LUOGOTENENZA GENERALE DEL REGNO

(6 agosto 1943-20 luglio 1944)
Luogotenenza Generale del Regno
Pietro Tomasi della Torretta (1873-1962) (Indipendente)
Pietro Tomasi della Torretta (1873-1962) (Indipendente)
PRESIDENTI del SENATO della LUOGOTENENZA GENERALE DEL REGNO

(20 luglio 1944-25 giugno 1946)
Luogotenenza Generale del Regno
Carlo Sforza (Indipendente)
Carlo Sforza (Indipendente)
Ministri degli AFFARI ESTERI del Regno d'Italia

1920-1921 - Giolitti 5

Pietro Tomasi della Torretta (Indipendente)
Pietro Tomasi della Torretta (Indipendente)
Ministri degli AFFARI ESTERI del Regno d'Italia

1921-1922 - Bonomi 1

Raffaele Guariglia (Indipendente)
Raffaele Guariglia (Indipendente)
Ministri degli AFFARI ESTERI del Regno d'Italia

1943-1944 - Badoglio 1

Razza (categorizzazione umana)

La razza è una categorizzazione degli esseri umani basata su presunte differenze fisiche o sociali, condivise in gruppi generalmente visti come distinti all'interno di una data società.[2]

La scienza moderna (in particolare dagli anni '30 del 1900) considera il concetto di razza come un costrutto antiscientifico, dal momento che la definizione razza non ha alcun significato o motivazione biologici né genetici.[3][4][5]

Il concetto di razza è stato tuttavia storicamente impiegato ed è il presupposto fondamentale per il razzismo, ovvero la convinzione che gli esseri umani possano essere divisi in base alla superiorità di una razza rispetto a un'altra.

Storia dei concetti razziali nella specie umana

Il concetto di razza come suddivisione predeterminata nella specie umana anatomicamente moderna (Homo sapiens), ha una storia lunga e complessa. Il termine stesso di "razza" è un concetto moderno e, tra il XVI e il XIX secolo è stato spesso inteso nel senso di appartenenza ad una stessa Nazione o Etnia. Esso acquisì il suo senso moderno nel campo dell'antropologia fisica solo a partire dalla metà del XIX secolo. La politicizzazione dell'argomento, sotto il concetto di razzismo, nel XX secolo condusse ad una significativa riduzione degli studi razziali tra gli anni trenta e ottanta, culminando in un'opera di decostruzione nel post-strutturalismo venendo ad intendere il concetto di "razza" come una tipica "costruzione sociale". Dagli anni novanta in poi vi è stato un rinnovato interesse per le questioni razziali nel campo della genetica, nello studio della variabilità del fenotipo e nello studio quantitativo del "raggruppamento genetico"....

Etnia

Un'etnia (o gruppo etnico) è un aggregato sociale di individui umani che condividono caratteristiche culturali, linguistiche, sociali, fisico-somatiche, storiche, geografiche e religiose....

Popolazione

Una popolazione è l'insieme delle persone che vivono in uno stesso territorio e differisce dal popolo che, invece, indica una comunità con lingua, tradizioni e cultura in comune.

Le caratteristiche numeriche dei sottoinsiemi, possono contribuire alla descrizione di una popolazione.

Le variazioni di popolazione attraverso il tempo sono oggetto di studio della demografia.

In ecologia e più in generale in biologia la popolazione è l'insieme degli individui della medesima specie che popolano lo stesso ecosistema; vedi popolazione biologica.
La crescita della popolazione è caratterizzata da ritmi molto elevati negli ultimi due secoli e solo negli ultimi decenni ha rallentato (o si è quasi arrestata) nei paesi sviluppati e accenna a rallentare in alcuni fra i paesi meno sviluppati pur rimanendo globalmente ingente. In passato, la crescita è stata generalmente più lenta, ma ha comunque conosciuto dei cambi di velocità.
Non è facile ricostruire con esattezza la storia della popolazione mondiale. Oggi in quasi tutti i paesi del mondo si svolgono più o meno regolarmente (in Italia, a partire dal 1861, ogni dieci anni) dei censimenti della popolazione che i governi organizzano con grande impegno.
Tuttavia, ancora oggi, non dappertutto i censimenti si svolgono con la necessaria regolarità. Per esempio, ci sono paesi nei quali non vengono eseguiti perché un gruppo dominante religioso, etnico, linguistico, sociale vuole nascondere il fatto che un altro gruppo è cresciuto di più e potrebbe quindi avanzare delle rivendicazioni.

Ma, soprattutto, il censimento generale della popolazione, eseguito con metodi scientifici, è uno strumento moderno che si è affermato negli ultimi due secoli (anche se non mancano illustri precedenti nella Roma antica o nell'impero cinese)...

Popolo

La parola popolo nel suo significato più specifico è un termine giuridico che indica l'insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di cittadinanza con uno Stato tali da essere titolari della sovranità che il più delle volte non viene esercitata in maniera diretta, ma delegata a uno o a più rappresentanti[1].
Il lemma popolo può assumere anche[2]:
un significato storico-culturale (il popolo italiano nella sua storia precedente il 1861); etnico-geografico; o religioso; per esempio, l'Antico Testamento fa riferimento al popolo di Mosè, che viene considerato accomunato da una religione e una cultura..

Paese (geografia)

Un Paese è considerato in geografia politica e in politica internazionale come una divisione politica all'interno di una certa entità geografica.
Se riferito a un territorio sovrano, il termine viene più comunemente associato con i concetti di Stato, nazione o governo.

Nell'uso comune il termine è usato indifferentemente sia come sinonimo di "nazione", sia di "Stato" o anche di città o città periferiche di carattere provinciale ed in questo caso si utilizza il diminutivo "paesino".

Talvolta è utilizzato come riferimento ad altre entità politiche che non siano quelle di "Stato sovrano". Vi sono territori non-sovrani (divisioni politiche o amministrative all'interno di un più vasto Stato) che costituiscono coese entità geografiche (alcune delle quali possono essere ex Paesi) che non sono (o non sono mai stati) degli Stati sovrani.

In questo caso il grado di autonomia e di governo locale può essere molto variabile.

Alcuni paesi possono possedere dipendenze di oltremare o territori separati anche geograficamente dallo Stato sovrano, ma considerati come parte integrante.

Nazione

Il termine nazione (dal latino natio, in italiano «nascita») si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche come il luogo geografico, la cultura (cioè la lingua, la religione, la storia e le tradizioni), l'etnia ed, eventualmente, un governo.[1][2]

Un'altra definizione considera la nazione come uno "stato sovrano" che può far riferimento a un popolo, a un'etnia, a una tribù con una discendenza, una lingua e una storia in comune.
Una differente corrente di pensiero, che fa riferimento all'idea di nazione in quanto realtà oggettiva e legata a pensatori riconducibili a diverse espressioni politico-culturali, include tra le caratteristiche necessarie di una nazione il concetto di sangue (Herder) o di «consanguineità» (Meinecke).[3]
Un'altra definizione vede la nazione come una «comunità di individui di una o più nazionalità con un suo proprio territorio e governo» o anche «una tribù o una federazione di tribù (come quella degli indiani nordamericani)».[4] È appoggiandosi a tali nozioni che si è sviluppato negli anni '70 il concetto di micronazione.
Alcuni autori, come Jürgen Habermas, considerando obsoleta la nozione tradizionale di nazione, si riferiscono a essa come a un libero contratto sociale tra popoli che si riconoscono in una Costituzione comune[senza fonte]. Tale concetto, in questo caso, si estenderebbe anche a quello di patria e il patriottismo nazionale verrebbe così rimpiazzato dal «patriottismo costituzionale».[5]

Il concetto di nazione nel diritto

Una nazione può essere rappresentata da uno Stato, che garantisce un ordinamento giuridico e ne afferma la sovranità: in tal caso si parla di Stato-nazione.

Nell'uso quotidiano, però, erroneamente i termini come nazione, stato e paese vengono usati spesso come sinonimi per indicare un territorio controllato da un singolo governo, o gli abitanti di quel territorio o il governo stesso; in altre parole, per indicare lo Stato.

In senso stretto tuttavia, nazione indica le persone, mentre paese indica il territorio e stato la legittima istituzione amministrativa.

Per aumentare la confusione, i termini nazionale e internazionale si applicano agli Stati.
Nonostante al giorno d'oggi molte nazioni coincidano con uno Stato, le cose non sono sempre andate così in passato

e ancora oggi esistono nazioni senza Stato[7]

e viceversa ci sono degli stati formati da più nazioni.

Vi sono anche stati senza nazione.[senza fonte]

Oltre gli stati esistenti, alcuni partiti politici e associazioni rivendicano di appartenere a nazioni senza Stato e, per quanto riguarda l'Europa occidentale, si riuniscono nella Conferenza delle nazioni senza stato d'Europa occidentale (CONSEU).

L'organizzazione che raccoglie nazioni e popoli non rappresentati di tutto il mondo è l'Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati (UNPO). La spiegazione di questo prius, in termini di condizione necessaria ma non sufficiente della nascita di un ordinamento statuale, potrebbe risiedere nel modo in cui Costantino Mortati ravvisava nel concetto di nazione «una mera realtà sociologica»; ovvero "un’idea che, in quanto identifichi «un particolare modo di essere e di funzionare del popolo contrassegnato dagli stessi caratteri», precisa Mortati, «entra a comporre il sostrato di interessi e di sentimenti comuni, che si pongono a base dello stato-istituzione, senza però ancora riuscire a dargli vita»"

Stato

Lo Stato è l'organizzazione politica e giuridica di una comunità stabilmente stanziata su un territorio.[1][2][3]

In quanto autorità che governa un territorio e una popolazione, lo Stato costituisce un ordinamento giuridico a base territoriale.

Inoltre, secondo una concezione diffusa, l'ordinamento posto e garantito dallo Stato, o con cui lo Stato si identifica, è altresì sovrano perché indipendente sul piano esterno e supremo su quello interno.[4] Non c'è una definizione di "Stato" unanimemente accettata e non controversa.[5]

La scienza giuridica spesso usa un concetto, in origine proposto dal giurista tedesco Georg Jellinek, incentrato su tre elementi costitutivi:

un territorio dai confini determinati,
un popolo stanziato su tale territorio,
un'autorità suprema in grado di governare popolo e territorio.[3]

Nelle scienze sociali e in antropologia politica si incontrano definizioni più ampie, che a volte identificano lo Stato con la comunità politica genericamente intesa, cioè con quegli aspetti dell'organizzazione sociale e culturale che riguardano la regolazione, anche informale, dei comportamenti dei membri del gruppo e il controllo sull'appropriazione di risorse scarse.[6][7]

In questa accezione ampia, ogni gruppo sociale possiede uno Stato e potrebbe parlarsi di "Stato" anche con riguardo a una tribù amazzonica.[7] Gli storici tendono invece a restringere il concetto di Stato e a considerarlo come il prodotto di un graduale processo di concentrazione del potere politico svoltosi nelle società europee a partire dal Duecento sino all'Ottocento;[8]

all'esito di tale processo sorge lo Stato

come istituzione impersonale,
che esercita il potere politico supremo su un dato territorio,
chiede lealtà ai propri sudditi
ed esercita le proprie funzioni per finalità puramente civili, anziché religiose.[9]

In questa accezione stretta, lo Stato è un'istituzione caratteristica dell'età moderna e, almeno in origine, caratteristica dell'Occidente. Grande diffusione ha infine ricevuto la definizione del sociologo tedesco Max Weber, che identifica lo Stato con l'istituzione capace di esercitare un monopolio sull'uso legittimo della forza fisica entro un determinato territorio.[10]

In base a questa definizione non ogni comunità politica costituisce uno Stato, ma si possono rintracciare stati, o istituzioni che si approssimano allo Stato, prima dell'età moderna e fuori dell'Occidente...
Classificazione in base al processo di formazione
Stein Rokkan e Urwin indicano quattro modalità di Stato in base alla formazione:[30] Stato unitario: si basa su un centro molto forte che detiene il potere politico, amministrandolo in maniera omogenea e indifferenziata su tutto il territorio statale;
Stato di unione: nasce sulla base di incorporazione di territori partendo da diverse dinastie (come i matrimoni, eredità o veri e propri trattati), unendo così anche i loro regni, dando vita ad una nuova entità statale (vedi Spagna e Regno Unito). Questo tipo di formazione prevedeva che una serie di competenze rimanesse nelle mani delle entità che componevano lo Stato (rilevante quando parleremo di federalismo);

Federalismo meccanico: esiste un centro aggregatore che tramite conquista o aggregazione di parti che costituivano le precedenti entità statali dà vita al nuovo Stato (come l'Italia, con lo Stato Pontificio e regno delle due Sicilie);

Federalismo organico: esiste un centro aggregatore che non obbliga le parti ad entrare nella nuova entità statale, ma fa un accordo paritario con quelle che vogliono farne parte (come il caso della Svizzera e dei cantoni).

Stato unitario e federalismo meccanico sono frutto di un processo che "parte dall'alto", e che si realizza in un centro aggregatore;

Stato di unione e federalismo organico, invece, sono frutto di un processo che "parte dal basso".

Se a questi uniamo il "processo di disgregazione", abbiamo un quadro completo della nascita degli Stati.

Uno Stato, in definitiva, può formarsi in tre modi: Unificazione ed espansionismo ad opera di un centro (caso tipico dello Stato unitario e del federalismo meccanico);
Unione ad opera di diverse entità separate (come nel caso dello Stato di unione e del federalismo organico);
Disgregazione di precedenti entità politiche (come lo sfaldamento di un impero).

ecozone sono delle macroregioni

Le ecozone sono delle macroregioni (il numero varia a seconda degli studiosi ma va generalmente da 6 a 9) in cui i biogeografi suddividono la Terra. Ciascuna di queste macroregioni presenta specificità faunistiche e floristiche dovute a fattori geografici e ambientali. Tali denominazioni si impiegano ampiamente in ecologia, botanica, zoologia e biogeografia... Il geografo e naturalista britannico Alfred Russel Wallace[2] individuò un certo numero di "regioni zoogeografiche" separate da barriere naturali. I suoi studi sono stati poi ripresi in tempi recenti da Pielou e nel 1975 da Udvardy con un obiettivo di conservazione.[3] Il termine ecozona è stato coniato da J. Schultz.[4] Il sistema di ecozone identificate da Udvardy è attualmente utilizzato internazionalmente come sistema unificato ai fini di identificazione biogeografica e di conservazione. Prevede la suddivisione in otto regioni..

Ecozona paleartica

L'Ecozona Paleartica, estendendosi su vasti territori di Eurasia settentrionale e Nordafrica, si caratterizza per la sua straordinaria diversità di habitat e paesaggi. Al suo interno, si possono individuare una vasta gamma di ecosistemi, che vanno dalle regioni artiche e subartiche alle zone temperate e subtropicali. Questa ricchezza di ambienti naturali contribuisce alla notevole biodiversità della regione, offrendo rifugio a una varietà di specie vegetali e animali adattate a una vasta gamma di condizioni climatiche...

Ecozona neartica

Il Neartico o ecozona neartica è l'ecozona che comprende le ecoregioni terrestri dell'America settentrionale (esclusa l'America centrale). Comprende gli interi territori della Groenlandia, del Canada e degli Stati Uniti d'America e le regioni centrosettentrionali del Messico. Ha una fauna distinta dal Neotropico, dovuta in parte allo stretto istmo di Panama. Anche la vita vegetale è alquanto diversificata. Insieme all'ecozona paleartica costituisce l'ecozona olartica.

Ecozona indomalese

L'ecozona indomalese o ecozona orientale o Indomalesia è l'ecozona che si estende sulle regioni tropicali e subtropicali dell'Asia ad esclusione del Medio Oriente. Comprende parte del territorio del Pakistan, il subcontinente indiano, l'Indocina, le regioni meridionali della Cina, l'isola di Taiwan, le Filippine e la parte occidentale dell'arcipelago indonesiano fino alla Linea di Wallace, con le isole di Sumatra, Borneo, Giava e Bali..

Ecozona australasiana

L'ecozona australasiana è l'ecozona che si estende in tutta l'Oceania e nel settore più orientale dell'arcipelago indonesiano. Il confine con l'ecozona indomalese è segnato dalla Linea di Wallace che separa le isole di Bali, Giava e le Filippine da Sulawesi e dagli arcipelaghi minori dell'Indonesia.

Ecozona neotropicale

L'ecozona neotropicale o regione neotropicale o Neotropico è una delle sette ecozone in cui è suddivisa la superficie terrestre. Comprende l'intero Sudamerica, le isole dei Caraibi, l'America centrale, il Messico meridionale e buona parte delle regioni costiere del Messico, la Florida meridionale. Le relazioni con le altre ecozone si limitano al Neartico, all'Antartide e all'Australasia.

Ecozona afrotropicale

L'ecozona afrotropicale o etiopica, è l'ecozona che si estende in gran parte del continente africano, comprese le isole occidentali dell'Oceano Indiano, e in parte della penisola arabica. È separata dall'ecozona paleartica dai deserti tropicali del Sahara e dell'Arabia. I confini settentrionali della regione non sono ben definiti, in particolare nella parte asiatica: alcuni autori comprendono infatti buona parte della penisola arabica e, talvolta, anche l'Iran meridionale, altri considerano solo la parte meridionale della penisola. Controversa è anche la posizione del Madagascar, una delle regioni a più alta concentrazione di endemismi della Terra. In genere, quest'isola è compresa nella regione etiopica, ma alcuni autori trattano il Madagascar come un'ecozona a sé stante.

Ecozona oceaniana

L'ecozona oceanica o oceaniana è una delle ecozone riconosciute dal WWF. Completamente situata nell'Oceano Pacifico, comprende le isole della Micronesia, le isole Figi e gran parte della Polinesia ad eccezione della Nuova Zelanda. La Nuova Zelanda e gran parte della Melanesia, incluse la Nuova Guinea, Vanuatu, le Isole Salomone e la Nuova Caledonia sono assegnate all'ecozona australasiana, assieme all'Australia. È l'unica ecozona che non include alcun territorio continentale ed è inoltre la più piccola tra tutte le ecozone riconosciute.

Ecozona antartica

L'ecozona antartica è una delle otto ecozone terrestri riconosciute dal WWF. È un ecosistema che comprende il continente Antartide e alcune isole dell'Oceano Atlantico meridionale e dell'Oceano Indiano.

Geoschema delle Nazioni Unite

Lo schema geografico – geoschema – delle Nazioni Unite è un sistema che divide le nazioni del mondo in gruppi regionali e 17 subregionali. Questo geoschema fu realizzato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite (UNSD) ed è basato sul codice di classificazione M49.[1] Questo geoschema però non è uno standard all'interno delle Nazioni Unite, ad esempio l'UNIDO[2] o l'UNESCO[3] ne usano uno differente, in cui si accorpano insieme aree di vari continenti e si suddividono alcuni continenti in più parti. Altre istituzioni internazionali usano classificazioni e delimitazioni più o meno differenti: Banca Mondiale[4], IATA[5], ICANN[6], ICAO[7]. In particolare, le delimitazioni della National Geographic Society presentano lo stesso confine tra Europa[8] e Asia..

Nordafrica

Il Nordafrica (cosiddetta Africa bianca[1][2]) è la regione dell'Africa che si estende a nord del deserto del Sahara (il resto del continente è designato nel suo complesso come Africa subsahariana); tale definizione assume un rilievo di ordine generale, potendosi declinare in termini parzialmente diversi a seconda dello specifico contesto di riferimento.

Africa orientale

L'Africa orientale è la regione africana geograficamente più estesa a est. Politicamente essa è anche una macroregione come definita dalle Nazioni Unite.

Africa centrale

L'Africa centrale (anche detta Africa equatoriale) è la porzione del continente africano che si estende tra il deserto del Sahara a nord e il deserto del Kalahari a sud; a est è delimitata dal ramo occidentale dalla Rift Valley mentre a ovest si affaccia sull'oceano Atlantico.

Africa meridionale

L'Africa meridionale, Africa del Sud o Africa australe è la porzione meridionale del continente africano. Bagnata a est dall'oceano Indiano e a ovest dall'oceano Atlantico, è formata da Angola, Botswana, Comore, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mauritius, Mozambico, Namibia, Sudafrica, eSwatini, Zambia e Zimbabwe. Dal punto di vista geopolitico è considerata una regione unipolare, con il Sudafrica come unica potenza local

Africa occidentale

L'Africa occidentale è un'area con grandi differenze geografiche, di biodiversità e di culture. Il continente africano è principalmente orientato su un asse nord-sud, con una sporgenza ad ovest, e questa parte sporgente può essere considerata l'Africa occidentale. Non è da confondere con il Maghreb (in arabo "occidentale").

America

L'America, chiamata anche Continente Nuovo[3] o Nuovo Mondo,[4] è il continente della Terra che si estende completamente nell'emisfero occidentale.[5] Secondo la letteratura geografica italiana, del resto dell'Europa occidentale (ma non delle Isole britanniche) e in quella dell'America Latina, l'America è considerata un continente unico, suddiviso in due subcontinenti: l'America del Nord e l'America del Sud, mentre la parte meridionale dell'America del Nord è detta America centrale. Le varie parti del continente sono dette nel loro complesso, "le Americhe".[5] Secondo invece la letteratura geografica inglese, cinese e russa, l'America è considerata uno dei supercontinenti della Terra e le sue parti settentrionale e meridionale sono considerate continenti a sé stanti, separati dall'istmo di Panama

Caraibi

I Caraibi sono una vasta regione geografica delle Americhe che comprende tutti i paesi bagnati dal Mare Caraibico, cioè tutte le isole delle Antille e i litorali di alcuni paesi continentali del centro e sud America che si affacciano su di questo mare. L'area caraibica è costituita dalle numerose isole che separano il Golfo del Messico dal mar dei Caraibi e quest'ultimo dall'Oceano Atlantico

America centrale

L'America centrale o Centro America (alternativamente: Centro-America o Centroamerica) è la parte del continente americano compresa fra il confine meridionale del Messico e quello settentrionale della Colombia. Essa rappresenta la parte meridionale di quello che secondo alcuni geografi è il continente nordamericano mentre secondo altri geografi è il subcontinente nordamericano[3]. Il Messico è considerato appartenente al Nord America, anche se per tradizioni e storia è assimilabile agli Stati del Centro America. Caratteristica peculiare dell'America centrale è quella di essere un "ponte" fra le due Americhe (l'America del Nord e l'America del Sud) e nello stesso tempo un'area di passaggio fra i due maggiori oceani della Terra, il Pacifico e l'Atlantico, grazie alla presenza del canale di Panama. Le definizioni geopolitiche di America centrale possono variare, con il Messico, le Antille e le Isole Lucaie che sono a volte comprese e altre volte no.

America meridionale

L'America meridionale, anche detta America del Sud, Sud America Sudamerica (in inglese South America, in portoghese América do Sul, in spagnolo América del Sur) è il subcontinente delle Americhe che dall'istmo di Panama si estende verso sud fino a Capo Horn[2]. È, inoltre, una delle tre macroregioni in cui attualmente viene suddivisa l'America, assieme all'America settentrionale e l'America centrale.

America settentrionale

L'America settentrionale (in francese Amérique septentrionale; in inglese Northern America) è una delle tre macroregioni in cui viene suddivisa l'America, insieme ad America centrale e America meridionale. Coincide solo in parte con il subcontinente noto come America del Nord in quanto quest'ultimo comprende anche parti dell'America centrale, altra macroregione del continente. Laddove vi è concordanza nel considerare Canada e Stati Uniti parte della macroregione America settentrionale, i geografi vi ricomprendono aree del Messico in misura variabile a seconda delle convenzioni; fanno parte della macroregione anche la dipendenza britannica di Bermuda, il dipartimento francese d'Oltremare di Saint-Pierre et Miquelon e la nazione costitutiva danese della Groenlandia.

Asia centrale

L'Asia centrale è una regione interna dell'Asia che, convenzionalmente, si estende dalla sponda asiatica del mar Caspio fino alla Cina nord-occidentale. Conosciuta dai Romani con il nome di Transoxiana e attualmente chiamata anche Turkestan Occidentale, la regione comprende cinque Stati, un tempo parte dell'Unione Sovietica e indipendenti dal 1991, di cultura e lingua turca, ad eccezione del Tagikistan, di lingua e cultura persiana. Parte della popolazione pratica ancora oggi il nomadismo e la religione più diffusa è l'islam sunnita.

Asia orientale

L'Asia orientale è una regione dell'Asia. In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite[1], è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia e include cinque Stati riconosciuti dall'Organizzazione stessa. L'ONU nella sua ripartizione a fini statistici considera separatamente Hong Kong (ex-colonia britannica) e Macao (ex-colonia portoghese), ora regioni amministrative speciali della Cina, ma non nomina Taiwan che de facto è uno Stato indipendente ma essendo rivendicato dalla Cina (membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) viene considerato parte di essa.

Sud-est asiatico

Il Sud-est asiatico o Asia sud orientale è una regione geografica dell'Asia situata a sud della Cina, a est dell'India e a nord dell'Australia, tra l'Oceano Indiano e l'Oceano Pacifico. In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite, è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia[1] ed è costituito da due regioni geografiche. Sud-est asiatico continentale o Indocina Sud-est asiatico marittimo o Insulindia

Asia meridionale

L'Asia meridionale (o Asia del Sud) è una regione dell'Asia composta dal subcontinente indiano e parte dell'altopiano iranico. In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite, è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia.

Asia occidentale

L'Asia occidentale è una regione dell'Asia grande 5994935 km² delimitata ad ovest dal Mar Mediterraneo e dal Mar Rosso, a sud dall'Oceano Indiano, ad est dalle catene montuose del Belucistan e dell'Hindukush e a nord dal Mar Nero e, a seconda delle convenzioni sul confine Europa-Asia, dalla depressione del Kuma-Manyč o dallo spartiacque del Gran Caucaso. La regione confina con la Russia, il Turkmenistan, l'Afghanistan, il Pakistan e l'Egitto. In base alla ripartizione del mondo effettuata dalle Nazioni Unite, l'Asia Occidentale è una delle macroregioni in cui è divisa l'Asia. Comprende le regioni del Vicino Oriente del Medio Oriente e del Caucaso

Europa

L'Europa (AFI: /euˈrɔpa/[2]) è una regione geografica del mondo, comunemente considerata un continente in base a fattori storico-culturali e geopolitici. Come continente, è l'unico situato interamente nell'emisfero settentrionale (se si considerano le Americhe come un solo continente) e costituisce l'estremità occidentale del supercontinente Eurasia, o anche una delle tre parti (la nord-occidentale) del supercontinente Eurafrasia, che è detto più comunemente "Continente Antico" o "Vecchio Mondo". È stata la culla della civiltà occidentale, assieme al Medio Oriente. La storia e la cultura europea hanno influenzato notevolmente quelle degli altri continenti, verso i quali, a partire dal XVI secolo, sono state frequenti e massicce le migrazioni, specialmente in America e in Oceania, dove le popolazioni di origine europea sono diventate numericamente maggioritarie rispetto alle popolazioni locali.

Europa settentrionale

L'Europa settentrionale (o Europa del Nord, o Nord Europa) è la parte settentrionale del continente europeo. Esistono varie convenzioni sui confini dell'Europa settentrionale e sugli Stati che vi ricadono. Secondo un diffuso modo di vedere[1], appartengono all'Europa settentrionale Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda e Danimarca. In base alla ripartizione del globo in macroregioni da parte delle Nazioni Unite include invece otto Stati.

Europa occidentale

L'Europa occidentale, nell'accezione più ampia, è la parte occidentale dell'Europa e si contrappone ad Europa orientale. Il confine tra le due aree è soggetto a fluttuazioni, sia nel tempo, sia secondo il contesto, in base a criteri storici, geografici, economici, religiosi e politici. L'espressione "Europa occidentale" è usato anche per indicare una delle regioni europee ed anche in questo caso ci sono vari criteri per definirne i confini.

Europa orientale

L'espressione Europa orientale indica un raggruppamento di Paesi europei ed ha due accezioni: insieme di tutti i Paesi posti nell'area orientale d'Europa (criterio di geografia fisica); insieme dei Paesi posti nell'area orientale d'Europa che, prima del periodo 1990-1992, erano membri dell'ex Patto di Varsavia o che erano parte integrante dell'Unione Sovietica o che erano comunque Stati socialisti (criterio storico-politico).

Europa meridionale

I termini Europa meridionale o Europa mediterranea[1] indicano, dal punto di vista geografico e soprattutto politico-culturale, la parte d'Europa che si affaccia sul Mar Mediterraneo, per convenzione separata dal resto del continente dai Pirenei e dalle Alpi e formata dalla penisola iberica, dalla penisola italiana, dalla parte sudoccidentale della penisola balcanica e da alcune isole situate nelle loro vicinanze.

Oceania

L'Oceania (anche Continente Nuovissimo)[2][3] è il continente della Terra che ha come parte continentale l'Australia e che comprende la maggior parte delle isole dell'Oceano Pacifico, tradizionalmente suddivise in Melanesia (inclusa la Nuova Guinea)[1] Micronesia e Polinesia (inclusa la Nuova Zelanda).[4][5][6][7] Questa è l'accezione prevalente nell’uso, ma a volte il concetto di Oceania è più limitato e si riferisce alla sola regione geografica delle isole del Pacifico.[8] Il continente deve il suo nome al termine "oceano", per il ruolo fondamentale che il Pacifico ha nell'unire le migliaia di isole che ne fanno parte: più di trentamila.[9] L'appellativo "nuovissimo" deriva dal fatto che, eccetto l'Antartide, fu l'ultimo a essere scoperto dagli europei e l'ultimo a essere completamente popolato dall'uomo: pur essendo il suo popolamento iniziato circa 65 000 anni fa, e quindi prima dell'arrivo degli uomini moderni in Europa, esso fu completato in linea di massima tra il I secolo d.C. (Polinesia centrale) e il 1000 (Nuova Zelanda). L'Oceania è suddivisa tradizionalmente in quattro parti,[1][10] secondo uno schema utilizzato anche dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite nella suddivisione del mondo in macroregioni, a fini meramente statistici.[17][18][19] Tra lo schema tradizionale e quello dell'ONU varia però la posizione della Nuova Zelanda, tradizionalmente inserita nella Polinesia per motivi etnologici,[20][21] ma riunita insieme all'Australia secondo i criteri adottati dalle Nazioni Unite.

Australia

L'Australia (AFI: /auˈstralja/[5]; in inglese britannico AFI: [ɒˈstreɪlɪə], in inglese australiano AFI: [əˈstɹæɪljə]), ufficialmente Commonwealth dell'Australia, è uno Stato dell'Oceania. È il sesto paese del mondo per estensione (7688287 km², in gran parte desertici)[6] e il più grande del continente (sebbene molti paesi, e specialmente quelli di lingua inglese, la considerino una massa territoriale a sé, costituendo propriamente la parte di terraferma dell’Oceania e risultando così uno “stato-continente”)[7]. Ha una popolazione di oltre 25 milioni di abitanti, quasi interamente residenti sulle coste. Il Paese si trova nell'emisfero australe, circondato dall'Oceano Indiano a ovest e sud, e dal Pacifico a est. È formata dal Mainland ossia la parte continentale o l'isola principale, la Tasmania e altre isole minori dette Terre remote, quali le Isole Cocos e Keeling, l'Isola di Natale, l'Isola Norfolk, l'Isola di Lord Howe, l'Isola Macquarie (ritenuta parte della Tasmania) e l'isola Heard. Canberra reclama anche il Territorio Antartico Australiano con le sue basi.

Nuova Zelanda

La Nuova Zelanda (in inglese New Zealand; in maori Aotearoa) è uno stato insulare dell'Oceania, posto nell'Oceano Pacifico meridionale, formato dall'Isola del Nord, l'Isola del Sud, l'Isola Stewart e dai 6 arcipelaghi delle Isole Auckland, Isole degli Antipodi, Isole Bounty, Isole Campbell, Isole Chatham e Isole Kermadec. Il mar di Tasman la separa dall'Australia, situata circa 2000 km a nord-ovest; conta poco più di 5 milioni di abitanti (al 2021),[4] distribuiti su 267710 km²[7] (comprese le Isole degli Antipodi, Auckland, Bounty, Campbell, Chatham e Kermadec); la capitale, che è anche la città a svolgere questo ruolo più a sud del mondo, è Wellington, mentre la città più popolosa è Auckland. La vetta più alta è il Monte Cook.

Melanesia

La Melanesia è una macroregione dell'Oceania situata nell'oceano Pacifico sudoccidentale. Si estende dalla Nuova Guinea a ovest fino alle isole Figi a est[1][2][3], includendo anche il mare di Arafura.[4] La regione comprende i quattro paesi indipendenti di Figi, Vanuatu, Isole Salomone e Papua Nuova Guinea. Include anche la parte indonesiana della Nuova Guinea, la collettività francese d'oltremare della Nuova Caledonia e le Isole dello Stretto di Torres. Quasi tutta la regione si trova nell'emisfero australe; solo alcune piccole isole, che non sono politicamente considerate parte dell'Oceania, in particolare le isole nord-occidentali della Nuova Guinea occidentale, si trovano nell'emisfero boreale.

Micronesia

La Micronesia è una delle macroregioni in cui tradizionalmente viene divisa l'Oceania. Si trova a sud-est del Giappone, a est delle Filippine, a nord-est dell'Indonesia, a nord di Papua Nuova Guinea e della Melanesia e a nord-ovest della Polinesia. Con 113 mila abitanti

Polinesia

La Polinesia è una delle regioni in cui tradizionalmente viene divisa l'Oceania ed è all'incirca compresa in un triangolo tra la Nuova Zelanda, l'Isola di Pasqua e le isole Hawaii. Secondo un'altra definizione, fa parte dell'Oceania lontana

Antartide

L'Antartide[2] (AFI: /anˈtartide/[3], o anche continente antartico) è il continente circostante il polo sud e opposto all'Artide; è dunque situato nell'emisfero australe della Terra e quasi interamente compreso entro il circolo polare antartico. Con i suoi circa 14 milioni di km², l'Antartide è il quarto continente più vasto della Terra dopo Asia, America e Africa e, secondo la convenzione sul numero degli oceani seguita in Italia, è circondata da tutti gli oceani: il Pacifico, l'Atlantico e l'Indiano[4][5]. Secondo la convenzione più seguita negli Stati Uniti[6] e adottata nel 2000 dall'Organizzazione Idrografica Internazionale, l'Antartide è invece circondata dall'Oceano Antartico, composto dalla parte meridionale dei tre oceani[7]. L'esistenza dell'Oceano Antartico non è diffusa in altri paesi perché, al contrario degli altri, non ha confini ben definiti e non è circondato dai continenti, essendo esso stesso a circondare un continente[8]. Tranne alcune aree molto limitate, l'Antartide è completamente ricoperta dalla calotta glaciale antartica, avente uno spessore medio di circa 2 000 metri;[9] intorno a tutto il continente si estende inoltre la banchisa antartica. L'Antartide ha dunque il 98% del territorio coperto dai ghiacci e ciò la rende il continente più freddo e inospitale del pianeta. Il 1º dicembre 1959 è stato firmato un accordo internazionale al quale oggi aderiscono cinquantasei stati: il Trattato Antartico, poi entrato in vigore il 23 giugno 1961; esso stabilisce che l'Antartide sia utilizzata esclusivamente per scopi pacifici e scientifici, vieta qualsiasi attività militare, comprese le esplosioni nucleari e la costruzione di depositi di materiale radioattivo, e impedisce qualsiasi forma di sfruttamento economico, compresa l'estrazione di minerali. Il trattato sospende le rivendicazioni territoriali che alcuni Stati avanzano su settori dell'Antartide: la Francia, la Norvegia, il Regno Unito, il Cile, l'Argentina, l'Australia e la Nuova Zelanda[10].

Antartide Occidentale

L'Antartide Occidentale o Antartide Minore (in inglese West Antarctica oppure Lesser Antarctica) è una delle due regioni in cui viene diviso il continente antartico e comprende l'area affacciata sull'Oceano Pacifico e delimitata dai Monti Transantartici. L’Antartide occidentale è un arcipelago che raggruppa quattro principali frammenti di crosta terrestre continentale spezzata e deformata, di diversa età e costituzione: la Terra di Marie Byrd, la Terra di Ellsworth e la Penisola Antartica, a sua volta formata dalla Terra di Palmer e la Terra di Graham. Il nome "Antartide Occidentale" esiste da oltre 90 anni (Balch, 1902; Nordenskiöld, 1905), ma la sua diffusione si ebbe solo in seguito all'Anno geofisico internazionale (1957-58); successive esplorazioni confermarono che i Monti Transantartici rappresentano effettivamente una sorta di confine tra le due regioni, ed il nome venne così approvato dall'Advisory Committee on Antarctic Names (US-ACAN) nel 1962. L'Antartide occidentale è in gran parte coperta da un'enorme calotta di ghiaccio denominata Calotta glaciale dell'Antartide occidentale.

Antartide Orientale

L'Antartide Orientale o Antartide Maggiore (in inglese East Antarctica oppure Greater Antarctica) è una delle due regioni in cui viene diviso il continente antartico e comprende l'area affacciata sull'Oceano Indiano e delimitata dai Monti Transantartici. Fanno parte dell'Antartide orientale la Terra di Coats, la Terra della Regina Maud, la Terra di Enderby, la Terra di Mac Robertson, la Terra di Wilkes e la Terra Vittoria.

Altopiano Antartico

L'Altopiano Antartico (o plateau antartico) è una vasta area completamente glaciale dell'entroterra del continente antartico. La sua altitudine, combinata con la latitudine interamente compresa entro il circolo polare antartico, fanno sì che l'altopiano rappresenti di fatto la zona più fredda del pianeta Terra. I lunghi inverni antartici, caratterizzati dalla particolarità del Kernlose winter, vedono infatti cadere le temperature fino a sotto i -80 °C in caso di periodi piuttosto lunghi di stabilità del tempo atmosferico

Monti Transantartici

I monti Transantartici sono una catena di montagne nell'Antartide, che si estendono con qualche piccola interruzione tra il capo Adare (nella parte settentrionale di Terra Vittoria) e la Terra di Coats. Sono considerati la divisione tra l'Antartide Occidentale e quello Orientale. Sono incluse in essi anche alcune catene montuose minori: Monti Horlick, Monti Thiel, Monti Pensacola, Catena di Shackleton, Monti Theron più alcuni gruppi lungo la costa occidentale del Mare di Ross e lungo i confini occidentali e meridionali della Barriera di Ross.

Isole antartiche e sub-antartiche

Le isole antartiche sono le isole situate nell'Oceano Meridionale o nei mari antartici a sud del Circolo Polare Antartico. Le isole sub-antartiche sono le isole situate a nord dei 60°S. Secondo quanto stipulato nel Trattato Antartico non sono riconosciute le rivendicazioni territoriali sulle terre situate a sud dei 60°S, sono incluse quindi le isole antartiche.

Stato liberale

Per Stato liberale s'intende una forma di Stato che si pone come obiettivo la tutela delle libertà o diritti inviolabili dei cittadini, assicurata dalla legge.[1]
Essi sono generalmente dotati di una Carta Costituzionale, la quale garantisce e riconosce i diritti fondamentali e sottopone la sovranità dello Stato a una ripartizione dei poteri.

Talvolta può essere definito anche come governo limitato a seconda degli aspetti della sua organizzazione che si desidera mettere in luce; è inoltre uno Stato di diritto, contrapposto allo Stato autoritario

Stato federale

Lo Stato federale è una forma di Stato in cui il paese preso in considerazione è formato dall'unione di due o più Stati, detti Stati federati, i quali, pur conservando una parte importante della loro sovranità, sono uniti a livello politico, economico e territoriale tra di loro e formano un unico più grande Stato, e sono assoggettati ciascuno ad autorità politica, in genere definita governatore o viceré, che lavora e amministra il territorio in cooperazione col capo di Stato federale.

Ciascuno Stato federato possiede una più ampia autonomia rispetto ad altre suddivisioni come province, la cui autonomia è quasi del tutto assente, e possiede un proprio ordinamento legislativo, seppur controllato da un unico governo centrale da cui dipendono indirettamente i governi federati.

Esempi storici di Stati federali possono essere l'Impero tedesco, l'Unione Sovietica, la Svizzera o gli Stati Uniti.

Stato federato

Uno Stato federato è una parte territoriale e costituzionale di una più ampia comunità rappresentata da uno Stato federale.

Tali stati differiscono completamente dal concetto di Stato stabilito dal diritto internazionale, cioè inteso come entità giuridica dotata di sovranità. È importante sottolineare che, quando gli Stati decidono di federarsi, non hanno una propria posizione come entità riconosciuta dal diritto internazionale (tanto che le eccezioni sono degne di nota storica, come Ucraina e Bielorussia, membri fondatori dell'Organizzazione delle Nazioni Unite benché parte dell'Unione Sovietica).

L'unione federale è in tal caso riconosciuta ad ogni modo come unica e singola entità giuridica ai fini del diritto amministrativo.

Uno Stato federato detiene giurisdizione amministrativa su un territorio geografico definito ed è una forma di suddivisione amministrativa. In alcuni casi una federazione è stata creata da un'unione di entità politiche che possono essere sia indipendenti che territori dipendenti da un'altra entità (si parla comunemente di colonialismo).

In altri casi gli Stati federati sono stati creati già come Stati unitari.

Nel momento in cui una costituzione federale entra in atto, le norme che disciplinano il rapporto tra i poteri federali e quelli regionali diventano parte del diritto costituzionale del Paese e non del diritto internazionale. Nei Paesi con costituzione federale vi è una divisione del potere tra il governo centrale e gli stati componenti la federazione. Queste entità, siano essi stati, province, cantoni o altro, sono parzialmente soggetti all'autogoverno e ad essi è concessa e garantita una certa autonomia, che tuttavia varia notevolmente da una federazione all'altra (a seconda che questa sia monarchia, repubblica o altro). A seconda della forma di decentramento dei poteri, lo Stato federato può assumere poteri legislativi autonomi rispetto al governo centrale, seppur in vario modo soggetti al sindacato di legittimità costituzionale dell’ordinamento federale.

Il diritto che regola la relazione tra i poteri federali e quelli regionali può essere inoltre modificato attraverso la Costituzione.

Confederazione di Stati

Una confederazione di Stati è un'associazione di Stati creata per trattato in vista dell'adozione, come è accaduto spesso, di una costituzione comune o, al contrario, per definire ambiti di collaborazione temporanei in vista di una possibile futura separazione definitiva delle entità che la costituiscono.

Le confederazioni tendono ad essere istituite per trattare questioni critiche, quali la difesa, la politica estera, il commercio estero e una moneta comune, e al governo centrale viene richiesto di fornire supporto a tutti i membri. Una confederazione, in termini politici moderni, si limita di solito ad un'unione permanente di stati sovrani per l'esercizio di azioni comuni nei confronti di altri stati.

La natura della relazione tra le entità che costituiscono una confederazione può variare considerevolmente.

In modo analogo, la relazione tra gli stati membri ed il governo centrale, e la distribuzione dei poteri tra di essi, è assai variabile.

Alcune confederazioni meno vincolanti sono simili a organizzazioni internazionali, mentre confederazioni più stringenti possono assomigliare a federazioni.

Può essere dunque vista come un livello intermedio tra un insieme di Stati completamente svincolati tra loro e una federazione.

Stato unitario

Uno Stato unitario è uno Stato governato come una singola entità, in cui il governo centrale è supremo e assegna a ogni suddivisione amministrativa soltanto alcuni poteri che possono esercitare.

La maggior parte degli Stati nel mondo possiede un sistema governativo di questo tipo.

Lista dell'ONU dei territori non autonomi

La lista delle Nazioni Unite dei territori non autonomi (in inglese: United Nations list of Non-Self-Governing Territories) è la lista dell'Organizzazione delle Nazioni Unite dei territori che sono ancora soggetti al colonialismo. Questa lista, redatta per la prima volta nel 1946 in conformità al Capitolo XI dello Statuto delle Nazioni Unite, viene da allora periodicamente aggiornata dall'Assemblea generale in base alle indicazioni di una speciale commissione sulla decolonizzazione. Appartengono a questa lista solo i territori considerati permanentemente abitati.

Paese transcontinentale

Un Paese transcontinentale è uno Stato che si estende su più di un continente. L'appartenenza di un Paese ad un continente piuttosto che ad un altro dipende dalla definizione di continente che viene utilizzata: esistono infatti vari criteri di suddivisione delle terre emerse; alcuni seguono criteri puramente geografici, altri tengono presenti anche criteri storici e culturali. La definizione di un paese come transcontinentale è dunque dipendente dal modello di suddivisione in continenti utilizzato. Un caso particolare di paese transcontinentale è quello in cui territorio dello stato comprende territori d'oltremare in altri continenti.

Nazione costitutiva

Nazione costitutiva è un termine utilizzato dalle istituzioni ufficiali per designare quelle nazioni che insieme ad altre formano un'entità o un gruppo più ampio, come uno stato sovrano. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha impiegato questa formula per indicare le repubbliche socialiste della Jugoslavia[1], mentre l'Unione Sovietica l'ha usata per indicare le repubbliche sovietiche, oppure gli Stati Uniti. Le istituzioni europee come il Consiglio d'Europa usavano spesso questa dicitura per riferirsi ai Paesi dell'Unione europea. In italiano l'espressione è utilizzata usualmente per riferirsi a quegli stati aventi una propria Costituzione autonoma che tuttavia riconoscono l'autorità di una Casa reale regnante su più nazioni.[2] La parola costitutivo è semplicemente un aggettivo privo di valenza legale, pertanto non ha alcun significato al di fuori del contesto in cui si adopera, cioè per indicare un componente di un gruppo alternativo di stati.

Stato sovrano

Uno Stato sovrano, nel diritto internazionale, è un'entità giuridica che è rappresentata da un governo centralizzato che ha sovranità su un'area geografica. Il diritto internazionale definisce gli Stati sovrani come aventi una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e la capacità di entrare in relazione con altri Stati sovrani.[1][2] È anche normalmente inteso che uno Stato sovrano non è né dipendente né sottoposto a nessun altro potere o Stato.[3][4][5] Mentre secondo la teoria dichiarativa dello Stato, uno Stato sovrano può esistere anche senza essere riconosciuto da altri Stati sovrani, gli Stati non riconosciuti spesso hanno difficoltà a esercitare i pieni poteri del trattato e a impegnarsi in relazioni diplomatiche con altri Stati sovrani.

Territorio dipendente

Un territorio dipendente, dipendenza territoriale o in breve dipendenza, è un territorio non dotato di completa indipendenza politica e sovranità, ma appunto che dipende da un altro Stato. Spesso, ma non necessariamente, si tratta di territori dotati di elevata autonomia e situati a grandi distanze dallo Stato sovrano.

Paesi e territori d'oltremare

I Paesi e territori d'oltremare (o PTOM) sono territori speciali dell'Unione europea costituiti dalle dipendenze e dai territori d'oltremare dei propri stati membri.

Regione ultraperiferica

Una regione ultraperiferica (RUP) è un territorio speciale appartenente all'Unione europea ma situato al di fuori del continente europeo. Le RUP furono riconosciute per la prima volta in una dichiarazione congiunta al trattato di Maastricht del 1992. Dal 2009 la loro definizione è descritta all'articolo 349 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea che vi precisa come il diritto europeo possa esservi adattato.

Regione geografica

Una regione geografica o regione fisica, o brevemente regione[1], è un'ampia estensione di superficie terrestre distinta per caratteristiche proprie che possono variare dalla conformazione del terreno alla posizione geografica, al clima, alla fauna, alla flora, fino a caratteristiche dipendenti dall'azione dell'uomo, cioè cultura, storia e lingua. Pertanto può coincidere in tutto o in parte con le regioni storiche, quali antiche contee e feudi, che spesso venivano individuati proprio da omogeneità antropologica, territoriale e confini naturali, cioè erano regioni naturali assurte, in un determinato periodo storico, a regione amministrativa. Essa, e ancor più la regione storico-geografica, è perciò un'area individuata dalla combinazione di fattori ambientali rappresentati da un paesaggio o un insieme di paesaggi, e plasmata da azioni umane, in ispecie il genere di vita, cioè l'insieme di componenti e comportamenti sociali metodici e continuativi di quel territorio. La componente ambientale della regione ha una doppia valenza perché da un lato permette lo sviluppo di alcuni fattori a scapito di altri, dall'altra conserva i risultati delle precedenti combinazioni condizionando le popolazioni future.

Stato a riconoscimento limitato

Uno Stato a riconoscimento limitato è uno Stato de facto indipendente e sovrano, che controlla e governa effettivamente un territorio e una popolazione, ma la cui sovranità è riconosciuta a livello internazionale solo da alcuni degli altri Stati. Uno Stato a riconoscimento limitato può intrattenere formali relazioni diplomatiche solo con gli Stati che lo riconoscono ufficialmente, per quanto vi possano essere casi di relazioni diplomatiche occulte o non ufficiali anche con altri Stati. Si definiscono tali anche gli Stati de facto sovrani la cui sovranità non gode di alcun riconoscimento internazionale. Non rientrano nella definizione di "Stato a riconoscimento limitato": le tribù mai contattate, perché le loro società non possono essere definite come Stati o perché non è noto come esse siano organizzate; le entità che sono considerate micronazioni, perché, sebbene in genere sostengano di essere sovrane e indipendenti, è spesso discutibile se controllino realmente il territorio rivendicato, motivo per cui non sono generalmente considerate rilevanti dal punto di vista geopolitico; i movimenti irredentisti e i governi in esilio, perché non controllano territori abitati; i territori subnazionali che sono governati senza reale controllo dal governo centrale come se fossero Stati indipendenti, ma che non hanno dichiarato l'indipendenza dallo Stato di appartenenza. Esempi sono il Puntland in Somalia, la Striscia di Gaza in Palestina, la Regione del Kurdistan in Iraq, il Rojava in Siria e lo Stato Wa in Birmania.

Stati del mondo

Gli Stati del mondo sono in totale 205, di cui 195 riconosciuti "sovrani", 8 Stati semi o non riconosciuti e 2 Stati in libera associazione; sono considerati tali solo gli Stati indipendenti e non quelli membri di federazioni.

Stato associato

Con Stato associato o Stato libero associato si indica il soggetto minore (un territorio organizzato politicamente, generalmente con le forme di uno Stato sovrano) legato da un accordo di libera associazione con un soggetto maggiore (generalmente uno Stato sovrano di maggiori dimensioni). La condizione di "Stato associato" di un certo soggetto e i termini precisi della sua libera associazione con un altro Stato sono generalmente determinati dal contenuto di un apposito trattato internazionale stipulato tra i due soggetti, oppure da disposizioni della costituzione del soggetto interessato o da altri atti aventi forza di legge; di conseguenza, le condizioni dell'associazione possono variare da un caso all'altro di Stato associato. Gli Stati associati possono essere descritti come Stati pienamente indipendenti oppure no, ma la libera associazione non costituisce una qualificazione del soggetto come uno Stato o come un soggetto del diritto internazionale. Informalmente, la condizione di Stato associato può essere considerata come una situazione di protezione amicale postcoloniale, di protettorato, di confederazione ineguale o di federalismo asimmetrico, dove il soggetto minore delega al soggetto maggiore alcuni dei poteri normalmente esclusivi di uno Stato sovrano, di solito con riguardo ai settori della difesa militare e della politica estera, pur godendo di converso di condizioni economiche favorevoli (come l'accesso al mercato dello Stato maggiore). La Risoluzione 1541 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 15 dicembre 1960 stabilisce (al Principio VII) che l'associazione deve essere il risultato di una scelta libera e volontaria della popolazione dello Stato associato, espressa tramite processi democratici; con simili metodi democratici, la popolazione dello Stato associato può chiedere in ogni momento di modificare i termini dell'associazione. Lo Stato associato ha inoltre il diritto di determinare liberamente la sua Costituzione interna senza interferenze dall'esterno

Riconoscimento (diritto internazionale)

Il riconoscimento, nell'ambito del diritto internazionale, è un atto politico unilaterale, espresso o tacito, con cui uno Stato attribuisce la condizione di soggetto di diritto internazionale a un altro organismo (un altro Stato o un governo), "riconoscendolo" appunto come tale; generalmente, l'atto di riconoscimento è il requisito necessario perché tra due Stati o tra due governi possano stabilirsi normali relazioni diplomatiche. Stati totalmente privi di riconoscimento o riconosciuti solo da un numero ridotto di altri Stati sono definiti come Stati a riconoscimento limitato.

Entità statuali autonome nel mondo

Diversi Stati ospitano all'interno del proprio territorio una o più entità autonome, ossia regioni, province, città o altri enti territoriali cui sia stato accordato un particolare regime di autonomia che li differenzia dal resto del territorio nazionale. In altri casi dette entità sono de facto indipendenti rispetto al governo nazionale (come nel caso del Somaliland) o sono riconosciute come indipendenti da Stati terzi (come nel caso della Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta dalla sola Turchia).

Osservatori dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite

Le Nazioni Unite, oltre ai suoi 193 stati membri, accolgono come osservatori: le organizzazioni internazionali, gli enti e i paesi non membri. Lo status di osservatore è garantito da una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo status di osservatore permanente si basa esclusivamente sulla pratica, non essendo previsto dalla Carta delle Nazioni Unite.[1] Gli osservatori hanno il diritto di parlare agli incontri dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, votare su questioni procedurali, servire come firmatari su documenti di lavoro e firmare le risoluzioni, ma non possono sponsorizzare risoluzioni o voti sulle risoluzioni di questioni sostanziali. Diversi altri diritti (ad esempio, parlare nei dibattiti, presentare proposte ed emendamenti, il diritto di replica, l'aumentare i punti dell'ordine del giorno e di far circolare i documenti, etc.) sono dati selettivamente solo ad alcuni osservatori. Finora, l'Unione europea è l'unica organizzazione internazionale ad avere queste autorizzazioni avanzate.[2] Esiste una distinzione tra gli osservatori statali e non statali. Gli Stati non membri delle Nazioni Unite, che sono membri di una o più agenzie specializzate, possono presentare domanda per lo status di osservatore permanente.[1] Gli osservatori non statali sono le organizzazioni internazionali e altri enti. Gli Stati non membri osservatori sono disposti a sedere nella sala dell'Assemblea generale immediatamente dopo gli Stati membri e prima degli altri osservatori.

Sovranità territoriale

La sovranità territoriale è un principio del diritto internazionale secondo cui ogni Stato ha sovranità esclusiva sul proprio territorio. Il principio è alla base del moderno ordinamento internazionale degli stati sovrani ed è sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, la quale afferma che "nulla... autorizzerà le Nazioni Unite a intervenire in questioni che sono essenzialmente di competenza interna di uno Stato". Secondo il principio, ogni stato, non importa quanto grande o piccolo, ha un uguale diritto alla sovranità sul proprio territorio, escludendo tutti gli altri.

Stati membri delle Nazioni Unite

«Possono diventare Membri delle Nazioni Unite tutti gli altri Stati amanti della pace che accettino gli obblighi del presente Statuto e che, a giudizio dell'Organizzazione, siano capaci di adempiere tali obblighi e disposti a farlo. [...]» (Statuto delle Nazioni Unite, capitolo II, articolo 4) Gli Stati membri delle Nazioni Unite sono 193;[3] segue un loro prospetto in ordine alfabetico (ordinabile anche per data) che ne indica la data d'ingresso ufficiale nell'organizzazione.

Stati membri dell'Unione europea

Gli Stati membri dell'Unione europea sono le entità politiche statali la cui unione forma l'entità sovranazionale intergovernativa dell'Unione europea. Dal 31 gennaio 2020, a seguito dell'uscita del Regno Unito[1], gli Stati che compongono l'Unione sono 27[2]. Le singole autorità statali e le istituzioni dell'Unione europea condividono in parte la sovranità, in una pratica definita spesso "messa in comune della sovranità"[3]; i cittadini dell'Unione sono di diritto al tempo stesso cittadini del loro Stato e dell'Unione europea.

Territori speciali dell'Unione europea

Dal 1º febbraio 2020 l'Unione europea è formata da 27 Stati membri, la maggior parte dei quali partecipano a tutti i settori della politica europea o hanno sottoscritto di farlo. Tuttavia il diritto dell'Unione europea non si applica uniformemente a tutto il territorio di tutti gli Stati membri. Molti Stati membri hanno territori particolari che per motivi storici, geografici o politici hanno relazioni diverse con i rispettivi governi nazionali (e di conseguenza anche con l'Unione europea) rispetto al resto del territorio dello Stato membro. Molti di questi territori speciali non partecipano a tutte o ad alcune delle politiche europee. Alcuni non hanno alcun rapporto ufficiale con l'Unione europea, mentre altri partecipano a programmi europei in linea con le disposizioni delle direttive dell'Unione europea, i regolamenti o i protocolli allegati ai trattati dell'Unione europea.

Forma di governo

La forma di governo è il modello organizzativo che uno Stato assume per esercitare il potere sovrano.

Più in generale può intendersi come la modalità con cui viene allocato il potere tra gli organi portanti dello Stato: Parlamento, Governo e Capo di Stato;

la forma di governo quindi attiene ai rapporti che si vengono a instaurare fra di essi e alle modalità con cui vengono ripartite e condivise le rispettive competenze.

Anarchia

L'anarchia (dal greco antico: ἀναρχία?, ἀν, senza + ἀρχή, principio o origine; o ἀν, senza + ἀρχός, sovrano o potere; o ἀν, senza + ἄρχω, comandare)[1][2][3] è la tipologia d'organizzazione sociale agognata dall'anarchismo, basata sull'ideale libertario di un ordine fondato sull'autonomia e la libertà degli individui, contrapposto a ogni forma di potere costituito, compreso quello statale[4].

L'anarchia, come proposta da Pierre-Joseph Proudhon, è un'organizzazione sociale che rimpiazza la proprietà (un diritto esclusivo di individui, gruppi, organizzazioni e Stati) con il possesso (occupazione e uso); Proudhon rifiutò la violenza come mezzo rivoluzionario.[5] Nella sua accezione contemporanea, l'anarchia nasce terminologicamente con gli scritti del filosofo politico, economista e sociologo francese Pierre-Joseph Proudhon nella prima metà del XIX secolo, affondando idealmente in concetti propri del pensiero di autori quali l'umanista e politico Tommaso Moro (Utopia), gli illuministi (Condillac[6], il Marchese de Sade[7], Maréchal, in parte Rousseau[8] e Diderot[9]) e lo scrittore e filosofo William Godwin. Contributori allo sviluppo del pensiero anarchico, quasi contemporanei a Proudhon, furono l'inventore, musicista, scrittore statunitense e filosofo individualista Josiah Warren, l'anarchico individualista Benjamin R. Tucker, il rivoluzionario e filosofo anarchico collettivista Michail Bakunin, lo scrittore Lev Tolstoj e, limitatamente ad alcuni sviluppi sopravvenuti nel secolo successivo, anche il filosofo egoista tedesco Max Stirner e il pedagogista spagnolo Francisco Ferrer y Guardia. Le interpretazioni che gli storici, i politici e gli stessi anarchici danno dell'anarchia sono varie e ramificate. Nel corso della storia con anarchia non si individua un'univoca forma politica da raggiungere e soprattutto non si concordano necessariamente i mezzi politici da utilizzare, spaziando dalla nonviolenza al pacifismo e all'insurrezionalismo rivoluzionario. Tutto lo spettro anarchico ha tuttavia come nucleo ideologico centrale un elemento comune: la necessità dell'annullamento dello Stato o in ogni caso delle più incombenti forme di potere costituito. Tutti gli anarchici sono cioè concordi nel considerare l'abolizione del potere condizione necessaria e obiettivo finale dell'evoluzione sociale. L'annullamento del potere dello Stato non implica l'annullamento dell'organizzazione sociale, bensì l'evoluzione verso una società non gerarchica in cui spesso viene sostenuta anche l'abolizione della proprietà privata. Le suddette interpretazioni implicano almeno dal punto di vista fattuale una gamma di movimenti e linee di pensiero che spaziano dall'anarco-pacifismo e l'anarchismo cristiano di Lev Tolstoj, all'anarco-comunismo di Pëtr Alekseevič Kropotkin, all'insurrezionalismo di Errico Malatesta, all'anarco-individualismo fino all'illegalismo, e ai movimenti anarchici contemporanei d'ogni genere, a volte slegati dalle teorie fondamentali e dal loro sviluppo storico.

Aristocrazia

L'aristocrazia (dal greco άριστος, àristos, "migliore" e κράτος, kratos, "comando") è una forma di governo nella quale poche persone (che secondo l'etimologia greca del termine dovrebbero essere i "migliori") controllano interamente lo Stato; secondo il pensiero platonico-aristotelico è una delle tre forme di governo, assieme a monarchia e timocrazia, mentre l'oligarchia è la sua forma degenerata[1];

è stata, assieme all'oligarchia, tra le forme di governo più diffuse in Europa negli ultimi secoli, generalmente sotto forma di monarchie costituzionali, nelle quali il potere del sovrano è controllato da un parlamento composto da soli nobili.

Assolutismo

L'assolutismo è un modello politico in cui il sovrano è il detentore assoluto di tutti i poteri dello Stato, configurandosi così come uno Stato assoluto.

Questo modello è stato spesso applicato nelle monarchie di età moderna, legittimate dal concetto di "diritto divino dei re"; esso implica che l'autorità di un governante derivi direttamente da Dio. Proprio per questo motivo la monarchia assoluta si contrappone a quella costituzionale, dove i poteri del re sono limitati dalla Costituzione, che sancisce i diritti dei cittadini.

Nella sua accezione regia, però, il termine non va confuso con la tirannide: il tiranno è colui che governa senza legittimità né limiti, mentre il monarca assoluto è tenuto a rispettare varie norme sociali e religiose. Il termine "assoluto" deriva dall'unione dei due termini latini ab ("da") e il participio passato solutum ("sciolto") , ovvero sciolto da ogni costrizione esterna.[1] Quindi il sovrano assoluto è colui che può esercitare liberamente il proprio potere.

Autocrazia

L'autocrazia[1] è una forma di governo in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto ed incontrastabile. In pratica, un autocrate è una figura che non solo ha la suprema titolarità su tutti i poteri dello stato, ma è essa stessa l'unica entità nello stato dotata di potere decisionale, mentre ogni altro funzionario è privo di qualunque indipendenza giuridica effettiva, è privo di funzioni o direttamente non esiste, e che esercita senza alcuna limitazione o vincolo.

Un'autocrazia, pur essendo più comune nelle monarchie, non è solo una versione estremizzata ed altamente potenziata della monarchia assoluta, ma un enorme potenziamento di qualsiasi stato autoritario, sia esso monarchico o repubblicano.

Bipartitismo

Per bipartitismo s'intende un sistema elettorale dove il panorama politico è dominato da solo due partiti principali, in genere a causa di un sistema elettorale spiccatamente maggioritario, basato sull'alternanza. Un sistema bipartitico non esclude l'esistenza di altre formazioni, ma la loro presenza in Parlamento e nella vita politica del Paese è fortemente minoritaria.
Il bipartitismo è la versione estrema del bipolarismo dove sono presenti numerosi partiti ma contraddistinti da una forte polarizzazione tale per cui tali partiti competono divisi in due grandi coalizioni (solitamente, ma non esclusivamente, divise sull'asse destra-sinistra) radicalmente opposte, ove non sono presenti partiti di dimensioni e forza politica tali da egemonizzare la guida politica entro ciascuno dei due poli.

Centralismo

Il centralismo è un sistema politico in cui i poteri politici e amministrativi sono concentrati negli organismi centrali dello Stato ed è l'opposto del concetto di federalismo, nel quale il potere viene distribuito tra più organi. Tradizionalmente centralisti sono paesi come la Francia, le cui suddivisioni geografiche (arrondissement) hanno poca autonomia.

Federalisti sono invece paesi come gli Stati Uniti d'America, il Brasile, il Canada e i paesi di lingua tedesca (Germania, Austria e Svizzera).

Gli enti che compongono queste federazioni hanno spesso nomi diversi (Stati, Länder, cantoni).

Democrazia diretta

La democrazia diretta è una forma di governo democratica nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza politica, esercitare direttamente il potere legislativo.

Democrazia illiberale

La democrazia illiberale - altrimenti detta pseudodemocrazia, democrazia parziale, democrazia a bassa intensità, democrazia vuota, illiberalismo, regime ibrido[1] o anche democratura (da democrazia + dittatura)[2][3] – è un sistema di governo nel quale, nonostante la sussistenza formale di libere elezioni e di strumenti di controllo contro gli abusi del potere statale, sono alterate le condizioni minime di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: poiché libertà non negoziabili sono limitate o compromesse, la progressiva riduzione del diritto alla conoscenza pregiudica il controllo del pubblico su tutto ciò che attiene all'esercizio del potere politico, riducendo la possibilità di fisiologico ricambio della classe dirigente.

Democrazia liquida

La democrazia liquida è un modo di esercizio della democrazia nella quale i cittadini possono decidere in che forma esercitare il proprio potere politico, scegliendo, nella massima libertà, se esercitarlo in prima persona, o se delegarlo a un suo rappresentante di fiducia (il delegato).

La democrazia liquida integra sia i concetti di democrazia diretta, sia quelli di democrazia rappresentativa. La chiave per interpretare questa tipologia di democrazia sta nella massima libertà di scelta dell'esercizio del diritto politico: il cittadino sceglie come, quando, e su cosa farsi rappresentare.

Democrazia organica

La democrazia organica, o democrazia corporativa[1], è un'organizzazione politico-amministrativa organicistica di democrazia rappresentativa, alternativa ai sistemi liberaldemocratici di democrazia parlamentare, alla democrazia diretta e alla dittatura del proletariato marxista.[2]

Essa propone tra le proprie caratteristiche principali l'elezione indiretta di vari organi deliberativi e legislativi.

Democrazia totalitaria

La democrazia totalitaria è un sistema di governo democratico in cui lo Stato ha il potere di decidere su ogni cosa e su ogni individuo senza i controlimiti imposti al potere pubblico dal riconoscimento in concreto dei diritti umani.

Si tratta di un regime totalitario mascherato da democrazia, assimilabile alla democrazia illiberale ma più autoritario: "non è più la democrazia che serve agli individui, ma sarebbero gli individui che sono asserviti alla democrazia. Se si vuole eccepire che questa non è più una democrazia, nulla da eccepire. Ma resta utile possedere una denominazione per indicare quale sarà o potrebbe essere il discendente prossimo della liberaldemocrazia"

Dittatura

La dittatura è una forma di governo che accentra il potere in un solo organo, se non nelle mani di un solo dittatore.

La scalata al potere di una dittatura è spesso favorita da situazioni di grave crisi economica (ad esempio in seguito a una guerra), da difficoltà sociali (lotte di classi), dall'instabilità del regime esistente o dalla preesistenza di un regime dittatoriale.

Esempi di regimi considerati dittature furono quelli di Nicolae Ceaușescu, Idi Amin Dada, Pol Pot, Stalin, Mao Zedong, Adolf Hitler, Benito Mussolini e Kim Jong-un.

Governo neoparlamentare

Il governo neoparlamentare è una particolare forma di governo teorizzata dal politologo francese Maurice Duverger.

Consiste in un rapporto fiduciario molto più stretto rispetto a quanto avvenga in una repubblica parlamentare. L'esecutivo riceve la fiducia dal Parlamento, ma un'eventuale crisi di governo comporta l'automatico scioglimento del Parlamento.

Oligarchia

La parola oligarchia deriva dal greco antico olígoi (ὀλίγοι) = pochi e arché (ἀρχή) = comando/governo; ossia "governo di pochi". L'oligarchia è un regime politico, un governo, caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di poche persone. Il termine oligarchia (a differenza di "monarchia", "democrazia", ecc.) non indica una specifica forma di stato o di governo o un insieme di istituzioni, ma soltanto che il potere è detenuto da un gruppo ristretto tendenzialmente chiuso, omogeneo, coeso e stabile, che lo esercita nel proprio interesse. In questo senso può essere usato anche al di fuori della politica e si può parlare ad esempio di oligarchie economiche, finanziarie, burocratiche, militari, ecc. Oggi sono quasi scomparse le forme di governo in cui si accede al potere per nascita (cioè le aristocrazie in senso proprio); i componenti del gruppo oligarchico sono invece legati tra loro da vincoli di altro tipo: di interesse, di appartenenza a un determinato corpo di pubblici ufficiali (militari, funzionari) o a un gruppo politico come un movimento rivoluzionario o di liberazione nazionale.

Monopartitismo

Il monopartitismo è una forma di governo in cui un solo partito politico può presentare i propri candidati alle elezioni, mentre tutti gli altri partiti sono dichiarati fuorilegge o hanno una capacità estremamente limitata di partecipazione elettorale.

In senso esteso, si può parlare di Stato monopartitico anche se la costituzione e le leggi vigenti in linea di principio consentirebbero una pluralità di partiti oppure quando le pratiche elettorali impediscono all'opposizione di vincere le elezioni, facendo sì che un unico partito resti alla guida del Paese.

Non bisogna confondere il monopartitismo con il sistema a partito egemone. Una variante di un sistema monopartitico puro (che permette l'esistenza legale di un singolo partito), è un sistema in cui possono esistere una pluralità di partiti, ma da intendere come membri di una coalizione in stile fronte popolare, come nel caso del Fronte Democratico per la Riunificazione della Patria nordcoreano e del Fronte Unito cinese[1].

In questi sistemi non è prevista la presenza di partiti di opposizione, e tipicamente tutti i partiti legali esprimono sostegno verso l'ideologia ufficiale dello Stato e le sue alte cariche, inoltre, in questi sistemi non è solitamente permessa la libera creazione di partiti[2], che devono essere approvati dalle autorità. Un'ulteriore differenziazione è fra i sistemi monopartitici in cui alle elezioni si possono presentare solo candidati espressi dal partito, e quelli in cui sono ammessi candidati non appartenenti al partito, che si presentano però come candidati indipendenti, questo sistema era particolarmente evidente in Unione Sovietica, dato che il PCUS faceva parte di un'alleanza elettorale chiamata "Blocco dei comunisti e dei senza partito".

Parlamentarismo razionalizzato

Il parlamentarismo razionalizzato è un insieme di tecniche di diritto costituzionale ed elettorale che mira ad evitare un'eccessiva instabilità di governo in un sistema parlamentare.

Partitocrazia

La partitocrazia è un regime politico in cui il potere e la vita politica dello Stato stesso ruotano attorno ai partiti, i quali si sostituiscono agli organi previsti dalla Costituzione.

Polisinodia

La polisinodia (dal greco πολύς, 'molti', e σύνοδος, 'consiglio') fu il sistema di governo in uso in Francia tra il 1715 e il 1718, in cui ogni ministro (segretario di Stato) era sostituito da un consiglio.

Poliarchia

Il termine poliarchia deriva dalle parole greche πολύς (polys = molto, più di uno) e ἀρχή (arkhé =comando) e vale quindi comando di molti.

Postdemocrazia

Una postdemocrazia (dal neologismo inglese post-democracy, coniato dal sociologo e politologo britannico Colin Crouch) è un sistema politico che, pur essendo regolato da istituzioni e norme democratiche, viene in effetti governato e pilotato da grandi lobby (ad es. società multinazionali o transnazionali) e dai mass media.

Perciò l'applicazione delle regole democratiche nella prassi politica, sociale ed economica viene in realtà progressivamente svuotata.

Secondo questa teoria politica le democrazie tradizionali rischiano di perdere parte dei loro caratteri costituenti a favore di nuove forme di esercizio del potere, prevalentemente oligarchiche. Il termine è comparso in particolare per definire una evoluzione in atto nel corso del XXI secolo in molte democrazie. Si tratta di un termine polemico, in quanto richiamerebbe l'attenzione su quelle democrazie riconosciute che stanno tuttavia perdendo alcuni dei loro principi fondamentali ed evolvendo verso regimi di tipo elitario.

Premierato

Col termine premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) si indicano nel linguaggio politico varianti della forma di governo parlamentare dai contorni non sempre ben definiti. In generale le due caratteristiche che vengono attribuite (solo talvolta congiuntamente) al premierato sono l'indicazione del capo del governo da parte dell'elettorato (se non l'elezione diretta) e/o un ruolo rafforzato dello stesso capo di governo nei confronti del parlamento.[1][2][3][4][5] A seconda di quali di queste caratteristiche gli vengano attribuite, il concetto di premierato può sovrapporsi a quello di forma di governo neoparlamentare (dove il capo del governo è eletto direttamente),[6] a quello di cancellierato (dove il capo del governo, detto cancelliere, ha un ruolo preminente, una maggiore stabilità e una certa legittimazione popolare) o a quello di parlamentarismo a prevalenza del governo (dove il capo del governo riceve un'investitura popolare, seppure indiretta, e il suo legame con la maggioranza parlamentare assicura al sistema un certo grado di stabilità).[7] Il concetto di premierato viene spesso ricollegato alla forma di governo del Regno Unito, il cosiddetto sistema Westminster.

Sistema parlamentare

Il sistema parlamentare è un tipo di forma di governo democratica, la più diffusa in Europa, in cui la volontà popolare è affidata al parlamento.

Essa si può distinguere in due modi:
Repubblica parlamentare: il capo dello stato viene eletto a suffragio diretto o indiretto ed assume un'investitura temporanea.

Monarchia parlamentare: la carica di capo dello Stato viene rappresentata dal monarca, designato per via ereditaria e dinastica.

Entrambe le forme di governo, comunque, sono articolate secondo la stessa fisionomia di tipo monistico (dal greco mònos = uno solo) il che vuol dire che il potere politico si concentra in un unico organo: il Parlamento.

Esso, in virtù del circuito democratico nel quale si articola la democrazia rappresentativa[1], è il mandatario del Corpo elettorale e mandante del potere esercitato dal Governo.
Sotto il profilo giuridico
Il Parlamento, eletto direttamente dal popolo, nella forma di governo parlamentare non ha competenze soltanto legislative, ma ha anche il compito di esprimere il governo e di controllarne l'operato.

Infatti il governo, che detiene il potere esecutivo, è la rappresentazione della maggioranza del parlamento, da esso deve ricevere la fiducia ed è costretto a dimettersi se tale fiducia viene a mancare.

Di contro al potere del parlamento, fa normalmente da contrappeso il potere, assegnato talvolta al governo e talvolta al capo dello stato, di sciogliere le camere e indire elezioni anticipate. In tali sistemi il ruolo decisivo lo assume la maggioranza parlamentare, ovvero la formazione dei partiti, da soli o in coalizione, che - conseguendo la maggioranza nelle assemblee, i cui seggi sono posti in palio mediante il voto popolare - vincono le elezioni e quindi assumono il diritto di formare il Governo.

Tra potere esecutivo e potere legislativo non vi è in genere contrapposizione: infatti il primo è formato dalla stessa maggioranza del secondo e, quindi, ha di fatto il potere di fissare l'agenda dei lavori parlamentari[5].

Nel parlamento comunque sono presenti anche i partiti di opposizione che possono ostacolare l'azione di governo.

Sistema Westminster

Il sistema Westminster (o modello Westminster) è una forma di governo democratica parlamentare sviluppatasi nel Regno Unito e utilizzata da molti fra i paesi che appartengono (o sono appartenuti) al Commonwealth, come Australia, Canada, India, Irlanda, Malaysia, Nuova Zelanda e Singapore.
Essa definisce per altri versi il parlamentarismo in senso stretto come modello di democrazia fondantesi sul ruolo esclusivo del Parlamento come organo deliberativo, prim'ancora che rappresentativo, in quanto depositario in ultima istanza della sovranità del popolo che la esercita per suo tramite. A differenza degli altri regimi parlamentari è tuttavia considerato il modello più significativo di sistema politico maggioritario[1]; consiste in una forma di monocameralismo di fatto, governato da due soli partiti che si alternano alla guida dell'esecutivo (che assume centralità al pari dell'unica camera dominante il processo legislativo); esprime di volta in volta governi monopartitici, mentre altre sue peculiari caratteristiche sono la presenza di flessibilità costituzionale, l'assenza di revisione giurisdizionale, una banca centrale che risponde al governo.

Stato socialista

Uno Stato socialista è uno Stato repubblicano governato da un partito politico che dichiara la sua lealtà ai princìpi del socialismo o delle sue varianti come il marxismo-leninismo.


Altri termini utilizzati per indicare una simile forma statuale sono repubblica democratica (poco usata per evitare confusioni con le repubbliche parlamentari), democrazia popolare, repubblica socialista, Stato operaio, semistato o anche, impropriamente, Stato comunista.

L'espressione stato socialista può indurre equivoci con altre forme di socialismo, dove il socialismo di Stato è visto come il fine (ad esempio il socialismo arabo, il socialismo democratico, l'eurocomunismo o il socialismo del XXI secolo: tuttavia a livello politico spesso viene usata la denominazione Stato socialista o repubblica popolare anche per questi Stati), mentre nelle repubbliche popolari altro non è che uno stadio intermedio verso il raggiungimento del comunismo, una fase finale nella quale si è conseguita l'estinzione dello Stato e la fine della divisione in classi sociali.

Plutocrazia

La plutocrazia (in greco antico πλουτοκρατία?, ploutokratía, a sua volta da πλοῦτος, ploûtos, "ricchezza" e κράτος, kratos, "potere") è il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie alla disponibilità di enormi capitali, sono in grado d'influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi.[1]
Stando agli scritti di cui la storiografia odierna dispone, l'uso più antico di questo termine risale al 1652[2]. Nella maggior parte dei casi, esso preclude un'accezione prettamente dispregiativa e infatti, a differenza di termini più conosciuti come democrazia, capitalismo, socialismo o anarchia, il concetto di plutocrazia non si basa su una filosofia politica a sé stante. Il termine "plutocrazia" è affine ma distinto da quello di "plutonomia", il quale ultimo allude non esattamente al "governo dei ricchi" (o "governo plutocratico") ma ad un governo che sebbene formalmente democratico, si caratterizza per una produzione legislativa che si volge insistentemente a favore dei ricchi, a discapito del benessere del ceto medio o del ceto più misero.

Stratocrazia

Stratocrazia (dal greco στρατός "esercito", e κράτος "potere") o governo militare indica una forma di governo in cui il potere è detenuto dalla classe militare.

Il concetto generale di "stratocrazia" non deve essere confuso con quello di dittatura militare, la cui portata semantica è più ristretta.

Del resto quando si parla di stratocrazia si fa riferimento ad uno stato democratico, governato dal potere militare, a differenza di una dittatura totalitaria.

Tecnocrazia

La tecnocrazia è un ideale di governo d'impresa sociale che propugna, al presidio dei processi decisionali di un potere esecutivo, il comando diretto o il parere vincolante di esperti nei campi delle scienze dure (es. matematici, fisici), molli (es. psicologi, economisti, giuristi) e della tecnica (es. ingegneri).
Tale sistema, ispirato al principio liberale della divisione del lavoro e delle competenze, contrasta con il concetto che solo i rappresentanti eletti, o figure da questi delegate, dovrebbero essere i principali attori dei processi decisionali al governo di un Paese[1] anche laddove ciò non implichi la soppressione del potere dei rappresentanti o delle elezioni tout court.

Nella tecnocrazia, infatti, la capacità decisionale è valutata in base alla conoscenza professionale e alla capacità di guida piuttosto che all'appartenenza politica o alle attitudini parlamentari[2]. Il termine deriva dalle parole greche τεχνη (tecne = "arte" o "tecnica") e κράτος (cratos = "potere"), ovvero "potere della tecnica", e il relativo concetto fu introdotto dal francese Henri de Saint-Simon nel suo Riorganizzazione della Società europea (1814) laddove, affrontando filosoficamente il nodo dell'approccio dei governi alla risoluzione dei problemi sociali, sostenne la necessità di andare oltre l'approccio sperimentale per affrontare questioni politiche e «superare questa infanzia della scienza»;

un secolo più tardi, nel 1919, William Henry Smyth, ingegnere statunitense, inventò la parola technocracy per descrivere «il ruolo delle persone reso effettivo tramite l'azione dei loro servi, gli scienziati e gli ingegneri»[3] nel suo articolo Technocracy—Ways and Means to Gain Industrial Democracy pubblicato su Industrial Management[4].

Va tuttavia fatto presente che Smyth si riferiva alla Industrial Democracy, ovvero una corrente di pensiero inclusionista dei lavoratori nelle decisioni aziendali in fabbriche esistenti o a seguito di rivoluzioni: fu solo dal 1932 in avanti, infatti, che sotto l'influenza dell'ingegnere Howard Scott il termine tecnocrazia iniziò ad assumere il significato di «sistema di governo basato su decisioni prese da tecnici»

Teocrazia

La teocrazia (dal greco antico θεός?, theós, "dio" e κράτος, kràtos, "potere") è la forma di governo secondo cui la gestione delle attività religiose e quelle governative laiche coincidono. Spesso la religione nella teocrazia diventa puro strumento della politica[1]. Differisce dalla ierocrazia, che è invece un rapporto filiale tra il governo civile e quello religioso. Il termine teocrazia significa governo di Dio o da parte di Dio e nella sua accezione più estesa indica un governo basato sulla volontà di Dio o degli Dei.

Nell'antico Israele, quando esso era il popolo di Dio, vigeva una teocrazia, era cioè Dio il Legislatore e colui che stabiliva norme, regole, leggi e princìpi oltre che legali, di comportamento, ecc., anche dal punto di vista religioso. Sempre nella nazione di Israele antica, i sacerdoti non dovevano interferire nelle questioni politiche e i re non dovevano immischiarsi nelle questioni religiose. Nei sistemi indicati come teocratici spesso i governanti civili coincidono con i capi religiosi (per esempio l'imperatore bizantino come capo della Chiesa o il presidente di Cipro arcivescovo Makarios III nel periodo 1960-1974), le politiche governative coincidono con quelle religiose oppure sono fortemente influenzate dai principi di una religione (solitamente quella più diffusa) e tipicamente il governo dichiara di comandare per volere di Dio (come la maggior parte delle monarchie medievali europee, ma anche il regno di Francia fino alla rivoluzione francese) o di un altro potere superiore, come specificato dalla religione nazionale.

Totalitarismo

Il totalitarismo è un idealtipo usato da alcuni studiosi politici e storici per spiegare le caratteristiche di alcune dittature nate nel XX secolo, che mobilitarono intere popolazioni nel nome di un'ideologia o di una nazione, accentrando il potere in un unico partito, in un gruppo ristretto, o in una sola persona.
È il termine più usato dagli storici per definire un tipo di dittatura, affermatosi nel XX secolo, al quale possono essere ricondotti il nazismo, il fascismo e lo stalinismo.

Uno Stato totalitario è caratterizzato soprattutto dal tentativo di controllare capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita, imponendo l'assimilazione di un'ideologia: il partito unico che controlla lo Stato non si limita cioè a imporre delle direttive, ma vuole mutare radicalmente il modo di pensare e di vivere della società stessa; e dalla presenza di un universo concentrazionario per l'eliminazione dei nemici del partito e dello Stato. Il termine totalitarismo, inoltre, è usato nel linguaggio politico, storico e filosofico[1] per indicare "la dottrina o la prassi dello stato totalitario", cioè di qualsiasi Stato intenda ingerirsi nell'intera vita, anche privata, dei suoi cittadini, al punto da identificarsi in essi o da far identificare essi nello Stato.

Voto di fiducia

Il voto di fiducia, in senso politico, è lo strumento tipico delle democrazie parlamentari nelle quali il Governo è legato al Parlamento da un mandato di fiducia.
Esso serve ad esprimere il consenso del Parlamento, generalmente l'unico organo pienamente rappresentante della piena volontà popolare, alla formazione di uno specifico esecutivo.
Le modalità mediante le quali il Parlamento può accordare o revocare la fiducia è funzione del tipo di parlamentarismo adottato in un determinato Stato.

Governo di unità nazionale

Un governo di unità nazionale, o governo di coalizione nazionale, è un governo di coalizione che si forma in situazioni particolari di emergenza nazionale, caratterizzato dal temporaneo abbandono delle categorie di maggioranza e opposizione e dal sostegno di tutti o quasi i partiti politici, per fini e/o scopi comuni agli schieramenti contrapposti[1]. Caratteristiche I governi di unità nazionale vengono generalmente formati in passaggi transitori caratterizzati da importanti mutamenti politici o da stati d'emergenza[2]. Alla base della formazione del governo di unità nazionale c'è, dunque, la necessità di superare uno stato di negazione o di pericolo per le libertà democratiche nonché per l'indipendenza e l'unità della nazione, rimandando la normale gara fra idee e interessi contrapposti a quando la democrazia e la pace saranno ristabilite. Analogamente, un governo di unità nazionale può essere giudicato necessario in momenti relativamente tragici della storia di uno Stato, come di fronte ad un'importante crisi economica o ad una grave minaccia terroristica....

Monarchia assoluta

Per monarchia assoluta si intende una forma monarchica del governo, il cui sovrano non è condizionato da limiti esterni o interni; perciò possiede un potere assoluto, sebbene non totale. Si contrappone così alla monarchia costituzionale, dove i poteri del monarca sono espressamente limitati da una costituzione, ma anche alle forme dispotiche del potere come la tirannide.

Questa forma di governo ebbe il suo sviluppo e massima espressione nell'Europa dell'età moderna, tra i secoli XVI e XVIII: per questo il periodo tra il 1660 e il 1748 viene anche definito come età dell'Assolutismo.[1] Nonostante ciò, ancora oggi rimangono alcune monarchie che possono essere definite assolute.

Il potere del monarca era assoluto ma non illimitato, distinguendo così le monarchie assolute da forme di governo autocratiche come dispotismi e tirannidi. La legittimazione del Sovrano tramite il diritto divino infatti lo obbligava a rispettare le leggi naturali, preesistenti allo Stato, come il diritto di proprietà. Inoltre era comunque tenuto a considerare alcune leggi fondamentali del regno come il diritto di successione.

Monarchia costituzionale

La monarchia costituzionale è una forma di monarchia nella quale il sovrano regna, ma ha poteri limitati e stabiliti da una costituzione, che sono tuttavia più vasti di quelli di cui godrebbe in un sistema parlamentare. Il Re è quindi capo dello stato ed è inoltre capo del governo, la cui gestione è affidata però ad un Primo Ministro scelto dal Re stesso. Il Re può inoltre esercitare il potere legislativo, anche se tipicamente lo esercita assieme ad un'assemblea legislativa come un Parlamento (vedasi ad esempio il Regno d'Italia e l'Impero tedesco).

Nella monarchia costituzionale a capo dello Stato c'è un sovrano che esercita i poteri secondo uno Statuto costituzionale concesso dal monarca, o una Costituzione approvata dal parlamento o da un'assemblea costituente. In quest'ultimo caso si parla più precisamente di monarchia parlamentare. Al sovrano spettano poteri rappresentativi e quelli di nomina di altre cariche, come quelle della magistratura. Il monarca concorre alla prassi legislativa attraverso il potere di nomina dei membri di una delle due Camere del Parlamento – si tratta della Camera alta che ha, tuttavia, in genere poteri più ristretti, rispetto a quella eletta dal popolo; inoltre, a seconda delle costituzioni, il monarca può conservare un potere di veto, parziale o assoluto, all'atto della promulgazione delle leggi; oggi, per esempio, senza la firma del Granduca, nessuna legge può entrare in vigore nel Lussemburgo: egli dispone di un diritto di veto assoluto, sebbene il Granducato si configuri più come una monarchia parlamentare che costituzionale. Il potere giudiziario, infine, viene amministrato da un corpo di funzionari a ciò preposti, i giudici, la cui indipendenza è garantita dal sovrano; essi amministrano la giustizia in suo nome. In questa formula, come si vede, il capo del governo non è che un fiduciario del sovrano; pertanto, l'eventuale voto di sfiducia da parte del Parlamento non può determinarne la caduta. La naturale evoluzione della monarchia costituzionale è la monarchia parlamentare, in cui la figura del re funge da garante della costituzione e dell'unità nazionale - come ad esempio in Spagna e in Gran Bretagna - rendendosi assimilabile alla figura del presidente di una Repubblica parlamentare; non ha più il potere esecutivo, in quanto la nomina del primo ministro è affidata soltanto formalmente al monarca, mentre di fatto egli è indicato dalle forze politiche di maggioranza presenti nel parlamento, al quale spetta dare la fiducia al governo.

In Italia la prima Carta Costituzionale si ebbe nel 1812 nel Regno di Sicilia quando venne promulgato il primo Statuto a Palermo. Poi nel Regno delle Due Sicilie nel 1820 e nel 1848 (l'anno della Primavera dei popoli) fu concessa una Costituzione, tuttavia ritirata e promulgata più volte, non agendo mai completamente e rimanendo più teorica che pratica. Sempre nel Regno di Sicilia, nel luglio del 1848, venne emanato un nuovo Statuto costituzionale non ottriato, in quanto approvato e promulgato dal Parlamento siciliano.

Nel 1848, sotto la spinta dei moti, anche Leopoldo II di Toscana, Papa Pio IX e Carlo Alberto di Savoia dovettero concedere uno statuto costituzionale. L'unica tra queste che rimase in vigore anche dopo il 1848 fu quella del Regno di Sardegna che prese il nome di Statuto Albertino. Lo stesso "Statuto" fu poi di fatto la prima costituzione del Regno d'Italia dal 1861 fino al 1946, anno nel quale l'Italia divenne una repubblica. La natura flessibile dello Statuto rese possibile la trasformazione della monarchia costituzionale italiana in una monarchia parlamentare ma anche, in seguito, la formazione dello Stato fascista.....

Monarchia elettiva

La monarchia elettiva è una forma di governo di tipo monarchico nel quale il capo di Stato, che ha titolo e poteri di monarca (re, imperatore, pontefice, ecc.), viene eletto, di norma da un collegio ristretto di principi, più raramente da un'assemblea più estesa. La forma di governo opposta, più diffusa, è la monarchia ereditaria. ..

Monarchia ereditaria

Nella monarchia ereditaria tutti i monarchi provengono dalla stessa famiglia, ed il potere è trasferito da un membro ad un altro della famiglia. Questo sistema ha il vantaggio di portare stabilità e continuità nell'opera del regnante, tanto quanto sono stabili i legami interni della famiglia. Per esempio, quando il re o la regina muore o abdica, la corona passa alla generazione successiva, ovvero ai figli, e dopo di loro ai nipoti, o in assenza, a fratelli, zii, cugini o altri parenti. L'ordine di successione è definito dalla legge, quello più frequente è basato sulla primogenitura, ma esistono anche altri metodi.

Monarchia federale

Una monarchia federale è una federazione di Stati con un singolo monarca in qualità di capo di Stato dell'intera federazione, ma in cui sono presenti altri sovrani a capo di circoscrizioni sub-statali, che formano unitamente la Monarchia. Negli ultimi anni il Regno di Spagna è stato spesso classificato come monarchia federale, nonostante non sia ufficialmente designato come tale. Il Regno del Belgio è uno Stato federale dal 1993.[2] Il Canada e l'Australia sono entrambi monarchie federali e condividono lo stesso monarca.[3][4] In entrambi i casi il sovrano è rappresentato a livello nazionale da un Governatore generale, mentre sussistono un luogotenente governatore per le province Canadesi oppure un governatore per gli Stati federati dell'Australia. Attualmente il concetto di monarchia federale è più facilmente identificabile negli Emirati Arabi Uniti e in Malaysia.[5] In entrambi i Paesi infatti il capo di Stato della federazione è scelto tra i capi (emiri e sultani rispettivamente) che governano gli Stati costituenti....

Monarchia parlamentare

La monarchia parlamentare è una forma di governo, appartenente alle forme di democrazia rappresentativa, che prevede la prevalenza del parlamento rispetto a quelle del monarca, di solito relegato in un ruolo cerimoniale.

Il classico esempio di monarchia parlamentare è rappresentato dal Regno Unito. Secondo il motto tradizionale, il sovrano britannico regna, ma non governa. Il potere esecutivo è affidato al governo guidato dal primo ministro. La nomina del premier è affidata al monarca, dovendo esso scegliere il leader del partito che abbia vinto le elezioni. Nei fatti, il primo ministro guida la politica nazionale, ma non può nominare e revocare a sua discrezione i ministri né sciogliere il parlamento, in quanto tali atti legalmente possono essere effettuati solamente dal monarca. Nel momento in cui si debbano affrontare problemi di particolare delicatezza politica, è uso che si riunisca il Consiglio di Gabinetto, un'assemblea ristretta formata solo dai ministri più importanti. Due ministri hanno particolari compiti istituzionali: il Cancelliere dello Scacchiere, che è il titolare delle finanze, e il Lord cancelliere, ministro della giustizia.
Il parlamento ha una struttura bicamerale...
Per il tramite del Commonwealth, il modello parlamentarista britannico si è diffuso in gran parte delle ex colonie inglesi. Addirittura, diversi Paesi riconoscono tutt'oggi Sua Maestà il re Carlo III come il proprio sovrano, localmente rappresentato da un governatore generale; ciò anche se in questi Paesi i poteri del monarca sono ancora meno forti che nel Regno Unito...

Premierato

Col termine premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) si indicano nel linguaggio politico varianti della forma di governo parlamentare dai contorni non sempre ben definiti. In generale le due caratteristiche che vengono attribuite (solo talvolta congiuntamente) al premierato sono l'indicazione del capo del governo da parte dell'elettorato (se non l'elezione diretta) e/o un ruolo rafforzato dello stesso capo di governo nei confronti del parlamento.[1][2][3][4][5] A seconda di quali di queste caratteristiche gli vengano attribuite,

il concetto di premierato può sovrapporsi a quello di forma di governo neoparlamentare (dove il capo del governo è eletto direttamente),[6]

a quello di cancellierato (dove il capo del governo, detto cancelliere, ha un ruolo preminente, una maggiore stabilità e una certa legittimazione popolare)

o a quello di parlamentarismo a prevalenza del governo (dove il capo del governo riceve un'investitura popolare, seppure indiretta, e il suo legame con la maggioranza parlamentare assicura al sistema un certo grado di stabilità).[7] Il concetto di premierato viene spesso ricollegato alla forma di governo del Regno Unito, il cosiddetto sistema Westminster.

Repubblica

La repubblica (dal latino: res publica, "cosa pubblica", da intendersi come "stato del popolo") è una forma di governo di uno Stato, appartenente alle forme di democrazia rappresentativa o aristocratica, in cui la sovranità viene esercitata dal popolo secondo forme stabilite dal sistema politico che, nei sistemi repubblicani moderni, può prevedere una costituzione scritta o una serie di leggi costituzionali.

Repubblica direttoriale

Una repubblica direttoriale è un tipo di repubblica in cui un organo collegiale composto da una pluralità di persone fisiche funge da Capo dello Stato e del Governo, senza dipendere dal voto di fiducia del Parlamento, ma solo dalla consultazione elettorale. Tale forma di governo, il cui primo esempio è rappresentato dal Direttorio francese del 1795 (ma anche il precedente governo della Convenzione nazionale e del Comitato di salute pubblica, formalmente assemblearismo, nonché il successivo Consolato sono assimilabili a questa forma), è attualmente adottata soltanto dalla Svizzera, tanto a livello federale quanto per i singoli Cantoni membri della Confederazione. Solo a livello cantonale, però, l'esecutivo è eletto direttamente dal popolo.
Nel passato, tale sistema costituzionale fu adottato in Uruguay tra il 1952 e il 1967 durante il Consejo Nacional de Gobierno e in Jugoslavia dalla morte del maresciallo Tito nel 1980 allo scioglimento della federazione nel 1992. In ambo i casi non rimase in vigore che per un breve lasso di tempo. Questo sistema di governo fu in vigore formalmente anche in paesi del blocco orientale, come nella Repubblica Democratica Tedesca con la costituzione nel 1960 del Consiglio di Stato. In pratica tuttavia questo organismo era subordinato al Comitato Centrale della SED, dove venivano prese tutte le decisioni più importanti.[1] Un sistema simile si vide precedentemente nella Lega Lombarda, dove il compito di guidarla era affidato ad un consiglio di dotti nominati dai singoli comuni, l'universitas,[2] e nel Priorato delle Arti della Repubblica di Firenze. All'apparenza il Consiglio federale svizzero potrebbe sembrare un tipico governo parlamentare; tecnicamente non si tratta, tuttavia, di una riunione di ministri, bensì di un collegio di capi di Stato. Il Presidente di turno della Confederazione è in effetti soltanto un primus inter pares con funzioni di rappresentanza in particolare per la diplomazia con gli altri Stati, senza alcun potere né di direzione né di coordinamento dell'attività dei colleghi[3]. Il legame del sistema direttoriale elvetico con il sistema presidenziale è ancora più evidente per i Governi cantonali, i quali attualmente sono eletti tutti direttamente dal popolo.

A livello federale, invece, la somiglianza più forte con il sistema presidenziale sta nel fatto che l'esecutivo non debba contare su una maggioranza precostituita nell'assemblea legislativa. La composizione del consiglio federale infatti comprende esponenti dei diversi partiti politici, appartenenti tanto alla sinistra quanto alla destra.

Inoltre, anche se eletti dall'assemblea federale, i consiglieri sono tuttavia in carica per un tempo predeterminato e non sono, quindi, tenuti ad una responsabilità politica continuativa verso il potere legislativo.

In altre parole, la Svizzera non conosce crisi di governo, né mozioni di sfiducia; reciprocamente, il Governo non ha alcun potere di scioglimento delle Camere. Ne consegue che il Consiglio federale o singoli suoi membri rimangono in carica anche qualora il loro indirizzo politico, nella forma ad esempio di un progetto di legge, sia rifiutato dall'assemblea federale, dai cantoni o direttamente dal popolo.

Tuttavia, gli altri organi di governo (ed anche il popolo stesso, mediante l'ampia diffusione degli strumenti di democrazia diretta) conservano in Svizzera un ruolo importante nell'attività di formazione delle nuove leggi.

Repubblica parlamentare

La repubblica parlamentare è una forma di governo in cui la rappresentanza della volontà popolare è affidata, tramite elezioni politiche, al parlamento, che in quanto tale, elegge in modi diversi sia il governo che (in alcuni casi) il presidente della repubblica. Il presidente della repubblica ha una funzione di garanzia verso le parti politiche e di rappresentanza dell'unità nazionale, perciò usualmente non ha forti poteri di influenza politica sulle istituzioni.

Il parlamento si rapporta con il governo tramite il voto di fiducia: in questo modo esso ha perennemente il controllo sugli atti dell'esecutivo con possibilità di revocarlo e nominarne un altro.

Il giudizio sull'operato di una certa maggioranza parlamentare e del suo governo viene quindi espresso dai cittadini solo tramite il rinnovo dell'assemblea legislativa, diversamente da quanto avviene nelle repubbliche presidenziali.

Tale forma di governo è quella dominante in Europa[1]. Vi sono anche repubbliche parlamentari in cui il presidente è eletto direttamente a suffragio universale.

I vantaggi di questo sistema di governo sono: Equa divisione dei poteri senza alcun rischio di possibili derive autoritarie da parte di alcun organo statale.
Più svincoli al parlamento.
Nel caso in cui il Capo del Governo non risponda più alle esigenze dei cittadini, il parlamento, cioè la rappresentanza di questi ultimi, può facilmente destituire il Premier per nominare un altro.
Gli svantaggi sono: Il capo dello Stato non ha sostanziali poteri propri: rappresenta l’unità nazionale ma non detiene poteri politici.
Il capo del governo, nelle repubbliche parlamentari, non è eletto dai cittadini, mettendo quindi a rischio il concetto di “potere del popolo”.

Repubblica presidenziale

La repubblica presidenziale (o presidenzialismo) è una forma di governo, che appartiene alle forme di democrazia rappresentativa, in cui il potere esecutivo si concentra nella figura del Presidente che è sia il capo dello Stato sia il capo del governo.

Generalmente questo è democraticamente eletto direttamente dai cittadini e forma il suo governo; essendo capo di Stato non ha bisogno di voto di fiducia parlamentare anche perché, avendo già ottenuto il voto della maggioranza dei cittadini, non ha bisogno della fiducia dei loro rappresentanti. La legittimazione attraverso il voto conferisce al presidente una chiara superiorità rispetto ai suoi ministri, non sempre rimarcata nei sistemi parlamentari.

Il Parlamento, eletto indipendentemente dal Presidente, è il solo titolare del potere legislativo.

Per controbilanciare il grande potere politico affidato al Presidente, infatti, ai deputati viene affidata l'esclusiva potestà di iniziativa legislativa.

Il Presidente non può assolutamente modificare le leggi se non affidandosi a deputati a lui vicini che agiscano secondo i desideri del Capo dello Stato.

La potestà legislativa non può essere delegata in alcun modo al governo neanche per motivi d'urgenza.

Questa netta divisione funzionale fra Parlamento e Presidente si riflette nell'insindacabilità politica reciproca fra i due organi: il Parlamento non può licenziare il Presidente il quale a sua volta non può sciogliere le Camere.
È il principio cardine della separazione dei poteri che garantisce la democraticità di questa forma di governo. Tuttavia è presente un sistema di controllo reciproco (checks and balances, ossia pesi e contrappesi) con cui i titolari dei suddetti due poteri si limitano:

il parlamento ha il potere della borsa (approvazione del bilancio e degli interventi comportanti nuove spese),

mentre il presidente è titolare del potere di bloccare le leggi emanate dal parlamento.

A corollario del sistema, secondo i principi di Montesquieu, vi è l'indipendenza del potere giudiziario, il quale è diretto da una Corte Suprema nominata dal Presidente ma da quest'ultimo totalmente autonoma, in quanto non revocabile e vitalizia.

Tuttavia, il possesso da parte del Presidente del monopolio della forza statale, in quanto il potere esecutivo è quello deputato all'uso delle forze dell'ordine, delle forze armate e dei servizi segreti, rappresenta un potente punto di vantaggio rispetto agli altri organi istituzionali.

A volte l'istituzione della repubblica presidenziale è usata per dare legittimità a quella che nei fatti è una dittatura, dove il presidente/dittatore tiene sotto controllo con la forza le assemblee legislative e il sistema giudiziario, finendo in ultimo per avere il controllo sulle elezioni presidenziali da cui trae la legittimità a governare.

Un esempio storico è la presidenza di Napoleone III a capo della Seconda repubblica francese....

Repubblica semipresidenziale

La repubblica semipresidenziale o più correttamente, un regime/sistema semipresidenziale (il «semipresidenzialismo») è una forma di governo, appartenente alle forme della democrazia rappresentativa o indiretta. In tale contesto si ha una struttura diarchica nella gestione del potere esecutivo, diviso tra il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro[1].

Oltre a ciò, il governo si trova a dipendere dalla fiducia di due organi designati da due differenti consultazioni elettorali, il Presidente della repubblica e il Parlamento.


Il Primo Ministro viene perciò nominato dal Presidente, ma necessita, insieme al resto del suo esecutivo, della fiducia parlamentare.
In sintesi con sistema semipresidenziale si intende un sistema nel quale: il Presidente della repubblica è eletto direttamente dal popolo e, soprattutto, ha sostanziali e reali poteri propri;
il Primo Ministro e il suo Governo sono responsabili davanti al Parlamento, in quanto espressione della maggioranza di esso a seguito delle elezioni.

Diverse nazioni dell'Europa occidentale possiedono o possedevano queste caratteristiche[2]: la Repubblica di Weimar (1919-1933)[3], la Finlandia[4] (1919-2000), l'Austria[5] (dal 1929), l'Irlanda[5] (dal 1937), l'Islanda[5] (dal 1945), la Francia (dal 1958/'62[6]) e il Portogallo[7][8] (dal 1976). Nell'Europa orientale questo ordinamento è in vigore ad esempio in Lituania, Ucraina e Romania. Questa forma di governo è generalmente caratterizzata dai seguenti punti: l'elezione del Presidente della repubblica avviene con voto popolare distinto ed autonomo rispetto a quello del Parlamento[6];
il presidente della repubblica ha reali prerogative e poteri propri che può esercitare;
il potere esecutivo è condiviso con il Primo Ministro e il Governo, che però può essere scelto ed eventualmente revocato dal Presidente della repubblica;
Il primo ministro ed il governo sono espressione della maggioranza parlamentare e possono essere sfiduciati dal parlamento ed in alcuni casi revocati dal presidente; quest'ultimo non è ovviamente sfiduciabile;
l'eventuale scioglimento del Parlamento da parte del Presidente della repubblica avviene nei limiti costituzionali.
...

Falsi semipresidenzialismi

Formalmente, il sistema semipresidenziale fu adottato anche in numerosi Stati del Terzo Mondo (soprattutto nell'Africa francofona).

Tuttavia la stragrande maggioranza di questi stati è totalmente o in gran parte priva di ogni crisma di democraticità, essendo assenti elezioni multipartitiche o svolgendosi consultazioni popolari assolutamente non libere, con minacce ed incarcerazioni di esponenti dell'opposizione e monopolio dell'informazione da parte del Governo.

In tali casi il partito del Presidente è o unico o decisamente maggioritario e dunque ogni controllo parlamentare sull'operato del Capo dello Stato è puramente formale.

Il Presidente, che di norma tende a mantenere la carica a vita, non è nient'altro che un dittatore più discreto a capo di uno stato autoritario, attuando quella che in spagnolo viene chiamata una dictablanda.
Tali sistemi autoritari o a volte totalitari – che siano semipresidenziali o presidenziali –, estranei alle forme di Stato democratiche – democrazia illiberale o democrazia totalitaria –, sono dunque da considerarsi delle vere e proprie dittature. Secondo il Democracy Index o il Polity data series[26] o il Democracy Ranking[27], tra i paesi con un sistema semipresidenziale solo il Burkina Faso, la Francia, la Georgia, la Guyana, il Kirghizistan, la Lituania, il Madagascar, la Mongolia, il Portogallo, la Romania, il Senegal, lo Sri Lanka, Taiwan, Timor Est e la Tunisia sono dei paesi democratici....

Androcrazia

Androcrazia è un termine che deriva dall'unione delle parole greche ἀνήρ ("uomo"), genitivo ἀνδρός andros, e κράτος kratos ("governo") e lo si intende come governo dei maschi.

Si tratta di una forma di governo in cui i governanti sono uomini.

Al di là del suo significato letterale, il termine include l'esercizio del potere maschile in generale non soltanto non condiviso con la donna, ma con questa quale soggetto subordinato.

Anarchismo

L'anarchismo è definito come la filosofia politica applicata[1] o il metodo di lotta alla base dei movimenti libertari volti fattualmente già dal XIX secolo al raggiungimento dell'anarchia come organizzazione societaria, teorizzante che lo Stato sia indesiderabile, non necessario e dannoso[2][3][4][5][6][7] o in alternativa come la filosofia politica che si oppone all'autorità o all'organizzazione gerarchica nello svolgimento delle relazioni umane.[8][9][10][11][12][13]

I fautori dell'anarchismo, noti come anarchici, propongono società senza Stato basate sulle associazioni volontarie[14][15] e non gerarchiche.

Storicamente, il movimento anarchico si è sviluppato in seno al movimento operaio in quanto espressione, al pari delle altre correnti socialiste, della protesta dei lavoratori contro lo sfruttamento moderno.

Su questo punto, esso può essere considerato come una reazione radicale alla condizione operaia del XIX secolo, caratterizzata dalla forte gerarchizzazione del salariato e dalla netta divisione in classi della società.

Dalla loro nascita, tuttavia le idee anarchiche entrano in conflitto sia con le concezioni riformiste del socialismo (che sostenevano la possibilità di cambiare "progressivamente" le basi inegualitarie della società capitalista) che con le concezioni marxiste, in particolare per quanto riguarda l'uso dello stato come mezzo rivoluzionario. L'obiettivo della teoria anarchica è la nascita di una società di uomini e donne liberi e uguali dal punto di vista dei diritti.

Libertà ed eguaglianza dei diritti sono i due concetti chiave attorno ai quali si articolano tutti i progetti libertari.

Differenze sorgono sull'interpretazione del concetto di eguaglianza:

mentre infatti le correnti che si rifanno al comunismo considerano desiderabile e perseguono l'eguaglianza considerata come uniformità dal punto di vista dei mezzi a disposizione di ogni individuo per perseguire i propri scopi,

le correnti che sostengono il libero mercato (i sostenitori del cosiddetto "socialismo di mercato") considerano l'uniformità come un'utopia che oltre ad essere indesiderabile è, a causa della naturale diversità degli individui, irraggiungibile. In quanto socialisti, tutti gli anarchici sostengono il possesso collettivo dei mezzi di produzione e di distribuzione.

In quanto libertari, essi pensano che la libertà dispieghi il suo reale significato in quanto accompagnata dall'eguaglianza. Libertà ed eguaglianza devono essere "concrete", cioè sociali e fondate sul riconoscimento uguale e reciproco della libertà di tutti.
Mentre il pensiero borghese liberale aveva come motto "la mia libertà finisce dove inizia la tua", per gli anarchici (a eccezione degli anarco-individualisti) la libertà dell'individuo non è limitata ma confermata dalla libertà altrui.
Per realizzare una tale società, gli anarchici ritengono indispensabile combattere non solo le forme di sfruttamento economico ma anche quelle di dominazione politica, ideologica e religiosa.

Per gli anarchici, tutti i governi, tutti i poteri statali, quale che sia la loro composizione, origine e legittimità, rendono materialmente possibile la dominazione e lo sfruttamento di una parte della società sull'altra.


Secondo Proudhon, lo Stato non è che un parassita della società che la libera organizzazione dei produttori e dei consumatori deve e può rendere inutile.

Su questo punto le concezioni anarchiche sono totalmente divergenti dalle concezioni liberali che fanno dello Stato l'arbitro necessario ad assicurare la pace civile. Per la critica anarchica, il ricorso ad una dittatura, definita proletaria, non ha condotto al deperimento dello Stato (e alla sua "estinzione" in termini marxiani) ma allo sviluppo di una enorme burocrazia fonte di soffocamento della vita sociale e della libera iniziativa individuale. Al modo di organizzazione della vita sociale governativo e centralizzatore, i libertari oppongono un modo di organizzazione federalista che permetta di sostituire lo Stato, e tutta la sua macchina amministrativa burocratica, attraverso la presa in carico collettiva da parte degli stessi interessati di tutte le funzioni inerenti alla vita sociale che si trovano precedentemente monopolizzate e gestite da organismi statali, posti al di sopra della società. Il federalismo, in quanto modo di organizzazione, costituisce il punto di riferimento centrale dell'anarchismo, il fondamento e il metodo sul quale si costruisce il socialismo libertario.

Il federalismo così inteso ha ovviamente ben poco a che vedere con le forme conosciute di federalismo politico praticato da un buon numero di Stati.

Per i libertari non si tratta di una semplice tecnica di governo ma di un principio di organizzazione sociale a sé stante, capace cioè di inglobare tutti gli aspetti della vita di una collettività umana.
Il pensiero anarchico è dunque ben lontano dal negare il problema dell'importanza dell'organizzazione, ma esso si pone come obiettivo un'altra forma di organizzazione con la quale rispondere agli imperativi collettivi.

Gli uni e le altre si associano per garantirsi vicendevolmente e per provvedere ai bisogni individuali e collettivi.

Così, se l'autogestione nelle imprese rende possibile la sostituzione del salariato con la realizzazione del lavoro associato, l'organizzazione federativa dei produttori, delle comuni, delle regioni permette la sostituzione dello Stato. Essa intende presentarsi come il complemento indispensabile per la realizzazione del socialismo e la migliore garanzia della libertà individuale.

Il fondamento di tale organizzazione è il contratto, uguale e reciproco, volontario, non "teorico" ma effettivo, che si può modificare per volontà dei contraenti (associazioni dei produttori e dei consumatori, ecc.) e capace di riconoscere il diritto di iniziativa di tutti i componenti della società.
Così definito, il contratto federativo permette di precisare anche i diritti e i doveri di ciascuno e di sviluppare i principi di un vero diritto sociale in grado di regolamentare gli eventuali conflitti che possono sorgere tra individui, gruppi o collettività, o anche fra regioni, senza per altro rimettere in causa l'autonomia dei suoi componenti, il che permette all'organizzazione federalista di opporsi tanto al centralismo che al "lasciar fare" dell'individualismo liberale. Secondo gli anarchici tuttavia una tale organizzazione non può pretendere di sopprimere tutti i conflitti ed essi potranno continuare a prodursi a tutti i livelli anche nella società federalista.

Tuttavia il federalismo costituisce un metodo per risolvere le questioni sociali nel rispetto della massima libertà di ciascuno senza dar ricorso ad arbitraggi governativi possibili fonti di nuovi privilegi. Inoltre gli anarchici sostengono che i problemi sociali, nell'organizzazione socialista verrebbero affrontati e risolti nell'interesse di tutti, non semplicemente repressi come è solito fare lo Stato (quando addirittura non li favorisce per aumentare nei sottoposti il bisogno di un'autorità regolatrice). Per gli anarchici esiste un legame indissolubile tra il fine perseguito e i metodi adoperati per raggiungerlo.

Tuttavia essi pensano che il fine non giustifichi i mezzi e che questi ultimi devono sempre, nella misura del possibile, essere in accordo con il fine perseguito. Lo scopo dell'azione anarchica non vuole essere in alcun caso la "conquista" del potere o la gestione dell'esistente. L'approccio dei libertari è quello di opporre soluzioni sociali alle soluzioni politiche dimostrandosi con ciò non politici ma antipolitici.

D'altra parte, storicamente, i libertari hanno sempre considerato almeno con scetticismo l'idea di poter utilizzare l'arma elettorale o il parlamentarismo per mutare le condizioni di vita in seno alle democrazie borghesi.

All'azione politica e parlamentare, tesa alla conquista del potere, essi preferiscono l'azione diretta di massa, vale a dire l'autogestione generalizzata e senza deleghe di potere. I libertari ritengono che per i lavoratori la pratica dell'azione diretta, e in particolare dello sciopero, sia anche il migliore e più efficace mezzo di lotta. Essi propagandano inoltre l'autorganizzazione e l'azione collettiva e autonoma dei lavoratori. Gli anarchici non sono e non aspirano a divenire un'avanguardia o a svolgere un ruolo dirigente, poiché ritengono che non esista nessuno che possa occuparsi dei propri affari meglio dell'interessato stesso.

Ma perché ciò sia possibile occorre che i lavoratori prendano coscienza di ciò che Proudhon ha definito la "loro capacità politica".

I lavoratori rappresentano la forza reale di una società e solo da essi può venire una sua trasformazione profonda.

L'azione anarchica ha sempre mirato, prima di ogni altra cosa, alla difesa degli sfruttati e appoggia tutte le rivendicazioni che vanno nel senso di un miglioramento delle condizioni di vita e del progresso sociale. Numerosi libertari hanno visto nelle organizzazioni sindacali non soltanto degli organismi di difesa degli interessi dei salariati, ma anche una potenziale forza di trasformazione sociale.


Da questo punto di vista, il federalismo libertario non può essere realizzato senza il concorso attivo dei sindacati operai poiché, da una parte, questi ultimi sono qualificati ad organizzare la produzione e, dall'altra, essi hanno il vantaggio di raggruppare i lavoratori in quanto produttori.


Da un punto di vista libertario, un'organizzazione sindacale deve, nel suo funzionamento come nei suoi principi: cercare di mantenere la sua autonomia nei riguardi di tutte le organizzazioni politiche che vorrebbero controllarla e nei riguardi dello Stato;

praticare il federalismo e una vera democrazia diretta dal basso, sole garanzie solide contro ogni forma di burocratizzazione;

darsi contemporaneamente l'obiettivo di ottenere la soddisfazione delle rivendicazioni immediate, materiali, e di preparare i lavoratori ad assicurare la gestione della produzione nel futuro.

Quest'ultimo punto è assai importante poiché, per gli anarchici, il sindacato e l'azione sindacale non sono e non possono essere considerati come una finalità in sé. La sua autonomia non deve significare "neutralità" nei riguardi del potere o dei partiti perché ciò significherebbe perdere una gran parte delle sue potenzialità di cambiamento e di rottura.

Gli anarchici ritengono che il sindacato, se non vuol cadere nel tradeunionismo, si doti di un programma di trasformazione sociale e di una pratica conseguente.
L'azione sindacale non è tuttavia il solo mezzo di lotta di cui dispongono i lavoratori, che possono e devono, secondo le circostanze dotarsi delle forme organizzative e di resistenza che paiono loro utili e opportune.

Autocrazia

L'autocrazia è una forma di governo in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto ed incontrastabile.

In pratica, un autocrate è una figura che non solo ha la suprema titolarità su tutti i poteri dello stato, ma è essa stessa l'unica entità nello stato dotata di potere decisionale, mentre ogni altro funzionario è privo di qualunque indipendenza giuridica effettiva, è privo di funzioni o direttamente non esiste, e che esercita senza alcuna limitazione o vincolo.

Un'autocrazia, pur essendo più comune nelle monarchie, non è solo una versione estremizzata ed altamente potenziata della monarchia assoluta, ma un enorme potenziamento di qualsiasi stato autoritario, sia esso monarchico o repubblicano.

Dagli ultimi anni del XX Sec. sta prendendo forma un nuovo tipo di regime, considerato un ibrido, tra i classici regimi autocratici e le democrazie: la cosiddetta "autocrazia elettiva", regime nella quale chi è eletto al potere, non solo condiziona col suo programma e comportamento l'indirizzo politico e sociale del Paese, ma esercita un diretto e oppressivo controllo e censura su tutte le libertà presenti (pensiero, parola, stampa, media, associazioni, religioni, ideali e appartenenze politiche) pur mantenendo in auge la possibilità di nuove "regolari" elezioni politiche ed amministrative, compresi i referendum, nazionali o locali: eventi che risultano però, ai controlli delle varie commissioni di garanzia internazionali, sempre più spesso piuttosto condizionati, se non addirittura del tutto falsati.

Tra gli esempi attuali di questi regimi autocratici elettivi possono annoverarsi la Federazione Russa, la Bielorussia, la Turchia, l'Ungheria e alcune repubbliche asiatiche dell'area ex-sovietica...

Centrismo

Centrismo[1][2] o centro è il termine usato per definire l'area dello schieramento politico che si colloca fra i conservatori (destra) e i progressisti (sinistra).

Il centrismo è una visione o una posizione politica che implica l'accettazione e il sostegno di un equilibrio di uguaglianza sociale e un grado di gerarchia sociale, mentre si oppone ai cambiamenti politici che si tradurrebbero in un significativo spostamento della società fortemente a sinistra o a destra.[3]
Sia la politica di centro-sinistra che quella di centrodestra implicano un'associazione generale con il centrismo che si combina con una certa inclinazione ai rispettivi lati dello spettro politico sinistra-destra.


Varie ideologie politiche, come il cristianesimo democratico e il liberalismo sociale (o moderno), possono essere classificate come centriste,[4] così come la terza via, un movimento politico moderno che tenta di conciliare la politica di destra e quella di sinistra sostenendo una sintesi delle piattaforme economiche di centrodestra con le politiche sociali di centrosinistra.[5][6]
Esso ha un significato diverso nella tradizione marxista, dove si analizza sostanzialmente la posizione intermedia tra rivoluzionari e riformisti rivendicata dai partiti dell'Unione dei Partiti Socialisti per l'Azione Internazionale. In Italia, dal 1946 in poi, il centrismo è stato principalmente sinonimo di cristianesimo democratico.

La DC ha racchiuso al proprio interno variegate posizioni sia in campo economico-sociale che culturale, tutte, però, cresciute nel comune alveo della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Accanto alla DC, in Italia, altri partiti inseriti nella corrente "centrista" da alcuni esperti e analisti sono stati il Partito Liberale Italiano (PLI), il Partito Repubblicano Italiano (PRI) e il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), il primo collocato più precisamente nel centro-destra e gli altri due nel centro-sinistra.

Il PLI è l'erede della cultura liberale al governo del paese dal 1861 al 1922, il PRI della cultura mazziniana. Il primo può genericamente essere definito un partito liberale conservatore (almeno fino alla svolta lib-lab di fine anni settanta; difatti altri studiosi lo collocano come un partito che, in origine, era esclusivamente di "destra"), mentre il secondo liberale sociale (secondo una definizione di Ugo La Malfa).

Soprattutto in seguito agli anni Settanta, periodo che vide la definitiva affermazione all'interno del PLI della corrente della "sinistra" interna, PLI e PRI tesero sempre più a identificarsi in una comune nuova area politica di ispirazione socio-liberale, da cui le liste comuni per le elezioni europee.[29][30][31][32] È possibile inoltre definire "centrista" anche il PSDI, partito socialdemocratico e moderato fondato da Giuseppe Saragat, che scelse fin dalla sua fondazione la partecipazione ai governi centristi e rappresentò sempre un alleato fedele per la DC. Il PSDI in pratica, anticipando di quarant'anni le mosse dei partiti socialdemocratici europei, portò la socialdemocrazia italiana su posizioni di centro: una "terza via" ante litteram, potremmo dire.

Pur essendo il PSDI un partito complessivamente "centrista", al suo interno non mancava però un'area di "sinistra" (come del resto anche nel PRI) che teneva a rimarcare la matrice socialista del partito e pur non volendo rinunciare agli ottimi rapporti con la DC, guardava con più "familiarità" al PSI.[33][34][35] Nell'epoca della cosiddetta Seconda Repubblica e, segnatamente, a partire dal 1994, possono definirsi centristi: partiti di ispirazione democristiana: Centro Cristiano Democratico (CCD), Cristiani Democratici Uniti (CDU) e Democrazia Europea (DE), confluiti nell'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC), Partito Popolare Italiano (PPI), confluito in Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), Popolari UDEUR (UDEUR), Democrazia Cristiana per le Autonomie (DCA), Popolo della Famiglia (PdF);

partiti di ispirazione laica o liberale: Rinnovamento Italiano (RI) e I Democratici, confluiti in DL, Patto Segni (Patto), Riformatori Liberali (RL), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Radicali Italiani (Rad), Movimento Repubblicani Europei (MRE), Italia Viva (IV), +Europa e Azione;

partiti di estrazione politica eterogenea: Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), che unisce cristiano-sociali, socio-liberali e socialdemocratici; Forza Italia (FI), nata dall'incontro di democristiani, liberali e socialdemocratici e che, dopo la confluenza, nel 2009 ne Il Popolo della Libertà, è stata ricostituita nella nuova Forza Italia; l'Italia dei Valori (IdV); Centro Democratico.

FI, UDC, SVP e PdF aderiscono al Partito Popolare Europeo (PPE), mentre DL era membro fondatore del Partito Democratico Europeo (PDE) e, all'interno del Parlamento europeo, aderiva al Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa.
A livello internazionale, i partiti democratici cristiani hanno dato vita all'Internazionale Democratica Centrista, mentre i liberali sono riuniti nell'Internazionale Liberale. Alcuni gruppi e partiti centristi, tra i quali La Margherita italiana, l'UDF francese e la New Democrat Coalition americana, hanno dato vita, insieme a partiti di ispirazione liberale e centrista all'Alleanza dei Democratici...

Cleptocrazia

Cleptocrazia (dal greco: κλέπτω "kleptō" (rubare) e κράτος "kratos" (potere), ovvero governo del furto), è una modalità di governo deviata che rappresenta il culmine della corruzione politica e una forma estrema dell'uso del governo per la ricerca del profitto personale di chi occupa posizioni di potere.
Oltre che al singolo governante può riferirsi ad ambiti più ampi come nel caso di élite o lobby[1] che si appropriano di una parte cospicua della ricchezza di un Paese adducendo giustificazioni di vario tipo, ideologico o religioso ad esempio.

Si tratta di società fortemente gerarchizzate, in cui esiste una casta che detiene saldamente il potere e abitualmente pratica l'endogamia. Generalmente in una cleptocrazia i governanti e i loro sodali usano meccanismi di governo volti alla spoliazione sistematica di risorse del Paese amministrato:

impongono quindi pesanti regimi di tassazione allo scopo di ammassare ingenti fortune personali

o impiegano strumenti quali per esempio il riciclaggio di denaro, conti bancari anonimi, falso in bilancio e altri sistemi simili allo scopo di proteggere e nascondere i guadagni illeciti derivanti dalle attività di governo.
Le cleptocrazie tendono a essere "stabilmente instabili" mediante un sistema costituito sulla successione di "ladri" che si alternano scalzando i predecessori senza però adoperarsi per risolvere i bisogni della popolazione.

Inoltre, poiché ogni sistema costruito sulla corruzione sistematica impone una tassazione sulle imprese e persone che non viene restituita sotto forma di servizi per i cittadini e le imprese, le cleptocrazie tendono inevitabilmente a generare un sistema economico inefficiente.

Generalmente, i governi di tipo cleptocratico ignorano i problemi economici e sociali dello Stato interessato, perché principalmente impegnati nella ricerca del benessere e del potere personale e difficilmente hanno possibilità di costruire un sistema repressivo avanzato per timore di subire un colpo di Stato: per questi motivi tali governi sono spesso impotenti di fronte alle crisi sociali più acute e accade quindi che i paesi da essi governati sprofondino nella guerra civile e nel caos civile o che cadano in situazioni di indebitamento pubblico eccezionale.
In Italia il termine è stato utilizzato da Giovanni Spadolini nelle sue vesti di Presidente del Consiglio e di Ministro della Difesa negli anni ottanta: «I repubblicani riaffermano la necessità di scelte politiche commisurate al carattere essenzialmente politico della questione morale. A cominciare da quelle aree del parastato e dell'economia pubblica che debbono essere liberate da tutti gli inquinamenti corruttori della tangentocrazia e della cleptocrazia».[9]
La questione morale aveva assunto questa caratteristica dopo i primi scandali degli anni settanta[10] e poi esplose come problema nazionale alla luce delle inchieste[11] di Mani pulite[12]: "la vicenda di Tangentopoli è in larga misura esemplare, perché ha fatto emergere un elemento patologico della vita politica italiana che era stato coperto appunto dalle ideologie.
A fronte di coloro che hanno evidenziato la "frantumazione" della classe dirigente a seguito della reazione giustizialista a Tangentopoli,[15] la questione morale è sempre più frequentemente indicata quale prioritario ambito di intervento dei legislatori nazionali e di quelli comunitari, mediante strumenti prescrittivi che dovrebbero servire ad arginare il fenomeno della corruzione e a migliorare la qualità del servizio reso al cittadino/utente.

Per una stabile prevenzione della cleptocrazia, si è però sostenuto che la gravità del fenomeno della corruzione, così come di altri comportamenti contrari all'etica pubblica, non può essere efficacemente contrastata soltanto con l'introduzione di ulteriori prescrizioni e sanzioni:

occorrerebbe anche il "consolidamento di un sistema di valori nel quale, la considerazione sociale della funzione, costituisca motivo di gratificazione (...) privo di tale difesa, il dirigente pubblico non soltanto è più esposto a sollecitazioni che, indipendentemente dal fatto che vengano raccolte o respinte, incidono negativamente sul clima generale, ma si presenta più debole nel confronto con altri soggetti il cui punto di vista, in occasione di scelte delle quali è responsabile, può essere diverso, se non addirittura opposto al suo"...

Clericalismo

La parola clericalismo indica un agire in senso politico che mira alla salvaguardia e al raggiungimento degli interessi del clero e, conseguentemente, si concretizza nel tentativo di indebolire la laicità di uno Stato attraverso il diretto intervento nella sfera politica e amministrativa da parte di sostenitori anche non appartenenti al clero o, talvolta, non credenti.

Al clericalismo si contrappone politicamente il laicismo e ideologicamente l'anticlericalismo.

In ambiente cattolico il termine "clericale" designa la posizione di coloro che tendono a ridurre al minimo la partecipazione attiva dei laici all'esercizio spirituale del Clero.
Ma al di là dei termini del dibattito politico e religioso, per cui si preferisce parlare di "teodem" e "teocon" contrapposti a "laicisti", sembra essere in atto uno scontro tra clericali e anticlericali, considerati, come portatori di un'ideologia relativista, materialista, con l'obiettivo di cancellare o ridurre il ruolo della religione nella vita sociale.
Dal punto di vista dei laici, tuttavia, questo scontro si manifesta come un tentativo della Chiesa di imporre, attraverso una strategia di comunicazione e di lobbying, i suoi valori anche a coloro che professano fedi diverse o non credono affatto.

Costoro comunque, nell'interpretazione della Chiesa, condividono gli universali principii umani che vanno salvaguardati al di là delle proprie convinzioni religiose o laiche. La contrapposizione non verte più, come in un lontano passato, sulla partecipazione o meno dei cattolici alla vita politica, ma su temi sociali di rilevanza etica, riguardo ai quali, secondo gli esponenti del clericalismo, i cattolici devono battersi per difenderne gli aspetti umani e cristiani. Una questione oggi dibattuta è sul significato da attribuire al termine "ingerenza".

La gerarchia cattolica rivendica alla Chiesa, depositaria della tradizione apostolica, il diritto-dovere, secondo la sua funzione, di guidare i fedeli, e di predicare i principi morali, che i cattolici devono seguire.
I sostenitori dell'ingerenza del Clero nella vita politica e morale dei cittadini rifiutano l'accusa di clericalismo ed anzi accusano di "laicismo" (ritengono infatti che si possa distinguere fino alla contrapposizione tra laicità e laicismo) chi sostiene posizioni opposte.
Cosicché, quando, ad esempio, la gerarchia ecclesiastica si pronuncia sulla fecondazione medicalmente assistita e sulla ricerca scientifica sulle cellule staminali, afferma di farlo da posizioni "laiche" poiché difende il valore della vita (che del resto non è negato neppure dai laici) ritenendolo un valore non solo cristiano, ma umano. Per questo essa giudica legittimo avvalersi di cattolici impegnati nella vita politica, che sostengano non solo le posizioni della Chiesa cattolica, ma anche i principi laici della dignità umana.
D'altra parte i laici, non solo rivendicano il diritto di legiferare su questi temi connessi a valori etici, ma obiettano di voler lasciare libera scelta ai cittadini, in nome della loro libertà di coscienza, se aderire o meno alle opportunità che offre la legge.
Secondo questa posizione, il Clero non ha l'obbligo di astenersi, secondo la sua missione, da tutti quei pronunciamenti che abbiano significato religioso e morale ma da quelli che vogliano incidere sulle decisioni politiche; il che appare al Clero stesso una negazione della propria libertà di parola e di espressione.
In questo senso gli esponenti più propriamente laici sottolineano che lo Stato italiano è costituzionalmente uno Stato non confessionale, come afferma chiaramente il combinato disposto degli art.7 e 8 della Costituzione...

Comunismo

Il comunismo (dal francese communisme, derivato da commun "comune"[1][2]) è un'ideologia politica, intesa come sistema di valori e di idee economiche, filosofiche, sociali e politiche

miranti alla creazione di una società comunista, ovvero una società egualitaria caratterizzata dall'abolizione delle classi sociali e dello Stato, dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione (collettivizzazione) e dalla completa emancipazione di tutti gli individui.

Il comunismo, teorizzato per la prima volta in modo sistematico nel XIX secolo dai due pensatori tedeschi Karl Marx e Friedrich Engels, subì diverse trasformazioni e interpretazioni in base al tempo e al luogo in cui venne rielaborato e in cui ci fu il tentativo di raggiungerlo. Engels lo definì come "la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato" ne I principi del comunismo del 1847.[3]

All'interno del comunismo coesistono numerose correnti di pensiero come l'anarco-comunismo e il marxismo. A sua volta, da quest'ultima elaborazione dell'ideologia comunista (la più fortunata a partire dalla seconda metà del XIX secolo) ne sono derivato diverse altre, come il leninismo, il trockismo, il maoismo, il marxismo-leninismo il consiliarismo, il revisionismo, il marxismo occidentale.

Conservatorismo progressista

Il conservatorismo progressista è un'ideologia politica trasversale affine al conservatorismo liberale e al conservatorismo sociale, impegnata a raccogliere e a soddisfare istanze progressiste e del liberalismo sociale[1].

Oltre a incarnare posizioni liberali su diritti civili e riforme sociali,

si propone di garantire una protezione e sicurezza sociale per i cittadini (con un moderato welfare state), onde combattere efficacemente la povertà e ridurre la criminalità,

oltre a misure economiche finalizzate ad una significativa redistribuzione della ricchezza

e la regolazione del mercato nell'interesse di produttori e consumatori, a metà fra il laissez-faire ed il radicalismo britannico.
La dottrina sociale della Chiesa esposta nella Rerum Novarum (1891) è stata da taluni identificata come una forma molto moderata di conservatorismo progressista dell'epoca..

Cristianesimo democratico

Cristianesimo democratico è un termine che, in senso lato, può riferirsi ad un impegno politico e democratico da parte dei cristiani e ad una ideologia politica dai tratti variegati.

La dottrina popolare di Don Luigi Sturzo, considerato come uno fra i padri fondatori del pensiero cristiano-democratico, è improntata su una linea di sociologia cattolica; questo ideale politico attinge dalla Rerum Novarum, la celebre enciclica di Papa Leone XIII, antesignana della dottrina sociale della Chiesa.
L'espressione democrazia cristiana, nata negli ambienti del cattolicesimo italiano alla fine del XIX secolo con la sua diffusione mondiale ha contribuito a rappresentare diversi movimenti politici con delle connotazioni valoriali talvolta divergenti;

monsignor Romolo Murri, agli inizi del XX secolo, fondò il movimento ideologico della Democrazia Cristiana, ma inizialmente non ebbe seguito poiché ritenuto alla stregua del modernismo teologico (difatti a causa di ciò venne sciolta l'Opera dei Congressi ad opera di Pio X);

nel 1919 Don Sturzo delineò un partito politico con il noto appello ai liberi e forti, il Partito Popolare. In Italia è quindi sinonimo di popolarismo. A livello internazionale negli anni settanta del Novecento è stata istituita una Internazionale Democratico Cristiana, successivamente nota come Internazionale Democratica Centrista (I.D.C) la quale, agli albori, raccoglieva diversi partiti democristiani e popolari propriamente detti.
Attualmente l'Internazionale Centrista comprende anche diversi partiti di ispirazione conservatrice, liberal democratica e genericamente centrista, in taluni casi privi di particolari riferimenti religiosi e spirituali.
Nella seconda metà del Novecento la Democrazia Cristiana, partito di ispirazione Popolare e cattolico-democratica, ebbe un ruolo rilevante nella politica italiana nell'ambito della Guerra fredda
Le politiche e le priorità dei partiti democristiani in qualche occasione differiscono da un Paese all'altro, sebbene sia possibile individuare una serie di caratteristiche che li accomunano. Rispetto al liberalismo, condivide l'impegno per i diritti umani e l'iniziativa personale, mentre si differenzia da esso per il rifiuto del laicismo e per l'enfasi del concetto per il quale l'individuo è parte di una comunità e ha dei doveri nei suoi confronti.

Rispetto al conservatorismo, condivide pienamente i valori morali (in temi come la famiglia e il diritto alla vita), l'idea "progressiva" dei mutamenti sociali (senza pericolosi strappi rivoluzionari), l'attenzione per l'ordine ed il rispetto della legge, il rifiuto del comunismo, differenziandosene per una maggiore predisposizione al cambiamento e non per la semplice difesa dello status quo.

Rispetto al socialismo, condivide la necessità di una marcata solidarietà sociale, la volontà di limitare l'"egoismo liberista", il rifiuto del fascismo. Diversamente da esso, però, sostiene l'economia di mercato e, rispetto al socialismo rivoluzionario, ripudia la violenza come mezzo per raggiungere il cambiamento.

I cristiani democratici sostengono un individualismo moderato che trova limiti nell'incontro con la libertà e con la stessa società, per cui l'individuo deve semplicemente comportarsi da buon cittadino, senza che la Chiesa lo indirizzi nell'atto della scelta, difendono l'eredità cristiana, sebbene legandola all'identità e unità nazionale, anziché adottare una posizione equidistante dalle singole fedi, come è tipico del liberalismo e della socialdemocrazia.
Attenti alle questioni sociali, convinti della cooperazione attiva tra le varie classi, difendono la proprietà privata e lo Stato sociale;

sensibili alle tematiche etiche care al mondo cattolico, non condividono le scelte legate all'aborto e all'unione omosessuale. Il cristianesimo democratico considera inoltre l'economia al servizio dell'umanità, sostenendo generalmente i modelli e le proposte dell'economia sociale di mercato[2],

senza mettere naturalmente in discussione il capitalismo,[3] criticandone solo alcuni elementi, al pari dei liberali (critici del monopolio) e, ovviamente, delle sinistre radicali e non. Negli ultimi anni alcuni partiti democristiani europei hanno abbracciato politiche liberiste;


emblematica è in tal senso l'evoluzione dell'Unione Cristiano Democratica tedesca, che ha accentuato le spinte liberali in economia, a differenza dell'Unione Cristiano Sociale bavarese, rimasta fortemente legata alla sua tradizione cristiano-sociale (nel senso tedesco del termine).
Non mancano correnti di sinistra, come il cristianesimo sociale, nonché quelle che hanno assunto i caratteri di socialismo cristiano quali (il Movimento Socialista Cristiano, componente del Partito Laburista britannico, il Partito dei Lavoratori brasiliano.
La Lega Internazionale dei Socialisti Religiosi, affiliata all'Internazionale Socialista) sono da ritenersi parte integrante della storia del socialismo e della socialdemocrazia, che nei Paesi protestanti, non è vista necessariamente come un movimento politico laicista. Sono rilevanti i legami della SPD con la Chiesa Luterana, al punto che i membri di tale chiesa contribuirono a rifondare la SPD in Germania Est nel 1989.

Cristianesimo liberale

Il cristianesimo liberale è una corrente religiosa e politica, nata e sviluppatasi nell'Europa del XIX secolo, che mirava a conciliare il pensiero cristiano con i principi liberali di libertà civili e sociali. Si è trattato di una corrente tanto teologica quanto politica.

I cattolici liberali furono favorevoli a una affermazione della libertà di coscienza, di stampa e di associazione, della separazione tra Stato e Chiesa. Lo Stato, secondo La Mennais, doveva essere "indifferente in tema di religione". La corrente liberale ebbe una particolare rilevanza all'interno della Chiesa cattolica.

I cattolici liberali in Europa attraversarono tutte le contraddizioni proprie del mondo liberale di fine Ottocento.[1]

Nel campo politico-istituzionale videro la compatibilità tra democrazia parlamentare e cristianesimo,

ma nel campo economico-sociale non colsero del tutto l'emergere di una nuova classe sociale, il proletariato, che avrebbe, invece, attirato l'attenzione del nascente mondo socialista.

Solo in un secondo momento il cristianesimo democratico riuscì parzialmente a incanalare le esigenze del mondo del lavoro all'interno della componente del cristianesimo sociale.

Il cattolicesimo liberale perse ogni importanza dal punto di vista politico, perché, se, da un lato, le sue posizioni in campo economico erano state assorbite dal cristianesimo democratico, la sua attenzione verso la laicità dello Stato era sostenuta dai cristiano-sociali.
In campo religioso, le correnti liberali si distaccarono dalla Chiesa cattolica in Svizzera, dove lo scontro con i cattolici ultramontani (forti nei cantoni rurali e conservatori) fu molto forte tanto da contribuire alla Guerra del Sonderbund,

nei Paesi Bassi, dove in particolare venne criticato il dogma dell'infallibilità papale,

e in altri Paesi europei per dare vita alla Chiesa vetero-cattolica, alla Chiesa cattolica liberale e ad altre chiese minoritarie.

Il cattolicesimo liberale ha trovato poi un terreno molto fertile negli Stati Uniti, dove, come detto, vi era una lunga tradizione di protestantesimo liberale.

In Italia vengono considerati cattolici liberali personalità come Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini e Alessandro Manzoni. I cattolici liberali italiani si caratterizzarono per il favore dimostrato nei confronti del Risorgimento e della scelta di trasferire la capitale italiana da Torino a Roma.

La dottrina neoguelfa di Vincenzo Gioberti proponeva una confederazione di Stati italiani sotto la guida del papa. I termini del rapporto tra trono e altare del legittimismo dell'Ancien régime e della Restaurazione venivano rovesciati: alla fedeltà al trono subentrava l'idea del sentimento patriottico, mentre l'altare era inteso in modo meno dipendente dall'autorità della gerarchia cattolica: Gioberti sarà nemico dei gesuiti, che per la loro obbedienza al papa erano considerati avversari della conciliazione fra gli Stati liberali e la Chiesa. Gioberti scrisse «Non si può essere perfettamente italiano da ogni parte senza essere cattolico»[2] dottrina che trova eco nella definizione di identità nazionale manzoniana: «una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue, di cor».

Proponimento dei cattolici liberali era quello di dare vita a uno Stato unitario in cui fosse preservato il cattolicesimo, come religione identitaria degli italiani.

In quest'ottica appariva loro secondaria o controproducente la difesa delle prerogative del clero.[3] Dal punto di vista politico il connubio tra patria e religione entrò in crisi dopo il 1848, quando papa Pio IX abbandonò la guerra contro l'Austria e il Regno di Sardegna si avviò verso una politica di separazione tra Chiesa e Stato.[4] I cattolici intransigenti erano contrari all'Unità d'Italia ed alla scelta di Roma come capitale, perché ciò avrebbe comportato la fine dello Stato pontificio e del potere temporale dei papi.

I cattolici liberali, invece, vedevano nell'Unità italiana e nella fine del potere temporale della Chiesa la possibilità per la stessa di ritornare al suo vero ruolo di guida delle anime. La polemica antitemporalista fu sostenuta dall'opera del teologo Carlo Passaglia, che raccolse 10.000 firme per una petizione a papa Pio IX affinché rinunciasse al potere temporale.
L'eredità del cattolicesimo liberale, in campo politico, fu ripresa dalle aree moderate del cristianesimo democratico per quanto riguarda le libertà economiche (in primis da don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano), da Alcide De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana e presidente del Consiglio dei ministri dal 1945 al 1953 e da quelle più "sociali" per quanto concerne le istanze laiche e progressiste in campo etico-sociale (per esempio, i seguaci di Giuseppe Dossetti). Oggi, nel lessico politico e giornalistico, si usa il termine cattolico liberale per definire quei politici democristiani o d'ispirazione cristiana che sostengono idee liberali in economia, pur senza disconoscere del tutto i principi dell'economia sociale di mercato, cara tanto al cristianesimo democratico quanto alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. In questo senso, ai cattolici liberali, che non sono altro che democristiani d'ispirazione liberale, si contrappongono i cristiani sociali, assertori di politiche sociali e di un maggiore intervento dello Stato in economia, in modo non dissimile alla socialdemocrazia...

Democrazia

La democrazia (dal greco antico: δῆμος?, démos, "popolo" e κράτος, krátos, "potere") etimologicamente significa "governo del popolo", ovvero forma di governo e valori sociali in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, che generalmente è identificato come l'insieme dei cittadini che ricorrono in generale a strumenti di consultazione popolare (es. votazione, deliberazioni ecc.).

La democrazia è un sistema politico che si fonda sul principio della sovranità popolare, ossia il potere appartiene al popolo, che lo esercita attraverso forme di partecipazione diretta o indiretta. In una democrazia, i cittadini hanno la libertà di scegliere i propri rappresentanti e influenzare le decisioni politiche che li riguardano. Tuttavia, il concetto di democrazia è molto ampio e si articola in vari aspetti che vanno oltre la semplice elezione dei leader.
Storicamente il concetto di democrazia non si è cristallizzato in una sola univoca versione[1] ovvero in un'unica concreta traduzione, ma ha trovato espressione evolvendosi in diverse manifestazioni, tutte comunque caratterizzate dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare.
Benché all'idea di democrazia si associ in genere una forma di Stato, la democrazia può riguardare qualsiasi comunità di persone e il modo in cui vengono prese le decisioni al suo interno (per esempio il Papa viene eletto da una ristretta cerchia e anche lo furono i primi quattro Califfi detti califfi ben guidati, questi esempi di monarchia assoluta elettiva teocratica, quindi un tipo di democrazia illiberale teocratica).

Democrazia deliberativa

Nelle scienze politiche la democrazia dialogico-deliberativa (o semplicemente deliberativa) è una forma di governo democratico nel quale la volontà del popolo non viene espressa tramite l'elezione di rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma attraverso un processo deliberativo diretto da parte dello stesso (es. e-democracy tramite Web 2.0).


Anthony Giddens ha scritto che, nonostante la democrazia sia ritenuta “l'idea più potente e stimolante del Novecento”[4], essa pare subire oggi un destino paradossale:

mentre da un lato si può dire che è una forma di governo in espansione nel mondo (es. Primavera araba),

dall'altro lato può generare al proprio interno una crescente delusione che è in parte misurabile attraverso la rilevazione di fattori quali l'astensionismo, l'indifferenza e la sfiducia nei confronti del sistema politico-istituzionale, il calo dei militanti politici nei partiti e il conseguente emergere di movimenti anti-istituzionali[5].
Partendo da queste considerazioni, Giddens sostiene la necessità di introdurre, nei paesi democratici, innovazioni che portino

a una “democratizzazione della democrazia” cioè che siano in grado di incidere, in misura diversa a seconda del contesto, sui provvedimenti anti-corruzione, sul decentramento del potere e sul rafforzamento della cultura civica:

“non dobbiamo pensare che esistano soltanto due settori della società, lo stato e il mercato, cioè il pubblico e il privato: in mezzo sta la società civile che è l'arena dove gli atteggiamenti democratici, come la tolleranza, devono essere sviluppati”[4]. Tra le varie risposte emerse dagli studi sulla democrazia, i criteri del processo democratico elaborati da Robert Dahl[6], che in parte coincidono con quelli proposti da Stefano Rodotà[7], possono essere considerati degli “indicatori utilizzabili per verificare la “qualità democratica” delle proposte di innovazione dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Tali criteri riguardano la partecipazione effettiva, la parità di voto, il diritto all'informazione, il controllo dell'ordine del giorno e l'universalità del suffragio[5]. Di «crisi della democrazia» si parla già a partire dalla fine degli anni '60[8][9] in riferimento a diversi fattori:

deficit democratico,

perdita di fiducia dei cittadini anche nei paesi a tradizione democratica consolidata,

crisi della rappresentanza.

Inoltre il fenomeno è diffuso, con tratti peculiari, non solo in Europa ma in molti paesi, dagli Stati Uniti all'India. Lo svolgimento di elezioni politiche periodiche, tuttavia, può non apparire più uno strumento sufficiente a definire un regime democratico. I pilastri portanti della democrazia deliberativa riguardano i seguenti aspetti:

Accettazione della diversità: la diversità di opinioni e di prospettiva consente di gettare dei ponti («bridging»[15]) fra le diversità stesse, alla ricerca di «buone» decisioni.

Viceversa, interazioni limitate a gruppi omogenei per orientamenti e opinioni servono a rinsaldare i legami interni («bonding»), ma non sono utili per affrontare questioni pubbliche[13].

Uguaglianza: la democrazia deliberativa si ripropone di andare oltre il dato formale, ricercando le condizioni per un'eguaglianza effettiva[16], almeno nel contesto del processo partecipativo.

Non si intende eliminare le diversità, ma creare le condizioni necessarie perché queste diversità possano parlarsi in egual misura[13].

Neutralità: un processo partecipativo che miri a essere al servizio di una comunità nel suo insieme, piuttosto che di un particolare soggetto o «fazione», deve essere credibile, equo e neutrale.

Idealmente queste attività dovrebbero essere promosse, finanziate e gestite da organizzazioni terze non-coinvolte al fine di contenere possibili distorsioni e diseguaglianze derivanti dalla struttura di potere[17].

In realtà sono in genere le amministrazioni pubbliche a promuovere i processi e a fornire le risorse, affidandone la gestione a professionisti.

Una soluzione per conferire credibilità a questi processi può essere l'istituzione di autorità indipendenti che sovrintendano l'attività di queste amministrazioni; professionisti e gruppi d'interesse partecipanti (es. la Commission nationale du débat public (CNDP), responsabile francese dei processi di débat public; l'Autorità per la partecipazione della Regione Toscana; gruppi di cittadini, ecc.) I tratti distintivi che contraddistinguono la partecipazione dialogico-deliberativa rispetto ad altre forme di coinvolgimento sono i seguenti[13]: inclusione: la partecipazione deliberativa deve affrontare il problema delle dimensioni degli Stati nazionali che storicamente è stato risolto con la delega e la rappresentanza. È impossibile che tutti possano partecipare: d'altra parte chi partecipa influenza il processo, il suo esito nonché la sua legittimità.

Quindi più “tipologie” possibili di soggetti deve essere invitata a partecipare, dai cittadini ai “portatori di interesse”.

A tal fine esistono tre tipi di reclutamento ognuno con pro e contra:

selezione mirata, su invito dedicato. Indicata soprattutto agli esperti o ai portatori di interesse, con particolare riguardo alla neutralità;

«porte aperte», aperto a chiunque. Probabilmente parteciperanno i "cittadini attivi" o direttamente interessati, ma non sarà garantita grande rappresentatività della popolazione, soprattutto se non si supporta il processo con adeguate forme di informazione e pubblicità;

campionamento stratificato: tecnica statistica che "garantisce" (ci sono diverse scuole di pensiero a proposito di ciò) un microcosmo rappresentativo della popolazione; l'inclusione inoltre necessita di istituzioni economiche e politiche a loro volta inclusive e incentivanti.

informazione: perché la partecipazione politica sia effettiva, i cittadini dovrebbero sempre poter disporre delle informazioni necessarie per poter esprimere il proprio punto di vista informato (l'idea della teoria deliberativa è proprio quello di ascoltare le diverse prospettive soggettive che ruotano attorno a una questione: non solo "massimi esperti" ma anche cittadini che esprimano il "senso comune").

Una volta definito dunque il gruppo di partecipanti è necessario fornire loro informazioni utili e, quanto più possibile, neutrali.

A questo fine i «metodi» deliberativi utilizzano sostanzialmente diversi tipi di «canali»:

materiale informativo;

incontri con esperti;

testimonianze di soggetti che rappresentano specifiche posizioni e interessi; input di cittadini e altri soggetti.

Esempi pratici interessanti sono le Consensus Conference promosse dal Danish Board of Technology e anche il caso della Commissione per il dibattito pubblico sulla Gronda di Genova.

dialogo: la deliberazione consiste in interazioni discorsive intersoggettive basate sul «fornire ragioni», sullo scambio e sulla valutazione delle argomentazioni concorrenti dei partecipanti[18][19][20].

Queste interazioni avvengono in forma di dialogo: né dibattito né mera conversazione a ruota libera ma attraverso il dialogo inteso come ma interazione comunicativa interpersonale, possibilmente faccia a faccia (con riferimento alla "forza non coercitiva dell'argomento migliore" dell'"agire comunicativo" di Jürgen Habermas).

Questo tipo di dialogo non è per sua natura spontaneo ma richiede anzi condizioni appropriate: "spazi" strutturati, tutti devono poter parlare (nel senso di ascoltare ed essere ascoltati).

È necessario sforzarsi di comprendere le ragioni altrui; spazi garantiti, neutrali, protetti, facilitati: clima di rispetto reciproco anche delle diversità;

una vasta gamma di "regole e metodi" condivise dai partecipanti:

il riconoscimento reciproco di diritti e obblighi da parte dei partecipanti costituisce condizione necessaria per un discorso razionale[21].

Un esempio odierno è il World Café mentre uno "storico" è il Town Meeting. Un processo interessante recente di questo tipo è stato il "Listening to the City" che si è tenuto a New York in merito alla ricostruzione di Ground zero.

deliberazione e consenso: ponderare una questione considerando i diversi punti di vista per arrivare a conclusioni che siano valide in tutti i contesti collettivi, sociali e istituzionali (con riferimento alla "dimensione discorsiva dell'agire politico" di Hannah Arendt).

La deliberazione, per definizione, non è una negoziazione o un compromesso, perché si ambisce ad un consenso unanime: opinioni e preferenze subiscono, sulla base di questa ambizione, cambiamenti attraverso dialogo e informazione (anche se non è obbligatorio che ciò accada, venendo meno quindi alla definizione di deliberazione).

Il conflitto e la diversità sono considerati dei punti di partenza;

influenza/empowerment: la democrazia deliberativa mira a rafforzare la voce dei cittadini, ma anche la genuina disponibilità delle istituzioni a recepire questa «voce»;

la deliberazione è efficace se gli esiti sono presi in seria considerazione da istituzioni e decisori[22].

Inoltre una reale partecipazione mira a contribuire quanto meno alla formazione di scelte collettive[23] e implica un trasferimento di quote di potere dai governanti ai cittadini..

Democrazia diretta

La democrazia diretta è una forma di governo democratica nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza politica, esercitare direttamente il potere legislativo.

Gli strumenti mediante i quali i cittadini possono esercitare la democrazia diretta sono i seguenti:
Petizione, è lo strumento più semplice di democrazia diretta. Una petizione impone all'organo al quale viene indirizzato di dare una semplice risposta;

Referendum abrogativo, tramite il quale i cittadini possono abrogare un provvedimento legislativo votato dai rappresentanti. L'abrogazione avviene chiamando al voto i cittadini stessi, per esempio mediante la raccolta di firme;

Referendum confermativo, tramite il quale i cittadini possono essere chiamati al voto anche senza preventiva raccolta di firme per alcune tipologie specifiche di leggi, per esempio per leggi che concernono direttamente i legislatori, come per esempio le leggi elettorali, oppure per leggi che comportano voci di spesa particolarmente elevati;

Legge di iniziativa popolare, con cui i propositori della legge di iniziativa popolare, raccogliendo il numero di firme necessario nei tempi e nelle modalità previste, chiamano alla discussione ed al voto i rappresentanti eletti. Questo strumento di democrazia diretta è detto a volte anche Proposta popolare o Mozione di iniziativa popolare;

Referendum legislativo, con cui i propositori della legge di iniziativa popolare chiamano al voto direttamente l'insieme degli elettori;

Revoca degli eletti, che consente ai cittadini, seguendo le specifiche procedure, di revocare un rappresentante eletto prima dello scadere del suo mandato oppure anche, eventualmente, tutto l'organo rappresentativo.

Un discorso a parte merita il Plebiscito.

Nella citazione di Auer (precedente) questo strumento è indirettamente indicato come una forma impropria di democrazia diretta, definita come "addomesticata". Nell'opera di Bruno Kaufmann invece lo strumento è energicamente rifiutato come strumento di democrazia diretta: "I plebisciti sono strumenti di potere nelle mani di chi governa, in cerca di approvazione da parte del Popolo per consolidare o salvare il proprio potere. Lo scopo non è tanto l'implementazione della democrazia, quanto piuttosto il dare legittimità alle decisioni di chi governa." In Italia
La democrazia diretta trova una specifica previsione e tutela costituzionale nella Costituzione della Repubblica Italiana, e in particolare ad essa è dedicato l'Art. 3 Cost., annoverato nella sezione dei "Diritti fondamentali". «Articolo 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. (Costituzione della Repubblica Italiana)[13]» Tra gli strumenti che l'ordinamento italiano prevede per l'effettivo esercizio di questa forma di partecipazione ci sono: A livello nazionale.
L'Italia, a livello nazionale, prevede tre strumenti di democrazia diretta: Referendum abrogativo (articolo 75 della Costituzione della Repubblica Italiana) consente l'abrogazione di leggi varate dal Parlamento.

La Legge 25 maggio 1970, n. 352, in materia di "Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo." richiede la presentazione di 500.000 firme autenticate, le quali devono essere raccolte in un arco massimo di tempo di tre mesi.

Questo rende chiaramente difficoltosa tale impresa a gruppi che non dispongano di un'adeguata organizzazione. Inoltre l'abrogazione è possibile solo se si supera il quorum del 50% degli aventi diritto al voto.

Referendum Confermativo (articolo 138 della Costituzione della Repubblica Italiana). È detto anche "referendum costituzionale".

Ha luogo se una modifica della Costituzione è stata approvata da ciascuna delle Camere con una maggioranza inferiore ai due terzi dei suoi componenti, in questo caso per avere luogo il referendum deve essere richiesto (entro tre mesi) da un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Il referendum costituzionale non esige quorum di votanti.

Legge di iniziativa popolare (articolo 71 della Costituzione della Repubblica Italiana). Consente di presentare al Parlamento disegni di legge, purché sostenuti da almeno 50.000 firme.

La discussione della proposta e la delibera resta competenza dell'organo legislativo. Si tratta quindi di una "Proposta popolare" o "Mozione di iniziativa popolare".

Purtroppo le leggi di iniziativa popolare a voto parlamentare pur essendo contemplate dalla Costituzione non vengono in genere nemmeno discusse né tanto meno votate dal Parlamento il quale dà la precedenza alle leggi di iniziativa governativa o parlamentare.

Un quarto strumento di democrazia diretta è previsto dalla Costituzione: Petizione (articolo 50 della Costituzione della Repubblica Italiana) che dice:

"Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità".

Questo strumento non ha finora trovato applicazione pratica, non essendo mai stato regolamentato con un'apposita legge dal Parlamento.

A livello locale:
In applicazione dei principi costituzionali che prevedono l'autonomia legislativa ed attuativa degli Enti locali (articoli 114, 117,118 e 123 della Costituzione della Repubblica Italiana)

negli Statuti e nei Regolamenti comunali e regionali può essere introdotto qualsiasi strumento di democrazia diretta.

Proposte recenti:
Nel 2008 per iniziativa dei senatori Adamo, Ceccanti, Di Giovan Paolo, Incostante, Legnini, Marino, Procacci, Vitali e Pertoldi, è stato presentato un disegno di legge costituzionale. Si proponeva di ritoccare il meccanismo del quorum: dal 50% degli aventi diritto al voto doveva passare al 50% dei votanti alle elezioni precedenti. Inoltre, nel caso in cui il parlamento non reagisse entro 18 mesi alla presentazione di una legge d'iniziativa popolare questa sarebbe passata al voto popolare[14]. Nel 2009 per iniziativa dei senatori Peterlini, Adamo, Ceccanti, Negri, Perduca, Pinzger, Poretti e Procacci è stato depositato un disegno di legge costituzionale che propone l'introduzione di una più ampia gamma di strumenti di democrazia diretta nella nostra Costituzione, incluso il referendum legislativo[15]. Il dibattito sulla democrazia diretta in Italia è stato riaperto a partire dagli anni 2000 con le iniziative politiche dei membri e appartenenti al Movimento 5 Stelle (M5S). Anche l'Unione europea ha recentemente (1º aprile 2012) introdotto uno strumento di democrazia diretta: il Diritto d'iniziativa dei cittadini europei (ECI). Con la raccolta di un milione di firme in almeno 5 paesi della Comunità i cittadini europei possono chiamare la Commissione europea a presentare una proposta legislativa[17]. Si tratta quindi di una legge di iniziativa popolare a voto parlamentare. Sebbene la "Mozione" o "Proposta popolare" (come tale strumento è anche chiamato) non sia il più potente strumento di democrazia diretta, né sia particolarmente originale, è opportuno segnalare alcune particolarità ed originalità dell'ECI: è il primo strumento di democrazia diretta a livello di un continente. è ammessa la raccolta delle firme valide via rete. Negli ultimi anni è stato anche lanciato il progetto Make.org (originatosi in Francia e patrocinato dal Parlamento Europeo), che permette a ogni utente registrato di avanzare delle proposte e di discuterle e votarle insieme agli altri utenti.

Democrazia liberale

La democrazia liberale[1], o liberaldemocrazia[1][2] è una forma di governo basata sulla combinazione del principio liberale dei diritti individuali con il principio democratico della sovranità popolare.

Essa intende sottolineare che il riconoscimento della sovranità del popolo va di pari passo con l'intangibilità di una serie di libertà individuali (libertà di pensiero, di culto, di stampa, libertà di impresa economica),[1] tipicamente garantite dallo Stato liberale.
La democrazia liberale

promuove e protegge i diritti e le libertà individuali (libertà di parola, di associazione, di religione e di proprietà),

la divisione dei poteri,

il giusto processo, attraverso una costituzione.

In origine in nessuna democrazia liberale il suffragio era universale (solo maschile, basato sul censo o ristretto ad alcuni gruppi etnici).[7]

Tutte le democrazie liberali odierne garantiscono invece - fatta salva la cittadinanza - il diritto di voto per tutti gli adulti, indipendentemente dal genere, dall'etnia e dai diritti di proprietà.[8] Le elezioni debbono svolgersi in modo libero e ad esse, in virtù del principio di pluralismo, possono partecipare più partiti o candidati in competizione tra loro.

La Costituzione è intesa come il limite all'autorità del governo e come garanzia dello Stato di diritto.

L'autorità di governo è legittimamente esercitata solo se ciò avviene nel rispetto di leggi scritte, approvate e pubblicate in conformità alla Costituzione.[9]

Molte democrazie adottano forme di federalismo in modo da attuare una "separazione verticale dei poteri" volta a evitare gli abusi del governo, distribuendo le competenze tra i vari livelli di governo.
La democrazia liberale inoltre garantirebbe un equilibrio tra volontà della maggioranza e volontà dell'individuo.

Alexis de Tocqueville propose infatti, come contrappeso ai mali intrinseci di una democrazia assoluta, una pluralità di idee, tramite l'associazionismo e i corpi intermedi, che garantisca un controllo della maggioranza da parte delle minoranze politiche e le opposizioni, come nel modello di democrazia liberale degli Stati Uniti, in cui "pesi e contrappesi" bilanciano i vari poteri...

Democrazia rappresentativa

La democrazia rappresentativa è una forma di governo democratica nella quale i cittadini, aventi diritto di voto, eleggono direttamente dei rappresentanti per essere governati (in contrapposizione alla democrazia diretta). Nella trattazione del filosofo greco Aristotele, la democrazia rappresentativa corrisponde alla πολιτεία (v. politeia), democrazia rappresentativa del ceto medio, giusto mezzo o compromesso fra le due forme di governo degenerate dell'oligarchia e della tirannide: cariche elette come nell'oligarchia, ma indipendentemente dalla classe sociale-censo come nella tirannide.

Il popolo è diviso in classi sociali e la democrazia rappresentativa è tanto più stabile e tanto più non degenerata, quanto più è numeroso il ceto medio e al suo interno distribuita la ricchezza, poiché gli eletti -oggi diremmo lo Stato- si trovano a mediare e dover trovare una legge-compromesso fra gli opposti e legittimi interessi di parte, tanto più facilmente ottenibile quanto più questi interessi per ricchezza e virtù non sono divergenti in partenza, come cioè avviene quando sono concentrati in un ampio ceto medio.
Sono democrazie rappresentative le democrazie in cui è presente un Parlamento o più in generale un'assemblea legislativa.

Le democrazie rappresentative si distinguono in

democrazie parlamentari, se il parlamento ha i più ampi poteri (a partire dalla fiducia obbligatoria all'esecutivo)

oppure presidenziali o semipresidenziali se il presidente della repubblica o il capo dello stato ha poteri abbastanza estesi da essere concorrenziali a quelli dell'assemblea legislativa.

Democrazia organica

La democrazia organica, o democrazia corporativa[1], è un'organizzazione politico-amministrativa organicistica di democrazia rappresentativa, alternativa ai sistemi liberaldemocratici di democrazia parlamentare, alla democrazia diretta e alla dittatura del proletariato marxista.[2] Essa propone tra le proprie caratteristiche principali l'elezione indiretta di vari organi deliberativi e legislativi.
La democrazia organica moderna fu applicata in Spagna durante la dittatura di Francisco Franco con la legge del referendum nazionale del 22 ottobre 1945, la quale diede attuazione a un sistema politico corporativo, che era stato in via di sviluppo durante la prima fase della dittatura. L'obiettivo era quello di permettere agli spagnoli, senza l'intervento dei partiti, di partecipare alla vita politica organizzandosi in corporazioni o organizzazioni spontanee quali consigli locali.[4][5] In Spagna la democrazia organica fu oggetto di costanti critiche internazionali in quanto al tempo in Europa occidentale era vigente la democrazia liberale.

Un altro paese dove venne messa in atto la democrazia organica fu il Portogallo, con l'Estado Novo di Salazar[1], dove il potere legislativo era affidato al parlamento unicamerale (Assembleia Nacional), eletto ogni quattro anni e coadiuvato dalla Câmara Corporativa (Camera delle corporazioni)[6], un organismo elettivo formato da rappresentanti di enti e associazioni che operavano in campo economico, sociale e culturale. I partiti di opposizione a partire dal 1945 furono tollerati, ma non ebbero nella pratica un ruolo significativo[7]. In parte la democrazia organica venne attuata anche in Austria sotto il regime di Engelbert Dollfuss.[8][9] L'attuazione della democrazia organica, sia nella Spagna franchista che nel Portogallo di Salazar, ha generato il riaffermarsi di poteri locali a scapito di quelli centrali. Tale fenomeno, già presente nei decenni precedenti la presa di potere di Franco, era noto come caciquismo (una sorta di feudalesimo elettivo) in Spagna: esso era presente soprattutto nelle zone più arretrate culturalmente, e la sua permanenza fu favorita nei decenni del franchismo dall'abbandono del precedente processo elettorale

Repubblica Sociale Italiana (1943–1945)

Un abbozzo di tale modello di stato fu anche proposto durante il Congresso di Verona nella Repubblica Sociale Italiana ad opera di Silvio Gai. La sua applicazione era prevista, in concomitanza alle leggi di natura economica, per il 25 aprile 1945[11], ma non venne attuata a causa della sconfitta del fascismo e della repubblica di Salò....

Diarchia

Per diarchia (dal greco dìn doppio, arché comando) si intende uno stato il cui sistema governativo prevede che la carica di capo di stato sia investita da due persone allo stesso tempo, che in vari casi esercitano un potere di base uguale tra di loro, sebbene uno dei due individui possa ottenere un potere maggiore a causa della sua personalità, influenza e/o risorse.

In genere le diarchie si formano quando nessun potere riesce a prevalere su un altro e i due più forti contendenti si accordano per la sua gestione.

Spesso le repubbliche presidenziali con presenza di primo ministro, o semi-presidenziali, presentano una diarchia tra Presidente e Primo ministro: oltre ad esistere un parlamento e la divisione dei poteri, il potere esecutivo viene però diviso equamente tra le due figure, come accadde nella Quinta repubblica francese.


Anche nella repubblica presidenziale semplice, il potere del presidente è bilanciato da quello del Congresso o Parlamento.

Molte monarchie costituzionali, in cui il re detiene ancora un potere effettivo (a differenza delle monarchie parlamentari in cui è un'autorità puramente cerimoniale), sono diarchie in cui il governo è spartito tra il re e i suoi ministri da una parte, e il Parlamento dall'altra. Il termine diarchia è stato usato anche a proposito del regime fascista instauratosi in Italia nella prima metà del XX secolo, con l'acquisizione da parte del dittatore Benito Mussolini di poteri più vasti rispetto a quelli concessi dalla sua carica e di alcune caratteristiche spettanti di diritto al Re in forza dello Statuto Albertino, che effettivamente equiparavano l'autorità di Mussolini a quella del re Vittorio Emanuele III di Savoia.

Dal 1922 al 1943 coesistettero nel regime due guide, il re Vittorio Emanuele III, e il duce stesso, anche se la politica era, di fatto, diretta da quest'ultimo. Attualmente esistono due diarchie sancite costituzionalmente: Andorra, monarchia i cui regnanti sono il presidente della Repubblica francese e il vescovo di Urgell in Spagna; e San Marino, repubblica guidata da due Capitani reggenti, una versione moderna degli antichi consoli. Dal 1º gennaio 1962 al 5 aprile 1963 è stato una diarchia anche lo Stato delle Samoa. In realtà esiste anche una reggenza monarchica caratterizzata da diarchia, ed è quella presente in eSwatini....

Dispotismo illuminato

Il dispotismo illuminato è il governo assolutista di un monarca o despota illuminato, in riferimento agli ideali dell'Illuminismo, periodo storico e culturale dell'Occidente del XVIII e inizio del XIX secolo.
Nell'Europa del Settecento, con l'eccezione di Islanda, della Spagna, del Portogallo, della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi, la forma politica dominante era la monarchia assoluta.
Tra il 1740 e il 1790, molti governi europei intrapresero una serie di riforme economiche, commerciali e sociali. Questa volontà dei sovrani assoluti di migliorare le condizioni di vita del proprio popolo, che sembrava seguire le indicazioni degli illuministi, diede origine al cosiddetto dispotismo illuminato. Il principale propositore di questo sistema presso gli illuministi fu Voltaire; il quale però, considerava la monarchia parlamentare inglese come un modello di stato ben governato. Anche se i loro regni erano basati sulle idee dell'Illuminismo, il pensiero dei monarchi illuminati a proposito dei poteri dei sovrani era simile a quello dei predecessori. Essi ritenevano di avere ottenuto per nascita il diritto di governare.
Per l'Europa il Settecento fu un periodo di riforme. Per dare efficacia al loro potere, un po' dovunque i sovrani introdussero riforme, consigliati dagli illuministi.
Le innovazioni si esplicarono principalmente nel campo giuridico e della procedura penale, nell'amministrazione e nella struttura politica e abolendo privilegi e disuguaglianze nel sistema fiscale, che divenne più equo e più efficiente.

I rapporti fra Chiesa e Stato, secondo le tesi del giurisdizionalismo (tendenza dello Stato ad allargare la propria sfera d'azione limitando quella della Chiesa) furono profondamente modificati a favore del potere politico.

La potenza economico-politica della Chiesa nei singoli regni fu avversata, i sovrani, con opportune iniziative statali cercarono di ostacolare l'influenza dei religiosi sull'insegnamento, inoltre intervennero in campo patrimoniale abolendo privilegi e immunità, inoltre stabilirono che la pubblicazione degli atti pontifici e l'insediamento dei vescovi fossero subordinati alla loro approvazione.

Gli ordini religiosi furono ostacolati o soppressi, i gesuiti furono cacciati dal Portogallo e da altri Paesi europei a causa del potere raggiunto dalla Compagnia di Gesù in
politica, nell'educazione delle classi superiori, nel campo degli affari...

Dittatura militare

Una dittatura militare è una forma di governo autoritaria in cui il potere politico è detenuto da leader militari (tipicamente ufficiali delle forze armate).

Come tutte le dittature quella militare può essere dichiarata ufficialmente o non esserlo, ovvero alcuni dittatori militari sono formalmente subordinati ad un governo civile o no.

Esistono anche forme intermedie, in cui i vertici delle forze armate esercitano una fortissima influenza nel Paese, senza però reprimere del tutto le libertà democratiche.

Alcune dittature militari sono guidate da un organo collegiale, che nei paesi latinoamericani è tradizionalmente denominato giunta (dallo spagnolo "junta", 'comitato', 'consiglio'), composto dai militari delle varie forze armate di rango più elevato.

Altre dittature militari sono interamente nelle mani di un singolo alto ufficiale, solitamente il comandante supremo delle forze armate. Il presidente della giunta o il comandante unico possono assumere la carica di capo di Stato. In Medio Oriente e in Africa, i governi militari sono, più spesso che altrove, controllati da un'unica potente personalità e hanno spesso i caratteri di un'autocrazia, in aggiunta a quelli di una dittatura militare.

Leader come Idi Amin Dada, Muʿammar Gheddafi e Gamal Abd el-Nasser hanno cercato di alimentare il proprio culto della personalità, diventando l'emblema stesso della nazione sia all'interno che all'esterno dei loro paesi. La maggior parte delle dittature militari è sorta a seguito di un colpo di Stato che ha rovesciato il precedente regime.
Un'eccezione significativa è costituita dal regime di Saddam Hussein in Iraq, cominciato come Stato a partito unico, dominato dal Partito Ba'th, e successivamente evolutosi gradualmente in una dittatura militare, con i leader che indossavano l'uniforme e quadri militari sempre più coinvolti in tutte le mansioni amministrative (anche se molti di loro erano dei civili che non avevano mai svolto una carriera militare nelle forze armate dell'Iraq). Nel passato le giunte militari hanno spesso cercato di legittimare la presa del potere con l'intento di portare stabilità politica alla nazione "salvandola" dalla minaccia di "pericolose ideologie". A partire dagli anni novanta il numero di paesi retti da dittature militari si è progressivamente ridotto. Fra le ragioni di questo fenomeno si può citare la maggior difficoltà a raccogliere una legittimazione internazionale ed il fatto che molte aristocrazie militari, che avevano governato con pochissimo successo negli ultimi decenni, sono ora poco inclini a farsi coinvolgere in dispute politiche. I regimi militari tendono ad autodefinirsi "non-partisan", ossia neutrali rispetto ai partiti del precedente regime rovesciato, e in quanto tali in grado di garantire una leadership provvisoria in periodi di instabilità e turbolenza; spesso, inoltre, si sforzano di dipingere i politici civili come corrotti ed incompetenti.

Una delle misure che le dittature militari adottano quasi sempre è la proclamazione della legge marziale, ovvero dello stato di emergenza permanente. Sebbene vi siano state eccezioni, solitamente i regimi militari dimostrano poco rispetto per i diritti umani e sono disposti ad usare qualsiasi mezzo pur di ridurre al silenzio gli oppositori politici. Inoltre un regime militare spesso abbandona il potere solo sotto la pressione di una rivolta popolare già in corso oppure imminente, anche se in diversi casi i militari hanno ceduto democraticamente il potere tramite plebiscito o convocando libere elezioni...

Elitismo

L'elitismo è una teoria politica basata sul principio secondo il quale il potere politico sarebbe sempre in mano a una minoranza che governa l'intera società.
Si fonda sul concetto di élite, dal latino eligere, cioè "scegliere" (quindi "scelta dei migliori"); secondo tale impostazione le diverse forme di governo sebbene basate su principi di volta in volta diversi, e solo apparentemente contraddittori sotto diversi aspetti, lasciano intatta la struttura della società che vede una leadership concentrata sul potere di una minoranza organizzata.
Il punto di forza dell'élite è nell'atomizzazione della massa. Secondo l'elitismo la massa è confusa, dispersa e incapace di organizzarsi. Su questo caos si fonda la forza dell'élite, che è invece organizzata e in questo modo ottiene e mantiene il suo potere.
Per forza di cose, gli elitisti criticano anche la visione del liberalismo basato sulla separazione dei poteri (appunto perché il potere è invece monopolizzato)

e criticano il socialismo perché ritengono che la società – ben lungi dall'essere divisa in classi – sia frammentata e atomizzata.

La visione elitista si contrappone infine radicalmente a quella del pluralismo: quest'ultimo infatti ritiene che il potere sia largamente distribuito (e non monopolizzato) tra gruppi che si equilibrano (senza quindi formare élite). Il fatto che i governanti fossero minoranza e i governati maggioranza non è una cosa nuova (lo stesso Saint-Simon lo afferma); l'elitismo però conferisce dignità scientifica a questa costante storica già osservata.

Gli studiosi italiani del primo Novecento, come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, furono i fondatori dell'elitismo (si parla di scuola elitista italiana). Mosca, che usava il termine "classe politica" per riferirsi all'élite, propose il "criterio delle tre C" per descrivere il funzionamento dei detentori del potere: consapevolezza; i membri della classe politica sono infatti consapevoli delle loro comuni posizioni politiche, sociali ed economiche e dello stato frammentato della massa; coesione; a differenza delle masse, i membri della classe politica si alleano e si organizzano; cospirazione; i membri della classe politica mascherano il loro governo sulla massa, nascondono il fatto che vi sia un'élite al potere. Una nuova versione dell'elitismo si è sviluppata dal secondo dopoguerra negli Stati Uniti. Il neo-elitismo parte dal saggio di James Burnham La rivoluzione dei manager (The Managerial Revolution, 1941) in cui egli riprende la teoria delle élite e prefigura che la futura classe al comando sarà la classe dei manager: i detentori del potere saranno coloro che hanno le capacità intellettuali per mandare avanti le industrie e non più i proprietari. Altri studiosi hanno invece parlato di una power élite che usa i mezzi di comunicazione di massa per affermare e mantenere il proprio potere sulla massa passiva e confusa.
Uno degli studi più brillanti del neo-elitismo fu svolto nel 1953 da Floyd Hunter nella città di Atlanta. Per scoprire chi fosse realmente al potere nella città Hunter svolse un'analisi reputazionale, cioè andò a chiedere ai cittadini chi secondo loro fosse al potere. Ne emerse un quadro in cui le istituzioni locali, i posti di lavoro e le scuole facevano tutte in qualche modo riferimento a un'élite economica dominante. All'elitismo democratico[8] sotteso alla teoria delle moderne società "poliarchiche" (Robert Dahl), è collegata anche la concezione non teleologica del potere politico:

essa spiega le alternanze del ceto politico non già come dati patologici, dovuti alla "decadenza" della Costituzione, ma come elementi fisiologici in un sistema politico in cui la selezione deriva da una competizione aperta;

è questo il ritratto più proprio della "democrazia dei moderni", caratterizzata dall'attrazione nella contesa politica di sempre nuovi interessi al cui soddisfacimento si candidano volta a volta nuovi soggetti politici;

il voto popolare, mediante le elezioni, è la regola procedurale che decide volta a volta quale soggetto politico garantisce un più esteso fronte di interessi emergenti dalla società

Fabianesimo

Il fabianesimo (detto anche fabianismo) è un movimento politico e sociale britannico di ispirazione socialdemocratica.

Il movimento fa capo alla Fabian Society, un'associazione istituita a Londra nel 1884 con lo scopo di elevare le classi lavoratrici per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione. La Società fabiana, o Fabian Society in lingua inglese, nacque nel 1884 a Londra con l’obiettivo di mettere in pratica le teorie del filosofo Thomas Davidson. Questi sosteneva che il progresso sociale dipendesse dalla rigenerazione individuale e che per portare il mondo verso un sistema di vita migliore occorresse che gruppi di individui si impegnassero a vivere un alto ideale di amore e fratellanza.

Il fine dell’associazione era quindi quello di studiare quali fossero le condizioni per un’esistenza felice all'interno di un sistema di vita comunitario.[1] Tuttavia, i primi dodici membri della Società si mostrarono scettici verso le idee di Davidson e desiderarono un più preciso programma di riforme sociali. Il nome della Società deriva infatti da quello del generale romano Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore, che evitava le battaglie campali per poi gradualmente logorare le forze nemiche, come si legge in uno dei primi opuscoli fabiani. Proprio il concetto di gradualismo è la chiave di volta del pensiero politico dei Fabiani, i quali credevano nel graduale affermarsi del socialismo, tramite riforme incipienti, a differenza del marxismo che predicava un cambiamento rivoluzionario. I Fabiani erano inoltre a favore di un'alternativa alla proprietà privata dei mezzi di produzione, per porre fine al disordine economico e agli abusi provocati dal capitalismo.

Pretesero inoltre l'estensione delle cure sanitarie e l'istruzione gratuita per tutti i cittadini, come pure una normativa dettagliata delle condizioni di lavoro per porre fine alla piaga dello sfruttamento dei bambini e degli incidenti.[
2]
Accanto al gradualismo, un altro principio guida dei Fabiani consisteva nel fatto che essi preferirono esercitare una certa influenza, o meglio, permeare i partiti con idee socialiste, invece che formare il proprio partito politico o lavorare attraverso i sindacati.

“Permeazione” significava infatti, per i Fabiani, aggregarsi a tutte le organizzazioni politiche in cui fosse possibile attuare un progetto di indirizzo socialista e influenzarle dal loro interno.
I primi aderenti alla Società fabiana erano giovani borghesi, di buona formazione e impiegati in vari campi: dal giornalismo all'istruzione fino all'amministrazione statale. Erano per lo più intellettuali accomunati da un senso di insoddisfazione verso la propria esistenza e la società in generale. La grande influenza sul laburismo britannico e anglofono del movimento ha fatto sì che esso divenisse uno dei principali ispiratori della socialdemocrazia internazionale.

Un'influenza diretta o indiretta dei fabiani si ebbe su molti movimenti; per esempio sul socialismo liberale di Carlo Rosselli (fondatore, col fratello Nello, del gruppo antifascista Giustizia e Libertà), e tutte le sue derivazioni, come il Partito d'Azione.[13] In Italia, il teorico della socializzazione dell'economia dell'ultimo fascismo, Nicola Bombacci, si ispirò ad alcune idee della Fabian Society.[14] Il Movimento Comunità di Adriano Olivetti fu in seguito l'unico partito italiano che si rifece esplicitamente al fabianesimo, tra le sue ispirazioni principali assieme al federalismo, al liberalismo sociale e alla socialdemocrazia.[15] Negli anni 2000 nacque la Società Fabiana Siciliana, tuttora esistente.

Fascismo

Il fascismo è il movimento politico d'estrema destra fondato da Benito Mussolini nel 1919, che prese il potere in Italia e governò il Paese come regime totalitario dal 1922 al 1943 nel corso del cosiddetto ventennio fascista.

Fascismo clericale

Il clerico-fascismo (o fascismo clericale) è una locuzione della dialettica politica, usata in Italia a partire dai primi anni venti del XX secolo.
Con essa si intendono propriamente le spinte interne al movimento movimento fascista ed agli ambienti della Chiesa cattolica che separatamente operavano nei rispettivi organismi tendendo ad un avvicinamento fra le due entità, prima di giungere ad un vero e proprio mutuo riconoscimento.
Dell'espressione è stato fatto anche uso traslato, ad indicare supposti favoritismi politici o materiali dello stato verso la Chiesa cattolica[1]. Vi è stato inoltre chi ha utilizzato la locuzione per definire con essa altri generi di fusione o comunque estrema prossimità di regimi non considerati liberali con le gerarchie ecclesiastiche. Il termine è anche usato spregiativamente a connotare azioni od indirizzi della Chiesa cattolica politicamente giudicati "fascisti", nell'accezione più vasta (in genere in senso di illiberalità, antidemocraticità ed anticomunismo[2]) di quest'ultimo termine. La locuzione segue il solco tracciato da un'altra come "clerico-moderati", che era venuta prendendo piede nel periodo, e che descriveva i cattolici allora in politica, per le loro posizioni conservatrici e liberali;

di essa faceva ad esempio ricorrente uso Don Sturzo, allorché richiamava questa locuzione ed il suo uso a fini di avversa propaganda contro il Partito Popolare da parte della stampa. Di sfondo vi era dunque la frammentazione dei cattolici in politica, accentuata dopo le dimissioni da segretario del Partito Popolare che il papa aveva chiesto a Don Sturzo di rassegnare.

E vi era anche l'interesse di Chiesa cattolica e Fascismo ad accorciare le distanze che li separavano, nel comune obiettivo di giungere ad un concordato[6].

Lo scioglimento del Partito Popolare da parte del prefetto di Roma, il 6 novembre 1926, rese la distinzione dei suoi frammenti più velleitaria.

Giunsero nel 1929 i Patti Lateranensi, e Fascismo e Chiesa sottoscrissero un accordo squisitamente politico nella forma di un trattato internazionale.

Federalismo

Il federalismo indica la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). L'accezione comune del termine appartiene all'ambito politico: il federalismo è la dottrina che appoggia e favorisce un processo di unione tra diversi Stati (a volte denominati anche soggetti federali, Länder, commonwealth, territori, province, ecc.) con una costituzione e un governo comune, ma che mantengono però in diversi settori le proprie leggi. L'unità che si viene a creare è spesso chiamata federazione (mentre quando manchino anche una costituzione condivisa e un governo comune si parla di confederazione).

I due livelli in cui è costituzionalmente diviso il potere sono distinti tra loro e sia il governo centrale, sia i singoli Stati federati, hanno sovranità nelle rispettive competenze.

I sostenitori di questo sistema politico vengono chiamati federalisti. I diversi membri di questo insieme possono riconoscersi nell'autorità di un capo che li rappresenti tutti (un monarca, un capo di governo, o anche - in un contesto trascendente - una divinità), oppure convergere in un'assemblea generale. In senso più ampio, inoltre, soprattutto nel dibattito politico italiano, si parla spesso di federalismo in riferimento ad un crescente decentramento nella gestione pubblica dell'amministrazione dello Stato, in cui si vorrebbe attribuire ai singoli enti locali una maggiore autonomia nella raccolta delle imposte e nell'amministrazione delle proprie entrate e delle spese.
Dicey identificò due condizioni per la formazione di uno Stato federale:

il primo era l'esistenza di un gruppo di nazioni "così vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune.";

la seconda condizione è il "desiderio di unità nazionale e la determinazione di mantenere l'indipendenza di ogni uomo, come di ogni Stato separato". La divisione dei poteri è una caratteristica fondamentale nel federalismo.

In un classico della materia, il professore K.C. Wheare diede la sua definizione di governo federale: "Un sistema di governo che incorpora prevalentemente una divisione dei poteri tra autorità generale (federale) e regionali (o statali), ognuna delle quali, nella sua propria sfera, è coordinata con le altre e indipendente da esse". Il risultato della distribuzione dei poteri è che nessun'autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno Stato unitario. In un sistema federale la costituzione è la norma suprema da cui deriva il potere dello Stato.

Un potere giudiziario indipendente è necessario per evitare e correggere ogni atto legislativo che sia incongruente con la costituzione.

Perciò, il federalismo è delimitato dalla legalità[1].

La costituzione deve necessariamente essere rigida e snella. Le sue prescrizioni devono essere o legalmente immutabili o capaci di essere cambiate soltanto da qualche autorità che stia al di sopra e oltre gli ordinari corpi legislativi.

Rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo

In riferimento al concetto di globalizzazione, secondo il parere di alcuni sociologi, oltre ai confini, ciò che la globalizzazione sta indebolendo sono le politiche nazionali. Il vecchio Stato-nazione (lo Stato sociale, o welfare state) risulta ormai inadeguato: troppo piccolo per rispondere ai grandi problemi e alle sfide della globalizzazione; troppo grande per risolvere le questioni locali[3].

Come riporta il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) nello Human Development Report 1997, mentre all'interno dello Stato-nazione cercano prepotentemente di affermarsi identità culturali basate sull'etnia o sulla religione e si avanzano richieste di autodeterminazione, a livello mondiale si produce una seria sfida alla sovranità nazionale man mano che le imprese multinazionali penetrano nei confini nazionali e dimostrano una sensibilità scarsa o nulla per le condizioni e le leggi locali.

Gerontocrazia

Il termine gerontocrazia (dal greco: γέρων, geronto, "vecchio" e κράτος, krátos, "potere") indica un sistema politico in cui il potere è detenuto dagli anziani, di stampo non riformista.
Essa si fonda sul grado di influenza ed autorevolezza che generalmente viene attribuito agli anziani, sul presupposto di una loro maggiore esperienza e di una riconosciuta probità o per il fatto che hanno tutte le proprietà economiche e le cariche politiche.

La parola è stata coniata per definire le antiche forme di autorità patriarcale, comune a molte società tribali, in cui il potere viene detenuto dai membri più anziani della tribù. Solitamente il potere si limita alla prerogativa di celebrare matrimoni, dirimere le controversie e, in certa misura, coordinare la vita della comunità. La gerontocrazia ha avuto diffusione in tutto il mondo in epoche diverse; ancora oggi è prevalente presso alcune tribù dell'Africa, del Sud America e dell'Oceania.

Ierocrazia

La ierocrazia o jerocrazia (dal greco ἱερός, hierós e κρατία, kratía), significa letteralmente potere dei sacri, e indica una forma di governo in mano a una divinità o più genericamente a persone che incarnano la divinità o la rappresentano e sono perciò ritenute sacre (ad esempio i sacerdoti).

La ierocrazia è spesso confusa o assimilata alla teocrazia sebbene, al contrario di quanto avviene in quest'ultima, la divinità non è reputata manifestarsi attraverso il monarca, ma si ritiene si faccia presente attraverso la ricerca della santità e della sapienza operate da un clero o da un suo sottoinsieme (una casta sacerdotale)

Liberalismo sociale

Il liberalismo sociale, noto come nuovo liberalismo (new liberalism) nel Regno Unito,[1] liberalismo di sinistra (linksliberalismus) in Germania,[2][3][4] liberalismo moderno (modern liberalism) negli Stati Uniti,[5] liberalismo progressista (liberalismo progresista) in Spagna e in America Latina,[6] è una scuola di pensiero sviluppatasi inizialmente all'interno del Partito Liberale britannico nel tardo Ottocento. Oggigiorno costituisce il principale punto di riferimento culturale e valoriale del Partito Democratico statunitense.[7][8][9][10]

Si può definire anche come filosofia politica, le cui idee contraddistinguono i partiti dell'area di centro/centro-sinistra[11][12][13], promuovendo un'economia di mercato regolamentata (con componenti sociali) e l'espansione dei diritti civili e politici.[14]


Un governo ispirato a tale concezione è quindi impegnato a delegare allo Stato significative questioni economiche e sociali quali povertà, assistenza sanitaria, istruzione, sottolineando al contempo i diritti e l'autonomia dell’individuo.
Il liberalismo sociale si differenzia dal liberalismo classico, dal liberalismo conservatore e dal neoliberalismo essenzialmente per una filosofia economica non liberista, incentrata sui benefici che possono derivare dal ruolo dello Stato nella fornitura di servizi sociali fondamentali per i cittadini.
La società ha il compito di proteggere la libertà e le pari opportunità per tutti i cittadini ed incoraggia la collaborazione reciproca tra Stato e mercato attraverso efficienti istituzioni liberali.

Nel processo di evoluzione accetta che vengano poste alcune restrizioni, come leggi anti-trust per combattere i cartelli, corpi regolatori o leggi sui salari minimi.
I liberali sociali sostengono inoltre che i governi legittimamente possono fornire anche un livello base di benessere, salute e istruzione, supportato dal gettito ricavato dalle tasse, al fine di permettere l'uso migliore dei talenti della popolazione.

Rifiutando una estrema forma di capitalismo e, naturalmente, gli aspetti rivoluzionari della dottrina socialista, si pone l'attenzione su un libero mercato regolamentato e con componenti sociali, dove gli svantaggiati della società possono migliorare le loro condizioni anche attraverso la redistribuzione della ricchezza.
I partiti legati a queste idee credono fermamente nella libertà individuale e sono difensori dei diritti civili e diritti sociali e delle libertà economiche;

in genere sono favorevoli ad una moderata regolamentazione dell'economia di mercato, nella quale vi è spazio per uno Stato che permetta anche ai meno abbienti di usufruire dei servizi di base attraverso un consolidato sistema di servizi pubblici.


Gli obiettivi nel dettaglio sono:
unioni civili
regolamentazione dell'economia di mercato attraverso livelli di tassazione media nel settore privato e tassazione progressiva non elevata sul reddito per un efficiente sistema di welfare state;
secolarismo;
laicità;
multiculturalismo;
divorzio
aborto, eutanasia, suicidio assistito e biotestamento
Diritti LGBT (matrimoni gay, adozioni per coppie dello stesso sesso e adozione del figlio del partner)...

Libertarismo

Il libertarismo (dal francese: libertaire, "libertario"; dal latino: libertas, "libertà") è un insieme di orientamenti politici in cui la libertà è vista come il più alto fine politico.[1]

Le posizioni dei libertari variano a seconda delle loro considerazioni sul diritto di proprietà e sulla natura delle persone e, sulle considerazioni delle funzioni legittime e del potere dello Stato o delle entità private, spesso chiedendo la limitazione o la dissoluzione delle istituzioni sociali considerate coercitive.

Gli studiosi distinguono i punti di vista libertari in libertarismo di sinistra e libertarismo di destra, sull'asse politico socialismo–capitalismo (rispettivamente sinistra–destra). Questa distinzione implica che i libertari provengono da contesti culturali e ideologici diversi, che possono anche essere in contrasto tra loro.
I libertari generalmente aderiscono alla teoria della proprietà di John Locke secondo la quale il lavoro legittima l'acquisizione della proprietà, tuttavia sono divisi riguardo alle conclusioni di questa teoria e accettano alcuni elementi mentre ne respingono altri; le opinioni fra destra e sinistra sono contrastanti sul tema.

Due sono i filoni più diffusi del libertarianismo: il miniarchismo, che raccoglie maggiori consensi tra i "libertarian", costituisce la corrente moderata, mira a ridurre lo stato ad uno Stato minimo;

l'anarcocapitalismo, che costituisce la corrente radicale, avversa ai compromessi costituzionalisti del liberalismo classico, ha come obiettivo invece la totale eliminazione dello Stato.

I miniarchisti prospettano uno Stato ridotto alla minima funzione di garante delle libertà individuali, ovvero lo Stato di diritto; tale corrente costituzionalista si rifà evidentemente ai pensatori originali del liberalismo, per esempio John Locke, e, in tempi più recenti, ad intellettuali del calibro di Friedrich von Hayek e Robert Nozick.

Per i sostenitori del miniarchismo, lo Stato è tenuto ad intervenire, in linea di massima, solo per garantire le libertà ed i diritti individuali, astenendosi dall'intervenire e normare qualsiasi altro aspetto della vita degli individui e della comunità, ovvero lo Stato quale guardiano notturno.
Gli anarcocapitalisti giudicano le proposte del miniarchismo incoerenti dal punto di vista teorico ed irrealizzabili sul piano concreto, in quanto lo Stato, in qualità di monopolista della forza armata e della legislazione, avrebbe nelle proprie mani tutti i poteri necessari per infrangere i limiti dello Stato "minimo" ed espandersi in ogni ambito, divenendo quindi inevitabilmente totalitario nel lungo periodo;

propongono invece il superamento completo del concetto stesso di Stato e di "cosa pubblica" con la realizzazione di un sistema di privatopie, entità territoriali auto-organizzate nei limiti delle libertà individuali in grado di fornire servizi in regime di libero mercato e sviluppate secondo un sistema di adesione volontaria alle regole che ogni comunità stabilisce autonomamente.

Il sistema delle privatopie esclude a priori l'esistenza di Stati nazionali e soprattutto entità sovranazionali, ammettendo unicamente la diffusione di una capillare e interattiva rete di piccole comunità private. Il principale punto di riferimento intellettuale della corrente anarcocapitalista è Murray Newton Rothbard. All'interno di questa visione radicale, gli anarcocapitalisti intendono privatizzare, o meglio porre su un mercato libero, anche quei settori come l'amministrazione della giustizia, la sicurezza e l'ordine pubblico che perfino i liberali classici considerano essere prerogative da poter o dover lasciare allo Stato; in questo senso va letta la loro idea di individualismo anarchico. I libertari, d'altro canto, rigettano totalmente le accuse che vengono loro rivolte indistintamente dagli altri schieramenti politici, sia conservatori che progressisti, argomentando che in tutta la storia della civiltà umana, se proprio vi è un colpevole di violazione dei diritti umani, questi è soprattutto lo Stato.

E infatti proprio il potere astratto ed illimitato dell'autorità statale è stato il principale mezzo con cui piccoli gruppi di potere o addirittura singoli individui hanno potuto, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, realizzare forme di governo tiranniche, soverchianti e contrarie alle più elementari regole di pacifica convivenza civile o reiterare arbitrariamente la violazione del diritto di autodeterminazione di ogni essere umano, tra cui vi sono gli interventi armati contro altre popolazioni, minoranze o addirittura nazioni, sistematicamente portate avanti in nome di uno specifico ordine sociale da raggiungere e da imporre a tutti o in nome di una generica sicurezza e stabilità nazionale, il famigerato "bene comune". Laddove, quindi, i tradizionali sostenitori dello Stato vedono in questo un'alta e possibilmente equa autorità garante dei diritti individuali, senza il quale sarebbe impossibile contenere lo spirito egoistico umano, che in un contesto anarcocapitalista non avrebbe freni né argini per manifestarsi,

i libertari pongono invece maggior fiducia nello spirito cooperativo dell'umanità, rammentando che le stesse idee di collaborazione volontaria, libertà e uguaglianza davanti alla Legge sono nate dal basso, ovvero sono sorte spontaneamente dalla creatività mentale dei singoli e dal bisogno di scambiare e condividere pacificamente per raggiungere un vantaggio reciproco, non certo imposte dall'alto per "decreto intellettuale" da una presunta autorità garante della ragione e della buona convivenza giusta e pacifica.

Il libero mercato, dunque, essendo per l'appunto una manifestazione spontanea ed originale dello spirito di cooperazione umano, da intendere come la volontà organica e orizzontale di una comunità di individui di determinare, ognuno per se stesso, il corso della propria vita, vivrebbe per necessità di autoregolazione, che nella visione libertaria di destra corrisponde agli assiomi morali di autoproprietà e non aggressione
...

Meritocrazia

La meritocrazia (neologismo coniato dal sociologo britannico Michael Young nel romanzo distopico L'avvento della meritocrazia del 1958) è un concetto usato in origine per indicare una forma di governo distopica di estrema disuguaglianza economica e sociale nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua attitudine al lavoro.[1][2] A questo uso iniziale negativo del termine si è affiancata col passare del tempo un'accezione positiva, tesa a indicare una forma di governo dove le cariche pubbliche, amministrative, e qualsiasi ruolo o professione che richieda responsabilità nei confronti di altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza a lobby, o altri tipi di conoscenze familiari (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).
Malgrado la connotazione originariamente negativa, nel tempo il termine si è affermato anche con una connotazione positiva ritenendolo un buon sistema sociale[3].
I sostenitori della meritocrazia argomentano che un sistema meritocratico è più giusto e più produttivo degli altri sistemi, e che garantisce la fine di discriminazioni fondate su criteri arbitrari quali il sesso, la razza e le origini (o le appartenenze) sociali.

D'altro canto i detrattori della meritocrazia argomentano, al contrario, che l'aspetto distopico centrale dell'idea di Young — l'esistenza di una classe meritocratica che monopolizzi l'accesso e i simboli del potere, nonché il metodo stesso di determinazione del merito — consiste proprio nell'introduzione di nuove forme di discriminazione e, quindi, in una perpetuazione del potere, dello status sociale e dei privilegi da parte di chi si vede riconosciuti un elevato quoziente intellettivo e lo sforzo.
Le meritocrazie si basano su questi principi di governo: - il collocamento del lavoro viene conferito secondo esperienza e competenza - sulla condizione dell'opportunità di accesso al lavoro in base alla domanda. - la previsione di qualcuno che specifichi i premi per l'adempimento del lavoro.

Multicomunitarismo

Il modello dello Stato-multinazionale definisce il concetto di multicomunitarismo come uno stato formato da più comunità, ognuna consapevole della propria identità etnica, dimostrando il desiderio di supremazia razziale.
Il multicomunitarismo si differenzia dal multiculturalismo in quanto in quest'ultima diverse etnie vivono in un contesto sociale in maniera più o meno integrata. Un esempio di stato multinazionale è il regno del Belgio in cui coesistono l'etnia fiamminga e quella vallone.

Nazionalsocialismo

Il nazionalsocialismo, chiamato anche nazismo[1], talvolta anche hitlerismo[2], è stata un'ideologia di estrema destra che ha avuto la propria massima diffusione in Europa, nella prima metà del XX secolo[3]. Si caratterizza per una visione nazionalista del socialismo radicale, populista[4], statalista[5][6][7][8][9][10][11][12], collettivista[13][14][15][16][17], razzista[18] e totalitaria[19]. Nacque subito dopo la prima guerra mondiale in Germania.....

Nazionalismo cattolico

Il nazionalismo cattolico è una dottrina e un movimento politico nazionalista e cattolico[1] fondato nella filosofia tomista, la dottrina sociale della Chiesa e il cattolicesimo sociale. In generale le sue posizioni coincidono con quelle della Chiesa cattolica. E, in particolare, con la visione sociale e politica dei Papi Leone XIII, San Pio X, Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII.

Neofascismo

Il neofascismo è un insieme di movimenti sociali o politici nati dopo la seconda guerra mondiale con l'intento di rianimare e attuare, parzialmente o totalmente, l'ideologia fascista. Secondo lo storico Renzo De Felice, durante la guerra fredda questi movimenti assorbirono e presero il posto del fascismo, favoriti in ciò dalla strategia geo-politica dell'Alleanza Atlantica che in tali gruppi vedeva un argine efficace all'espansione comunista.[1]

In Italia la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione del partito fascista, mentre la legge Scelba del 1952 sanziona l'apologia del fascismo. La legge Mancino del 1993 punisce anche l'utilizzo di simbologie legate ai sopra citati movimenti politici....

Oclocrazia

L'oclocrazia (dal greco antico: ὄχλος?, óchlos, "moltitudine, massa" e κράτος, krátos, "potere") si configura come uno stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è soggetta alla volontà delle masse. L'oclocrazia è considerata come uno stadio di degenerazione della democrazia.

Risulta inequivocabile che il potere del Popolo, da intendersi, in origine, a guisa di corpo politico unitario, dotato di un'autocoscienza storica, si tramuti ora in potere dell'ochlos, ossia di una moltitudine atomizzata, priva di una visione del mondo, preda degli intenti dominanti di demagoghi che ne orientano a privati fini le opinioni.

La Massa popolare pertanto, diventa "strumento animato" di una o più persone, tipicamente, nella formulazione polibiana, di alta estrazione censitaria. Essi ottengono il compiacimento delle folle, anche elargendo denaro e regalie. Il "popolo" (ormai disintegrato) diventa corrotto, cessando così di essere un popolo libero....

Ordoliberalismo

L'ordoliberalismo (Ordoliberalismus in tedesco) è una variante del pensiero liberale nata e sviluppata dalla scuola economica di Friburgo: esso si basa sul presupposto che il libero mercato ed il laissez faire da soli non siano in grado di garantire né il mantenimento della concorrenza né l'equità sociale e le pari opportunità per gli individui. Lo Stato pertanto deve fornire un quadro giuridico, un ordine di regole attraverso cui l’economia di mercato possa funzionare: tutelando la proprietà privata e la libera iniziativa privata, stabilizzando la moneta e assicurando un livello minimo e universale di protezione sociale. La teoria ordoliberale afferma che lo Stato deve creare e mantenere un ambiente economico favorevole per l'economia, mantenendo un sano livello di competizione tra le imprese private, e privatizzando i servizi pubblici, in modo da garantire il principio dell'uguaglianza di fronte alla legge[10], senza pretendere di perseguire l'uguaglianza sostanziale. La finalità dell'intervento pubblico non deve essere quella di dirigere i processi socio-economici ma solo di evitare il pericolo che, senza alcuna regolamentazione, possano emergere e formarsi monopoli o oligopoli, i quali non solo potrebbero sovvertire i vantaggi offerti dal libero mercato ma anche minare alla base le istituzioni[11]. Tema fondamentale della teoria ordoliberale è l'attribuzione di specifiche responsabilità ad istituzioni indipendenti: la politica monetaria dovrebbe essere affidata ad una banca centrale indipendente dal potere politico e avente lo scopo di garantire la stabilità della moneta ed un tasso di inflazione minimo mentre il governo ha la funzione di gestire la politica fiscale secondo il principio del pareggio di bilancio[12]. L'ordoliberalismo intende porsi come una terza via tra il liberalismo classico (che a causa del mancato ruolo regolatore dello Stato produce esiti caotici e anarchici) e le teorie dirigiste o collettiviste in cui lo Stato viceversa assume direttamente il controllo dei processi economici (nelle varie forme di pianificazione, assistenzialismo, protezionismo ecc.)....

Paternalismo

Il paternalismo in senso generale indica l'atteggiamento bonario e benefico di una persona d'autorità che però chiede in cambio, spesso implicitamente, il consenso intorno alla sua persona.

Inteso nel suo significato storico, è una forma di governo in cui tutti i provvedimenti in favore della popolazione vengono affidati alla comprensione e alla buona volontà del sovrano nei confronti dello stesso popolo.

Parte quindi dal presupposto che il sovrano sia in buona fede ed interessato al bene pubblico.

Populismo

Per populismo (in inglese populism; in russo народничество?, narodničestvo) si intende genericamente un atteggiamento e una prassi politica che mira a rappresentare il popolo e le grandi masse esaltandone valori, desideri, frustrazioni e sentimenti collettivi o popolari. Storicamente il termine nasce in riferimento ai movimenti socialisti e anti-zaristi nella Russia della seconda metà del XIX secolo (si veda populismo russo).

Per lo più usato con accezione dispregiativa e quale sinonimo di demagogia, il termine è assai diffuso con riferimento al contesto latino-americano nella seconda metà del XX e nel XXI secolo, in maniera indifferenziata per gruppi di destra e di sinistra (si veda peronismo, chavismo), a indicare un rapporto diretto e spesso carismatico con le masse popolari.

Secondo la scienza della comunicazione
I movimenti e i politici populisti adottano due strategie mediatiche: "In primo luogo tendono a promettere politiche e provvedimenti di ogni genere con il chiaro intento di rassicurare i soggetti che si sentono esposti ai rischi derivanti dai cambiamenti socio-economici che potrebbero provocare una "deprivazione" rispetto alla condizione attuale o una frustrazione delle aspettative future"[21].

L'overpromising consegue risultati soprattutto in ordine a questa seconda preoccupazione ed è la risorsa più importante a disposizione degli outsider populisti[22], ma ad essa ricorrono anche i tradizionali attori politici[23]. Al contempo, i movimenti populisti mobilitano i propri seguaci contro le élite economiche e soprattutto politiche che sono perciò additate come responsabili delle difficoltà economiche e della marginalizzazione politica del popolo stesso[24].

La principale argomentazione da essi utilizzata è semplice, ma efficace perché immediata e, pertanto, mediaticamente trasmissibile all'opinione pubblica[25]: se le cose vanno male è perché i rappresentanti non fanno gli interessi del popolo[26]. Inoltre le argomentazioni populistiche si baserebbero molto sulla cosiddetta "post-verità"

Progressismo

Il progressismo è una filosofia politica che sostiene il mutamento della società attraverso l'attuazione di politiche riformiste e innovatrici, perseguendo il progresso in campo sociale, politico ed economico.[1][2] È una filosofia tipica delle politiche di sinistra.[3][4][5]

Reputando gli avanzamenti negli ambiti della scienza, della tecnologia, dello sviluppo economico e dell'organizzazione sociale vitali per il miglioramento della condizione umana, il progressismo divenne molto significativo in Europa nel XVIII e XIX secolo, durante i quali, sotto la spinta di movimenti culturali come l'illuminismo e il positivismo, cominciò a diffondersi la convinzione che il continente stesse dimostrando come le nazioni potessero progredire da condizioni incivili alla civiltà attraverso il rafforzamento delle basi della conoscenza empirica come fondamento della società.

Figure cardinali dell'Illuminismo reputavano il progresso universalmente applicabile ad ogni contesto societario, e ritenevano che le idee a supporto dello stesso si sarebbero presto diffuse dall'Europa in tutto il globo.
Nella storia politica il termine appare con la rivoluzione francese del 1789, portavoce delle politiche illuministe della borghesia francese.
Secondo la definizione di Tullio De Mauro, "un partito progressista sostiene la possibilità del progresso e dell'evoluzione della società, ed è fautore di riforme che facilitino tale processo, in ambito politico – istituzionale, sociale, economico e civile".
I progressisti, infatti mirano a modificare gli assetti politici, economici e sociali tramite riforme graduali, progressive; il minimo comune denominatore è rappresentato dall'illuminismo, dal positivismo, dall'evoluzionismo e da una visione razionale in ambito politico, sociale ed economico. Si contrappone al conservatorismo della destra, che propugna una pratica politica conforme alla tradizione e ostile alle innovazioni, in particolare nell'ambito etico ed economico.

Data questa contrapposizione, storicamente vengono definite progressiste molte forze politiche schierate a sinistra, anche se oggi vengono considerate progressiste anche quelle miranti ad una terza via (Third Way). Negli anni il progressismo è diventato anche sinonimo di socialismo liberale e, seppur nato con origini diverse, riformismo. La tendenza è quella di unire il pensiero liberale e della proprietà privata, con le garanzie sociali offerte dal socialismo democratico. I progressisti si differenziano tanto dai conservatori, legati allo status quo,

come dai liberisti puri, e propugnano un'economia basata sul libero mercato ma con una forte azione sociale dello stato, volta a migliorare le condizioni di vita di aziende e persone, tramite una giusta redistribuzione della ricchezza.

Tuttavia sarebbe giusto dire che i progressisti più che ai conservatori si oppongono ai retrogradi (reazionari); frequenti i casi di esponenti progressisti rispettosi della tradizione e di esponenti conservatori liberali portatori di progresso.

Il progressismo si contrappone pure alle politiche comuniste, e in parte a quelle socialiste.

Tuttavia vale la pena ricordare che nel corso della storia del '900 a seguito di processi politici, economici e scientifici in nome del progresso o di una nuova umanità, terminati con gravi conseguenze, si è preferito sostituire il termine progresso e progressista con termini quali modernizzazione, rinnovamento e innovazione...

Radicalismo

Il radicalismo è una corrente ideologica sorta nel XVIII secolo all'interno del movimento liberale. I "radicali" rappresentavano l'ala più estrema dello schieramento liberale identificandosi nella sinistra liberale.[1] [2]

Essi proponevano riforme politiche appunto radicali in senso egualitario, tra le quali l'introduzione del suffragio universale, l'abolizione dei titoli nobiliari e, taluni, la repubblica.[3]

Inoltre, i radicali sostenevano la libertà di stampa e la rigida separazione tra Stato e Chiesa.


In Italia fu rappresentato dall'estrema sinistra storica e dal Partito Radicale Italiano.

Il radicalismo storico si caratterizza per la sua posizione intransigente rispetto a una serie di principi umanisti, razionalisti, laici, repubblicani e anticlericali, e per una visione più avanzata della società da una prospettiva liberale progressista con particolare attenzione ai diritti civili e ai diritti politici.
In molti Paesi europei infatti (si pensi a Regno Unito, Francia, Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi) alla fine dell'Ottocento la contrapposizione politica era tra conservatori e liberali.

I primi erano espressione dell'aristocrazia terriera,

i secondi, invece, raccoglievano gli intellettuali, la piccola e media borghesia, i piccoli contadini ed erano portatori di istanze di rinnovamento e ricambio economico-sociale.

All'interno del pensiero politico liberale, che solitamente si incarnava in partiti posizionati alla sinistra dello schieramento parlamentare, si formò una frangia particolarmente attenta alle questioni sociali. I sostenitori di liberalismo progressista e di sinistra vennero dunque chiamati radicali.
Con la nascita dei partiti socialisti e socialdemocratici, i radicali si sono di conseguenza spostati verso il centro-sinistra dello schieramento politico, mentre i liberali si spostarono verso il centro e in taluni casi verso il centro-destra (per esempio in Danimarca).

Sia i liberali sia i radicali vennero schiacciati tra i conservatori e le forze socialdemocratiche, tanto che in molti Paesi finirono per riunirsi in uno stesso partito.

Sebbene esistano ancora partiti "radicali", il termine "radicalismo" è stato soppiantato nel gergo politologico da liberalismo sociale, che sta appunto ad indicare le correnti di sinistra del liberalismo. In Italia l'esperienza politica del radicalismo può riferirsi, ad esempio, al Partito d'Azione o al Partito Repubblicano Italiano delle origini, nonché al partito Radicale storico erede dell'estrema sinistra di Felice Cavallotti.

Da quest'ultima esperienza hanno preso spunto alcuni membri della sinistra interna del Partito Liberale Italiano, tra i quali spiccava il nome di Marco Pannella, che diedero vita nel 1955 al Partito Radicale. Posizionatosi nell'alveo della "sinistra democratica", tale partito si è poi via via spostato verso il centro e, dagli anni novanta, come Lista Pannella, Lista Bonino e infine Radicali Italiani, ha abbracciato compiutamente il liberismo.[5][6]

I Radicali Italiani si autodefiniscono come "movimento liberale, liberista e libertario"[7], cioè come un partito liberale in materia di diritti civili e liberista in economia. Tra i partiti riconducibili alla storica tendenza del radicalismo storico in Europa e nel mondo si possono ricordare la Sinistra Radicale danese, il Partito Radicale e il Partito Radicale di Sinistra in Francia, il Partito Liberale Radicale svizzero e l'Unione Civica Radicale argentina.

Si tratta di partiti in gran parte socio-liberali, anche se alcuni, come il Partito Radicale francese e il Partito Liberale Radicale svizzero fanno ora parte del centro-destra nei loro Paesi, e altri, come l'Unione Civica Radicale e il Partito Radicale di Sinistra, hanno aderito all'Internazionale Socialista o al Partito del Socialismo Europeo. Sebbene sorti dopo l'epoca d'oro del radicalismo storico, molti partiti contemporanei che si proclamano socio-liberali hanno un forte legame ideale con tale tradizione (vedi partiti liberali progressisti)...

Regionalismo

In politica, il regionalismo è un'ideologia politica incentrata sullo "sviluppo di un sistema politico o sociale basato su una o più" regioni e / o gli interessi nazionali, normativi o economici di una specifica regione, gruppo di regioni o un'altra entità subnazionale, che guadagna forza o mira a rafforzare la "consapevolezza e lealtà verso una regione distinta con una popolazione omogenea", in modo simile al nazionalismo.


Più specificamente, "il regionalismo si riferisce a tre elementi distinti: movimenti che richiedono l'autonomia territoriale all'interno degli stati unitari; l'organizzazione dello stato centrale su base regionale per la realizzazione delle sue politiche, comprese le politiche di sviluppo regionale; decentralizzazione politica e autonomia regionale". Le regioni possono essere delineate da divisioni amministrative, culturali, linguistiche e religiose, tra gli altri. I regionalisti mirano ad aumentare il potere politico e l'influenza disponibile per tutti o alcuni residenti di una regione...

Repubblicanesimo

Il repubblicanesimo è, genericamente, un'ideologia che sostiene il sistema politico repubblicano. Caratteristiche Jean-Jacques Rousseau Secondo la definizione generale, la repubblica è una forma di governo in cui le cariche pubbliche sono scelte con metodi diversi dalla trasmissione ereditaria (solitamente nomina o elezione) e non costituiscono proprietà privata di chi le detiene. Il termine - storicamente utilizzato per designare un particolare profilo presente nell'Illuminismo[1] ed in particolare nella religione civile di Rousseau[2] - si associa anche alle ideologie dei diversi partiti politici che utilizzano il nome di "Partito Repubblicano".

Alcuni di essi sono proprio fondati sull'anti-monarchismo; nonostante portino il medesimo nome, i vari partiti repubblicani diffusi per il mondo hanno obiettivi e punti di vista abbastanza differenti, inseriti ciascuno nel proprio contesto. La concezione della libertà dei repubblicani differisce da quella dei teorici del liberalismo classico perché, se per quest'ultimi la via da seguire per garantire la libertà all'uomo è di preservarlo da quelle interferenze dello stato, del diritto e della morale che ne potrebbero pregiudicare la piena espressione, per i primi la vera libertà si ottiene sottraendo l'uomo dal giogo di quelle condizioni di dipendenza economica, culturale e sociale che ostacolano lo sviluppo della sua persona.


In altri termini, secondo la concezione neo-repubblicana un uomo non può dirsi veramente libero se la sua vita è condizionata e influenzata negativamente da ostacoli, come la povertà e l'ignoranza, che ne riducono la possibilità di esprimere al meglio la propria personalità. Inoltre, secondo la concezione dei repubblicani è talvolta necessario restringere la libertà di un gruppo di cittadini per emanciparne un altro da una condizione di dipendenza.

Un chiaro esempio di un intervento ispirato a un tale pensiero sono quelle leggi che proteggono i lavoratori dipendenti dagli abusi dei datori di lavoro, o quelle che impongono delle tasse per finanziare misure di stato sociale volte a migliorare le condizioni di chi vive in povertà....

Riformismo

Il riformismo, nelle scienze politiche, è una metodologia politica che, opponendosi sia alla rivoluzione sia al conservatorismo, opera nelle istituzioni, al fine di modificare l'ordinamento politico, economico e sociale esistente attraverso l’attuazione di organiche, ma graduali riforme.[1]

Tendenzialmente, si definiscono riformisti i partiti di centro-sinistra, tra cui socialisti revisionisti,[2] socialdemocratici[3] e liberalsocialisti,[4] i quali si propongono di correggere (con vari strumenti come le proposte di legge in parlamento e i referendum) i difetti dell'economia capitalista. In Italia Filippo Turati, co-fondatore del Partito Socialista Italiano, tra i principali esponenti del socialismo riformista in Italia[11]

Nella storia italiana della fine del XIX secolo il riformismo ha influenzato l'evoluzione del movimento socialista, di cui ha rappresentato la corrente più moderata, e i cui sostenitori ritenevano possibile una collaborazione fra i ceti proletari e la borghesia nell'ambito delle istituzioni parlamentari, allo scopo di favorire un progressivo miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, in particolare degli operai salariati.

Socialdemocrazia

La socialdemocrazia è una filosofia politica, sociale ed economica che promuove riforme in senso socialista, nella direzione di una maggiore giustizia sociale in un sistema politico pienamente liberal democratico e con un'economia mista orientata al capitalismo.[1][2][3][4]

Caratterizzata da un costante impegno a favore di politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche e sociali, sostiene dunque un efficiente modello di Welfare state comprendente misure per la redistribuzione dei redditi[5][6], il sostegno a servizi pubblici universalmente accessibili quali l'assistenza agli anziani e l'assistenza all'infanzia, un'istruzione di qualità, l'assistenza sanitaria e l'assicurazione dei lavoratori contro gli infortuni.
Emersa alla fine del diciannovesimo secolo, è generalmente associata al complesso delle fondamentali politiche di centro-sinistra e di sinistra dell'Europa settentrionale e occidentale durante la seconda metà del XX secolo[1] e si distingue da ulteriori forme di socialismo, cercando di umanizzare il capitalismo e creare le condizioni affinché porti a maggiori risultati democratici, egualitari e solidaristici, rifiutando categoricamente le teorie rivoluzionarie proprie del comunismo e del massimalismo
La socialdemocrazia sostiene la necessità di un programma di graduali riforme legislative del sistema capitalistico, al fine di rendere quest'ultimo maggiormente equo.
Si definiscono socialdemocratici partiti che si rifanno all'esperienza dei partiti socialisti nati alla fine del XIX secolo. Nella prassi contemporanea, pertanto, i partiti socialdemocratici sono formazioni progressiste, in genere aperte alle libertà personali e alla tutela non solo della classe lavoratrice ma anche del lavoro autonomo, e quindi aperto alle classi medie. I partiti socialdemocratici sono particolarmente forti nell'Europa settentrionale (Svezia, Norvegia e Danimarca) e in Germania. L'Internazionale Socialista definì la socialdemocrazia come la forma ideale di democrazia rappresentativa, che avrebbe potuto risolvere i problemi tipici della democrazia liberale.

Tale forma ideale si sarebbe raggiunta seguendo i principi del cosiddetto welfare state (traducibile in italiano con "stato del benessere").

Il primo di questi principi guida è la libertà, che non include solo le libertà individuali, ma anche la libertà dalla discriminazione e quella dalla dipendenza dai proprietari dei mezzi di produzione o dai detentori illegittimi del potere politico, così come la libertà di poter determinare il proprio destino.

Si aggiungono poi l'equità e la giustizia sociale, intese non solo come eguaglianza di fronte alla legge ma anche come equità socioeconomica e culturale, concedendo perciò a tutti gli esseri umani in quanto tali le medesime opportunità, a prescindere dalle loro differenze.

Infine, vi è una sorta di solidarietà che porta all'unità e a un senso di compassione (da intendersi, però, con accezione positiva) nei confronti delle vittime delle ingiustizie e delle disuguaglianze.

Obiettivi politici

Adeguato sistema di regolamentazione del settore privato con alta tassazione progressiva e tassazione fiscale alta, per il settore privato per una forte ed efficiente spesa pubblica nell'interesse delle classi meno abbienti e dei consumatori, basato sull'economia keynesiana.

Esteso sistema di sicurezza sociale finalizzato a limitare le conseguenze della povertà e a proteggere i cittadini dalla perdita di potere di acquisto a causa della disoccupazione o delle malattie (vedi welfare state).

Leggi per la tutela dell'ambiente.

Posizioni progressiste in materia di aborto, divorzio, unioni civili, matrimonio egualitario, adozione da parte di coppie dello stesso sesso, leggi anti omofobia, legalizzazione di cannabis sia a uso terapeutico che ricreativo, prostituzione, immigrazione, multiculturalismo e eutanasia, suicidio assistito, testamento biologico, femminismo.

Miglioramento del sistema capitalista tramite riforme, con l'ipotesi di poter gradualmente migliorare il sistema e quindi anche la globalizzazione. Coerente politica estera a sostegno delle istituzioni europeiste e internazionali (come l'ONU).

Equità fra sistema statale e privato. Infatti i socialdemocratici sono favorevoli alle statalizzazioni.
Laicismo.
Secolarismo.
Diritti civili e diritti umani.

Socialfascismo

Socialfascismo è il termine usato dall'Internazionale Comunista (Comintern), tra gli anni 1920 e 1930, per denominare spregiativamente i riformisti e i socialdemocratici. Espresse anche una precisa linea politica del movimento comunista internazionale, adottata dal VI Congresso dell'Internazionale Comunista nel 1928: per oltre un quinquennio la concezione del socialfascismo, che sarebbe stata dettata dalla fine della "stabilità capitalista" e dall'inizio del "terzo periodo", fu diffusa e imposta a tutti i militanti comunisti, determinando la loro autoesclusione dalle organizzazioni unitarie dei partiti antifascisti[1]. Con l'avvio della fase dei fronti popolari deciso dal VII Congresso, questa teoria venne rinnegata dallo stesso Comintern che l'aveva precedentemente promossa. Definizione di "socialfascismo" Dopo l'affermazione del fascismo in Italia (1922) e di governi di destra in molti paesi europei, con un netto cambio di impostazione teorica l'Internazionale comunista accusa i partiti socialisti europei di costituire non tanto "l'ala destra del proletariato", quanto "l'ala sinistra della borghesia", che, secondo i comunisti aderenti alla linea di Stalin, usava alternatamente fascismo e socialdemocrazia come strumenti di politiche antipopolari e anticomuniste. In alcuni casi, per socialfascismo si intendeva poi il collaborazionismo (reale o supposto) dei partiti socialdemocratici e riformisti nei confronti dei regimi nazifascisti nati in Italia, Austria, Germania e, più tardi, in Spagna. In questi paesi e in tutto il mondo industrializzato, secondo la dottrina uscita maggioritaria dal VI congresso del Comintern, i socialisti moderati avevano scoraggiato qualsiasi tentativo di rivoluzione, svolgendo una funzione antirivoluzionaria e revisionista...

Socialismo

Il socialismo è un complesso di ideologie, movimenti e dottrine legato a orientamenti politici di sinistra tendente a una trasformazione della società finalizzata a ridurre le disuguaglianze fra i cittadini sul piano sociale, economico e giuridico. Originariamente tutte le dottrine e movimenti di matrice socialista miravano a perseguire i propri obiettivi attraverso l'abolizione delle classi sociali e la soppressione totale della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. Fino al 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. In quell'anno, nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, si opera la distinzione tra "socialismo utopico" e "socialismo scientifico", il solo, quest'ultimo, che secondo Marx ed Engels può garantire la transizione verso una fase successiva, il "comunismo", per evidenziarne polemicamente le differenze con il primo. Per socialismo si intende uguaglianza formale con l'obiettivo di raggiungere anche quella sostanziale. Nel pensiero marxista, il socialismo e il comunismo divennero due fasi della rivoluzione: la fase socialista, cioè quella delle statalizzazioni, che facevano parte della dittatura del proletariato, che si realizzava in un nuovo concetto di Stato, diverso da quello borghese; poi la fase comunista, che prevedeva l'abolizione delle classi, intesa come libera associazione di tutti. Contrariamente all'anarchismo, che fin dall'inizio prevedeva una abolizione di qualsiasi organizzazione statale, questa concezione di Karl Marx prevedeva quindi due fasi: la dittatura del proletariato e la società senza classi. La seconda fase fu abbandonata quasi subito dai regimi del socialismo reale. Originariamente infatti nella fase comunista si prevedeva la dissoluzione dello Stato, perché considerato a quel punto inutile: i beni e i mezzi di produzione erano tornati alla collettività.....

Socialismo cristiano

Il socialismo cristiano è una posizione politica, religiosa e culturale che si propone di coniugare i principi fondamentali del socialismo democratico con il solidarismo cristiano-sociale, considerata anche filosofia morale da determinate aree socialdemocratiche.[1] Può essere ricondotto alla famiglia dei socialismi religiosi. Attualmente tale corrente è significativa in America Latina, dove talvolta soggetti di ispirazione cristiana sono inoltre legati agli insegnamenti della Teologia della Liberazione. Ancora oggi numerosi gruppi di socialisti cristiani hanno piena agibilità nei partiti aderenti all'Internazionale Socialista e al Partito del Socialismo Europeo...

Socialismo democratico

Il socialismo democratico è un'ideologia politica che sostiene la possibilità di pervenire al socialismo tramite la democrazia. La forma di governo di uno Stato governato secondo i principi di questa ideologia può definirsi "stato socialista democratico", in cui, a differenza dello "Stato socialista reale" con monopartitismo, vengono mantenute inalterate le libertà civili e politiche.[1][2] Nell'ambito dei paesi dell'ex blocco sovietico, si parlò di "socialismo dal volto umano" per l'esperienza di socialismo democratico, rispettoso dei diritti civili, attuato durante la Primavera di Praga, in contrapposizione al socialismo autoritario dell'URSS (socialismo reale o socialismo scientifico di stampo marxista-leninista).[3] L'espressione "socialdemocrazia" indica generalmente un'ideologia riformatrice che accetta il capitalismo e le sue dinamiche, temperandole con un solido sistema di Stato sociale, a metà strada tra socialismo e liberalismo sociale.

Nel socialismo democratico, invece, l'obiettivo finale è ottenere il superamento del capitalismo e l'instaurazione di una società socialista;

lo stesso obiettivo è perseguito dal socialismo rivoluzionario e dal comunismo, anche se tramite la rivoluzione e non i mezzi legali delle elezioni parlamentari (queste vengono viste solo come un possibile passaggio verso una spontanea rivoluzione popolare, contrapposta alla rivoluzione centralista del partito leninista e dei "rivoluzionari di professione").[2] Nella comune accezione europea, socialismo democratico e socialdemocrazia sono termini frequentemente usati quali sinonimi della medesima posizione culturale e politica, come accadde nel Partito Socialista Democratico Italiano....

Sovranazionalismo

Il sovranazionalismo è un metodo di processo decisionale in comunità politiche multinazionali, in cui l'intera sovranità nazionale o parte di essa viene trasferita o delegata ad una autorità da parte dei governi degli stati membri.

Il concetto di unione sovranazionale è talvolta utilizzato per denominare l'Unione europea, come un nuovo tipo di entità politica[1].

Le unioni sovranazionali si differenziano dalle consuete organizzazioni internazionali per il più marcato grado di integrazione tra i loro membri: questo si può notare per la presenza di un ordinamento giuridico proprio, di una corte di giustizia con poteri vincolanti o di istituzioni dotate di legittimità diretta (ad es. il Parlamento europeo).

Statalismo

Lo statalismo è la tendenza ad attribuire allo Stato un ruolo molto forte nelle varie attività del Paese, soprattutto nel controllo dell'economia nazionale e nel possesso delle aziende.[1] Il termine è anche usato in senso critico e polemico nei confronti di un'invadenza eccessiva da parte dello Stato in tutti i settori.[1] L'opposizione allo statalismo è genericamente chiamata anti-statalismo.

Diversi totalitarismi, come quello comunista[senza fonte], dell'Italia fascista[2][3][4][5][6][7] o della Germania nazista,[8][9][10][11][12][13][14][15] sono stati spesso descritti come statalisti, così come le varie forme di stato sociale.[16][17] Il processo nel dare nelle mani dello Stato un'impresa privata viene definito nazionalizzazione o statalizzazione mentre il procedimento opposto è la privatizzazione. Di solito la statalizzazione avviene attraverso l'intervento statale per aiutare aziende private in crisi, destinate altrimenti a un brusco ridimensionamento o al fallimento. Altre volte lo Stato interviene regolamentando l'economia, che spesso non può essere affidata alle sole leggi di mercato... Si distingue quindi da: uno statalismo assoluto, uno statalismo parziale in cui vi sono degli spazi di libertà per gli individui - anche se lo Stato controlla molti rami della società in quanto considerato espressione di un patto sociale e conserva il monopolio della forza - e da una statolatria sconfinante sia nell'autoritarismo che nel totalitarismo.

Anti-statalismo

L'anti-statalismo è qualsiasi approccio alla filosofia sociale, economica o politica che rifiuta lo statalismo. Un anti-statalista si oppone all'intervento dello Stato nelle questioni personali, sociali ed economiche[1]. Nell'anarchismo, ciò comprende anche un completo rifiuto di ogni dominio gerarchico[2].
L'anti-statalismo è presente in una varietà di posizioni molto diverse e comprende una serie di concetti e pratiche talvolta anche opposte. Gli anti-statalisti differiscono notevolmente in base alle altre idee che sostengono, poiché la difficoltà significativa nel determinare se un pensatore o una filosofia è anti-statalista è il problema di come si definisce lo Stato stesso.
La terminologia è cambiata nel tempo e gli scrittori del passato hanno spesso usato la parola "Stato" in un senso diverso da come la usiamo oggi.

Ad esempio, l'anarchico Michail Bakunin ha usato il termine semplicemente per indicare un'organizzazione governativa, mentre altri scrittori hanno usato il termine Stato per indicare qualsiasi legge o agenzia con lo scopo di far rispettare la legge.

Karl Marx definì lo Stato come l'istituzione utilizzata dalla classe dominante di un paese per mantenere le condizioni del suo dominio. Secondo Max Weber, invece, lo Stato è un'organizzazione con un effettivo monopolio legale sull'uso legittimo della forza fisica in una particolare area geografica (il suo territorio)..

Terza via

La locuzione terza via (in inglese: Third Way) si riferisce a diverse posizioni politiche trasversali impegnate nell'elaborazione di una moderna posizione intermedia tra neoliberalismo e socialdemocrazia – da non confondere con il centrismo, termine riconducibile ad un concetto maggiormente ampio – al fine di individuare un efficace compromesso di giustizia sociale, pari opportunità, valorizzazione del merito, dell’iniziativa privata, tra le politiche economiche laissez-faire e quelle interventiste.[1]

Essa nasce dall'esigenza di analizzare compiutamente gli esiti delle politiche economiche di stampo keynesiano, che avevano precedentemente generato dubbi a causa di un eccessivo interventismo da parte dello Stato, e quelle neoliberiste sviluppatesi a partire dagli anni ottanta[2], in una fase ormai avviata alla globalizzazione, combinandole fra loro e sviluppate da alcuni partiti socioliberali e socialdemocratici.

Questa concezione politica supporta il raggiungimento di un egualitarismo nella società odierna attraverso un'azione diretta per aumentare la distribuzione di abilità, capacità e mezzi di produzione e allo stesso tempo rifiutare la redistribuzione delle ricchezze tra classi sociali[10].

Enfatizza così l'impegno su:

il raggiungimento del pareggio di bilancio, fornendo così pari opportunità, ponendo inoltre accento sulle responsabilità morali degli individui;

la decentralizzazione del potere governativo al minor livello possibile;

l'incoraggiamento di più possibili accordi economici tra funzioni pubbliche e private, cercando il più possibile di non ricorrere all'uso della manodopera, così investendo nello sviluppo umano e nella ricerca

oltre al miglioramento dei mezzi di produzione; la protezione del capitale sociale insieme alla salvaguardia ambientale
[11][12]. Specifiche definizioni delle politiche della terza via possono differire tra Europa e Stati Uniti d'America. In Italia alcune politiche caratteristiche della terza via sono state sostenute da alcuni esponenti politici provenienti da partiti centristi e socioliberali, tra cui Forza Italia, Rinnovamento Italiano e Nuovo PSI, così come successivamente La Margherita e Democratici di Sinistra, i due partiti confluiti nel Partito Democratico, il quale adottò nel 2008 una Carta dei Valori che sostiene proprio le politiche della terza via, propugnate in particolar modo durante la segreteria di Matteo Renzi.[18][19] I maggiori sostenitori delle politiche della terza via sono attivi prevalentemente nel partito Italia Viva. La terza via è stata promossa dai suoi esponenti come un'alternativa radicale e centrista tra capitalismo e forme tradizionali di socialismo,[23] quindi sostenitrice di idee come il socialismo etico, il riformismo e il gradualismo, il quale include l'umanizzazione del capitalismo, un'economia mista, un pluralismo politico e una democrazia liberale.[23] Questa posizione è stata presentata dai suoi promotori come "socialismo competitivo" – un'ideologia che si pone a cavallo tra il socialismo tradizionale e il capitalismo,[24] in maniera del tutto analoga al socialismo liberale, che propone di unire socialismo democratico e liberalismo classico.

I due termini sono spesso usati come sinonimi[25], ma tale utilizzo è improprio: gli esponenti del socialismo liberale, infatti, propongono anche forme di regolamentazione economica e redistribuzione della ricchezza come metodi utili al raggiungimento di una maggiore uguaglianza sociale, opzioni che sono state rifiutate, oltre che non contemplate, dagli esponenti della terza via...

Movimento politico

Un movimento politico è un gruppo di individui che si pone come obiettivo quello di cambiare il sistema politico o promuovere determinati valori sociali all'interno del governo di un Paese.[1] Il pensiero dei movimenti politici contrasta solitamente quello del sistema politico dominante,[2][3] e appoggia le teorie dell'opportunità politica, secondo cui i movimenti di natura politica nascono da semplici circostanze,[4] e la teoria della mobilitazione delle risorse, in base alla quale il successo di un movimento politico è determinato dalla sua capacità di utilizzare le risorse a sua disposizione.[2] Nonostante vi siano delle differenze fra i partiti e i movimenti politici, entrambi vogliono esercitare un particolare impatto sul governo, e alcuni partiti sono stati in origine dei movimenti politici.[5] Se i partiti politici si focalizzano sulla risoluzione di diverse problematiche che vi sono all'interno di un Paese, i movimenti si pongono solitamente un singolo obiettivo

Partito politico

Un partito politico è un'associazione tra persone accomunate da una medesima visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico ovvero relativa a questioni fondamentali circa la gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici o particolari. L'attività del partito politico, volta a operare per l'interesse comune, locale o nazionale, si esplica attraverso lo spazio della vita pubblica con la definizione di un programma o piano politico da perseguire e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per "ambito prevalente" quello elettorale.

I partiti nascono nel momento dell'affermazione della democrazia e quindi quando il governo diventa responsabile verso il voto degli elettori[6]. Esistono due principali analisi della storia dei partiti che guardano uno in maniera genetica l'altro in maniera strutturale, le fasi della loro creazione.

I partiti si distinguono a livello organizzativo a seconda di una struttura più o meno verticistica, più o meno movimentista. I partiti di stampo socialista e comunista, nonché quelli post-fascisti, si sono, nel corso degli anni, contraddistinti per la presenza di ampi organi assembleari e ristretti gruppi dirigenziali. Spesso i vertici del partito non venivano scelti direttamente dagli iscritti o dalle assemblee congressuali, ma dagli uffici di presidenza. Altri partiti, invece, hanno fatto propria una prassi più "democratica", attenta cioè a favorire il coinvolgimento della base nelle decisioni di vertice.

Leader di partito

È un leader di partito, o capo politico, chi è posto a capo di un partito politico. Di solito ricopre una posizione formale, la cui denominazione varia secondo gli Stati e i partiti politici. Il leader del partito è tipicamente responsabile dei rapporti con il pubblico; come tale, ha un ruolo di primo piano nella definizione della linea politica del partito (e, in particolare, dei programmi elettorali) e nella comunicazione della stessa all'elettorato; è, inoltre, il principale contatto tra il partito e i mass media. Nei sistemi bipartitici o bipolari il leader del partito o della coalizione che ha la maggioranza in parlamento diventa di fatto automaticamente primo ministro (o capo del governo comunque denominato) mentre il leader del partito o della coalizione di opposizione che ha il maggior numero di seggi diventa leader dell'opposizione, laddove esiste questa figura.

Segretario generale

Il titolo di segretario generale (a volte primo segretario, abbreviato segr.) è attribuito all'organo monocratico di alcune associazioni o altre organizzazioni, pubbliche o private, posto al vertice delle stesse. Indica anche una figura talvolta posta alle dirette dipendenze dell'organo di vertice (ad esempio, il presidente) e appartenente comunque al senior management dell'organizzazione. L'apparato organizzativo al quale il segretario generale è preposto è detto segretariato o segreteria. L'uso di questo titolo piuttosto che altri, quale ad esempio quello di presidente, può avere lo scopo di sottolineare il ruolo di esecutore delle decisioni degli organi collegiali dell'organizzazione, facendo così risaltare, per lo meno a livello nominalistico, la collegialità di gestione della medesima. Tale figura può anche essere utilizzata per designare il leader dei partiti comunisti e socialisti, nonché dei sindacati che si richiamano a quest'area ideologica; in seguito il titolo (o altri analoghi, ad esempio segretario politico) è stato estesamente adottato anche da partiti e sindacati di diversa ideologia. Nei paesi comunisti il segretario generale (o primo segretario) del comitato centrale del partito comunista è, di fatto, la più alta carica dello Stato, sebbene rimanga formalmente un organo del partito; del resto, solitamente, alla carica di partito ne unisce una statale, per lo più quella di capo dello stato (o, più precisamente, di presidente dell'organo collegiale che svolge le funzioni del capo dello stato), altre volte quella di capo del governo. Solitamente eletto dal comitato centrale, ne presiede l'ufficio politico e, laddove presente, il segretariato.

Ufficio politico

Un ufficio politico (spesso detto Politbüro, contrazione del russo политическое бюро, političeskoe bjuro), in alcuni partiti, soprattutto comunisti e socialisti, designa un organo collegiale ristretto, eletto dal Comitato centrale o analoga assemblea e responsabile di fronte al medesimo, al quale è affidata la direzione del partito. In altri partiti l'organo corrispondente all'ufficio politico prende il nome di Direzione, Comitato esecutivo o simili. Per la sua composizione ristretta e per la possibilità di riunirsi frequentemente, l'ufficio politico è uno degli organi più importanti del partito. Negli Stati comunisti l'Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista è, di fatto, assieme al segretario generale, la massima istituzione statale, pur rimanendo formalmente un organo del partito. Sebbene eletto dal Comitato centrale e responsabile di fronte al medesimo, grazie al controllo che esercita sul resto del partito finisce per cooptare i suoi membri. L'esempio più noto è rappresentato dal Politburo del PCUS.

Congresso del partito

Nei partiti, nei sindacati e in altre associazioni il congresso (denominato anche convenzione o conferenza) è il massimo organo decisionale. È un'assemblea che si può riunire con frequenza annuale o pluriennale (ad esempio, ogni cinque anni), costituita dagli iscritti o da loro delegati, che possono essere anche alcune migliaia, eletti in occasione di ciascuna sessione. Accanto al congresso nazionale (o generale) possono esserci congressi limitati ad un'articolazione territoriale (regionali, provinciali ecc.) Il congresso nazionale ha il potere di modificare lo statuto; definisce la linea politica e il programma dell'organizzazione; elegge l'assemblea (denominata comitato centrale, consiglio nazionale o in altri modi) che funge da massima istanza decisionale dell'organizzazione tra una sessione congressuale e l'altra; frequentemente elegge il leader dell'organizzazione e, nei partiti, il candidato ufficiale alla presidenza della repubblica (nei sistemi presidenziali) o a primo ministro (nei sistemi parlamentari bipartitici, ove il leader del partito vincitore delle elezioni diviene automaticamente primo ministro).

Comitato centrale

Il Comitato centrale (CC) di un'associazione è solitamente l'organo esecutivo e decisionale più importante dell'associazione stessa. L'espressione è in particolare usata per designare gli organi esecutivi dei partiti politici, specie quelli a orientamento socialista o della destra sociale. Comitato centrale è il termine usato per designare l'organo collegiale di tipo assembleare, eletto dal congresso, che dirige l'organizzazione tra una sessione congressuale e l'altra, svolgendo funzioni deliberative ed eleggendo gli organi esecutivi (segretario generale, ufficio politico ecc.).

Colore politico

I colori politici sono dei colori utilizzati per rappresentare un partito politico o un'ideologia: questi colori sono spesso utilizzati dai mass media nel dare i risultati delle elezioni o, più in generale, per riferirsi ai partiti. Il colore rosso per la sinistra rivoluzionaria inizia con le bandiere rosse della Comune di Parigi. Spesso, però, in ogni nazione o aree geografiche ai colori vengono attribuiti significati politici diversi. Ad esempio in Italia il bianco è il colore tradizionalmente legato ai democratici-cristiani, già nella vicina Austria i Popolari (democristiani) usano, invece, il nero. In Italia il nero è stato appannaggio del Partito Nazionale Fascista, pertanto, i democristiani per distinguersi dai socialisti e comunisti (rosso) e dai neo-fascisti (neri), fecero proprio il bianco.

Capoelettore

Il termine capoelettore designa, soprattutto ad uso giornalistico, un attivista politico che opera sul territorio per raccogliere consenso elettorale, garantendo ad un candidato un pacchetto "sicuro" di voti. Il capoelettore si distingue, di norma, dai tradizionali militanti e attivisti politici, perché la sua opera propagandistica non è basata sulla piattaforma politica, programmatica e ideologica del candidato e del partito che rappresenta; piuttosto, il capoelettore svolge la sua opera per interessi di natura più personale e/o economici, legati a scambi di favore, raccomandazioni, fino a sconfinare nel vero e proprio voto di scambio o nella difesa di interessi illegali ad es. collegati alla malavita organizzata. Un capoelettore può successivamente diventare a suo volta un candidato politico grazie alla forza del pacchetto di consensi elettorali raccolti negli anni.

Finanziamento pubblico ai partiti

Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d'iscrizione e alla raccolta fondi, attraverso cui i partiti politici percepiscono fondi necessari a finanziare le proprie attività. Il finanziamento pubblico diretto ai partiti è previsto nella maggioranza degli ordinamenti europei. In alcuni paesi tale finanziamento costituisce la primaria risorsa di sostentamento dei partiti, mentre in altri (come la Gran Bretagna) esso è sostanzialmente irrilevante. Il modello di finanziamento pubblico puro non esiste, giacché gli ordinamenti affiancano ad un finanziamento pubblico la possibilità di finanziamento privato, variamente regolato e limitato.

Elezione

L'elezione è un metodo di scelta del titolare o dei titolari di un ufficio da parte dei membri di un collegio, corpo elettorale o altra collettività,[1] che sono chiamati a esprimere le loro preferenze attraverso il voto per una o più persone o per un insieme di persone (una lista), voti che vengono poi trasformati in una scelta collettiva sulla base di regole prestabilite. Nel caso il collegio sia chiamato a scegliere i suoi stessi membri, si parla invece di cooptazione.

Sistema elettorale in Italia

Il sistema elettorale italiano è l'insieme delle regole con cui, sulla base dei voti espressi dai cittadini italiani durante le elezioni, sono assegnati i seggi all'interno degli organi politico-istituzionali locali, nazionali ed europei.

La situazione è articolata e differenziata a seconda delle varie categorie di votazione previste dall'ordinamento politico italiano:
le elezioni politiche, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 400 componenti della Camera dei deputati e dei 200 membri elettivi del Senato della Repubblica;[N 1]

le elezioni europee, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 76 membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia;[N 2][N 3][1]

le elezioni regionali, in occasione delle quali si vota per l'elezione del presidente della giunta regionale e del consiglio regionale;[N 4]

le elezioni amministrative, in occasione delle quali si vota per l'elezione del sindaco e del consiglio comunale;[N 5] in Valle d'Aosta si elegge contestualmente il vicesindaco[N 6] e nelle grandi città si vota inoltre per i consigli circoscrizionali.[N 7]

Ciascun tipo di consultazione ha luogo di norma ogni cinque anni.[N 8][N 9][N 10][2]


Il sistema proporzionale con soglia di sbarramento, adottato per tutte le elezioni italiane dal 1946 al 1993 (fatta eccezione per il Senato), è ancora usato per le elezioni del Parlamento europeo.

Anche i restanti appuntamenti elettorali – salvo le consultazioni comunali nelle municipalità meno popolose e le elezioni circoscrizionali – si svolgono sulla base di sistemi elettorali di impostazione proporzionale, ma corretti in misura significativa con quote maggioritarie o premi di governabilità variamente assegnati.

Sistema vigente

Dal 2017 è in vigore un sistema elettorale misto a separazione completa, ribattezzato Rosatellum bis:

in ciascuno dei due rami del Parlamento, il 37% dei seggi assembleari è attribuito con un sistema maggioritario uninominale a turno unico,

mentre il 61% degli scranni viene ripartito fra le liste concorrenti mediante un meccanismo proporzionale corretto con diverse clausole di sbarramento.[N 15] Le candidature per quest'ultima componente sono presentate nell'ambito di collegi plurinominali, a ognuno dei quali spetta un numero prefissato di seggi; l'elettore non dispone del voto di preferenza né del voto disgiunto.[N 15]

La Costituzione stabilisce altresì che otto deputati e quattro senatori debbano essere prescelti dai cittadini italiani residenti all'estero.

Sistema elettorale

Il sistema elettorale è costituito dall'insieme delle regole che si adottano in una democrazia rappresentativa per trasformare le preferenze o voti espressi dagli elettori durante le elezioni in seggi da assegnare all'interno del Parlamento o più in generale di un'assemblea legislativa. È regolato dalla legge elettorale.

Sistema elettorale misto

Secondo la definizione di Blais e Massicotte, un sistema misto è quel sistema che presenta contemporaneamente formule maggioritarie e proporzionali. Secondo un'altra visione, non ritenuta però precisa come la precedente, sono misti quei sistemi elettorali che producono, a livello di proporzionalità, risultati intermedi tra quelli maggioritari e quelli proporzionali. Come si può ben intuire, ciò che rende particolare il sistema elettorale misto è il fatto che esso sia composto da elementi classici, come in una sorta di mix, comuni ad entrambe le famiglie (proporzionale e maggioritario) alle quali si possono ricondurre tutte le leggi elettorali. Pur essendo stato l'austriaco Siegfried Geyerhahn il primo a ipotizzarli, essi si sono diffusi soprattutto durante gli anni novanta del secolo scorso, in varie parti del mondo (Russia, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Ungheria, Albania ecc.). Anche l'Italia ne è un esempio poiché, dal 1993 al 2005, la legge elettorale vigente è stato il c.d. "Mattarellum". Inoltre, nell'ottobre 2017, il Parlamento ha approvato una nuova legge elettorale mista (che è stata usata a partire dalle elezioni del 2018): il c.d. "Rosatellum". I sistemi misti si sono affermati anche per ovviare ai vari problemi che il proporzionale ed il maggioritario presentano: eccessiva frammentazione politica (con conseguente difficoltà nella governabilità), poca rappresentanza ecc. Fare una classificazione dei sistemi misti non è facile. Ciò a causa del fatto che ci possono essere una innumerevole varietà di combinazioni tra la parte proporzionale e quella maggioritaria. A questo va poi aggiunto la possibilità di avere soglie di sbarramento alte o più basse, l'uso delle preferenze o delle liste bloccate e, eventualmente, la presenza o meno di un premio di maggioranza. In ogni caso, volendo classificare i sistemi misti, si possono distinguere: Sistemi misti a "correzione completa": sono quei sistemi in cui, pur prevedendo la coesistenza della formula maggioritaria e di quella proporzionale, l’assegnazione totale dei seggi avviene esclusivamente in base al metodo proporzionale. Un esempio è il sistema elettorale tedesco. Sistemi misti a "semicorrezione": in questa categoria rientrano quei sistemi misti in cui i seggi pur essendo assegnati in due livelli distinti, tra parte maggioritaria e proporzionale, prevedono meccanismi di compensazione proporzionale a beneficio dei partiti minori che hanno subìto gli effetti distorsivi nella parte maggioritaria. Un esempio fu il c.d. "Mattarellum", con lo scorporo. Sistemi misti a "separazione completa" (definiti pure "sistemi paralleli"): in questa categoria rientrano quei sistemi misti in cui i seggi sono assegnati in due livelli distinti, tra parte maggioritaria e proporzionale. Un esempio è dato dal sistema elettorale russo, giapponese o dal c.d. "Rosatellum" attualmente in vigore in Italia. All'interno di questa classificazione non trovano ovviamente spazio le c.d. leggi elettorali proporzionali con premio di maggioranza. In effetti, queste ultime, non sono altro che una variante del sistema proporzionale modificato o corretto, per favorire la governabilità, con un bonus in seggi da assegnare a chi ottiene più voti...

Sistema maggioritario

Il sistema maggioritario è un qualunque sistema elettorale che prediliga la formazione di un sistema bipolare (spesso ma non sempre bipartitico) e di un parlamento composto da due schieramenti distinti e contrapposti. Il sistema limita fortemente o esclude completamente la rappresentanza di schieramenti minori. Si basa solitamente sul collegio uninominale (ovvero un collegio che esprime un solo seggio), ma può anche basarsi su collegi plurinominali. In ogni caso il criterio è “il primo prende tutto” (first past the post system), ossia in ogni collegio chi riceve più voti viene eletto, mentre tutti gli altri, anche se ricevono percentuali di voto significative, vengono esclusi.

Sistema proporzionale

Per sistema proporzionale (o semplicemente proporzionale[1]) si intende genericamente qualsiasi sistema elettorale che miri a riprodurre in un organo di rappresentanza le proporzioni delle diverse parti dell'elettorato - generalmente in un'assemblea elettiva, per cui tali sistemi furono escogitati. La finalità è risolvere le disuguaglianze di rappresentazione dei partiti che sorgono nei sistemi elettorali maggioritari, soprattutto quando vi sono più di due forze fondamentali o quando le circoscrizioni hanno dimensioni diverse. La proporzionalità può essere alterata in vari modi: riducendola si combatte la frammentazione, tendenza ben nota nei sistemi proporzionali; ciò può avvenire variando il metodo di assegnazione dei seggi, introducendo una soglia, o limitando il numero di seggi in palio in ciascuna circoscrizione.

Suffragio universale

Il suffragio universale è il principio secondo il quale tutti i cittadini, di norma al raggiungimento della maggiore età, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche e amministrative, e ad altre consultazioni pubbliche (come i referendum), senza alcuna restrizione di natura culturale, socioeconomica o psicologica (per es. di etnia, ceto, genere, orientamento sessuale); è perciò contrapposto al suffragio ristretto, che può essere fondato sul censo (suffragio censitario), sul sesso (suffragio maschile, perché il diritto di voto non è riconosciuto alle donne) o sul grado d'istruzione.

Influenza dei sistemi elettorali

Secondo i sostenitori del modello bipartitico, la presenza di soli due partiti porta alla formazione di governi stabili e maggioranze parlamentari che durano fino al termine della legislatura, senza elezioni anticipate, ma secondo i detrattori questo porta ad una ridotta sovranità popolare sullo Stato e un minor controllo diretto della vita politica tramite le elezioni.

Secondo i sostenitori del modello proporzionale, invece, la presenza di più partiti (con la presenza o meno di soglie di consenso per l'accesso al parlamento) permette di rappresentare più fedelmente la nazione, ma per i detrattori questo trasforma i partiti in attori che di fatto controllano lo Stato con maggioranze variabili e spesso opportunistiche.

Esiste poi il modello bipolare, applicato in Italia nella Seconda Repubblica:

da un lato una serie di partiti costituisce una coalizione che viene premiata come in un sistema bipartitico, ma nella pratica la rappresentanza parlamentare - così ottenuta dai piccoli partiti - consente loro di condizionare l'attività di governo o perfino di determinarne la fine;

dall'altro lato, "di fatto si è prepotentemente imposta tramite i mass media e, spesso, tramite distorsioni e aggiramenti a opera del legislatore, la sensazione che si elegga direttamente il governo e il suo capo", secondo "una concezione del sistema politico italiano declinata su un versante di tipo neopresidenzialista; va da sé che si tratta di un presupposto basato su un falso, essendo l’Italia una repubblica parlamentare"

Influenza del mandato imperativo

La rappresentatività parlamentare è divisa fra libertà morale degli eletti e mandato imperativo.

Per quanti sostengono la necessità di un mandato imperativo, in cambio di legislature di lunga durata, gli eletti politici dovrebbero avere degli obblighi di legge di fedeltà al programma elettorale e al partito col quale i cittadini li hanno eletti.

Il mandato imperativo sarebbe il contrappeso al ridotto ricorso alla consultazione elettorale e, lungo questa linea, si potrebbe persino arrivare a richiedere al candidato, prima delle elezioni, le cosiddette "dimissioni in bianco"[2] o altro documento giuridicamente impegnativo[3].

Diversamente, la scelta fatta dalle Costituzioni moderne[4] è quella del divieto di mandato imperativo: l'indicazione elettorale è basata solamente su un patto di fiducia e un mero obbligo morale fra eletti ed elettori.

La possibilità dell'elettorato di "punire" la deviazione - con una scelta diversa alle elezioni successive - non appare efficace[5] quando la rappresentanza politica si riduce a due partiti, il che fa diventare pratica diffusa promettere in un modo e agire diversamente;

sotto il ricatto del "voto utile", quel sistema elettorale aumenta il rischio che gli elettori non possano sanzionare il transfuga nelle votazioni successive. Dove il parlamentare o il governante eletto hanno piena libertà morale, quindi autonomia di condotta e opinioni, e nessun obbligo giuridico verso l'elettorato, il trasformismo non è reato e si pone in termini più forti la questione morale della politica.

Infatti, il reato di corruzione esiste fra privato e pubblico ufficiale, mentre è più complesso dimostrare che possa esistere nei confronti dei parlamentari, la cui stessa natura di pubblici ufficiali è contestata[6];

il reato di voto di scambio sussiste per chi riceve denaro in cambio di un voto, in modo indipendente dalla presenza di un'organizzazione criminale, ma non per chi cambiando partito ottiene nuovi incarichi politici.

Resta impossibile per la legge valutare le intenzioni, e stabilire se il cambio di appartenenza sia dovuto alla ricerca di una contropartita personale oppure a un percorso che ha portato a un legittimo mutamento di convinzioni politiche.

Astensionismo

L'astensionismo è il fenomeno per cui, in una votazione (ad esempio in occasione di referendum o elezioni), le persone aventi diritto di voto non esprimono il proprio voto. Se la votazione non è in capo al Corpo elettorale ma ai componenti di un collegio ristretto (es. un'assemblea elettiva), è puntualmente disciplinata nelle sue conseguenze: per esempio, nel diritto parlamentare, gli astenuti risultano presenti durante la votazione ma non si esprimono.[1] Una persona che non ha espresso il proprio voto è detta astenuta. In termini generali l'astensionismo non va confuso con il voto di protesta, in cui un avente diritto di voto si reca alle urne e invalida volontariamente la propria scheda elettorale con segni non consentiti (scheda nulla) oppure non esprime una preferenza (scheda bianca). Per legge chi consegna una scheda bianca o nulla, a differenza di chi non si reca fisicamente alle urne, ha a tutti gli effetti votato e viene considerato nel calcolo dell'affluenza al voto. L'astensione può essere usata per indicare l'ambivalenza sulle scelte del votante, oppure una tacita disapprovazione che non assurge al livello di opposizione attiva. L'astensione può anche essere usata quando qualcuno assume una certa posizione su una questione ma, poiché il sentimento popolare supporta una posizione contraria, potrebbe non essere politicamente conveniente votare secondo la propria coscienza. Una persona può astenersi anche quando non si sente adeguatamente informata circa la questione in esame o non ha partecipato a importanti discussioni in merito...

Voto (elezione)

Il voto è un metodo attraverso cui il corpo elettorale esprime un giudizio. Il gruppo di persone chiamate a votare può esser più o meno grande e a seconda dei casi può variare e comprendere i partecipanti di una riunione così come gli appartenenti a una circoscrizione elettorale e quindi a un'elezione. Di solito il voto è uno strumento che serve a prendere una decisione in seguito a una discussione o un dibattito, ma può essere anche l'atto finale di una campagna elettorale, tramite la scheda elettorale. Il voto può esprimere varie scelte: Preferenza, espressione di una scelta tra quelle presentate al voto Scheda bianca[4], espressione di mancata preferenza personale, che in molti sistemi (come nel sistema elettorale) tale voto viene conteggiato per ultimo in quanto viene attribuito al candidato che ha ottenuto più preferenze, mentre in altri sistemi (come nel caso del cinque per mille) le schede bianche vengono ripartite sulle varie opzioni Voto nullo[5], espressione di protesta, come nel caso di coloro che non ritengono d'essere sufficientemente rappresentati o sono contrari alle linee che vengono intraprese e che non contemplano tutti gli scenari Astensionismo[6], espressione di chi non mostra sufficiente interesse per la votazione o non di chi non si sente idoneamente informato per poter esprimere il voto, ma può essere anche causato da disguidi tecnici, quali lo stato di salute (coma, ecc...) o problemi nella documentazioni necessaria...

Voto di preferenza

Il voto di preferenza è il voto espresso da un elettore per un candidato all'interno di una lista elettorale. Si tratta di un'espressione del voto, aggiuntiva rispetto alla scelta della lista elettorale, presente in alcuni sistemi elettorali di tipo proporzionale: quando il voto di preferenza è previsto, nell'ambito di ciascuna lista sono eletti i candidati con più voti di preferenza, in numero pari ai seggi spettanti a quella lista; se invece il voto di preferenza non è previsto, la lista si dice bloccata e i candidati sono eletti secondo un ordine precostituito. L'espressione del voto di preferenza non è utile nei sistemi elettorali maggioritari, nei quali la lista vincente elegge il suo unico candidato (sistema maggioritario uninominale) oppure tutti i candidati in blocco (sistema maggioritario plurinominale), cosicché la preferenza dell'elettore nell'ambito della lista votata è ininfluente ai fini dell'individuazione degli eletti. n Italia, la legge elettorale proporzionale promulgata nel 1946 per le elezioni legislative prevedeva la possibilità di esprimere fino a quattro voti di preferenza, scrivendo sulla scheda elettorale i cognomi dei candidati prescelti oppure i loro numeri di lista. Già a quell'epoca si espressero critiche alla gestione che del sistema delle preferenze veniva fatta dai partiti Il referendum tenutosi nel 1991 aveva modificato la legge consentendo un solo voto di preferenza; questa modifica fu applicata unicamente durante le elezioni politiche del 1992, in quanto nel 1993 venne varata una nuova legge elettorale, la legge Mattarella, che introduceva un sistema misto maggioritario-proporzionale con liste bloccate, eliminando quindi completamente il voto di preferenza. Anche la successiva legge elettorale entrata in vigore nel 2005, la legge Calderoli, ha mantenuto il sistema delle liste bloccate. Il voto di preferenza è invece tuttora previsto dai sistemi elettorali usati per le elezioni comunali, regionali ed europee...

Voto di scambio

Il voto di scambio è un fenomeno che, nell'ambito della politica, si riferisce all'azione di un candidato il quale, in cambio di favori leciti o illeciti, prometta a un elettore di ricambiare il voto da parte di quest'ultimo con un tornaconto personale, o con una promessa dello stesso. Perché ci sia reato non c'è bisogno dello scambio di beni o di prestazioni, ma è sufficiente la promessa o l'accordo fra le due parti.[1] È praticato talvolta da organizzazioni criminali, spesso di tipo mafioso, d'intesa con gruppi politici: questa fattispecie nell'ordinamento italiano definisce il reato di scambio elettorale politico-mafioso.

Voto disgiunto

Il voto disgiunto o panachage è un sistema elettorale che prevede la possibilità di esprimere due voti, uno per la scelta del partito, l'altro per la scelta del candidato. L'elettore può esprimere la preferenza anche per un candidato di un partito diverso da quello scelto. La divisione dei seggi avviene in base ai voti ottenuti dal partito, e all'interno della lista prevalgono i candidati che ottengono più voti di preferenza. In Italia il voto disgiunto è ammesso per le elezioni regionali e, nell'ambito delle elezioni amministrative, per quelle comunali nei Comuni superiori ai 15 000 abitanti. Ogni lista elettorale presenta un proprio candidato alla presidenza della Regione (più liste possono condividere lo stesso candidato) o alla carica di sindaco. L'elettore può esprimere due voti sulla stessa scheda: uno per una lista (al quale può aggiungere un voto di preferenza) e uno per un candidato presidente o sindaco, che può anche far capo a una lista diversa. Per le elezioni comunali si possono aggiungere anche fino a due voti di preferenza sulla lista: se si sceglie di indicarne due, i voti devono andare a candidati di sesso diverso e non a due uomini o due donne, pena l’annullamento della seconda preferenza. In assenza di altri segni sulla scheda, i voti così espressi, alla lista ed ai consiglieri, vanno automaticamente al candidato sindaco collegato. Il voto disgiunto consiste invece nel votare per una lista (un simbolo), magari esprimendo anche le preferenze, senza votare il sindaco collegato. In sostanza - nei Comuni con più di 15 000 abitanti - si dà all'elettore la possibilità di scegliere un candidato sindaco (tracciando un segno sul rettangolo del suo nome) ma anche contemporaneamente una lista che al candidato non è collegata (si deve tracciare un altro segno sul relativo contrassegno). Il voto così espresso viene attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista non collegata prescelta. In questo modo appunto i voti vanno da una parte (alla lista ed al consigliere) e contemporaneamente anche al sindaco antagonista.....

Voto degli italiani residenti all'estero

Il voto dei cittadini italiani residenti all'estero è un diritto sancito dal comma 3 dell'articolo 48 della Costituzione italiana che così stabilisce: «La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.» (dall'art. 48 della Costituzione) I successivi articoli 56 e 57 della Costituzione individuano il numero dei deputati e senatori eletti dai cittadini italiani all'estero.

Voto telematico definizione

Per voto telematico s’intende una modalità di espressione del voto che comporta l’utilizzo di una rete telematica, che per definizione è formata dall’integrazione di diversi sistemi che agiscono tramite linee telefoniche, telegrafiche oppure radio. La rete telematica permette a diversi utenti di interagire assieme ed accedere agli stessi servizi. In questo caso la rete permette a diversi elettori di esprimere il proprio voto. Con voto telematico si fa comunemente riferimento ad un processo di votazione che avviene per mezzo di mezzi informatici e comunque non cartacei. Il termine corretto sarebbe tuttavia voto teleinformatico in quanto viene utilizzata la rete web nonché i mezzi informatici. Il voto telematico si differenzia inoltre dal voto online per la tipologia di rete utilizzata e per la possibilità di votare o meno da remoto. Spesso queste due parole vengono utilizzate erroneamente come sinonimi.

Lista elettorale

La lista elettorale, nell'ordinamento giuridico italiano, così come in quello di altri paesi, individua un elenco di persone che si candidano, insieme e/o in contrapposizione in una competizione elettorale, al fine di ricoprire una carica elettiva. Essa però indica anche l'elenco delle persone legittimate ad esprimere la propria preferenza in una votazione per l'elezione ad una carica in genere pubblica (cosiddetto elettorato attivo ed elettorato passivo). Nelle elezioni politiche, nazionali o locali, ogni lista viene generalmente presentata da un partito o movimento politico, o da più partiti o movimenti coalizzati insieme. La legge richiede, per la presentazione di una lista, che venga raccolto un certo numero di firme di elettori, che varia a seconda del tipo di elezione e dell'ampiezza della circoscrizione elettorale nella quale la lista viene presentata. (In Italia, tuttavia, i partiti già rappresentati in Parlamento sono esentati dall'obbligo di raccogliere le firme). Nel caso in cui il sistema elettorale sia di tipo proporzionale, per ciascuna lista viene eletto un numero di candidati proporzionale al numero di voti ottenuti. Se è previsto il voto di preferenza, sono eletti i candidati che all'interno della lista hanno ottenuto il numero maggiore di preferenze; in caso contrario, sono eletti i candidati collocati ai primi posti della lista (in tal caso si parla di lista bloccata). Quando invece il sistema elettorale è di tipo maggioritario, vengono eletti in blocco tutti i candidati della lista che ottiene più voti (nel sistema maggioritario uninominale vi è un solo candidato per lista). In Italia, per le elezioni politiche nazionali, di solito ogni partito presenta la propria lista (eventualmente collegata ad altre); per le elezioni amministrative invece, negli ultimi anni si presentano sempre più spesso le cosiddette liste civiche che, pur essendo di solito espressione di una ben determinata parte politica, hanno un nome che non richiama direttamente quello del partito o dello schieramento di riferimento, e in genere comprendono anche candidati "indipendenti" e/o personalità note nell'ambito locale, ma non impegnate in precedenza nell'attività politica....

Referendum

Il referendum (gerundivo del verbo latino refero «riporto», «riferisco» dalla locuzione ad referendum «[convocazione] per riferire»[1]) è un istituto giuridico con cui si chiede all'elettorato di esprimersi con un voto diretto su una specifica proposta o domanda. I referendum si possono distinguere in base al tipo di scopo[8]: propositivi: per proporre una nuova legge (vincola il legislatore a emanare una legge coerente con l'espressione popolare); è presente, per esempio, nell'ordinamento di San Marino e Svizzera, mentre è completamente assente dall'ordinamento italiano. consultivi o di indirizzo: per sentire il parere popolare di una determinata questione politica (mera richiesta di parere legalmente non vincolante quanto alla decisione successiva). La costituzione italiana non lo prevede espressamente, quindi per indirlo è necessaria una legge di integrazione costituzionale, come avvenne per il referendum del 1989 per la trasformazione della CEE in Unione europea (legge costituzionale 3 aprile 1989, n. 2). confermativi: per richiedere il consenso popolare perché una legge o una norma costituzionale possa entrare in vigore; abrogativi: per abrogare una legge esistente o un atto avente forza di legge (decreto legge o decreto legislativo), che non sarà più vigente nell'ordinamento; deliberativo: per decidere in merito ad una determinata questione politica. In questo caso il popolo, in virtù del principio di sovranità popolare riconosciuto dall'articolo 1, comma 2 della Costituzione Italiana, è chiamato a deliberare direttamente. Tale tipologia rappresenta maggiormente l'essenza del referendum quale strumento di democrazia diretta. Riguardo al tipo di leggi a cui riferisce il referendum, esso può essere: ordinario, se attiene alla legislazione ordinaria; costituzionale, se riguarda la costituzione[9]. Il referendum sull'indipendenza è un tipo particolare di referendum in cui i cittadini di un territorio sono chiamati a decidere sulla possibilità che il proprio territorio divenga uno Stato indipendente. È considerato positivo se i cittadini approvano l'indipendenza, negativo nel caso contrario. Il successo di tale tipo di referendum può o non può comportare l'indipendenza, a seconda della decisione dello Stato che ha acconsentito al suo svolgimento.

Riempilista

Nelle liste elettorali il riempilista è colui che si candida senza intenzione (o senza possibilità) di essere eletto, al fine di attrarre voti verso la lista stessa o di adempiere artificiosamente ad un regolamento o legge elettorale.. Nei sistemi elettorali proporzionali il numero di seggi attribuiti ad una fazione dipende dal numero di voti complessivi ricevuti. Ne consegue che ogni candidato che riceva un certo numero di voti, ancorché basso e limitato alle proprie conoscenze personali, arrechi un vantaggio alla lista stessa. La presenza di un riempilista può essere finalizzata a catalizzare un certo elettorato, con determinati valori, di una certa età o di un certo genere, con un certo credo religioso . Altra funzione dei riempilista è di alterare artificiosamente la composizione della lista di candidati, ad esempio garantendo delle quote di genere.

Consultazioni referendarie in Italia

Dal 1946 ad oggi in Italia si sono svolti 78 referendum nazionali, di cui 72 referendum abrogativi, un referendum istituzionale, un referendum di indirizzo e 4 referendum costituzionali.

Plebiscito

Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un'alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. In epoca moderna il termine ha conservato il significato di voto popolare, distanziandosi essenzialmente dal referendum in quanto il plebiscito viene definito come scelta popolare sulla struttura dello Stato o sulle annessioni territoriali[1]...

Calendario delle elezioni in Italia

Questo calendario delle elezioni in Italia comprende tutte le elezioni politiche, europee, regionali e amministrative svoltesi nella Repubblica Italiana dal secondo dopoguerra ad oggi. Il medesimo elenco fino al livello regionale, con le liste partecipanti, le coalizioni ed i risultati come seggi attribuiti, è disponibile come banca dati navigabile

Grafico delle elezioni politiche in Italia

Il grafico illustra i risultati delle elezioni politiche svoltesi in Italia dal 1895 ad oggi, con le percentuali di consenso raccolte dai diversi partiti o movimenti.[1] Passando col mouse sopra alle diverse sezioni colorate, è possibile visualizzare il nome del raggruppamento e la percentuale raccolta nella corrispondente elezione; cliccando sulla singola sezione si viene rimandati alla pagina del partito corrispondente. L'ordine col quale i partiti sono inseriti nel grafico ne illustra la collocazione politica (a sinistra oppure a destra) in maniera approssimativa, giacché il dato è opinabile e non oggetto di questo grafico; si vedano piuttosto informazioni nelle singole voci.

Elettore

Un elettore è colui che ha il diritto di esprimere il proprio voto in una elezione, sia essa una elezione regolata da leggi di uno stato o di un altro ente amministrativo di natura politica, o una elezione per una carica o una funzione entro una organizzazione regolata in questo caso da uno statuto o da un regolamento interno, come nel caso dell'elezione di un consiglio di amministrazione di una società per azioni, dove ogni azionista è elettore. In un contesto lavorativo, possono votare per le cariche all'interno della rappresentanza sindacale unitaria tutti i dipendenti dell'azienda, indipendentemente dal fatto di essere iscritti o meno a un sindacato.

Elettorato attivo

Nell'ordinamento costituzionale italiano, l'elettorato attivo è il diritto di prendere parte alle elezioni e ai referendum in qualità di votanti,[1] attuando così la propria partecipazione alla vita democratica, rispettivamente in via rappresentativa o diretta: nel primo caso, per concorrere con la scelta di propri rappresentanti a formare o a rinnovare gli organi politici dello Stato (Parlamento) o degli enti locali (assemblee regionali, consigli provinciali, consigli comunali); nel secondo, per esprimere la propria volontà su singole questioni di natura politica.[

Elettorato passivo

«Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.» (art. 51, comma 1, Costituzione Italiana) Per elettorato passivo si intende la capacità di un cittadino italiano, avente pieni diritti, a ricoprire cariche elettive. L'art. 51 Cost. disciplina tale istituto nel nostro ordinamento, considerando tutti i cittadini italiani dell'uno e dell'altro sesso capaci di accedere a pubbliche cariche secondo i requisiti espressi dalla legge in materia e con particolare attenzione alle pari opportunità tra sessi[1]. Tale istituto si connette inoltre al concetto di ineleggibilità e incompatibilità.

Diritto di voto (Italia)

Nel momento della proclamazione del Regno d'Italia (1861) il diritto di voto era riservato ai soli cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di elevata condizione sociale. Nel 1881 il Parlamento approvò l'estensione del diritto di voto e fu ammessa anche la media borghesia; inoltre il limite d'età fu abbassato a 21 anni. Elezioni 1924 - Facsimile di scheda elettorale Nel 1912, su proposta di Giovanni Giolitti, il Parlamento approvò l'estensione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi a partire dai 21 anni di età che avessero superato con buon esito l'esame di scuola elementare e tutti i cittadini di età superiore ai trenta anni indipendentemente dal loro grado di istruzione. Il suffragio universale maschile vero e proprio è stato introdotto con la legge n. 1985/1918, che ha ammesso al voto tutti cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni, nonché i cittadini di età superiore ai diciotto anni che avessero prestato il servizio militare durante la prima guerra mondiale. Il voto alle donne fu introdotto in parte durante il periodo fascista con la legge 22 novembre 1925 n. 2125.[1] Tale legge limitava il diritto di voto delle donne alle sole elezioni amministrative[2], diritto che non poterono di fatto esercitare perché pochi mesi dopo, con la legge del 4 febbraio 1926 n. 237, gli organi elettivi dei comuni furono soppressi, sostituiti dal podestà nominato con decreto reale..

Ineleggibilità parlamentare

«La legge determina i casi di ineleggibilità e incompatibilità con l'ufficio di deputato e senatore.» (Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 65)

L'ineleggibilità parlamentare è una situazione giuridica che influisce sulla capacità di ogni cittadino italiano di essere eletto al Senato della Repubblica o alla Camera dei deputati. Secondo una tradizionale definizione dottrinale, consiste in un impedimento giuridico a costituire un valido rapporto elettorale per chi si trova in una delle cause ostative previste dalla legge.
I principi espressi dalla costituzione trovarono fondamento legislativo con il Decreto del presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di "Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera del deputati." la cui ratio fu la garanzia della libertà di voto e della parità formale di opportunità dell'elettorato passivo allo scopo di eliminare meccanismi distorsivi della competizione elettorale tra i candidati. Il titolare di una carica pubblica o di un mandato elettorale locale potrebbe, infatti, utilizzare la propria posizione di supremazia o i poteri del proprio ufficio per esercitare un'indebita interferenza sulla competizione ai fini della raccolta del consenso elettorale nell'ambito della comunità locale..

Sono ineleggibili alla Camera dei deputati[5] e al Senato[6]:
presidenti delle giunte provinciali; sindaci di comuni con più di 20.000 abitanti; capo e vicecapo di polizia e ispettori generali di pubblica sicurezza; capi di gabinetto dei ministeri; prefetti, viceprefetti e funzionari di pubblica sicurezza; ufficiali generali, ammiragli, ufficiali superiori delle forze armate dello Stato nella circoscrizione del loro comando territoriale; magistrati, esclusi quelli in servizio presso le giurisdizioni superiori, nelle circoscrizioni di loro assegnazione o giurisdizione nei sei mesi antecedenti l'accettazione della candidatura; diplomatici, consoli, viceconsoli non onorari e ufficiali addetti alle ambasciate, legazioni e consolati esteri sia all'estero che in Italia o coloro con impiego da governi esteri; giudici della Corte costituzionale; coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta; rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato; consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l'opera loro alle persone, società e imprese di cui ai due punti precedenti, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra. Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di prefettura.

Verifica dei poteri

La verifica dei poteri è l'atto in base al quale un organismo collegiale, prima di procedere all'esercizio delle sue funzioni, si pone il problema della regolarità della sua costituzione. Ciò comporta - in via preliminare, per la vita stessa dell'organo - che una volta per tutte siano conosciuti e convalidati i titoli di ammissione dei suoi componenti. Nel Parlamento della Repubblica Italiana l'organo deputato in pianta stabile a tale attività[5] è la Giunta delle elezioni in via preparatoria e l'assemblea plenaria di ciascuna Camera in via definitiva. Rispetto ai risultati elettorali, i regolamenti parlamentari contemplano una prima giunta provvisoria, incaricata delle incombenze immediate (opzioni e proclamazioni in subentro), e poi una giunta definitiva, che - in corso di vita dell'organo - proceda a esaminare la regolarità della sua costituzione e a respingere o accogliere i ricorsi contro le proclamazioni effettuate dagli uffici elettorali in violazione della legge o con un calcolo erroneo dei risultati elettorali. La decisione finale spetta all'assemblea in entrambe le Camere. Per le assemblee rappresentative degli altri enti territoriali, si prevedono invece deliberazioni adottate già nella prima seduta, in materia di capacità elettorale passiva, eleggibilità o candidabilità dei propri componenti: tali decisioni - assunte, in sede di esame della condizione degli eletti, dal consiglio comunale o provinciale ai sensi dell’articolo 41 comma 1 del decreto del Presidente della Repubblica 18 agosto 2000, n. 267 - non pregiudicano però la proposizione dell'azione popolare elettorale.

Campagna elettorale

La campagna elettorale è l'insieme delle attività di propaganda politica svolte da partiti politici, movimenti e liste civiche in favore dei propri candidati ad una qualsiasi carica elettiva, volte a conquistare la fiducia degli elettori e convincerli a concedergli il proprio voto, tipicamente attraverso promesse elettorali... Gli strumenti attraverso cui l'attività di propaganda può essere svolta sono i comizi, la partecipazione a trasmissioni televisive, la diffusione di contenuti tramite altri media (ad es. social media), l'affissione di manifesti, la consegna di gadget e volantini ecc. Gli strumenti di monitoraggio e manipolazione delle masse sono invece rappresentati dai sondaggi elettorali e dai big data.

Promessa elettorale

Una promessa elettorale è una promessa fatta al pubblico e agli elettori durante la campagna elettorale da un candidato/partito politico che sta cercando di vincere delle elezioni per accaparrarsi il maggior numero di voti possibili oppure durante una legislatura per ampliare il proprio consenso popolare in vista della futura tornata elettorale. Secondo Anthony Downs, sono un elemento cardine della competizione politica perché pongono l'eletto in rapporto di scambio con gli elettori: per questo motivo, quando sono disattese - una volta che il politico viene eletto - il sistema non funziona e la sanzione è tipicamente la sconfitta o il ridimensionamento alle successive elezioni. Solitamente le promesse elettorali sono contenute in un programma elettorale.

Par condicio

Con l'espressione latina par condicio ("parità di trattamento" oppure "pari condizioni") si intendono quei criteri adottati dai mass-media nel garantire un'appropriata visibilità a tutti i partiti e/o movimenti politici. La par condicio si può considerare un'estensione del principio del pluralismo interno, che si traduce anche nell'apertura alle diverse tendenze politiche (art. 1 l. 103/1975).

Post-verità

Il termine post-verità, traduzione dell'inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza. Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da "post-verità", i fatti oggettivi - chiaramente accertati - sono meno influenti nel formare l'opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali[1]. Il termine, già comparso in precedenza, ha conosciuto un forte incremento del suo utilizzo nelle discussioni relative alla politologia e alla comunicazione politica a seguito di alcuni importanti eventi avvenuti nel 2016 (tra cui il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America del 2016[2], al punto che l'Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come "parola dell'anno del 2016"[

Comunicazione politica

Questo tipo di comunicazione è oggetto di studio a partire dagli anni cinquanta negli Stati Uniti d'America, e la disciplina ha in seguito interessato numerosi studiosi provenienti da varie nazioni. Non esiste una definizione univoca della materia, dal momento che essa viene osservata, descritta e analizzata da numerose discipline differenti, ed ogni qualvolta si tenta di darne una definizione organica non vi si riesce appieno, dal momento che il peso specifico dei diversi fenomeni ad essa correlati non è distribuito equamente, alcuni fenomeni vengono enfatizzati a scapito di altri a seconda delle aree di ricerca volte ad osservarne gli effetti. La comunicazione politica nasce dall'incontro di due insiemi di discipline: le scienze della comunicazione (comprendendo dunque sociologia, psicologia sociale, antropologia, semiotica e massmediologia) e le scienze politiche. La comunicazione politica inoltre, può essere definita come "lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico prodotti dal sistema dei media e dal cittadino-elettore"[1]. In questo panorama il sistema politico può essere visto come l'insieme di partiti, coalizioni, Parlamento, organi di governo e amministrazione, tutti interconnessi tra di loro.

Silenzio elettorale

Nell’ambito di una votazione, il silenzio elettorale è l'interruzione della campagna elettorale che si effettua in occasione di elezioni (o anche di generiche votazioni, come i referendum) per permettere all’elettore una riflessione sul voto da esprimere. Essa, generalmente è della durata minima di un giorno. La ratio di questa regola è che il cittadino, dopo aver ascoltato ed analizzato per molto tempo le proposte fatte e le ragioni esposte dalle varie forze politiche candidate durante la campagna elettorale, abbia almeno un giorno a disposizione per riflettere in tranquillità e decidere a chi consegnare il voto che sta per esprimere.

ART. 1 COST.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

ART. 2 COST.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

ART. 3 COST.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

ART. 4 COST.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

ART. 5 COST.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

ART. 6 COST.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

ART. 7 COST.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

ART. 8 COST.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

ART. 9 COST.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. ((Tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali)).

ART. 10 COST.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. ((5)) ------------- AGGIORNAMENTO (5) La L. costituzionale 21 giugno 1967, n. 1 ha disposto (con l'articolo unico) che l'ultimo comma del presente articolo non si applica ai delitti di genocidio.

ART. 11 COST.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

ART. 12 COST.

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

ART. 51 COST.

Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. ((A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini)). La legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.

ART. 56 COST.

La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto. Il numero dei deputati è di ((quattrocento)), ((otto)) dei quali eletti nella circoscrizione Estero. ((20)) Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per ((trecentonovantadue)) e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. (3) ((20)) -------------

AGGIORNAMENTO (3) La L. costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, ha disposto (con l'art. 5) che la suddetta modifica entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica. -------------

AGGIORNAMENTO (20) La L. costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che le presenti modifiche si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della suddetta legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore.

ART. 57 COST.

Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero. Il numero dei senatori elettivi è di ((duecento)), ((quattro)) dei quali eletti nella circoscrizione Estero. ((20)) Nessuna Regione ((o Provincia autonoma)) può avere un numero di senatori inferiore a ((tre)); il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno. ((20)) ((La ripartizione dei seggi tra le Regioni o le Province autonome, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti)). ((20)) ------------- AGGIORNAMENTO (3) La L. costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, ha disposto (con l'art. 5) che la suddetta modifica entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica. ------------- AGGIORNAMENTO (20) La L. costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che le presenti modifiche si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della suddetta legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore.

ART. 58 COST.

I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto ((...)). Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.

ART. 65 COST.

La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di deputato o di senatore. Nessuno può appartenere contemporaneamente alle due Camere.

Riserva di legge

Per espressa previsione della Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 65 è istituita una riserva di legge. La materia deve pertanto essere necessariamente disciplinata da una legge ordinaria.
L'Assemblea Costituente, per ragioni di garanzia, volle infatti riservare al Parlamento, organo più rappresentativo del potere sovrano, la possibilità di limitare l'elettorato passivo attraverso l'istituzione delle cause di ineleggibilità. Tali cause costituiscono delle eccezioni al generale e fondamentale principio, enunciato in dall'articolo 51 della costituzione che sancisce il libero accesso, in condizione di eguaglianza, di tutti i cittadini alle cariche elettive. Ciò ha indotto la Corte costituzionale a precisare che il legislatore deve adottare una tecnica normativa molto accurata poiché è necessario che le cause di ineleggibilità siano tipizzate dalla legge con determinatezza e precisione sufficiente ad evitare, quanto più possibile, situazioni di incertezza che portino a soluzioni giurisprudenziali contraddittorie in grado di incrinare gravemente, in fatto, la proclamata pari capacità elettorale passiva dei cittadini.[3] Riguardo ai criteri interpretativi, invece, la Corte costituzionale ha affermato che le cause di ineleggibilità sono di stretta interpretazione e devono essere contenute entro i limiti rigorosamente necessari al soddisfacimento delle esigenze di pubblico interesse, ricollegantisi alla funzione elettorale, cui sono di volta in volta preordinate.

ART. 66 COST.

Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.

ART. 84 COST.

Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici. L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica. L'assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.

Normativa elettorale dell'Italia

La normativa elettorale italiana è il complesso delle disposizioni giuridiche che disciplinano le materie correlate allo svolgimento delle votazioni in Italia. I suoi principi generali sono enunciati dalla Costituzione, mentre le norme di maggior dettaglio sono fissate da leggi ordinarie. In Italia il suffragio universale fu introdotto nel 1945 e fu applicato per la prima volta l'anno successivo.[N 1] I diritti all'elettorato attivo e all'elettorato passivo non risultano perfettamente coincidenti, essendo in vigore delle limitazioni di età per le candidature alle elezioni politiche ed europee.[N 2][N 3] Ad alcune consultazioni possono prendere parte, in qualità di elettori e come candidati, anche i cittadini degli altri Stati membri dell'Unione europea.[N 4][N 5] Oltre alle diverse categorie di elezioni, attraverso le quali la collettività sceglie i titolari delle cariche pubbliche elettive, in Italia è prevista la possibilità di ricorrere allo strumento del referendum popolare.[N 6] La Costituzione qualifica l'esercizio del diritto di voto come un «dovere civico»; ciascun elettore esprime il proprio voto in modo libero, segreto e anonimo su di una scheda elettorale, utilizzando un'apposita matita copiativa.[N 7][N 8] Le modalità di presentazione delle candidature, la definizione del sistema elettorale e la propaganda politica sono regolamentate dalla legge....

LEGGE COSTITUZIONALE 21 giugno 1967, n. 1 Estradizione per i delitti di genocidio. (GU n.164 del 03-07-1967)

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica in seconda votazione e con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Assemblea, hanno approvato; IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PROMULGA la seguente legge costituzionale: Art. 1 Articolo unico
L'ultimo comma dell'articolo 10 e l'ultimo comma dell'articolo 26 della Costituzione non si applicano ai delitti di genocidio. La presente legge costituzionale, munita del sigillo dello Stato, sarà inserta nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Data a Roma, addì 21 giugno 1967 SARAGAT MORO - REALE Visto, il Guardasigilli: REALE

LEGGE COSTITUZIONALE 11 febbraio 2022, n. 1 Modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell'ambiente. (22G00019) note: Entrata in vigore del provvedimento: 09/03/2022 (GU n.44 del 22-02-2022)

Art. 1 1. All'articolo 9 della Costituzione è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali». Art. 3 1. La legge dello Stato che disciplina i modi e le forme di tutela degli animali, di cui all'articolo 9 della Costituzione, come modificato dall'articolo 1 della presente legge costituzionale, si applica alle regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano nei limiti delle competenze legislative ad esse riconosciute dai rispettivi statuti. La presente legge costituzionale, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Data a Roma, addì 11 febbraio 2022 MATTARELLA Draghi, Presidente del Consiglio dei ministri Visto, il Guardasigilli: Cartabia

Critiche e problematiche della riforma del Titolo V

Tale riforma ha però portato a numerosi ricorsi, in particolare da parte dello Stato centrale e da parte delle Regioni, in merito alla ripartizione delle competenze reciproche.

Ampie critiche sono state fatte in particolare in merito all'articolo 119, a proposito del controllo sulla spesa (e le copertura finanziaria della stessa) degli enti locali. L'efficacia di tale riforma è stata oggetto di critiche anche da diversi giuristi[4] a riguardo della capacità organizzativa e finanziaria delle Regioni (in particolare, delle spese sanitarie, che ne costituiscono la quota maggiore), anche a causa di una pianificazione non adeguatamente dettagliata nelle tempistiche e nelle procedure[5].

Al 2004, la legge era stata oggetto di più di 120 interventi da parte della Corte Costituzionale relativi a 44 differenti materie legislative, su ricorsi proposti da Governo, Regioni, Provincia autonoma di Trento e di Bolzano, Corte dei Conti, Corte di Cassazione e Consiglio di Stato, T.A.R. e Corti d'appello, Tribunali (di primo grado) e Giudici di Pace.

GLI STRUMENTI

Opinione pubblica

L'opinione pubblica è l'insieme delle opinioni e del pensiero di una società o delle convinzioni mantenute dalla popolazione adulta. Può essere influenzata dalle pubbliche relazioni e dai mezzi di comunicazione di massa[1]; in aggiunta, i mass media utilizzano un'ampia gamma di tecniche pubblicitarie per diffondere il proprio messaggio di vendita, cambiando il giudizio delle persone. Viene inoltre frequentemente misurata usando i metodi del sondaggio a campione ed è oggetto di studio della demodoxalogia. Etimologia: l'unione dei termini opinione e pubblico in un concetto composito con significato politico appare nel pensiero filosofico liberale e democratico del Settecento. Essa esprime la somma delle opinioni dei singoli, che la comunicano nei modi più disparati utilizzando gli strumenti di comunicazione tipici degli esseri umani: in questo modo ogni singola persona diventa artefice delle decisioni di chi li rappresenta. È responsabilità dei cittadini ed è nel loro interesse formarsi un'opinione il più possibile chiara ed obiettiva, visto che la propria singola opinione ha il potere, in ultima analisi, di far decidere a chi li governa quali decisioni prendere. L'importanza dell'opinione pubblica diventa cruciale durante il periodo delle elezioni politiche, ma non solo: l'opinione pubblica in democrazia influenza e determina sempre le decisioni della politica, dei governi e talvolta anche dell'economia. È importante che in una democrazia esista una opinione pubblica attenta e informata. Infatti la democrazia prevede che i cittadini operino delle scelte e prendano delle decisioni: Direttamente, ad esempio tramite referendum; Indirettamente, cioè scegliendo alle elezioni i propri rappresentanti fra i diversi programmi e candidati proposti dai molteplici partiti politici. I cittadini in democrazia esprimono la propria opinione anche in altri modi, sanciti dalla Costituzione, quali ad esempio: lo sciopero o le manifestazioni. L'espressione della propria opinione fa parte dei diritti fondamentali dell'individuo ed è libera, come lo sono il pensiero o la parola. In uno Stato libero la singola opinione concorre a formare l'opinione pubblica. Il diritto di informazione è importante per formare l'opinione pubblica. È fondamentale che il cittadino possa discutere e confrontare liberamente le proprie idee con quelle degli altri e che possa essere informato nel modo più completo possibile su quello che accade nelle sedi pubbliche e su quello che pensano gli altri anche tramite più organi di informazione come radio, TV, giornali liberi e non sottoposti a censura o che diventino strumento di propaganda. La nascita e lo sviluppo della televisione ha profondamente influenzato la sua formazione ed informazione, ad esempio di un cattivo uso delle televisioni è quello di mostrare alcune persone un numero molto elevato di volte, inducendo il pubblico a ritenere che quelle determinate persone siano molto importanti anche se in realtà rappresentano un numero esiguo di cittadini, mentre al contrario il fatto di mostrare poco o nulla persone che al contrario rappresentano un numero molto elevato di cittadini (ad esempio i rappresentanti dei consumatori o di associazioni del terzo settore che rappresentano i cittadini in genere) induce i cittadini stessi a pensare che il peso di queste ultime persone sia nullo o quasi..

Razza (categorizzazione umana)

La razza è una categorizzazione degli esseri umani basata su presunte differenze fisiche o sociali, condivise in gruppi generalmente visti come distinti all'interno di una data società.[2]

La scienza moderna (in particolare dagli anni '30 del 1900) considera il concetto di razza come un costrutto antiscientifico, dal momento che la definizione razza non ha alcun significato o motivazione biologici né genetici.[3][4][5]

Il concetto di razza è stato tuttavia storicamente impiegato ed è il presupposto fondamentale per il razzismo, ovvero la convinzione che gli esseri umani possano essere divisi in base alla superiorità di una razza rispetto a un'altra.

Storia dei concetti razziali nella specie umana

Il concetto di razza come suddivisione predeterminata nella specie umana anatomicamente moderna (Homo sapiens), ha una storia lunga e complessa. Il termine stesso di "razza" è un concetto moderno e, tra il XVI e il XIX secolo è stato spesso inteso nel senso di appartenenza ad una stessa Nazione o Etnia. Esso acquisì il suo senso moderno nel campo dell'antropologia fisica solo a partire dalla metà del XIX secolo. La politicizzazione dell'argomento, sotto il concetto di razzismo, nel XX secolo condusse ad una significativa riduzione degli studi razziali tra gli anni trenta e ottanta, culminando in un'opera di decostruzione nel post-strutturalismo venendo ad intendere il concetto di "razza" come una tipica "costruzione sociale". Dagli anni novanta in poi vi è stato un rinnovato interesse per le questioni razziali nel campo della genetica, nello studio della variabilità del fenotipo e nello studio quantitativo del "raggruppamento genetico"....

Popolazione biologica

In biologia, una popolazione è un insieme di organismi o individui che coesistono in uno stesso spazio e tempo, condividendo certe proprietà biologiche (fondamentalmente con esseri della stessa specie), le quali producono un'alta coesione riproduttiva ed ecologica del gruppo. La coesione riproduttiva implica l'interscambio di materiale genetico fra gli individui. La coesione ecologica si riferisce alla presenza di interazioni fra loro, i quali risultano possedere requisiti simili per la sopravvivenza e la riproduzione, occupando uno spazio generalmente eterogeneo in quanto alla disponibilità di risorse. In biologia, un significato speciale della popolazione, impiegato nella genetica ed evoluzione è quello che definisce un gruppo riproduttivo i cui individui si incrociano unicamente fra loro, sebbene biologicamente sarebbe loro possibile riprodursi anche con tutti gli altri membri della specie o sottospecie. Le principali cause per cui le popolazioni risultano delimitate sono l'isolamento fisico e le differenze del comportamento. In ecologia, un insieme di popolazioni locali parzialmente isolate fra loro, si chiama metapopolazione.

Etnia

Un'etnia (o gruppo etnico) è un aggregato sociale di individui umani che condividono caratteristiche culturali, linguistiche, sociali, fisico-somatiche, storiche, geografiche e religiose....

Popolazione

Una popolazione è l'insieme delle persone che vivono in uno stesso territorio e differisce dal popolo che, invece, indica una comunità con lingua, tradizioni e cultura in comune.

Le caratteristiche numeriche dei sottoinsiemi, possono contribuire alla descrizione di una popolazione.

Le variazioni di popolazione attraverso il tempo sono oggetto di studio della demografia.

In ecologia e più in generale in biologia la popolazione è l'insieme degli individui della medesima specie che popolano lo stesso ecosistema; vedi popolazione biologica.
La crescita della popolazione è caratterizzata da ritmi molto elevati negli ultimi due secoli e solo negli ultimi decenni ha rallentato (o si è quasi arrestata) nei paesi sviluppati e accenna a rallentare in alcuni fra i paesi meno sviluppati pur rimanendo globalmente ingente. In passato, la crescita è stata generalmente più lenta, ma ha comunque conosciuto dei cambi di velocità.
Non è facile ricostruire con esattezza la storia della popolazione mondiale. Oggi in quasi tutti i paesi del mondo si svolgono più o meno regolarmente (in Italia, a partire dal 1861, ogni dieci anni) dei censimenti della popolazione che i governi organizzano con grande impegno.
Tuttavia, ancora oggi, non dappertutto i censimenti si svolgono con la necessaria regolarità. Per esempio, ci sono paesi nei quali non vengono eseguiti perché un gruppo dominante religioso, etnico, linguistico, sociale vuole nascondere il fatto che un altro gruppo è cresciuto di più e potrebbe quindi avanzare delle rivendicazioni.

Ma, soprattutto, il censimento generale della popolazione, eseguito con metodi scientifici, è uno strumento moderno che si è affermato negli ultimi due secoli (anche se non mancano illustri precedenti nella Roma antica o nell'impero cinese)...

Gruppo sociale

Nella sociologia, un gruppo sociale è un insieme di individui che interagiscono gli uni con gli altri, in modo ordinato, sulla base di aspettative condivise riguardanti il rispettivo comportamento. È un insieme di persone i cui status e i cui ruoli sono interrelati. Gli esseri umani sono portati a cooperare, competere, analizzare, produrre idee, progettare e decidere in gruppo, i gruppi sono una parte vitale della struttura sociale. I gruppi si formano e si trasformano costantemente; non è necessario che siano autodefiniti e spesso sono definiti dall'esterno. I gruppi hanno diverse caratteristiche: i membri del gruppo interagiscono e si influenzano a vicenda; ogni membro deve rispettare le cosiddette norme di comportamento, che caratterizzano un determinato gruppo; ogni membro in un gruppo gioca dei ruoli; tutti i membri sono interdipendenti, cioè hanno bisogno l'uno dell'altro per arrivare agli scopi che il gruppo si è prefissato. I gruppi vengono tenuti insieme dalla cosiddetta coesione, ossia dall'intensità della relazione tra i membri del gruppo. La coesione è determinata da molti fattori tra i quali vi sono: mutua attrazione, ossia che i membri provano attrazione l'uno verso l'altro. identificazione, in quanto un membro si identifica col gruppo. ...Secondo le Teorie della percezione sociale relative al tema della Social cognition, esistono varie motivazioni in base alle quali si percepisce la propria appartenenza ad un gruppo: Per vicinanza. Spesso si inizia a frequentare delle persone che ci sono vicine fisicamente, ad esempio che abitano nello stesso quartiere, frequentano lo stesso bar, la stessa scuola ecc. Rappresentano sicuramente tutte occasioni per fare conoscenze o condividere delle esperienze. La vicinanza spesso rappresenta il primo motivo di contatto per la scelta di appartenere ad un gruppo spontaneo. Sulla base di questo criterio, infatti, si formano spesso gruppi per la condivisione del tempo libero. Per somiglianza. Si tratta di un criterio di appartenenza relativo alla disposizione in alcune persone di ricercare nell'altro le proprie convinzioni, le idee i bisogni. Non si intende in questo caso somiglianza fisica, ma affinità di pensiero, interesse e stile di vita. La gratificazione di trovare altre persone con idee simili è ciò che porta, più di qualsiasi altro elemento, all'unione. All'interno di un gruppo più ampio sembra naturale il formarsi di sottogruppi, attraverso il criterio della somiglianza, infatti si stabiliscono alleanze e nascono simpatie che in genere durano nel tempo. Per identificazione. Si può appartenere ad un gruppo anche quando non c'è somiglianza nelle idee o nei bisogni, ma con una motivazione per lo più inconscia di identificazione all'altro. La differenza con la somiglianza è nel meccanismo psicologico che entra in gioco e determina la scelta. Molti individui aspirano ad appartenere a gruppi che hanno un'identità specifica e che rappresentano uno status socialmente desiderabile. Entrare a far parte di un gruppo, quindi, può rappresentare per alcune persone realizzazione, successo e prestigio. Per identificazione si intende anche il processo di strutturazione della propria personalità e identità sociale attraverso l'interdipendenza con il gruppo, in quanto intervengono fattori soggettivi ed intersoggettivi, cioè appresi attraverso il contatto con il gruppo. Infatti gli atteggiamenti e le modalità di comunicazione si influenzano reciprocamente.

Stratificazione sociale

La stratificazione sociale è la condizione degli strati (ossia le classi) sociali, composti da individui o gruppi, collocati vicini o sovrapposti in una scala di superiorità o inferiorità relativa a seconda della ricchezza, del potere, del prestigio, ovvero di ciò che la società in cui vivono ritiene rilevante ai fini della distinzione sociale.[1] In breve, si tratta del sistema di diseguaglianza presente nella struttura sociale. Secondo alcuni sociologi, in tutte le società vi sono disuguaglianze tra un individuo e un altro (universalità della stratificazione), mentre secondo gli antropologi possono esistere società a carattere egualitario in cui tutti i gruppi sociali hanno più o meno lo stesso diritto ad accedere ai gradini superiori della scala sociale per godere di determinati privilegi. In tutti i paesi occidentali moderni sono avvenute grandi trasformazioni nell'ambito della stratificazione sociale. Queste trasformazioni sono legate allo sviluppo e al declino di determinati settori di attività economica.[27] Nel XIX secolo in Europa la maggioranza della popolazione era impiegata nel settore agricolo, come braccianti o come proprietari. Il processo di industrializzazione ha determinato il declino di queste classi e ne ha promosso una nuova: la classe operaia. Questa classe è aumentata quantitativamente col progredire economico fino a toccare un culmine e poi iniziare a diminuire in favore del settore terziario tipico delle moderne società post-industriali. La classe media impiegatizia è la classe che più di tutte ha percorso uno sviluppo rapido e continuo fino ad oggi. I processi di proletarizzazione rappresentano un altro mutamento significativo della stratificazione sociale, a questi processi si sono tuttavia contrapposti nella storia anche processi inversi di de-proletarizzazione (epoca fascista). Anche oggi questi ultimi processi si ripropongono, specialmente nei paesi con alti tassi di disoccupazione. Il proletariato nei servizi riguarda quel gruppo di lavoratori impiegato in settori poco remunerativi e che richiedono qualifiche basse o nulle. Negli Stati Uniti d'America questi lavori sono i McJob, tipicamente rappresentati dai lavori nei ristoranti McDonald's che impiegano più che altro giovani. In Svezia, invece, questi lavori vengono rappresentati dai servizi sociali e impiegano più che altro donne. La sottoclasse riguarda quel gruppo di persone che vivono in una situazione di miseria costante. Le interpretazioni prevalenti delle caratteristiche di tale classe sono due: culturalista, che riguarda ragazze madri, persone espulse dal lavoro, delinquenti. Queste categorie tendono a mantenersi economicamente parassite a causa del welfare. strutturalista, per cui la sottoclasse è figlia di una debolezza di fondo del sistema economico generale.

Popolo

La parola popolo nel suo significato più specifico è un termine giuridico che indica l'insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di cittadinanza con uno Stato tali da essere titolari della sovranità che il più delle volte non viene esercitata in maniera diretta, ma delegata a uno o a più rappresentanti[1].
Il lemma popolo può assumere anche[2]:
un significato storico-culturale (il popolo italiano nella sua storia precedente il 1861); etnico-geografico; o religioso; per esempio, l'Antico Testamento fa riferimento al popolo di Mosè, che viene considerato accomunato da una religione e una cultura..

Paese (geografia)

Un Paese è considerato in geografia politica e in politica internazionale come una divisione politica all'interno di una certa entità geografica.
Se riferito a un territorio sovrano, il termine viene più comunemente associato con i concetti di Stato, nazione o governo.

Nell'uso comune il termine è usato indifferentemente sia come sinonimo di "nazione", sia di "Stato" o anche di città o città periferiche di carattere provinciale ed in questo caso si utilizza il diminutivo "paesino".

Talvolta è utilizzato come riferimento ad altre entità politiche che non siano quelle di "Stato sovrano". Vi sono territori non-sovrani (divisioni politiche o amministrative all'interno di un più vasto Stato) che costituiscono coese entità geografiche (alcune delle quali possono essere ex Paesi) che non sono (o non sono mai stati) degli Stati sovrani.

In questo caso il grado di autonomia e di governo locale può essere molto variabile.

Alcuni paesi possono possedere dipendenze di oltremare o territori separati anche geograficamente dallo Stato sovrano, ma considerati come parte integrante.

Nazione

Il termine nazione (dal latino natio, in italiano «nascita») si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche come il luogo geografico, la cultura (cioè la lingua, la religione, la storia e le tradizioni), l'etnia ed, eventualmente, un governo.[1][2]

Un'altra definizione considera la nazione come uno "stato sovrano" che può far riferimento a un popolo, a un'etnia, a una tribù con una discendenza, una lingua e una storia in comune.
Una differente corrente di pensiero, che fa riferimento all'idea di nazione in quanto realtà oggettiva e legata a pensatori riconducibili a diverse espressioni politico-culturali, include tra le caratteristiche necessarie di una nazione il concetto di sangue (Herder) o di «consanguineità» (Meinecke).[3]
Un'altra definizione vede la nazione come una «comunità di individui di una o più nazionalità con un suo proprio territorio e governo» o anche «una tribù o una federazione di tribù (come quella degli indiani nordamericani)».[4] È appoggiandosi a tali nozioni che si è sviluppato negli anni '70 il concetto di micronazione.
Alcuni autori, come Jürgen Habermas, considerando obsoleta la nozione tradizionale di nazione, si riferiscono a essa come a un libero contratto sociale tra popoli che si riconoscono in una Costituzione comune[senza fonte]. Tale concetto, in questo caso, si estenderebbe anche a quello di patria e il patriottismo nazionale verrebbe così rimpiazzato dal «patriottismo costituzionale».[5]

Il concetto di nazione nel diritto

Una nazione può essere rappresentata da uno Stato, che garantisce un ordinamento giuridico e ne afferma la sovranità: in tal caso si parla di Stato-nazione.

Nell'uso quotidiano, però, erroneamente i termini come nazione, stato e paese vengono usati spesso come sinonimi per indicare un territorio controllato da un singolo governo, o gli abitanti di quel territorio o il governo stesso; in altre parole, per indicare lo Stato.

In senso stretto tuttavia, nazione indica le persone, mentre paese indica il territorio e stato la legittima istituzione amministrativa.

Per aumentare la confusione, i termini nazionale e internazionale si applicano agli Stati.
Nonostante al giorno d'oggi molte nazioni coincidano con uno Stato, le cose non sono sempre andate così in passato

e ancora oggi esistono nazioni senza Stato[7]

e viceversa ci sono degli stati formati da più nazioni.

Vi sono anche stati senza nazione.[senza fonte]

Oltre gli stati esistenti, alcuni partiti politici e associazioni rivendicano di appartenere a nazioni senza Stato e, per quanto riguarda l'Europa occidentale, si riuniscono nella Conferenza delle nazioni senza stato d'Europa occidentale (CONSEU).

L'organizzazione che raccoglie nazioni e popoli non rappresentati di tutto il mondo è l'Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati (UNPO). La spiegazione di questo prius, in termini di condizione necessaria ma non sufficiente della nascita di un ordinamento statuale, potrebbe risiedere nel modo in cui Costantino Mortati ravvisava nel concetto di nazione «una mera realtà sociologica»; ovvero "un’idea che, in quanto identifichi «un particolare modo di essere e di funzionare del popolo contrassegnato dagli stessi caratteri», precisa Mortati, «entra a comporre il sostrato di interessi e di sentimenti comuni, che si pongono a base dello stato-istituzione, senza però ancora riuscire a dargli vita»"

Stato

Lo Stato è l'organizzazione politica e giuridica di una comunità stabilmente stanziata su un territorio.[1][2][3]

In quanto autorità che governa un territorio e una popolazione, lo Stato costituisce un ordinamento giuridico a base territoriale.

Inoltre, secondo una concezione diffusa, l'ordinamento posto e garantito dallo Stato, o con cui lo Stato si identifica, è altresì sovrano perché indipendente sul piano esterno e supremo su quello interno.[4] Non c'è una definizione di "Stato" unanimemente accettata e non controversa.[5]

La scienza giuridica spesso usa un concetto, in origine proposto dal giurista tedesco Georg Jellinek, incentrato su tre elementi costitutivi:

un territorio dai confini determinati,
un popolo stanziato su tale territorio,
un'autorità suprema in grado di governare popolo e territorio.[3]

Nelle scienze sociali e in antropologia politica si incontrano definizioni più ampie, che a volte identificano lo Stato con la comunità politica genericamente intesa, cioè con quegli aspetti dell'organizzazione sociale e culturale che riguardano la regolazione, anche informale, dei comportamenti dei membri del gruppo e il controllo sull'appropriazione di risorse scarse.[6][7]

In questa accezione ampia, ogni gruppo sociale possiede uno Stato e potrebbe parlarsi di "Stato" anche con riguardo a una tribù amazzonica.[7] Gli storici tendono invece a restringere il concetto di Stato e a considerarlo come il prodotto di un graduale processo di concentrazione del potere politico svoltosi nelle società europee a partire dal Duecento sino all'Ottocento;[8]

all'esito di tale processo sorge lo Stato

come istituzione impersonale,
che esercita il potere politico supremo su un dato territorio,
chiede lealtà ai propri sudditi
ed esercita le proprie funzioni per finalità puramente civili, anziché religiose.[9]

In questa accezione stretta, lo Stato è un'istituzione caratteristica dell'età moderna e, almeno in origine, caratteristica dell'Occidente. Grande diffusione ha infine ricevuto la definizione del sociologo tedesco Max Weber, che identifica lo Stato con l'istituzione capace di esercitare un monopolio sull'uso legittimo della forza fisica entro un determinato territorio.[10]

In base a questa definizione non ogni comunità politica costituisce uno Stato, ma si possono rintracciare stati, o istituzioni che si approssimano allo Stato, prima dell'età moderna e fuori dell'Occidente...
Classificazione in base al processo di formazione
Stein Rokkan e Urwin indicano quattro modalità di Stato in base alla formazione:[30] Stato unitario: si basa su un centro molto forte che detiene il potere politico, amministrandolo in maniera omogenea e indifferenziata su tutto il territorio statale;
Stato di unione: nasce sulla base di incorporazione di territori partendo da diverse dinastie (come i matrimoni, eredità o veri e propri trattati), unendo così anche i loro regni, dando vita ad una nuova entità statale (vedi Spagna e Regno Unito). Questo tipo di formazione prevedeva che una serie di competenze rimanesse nelle mani delle entità che componevano lo Stato (rilevante quando parleremo di federalismo);

Federalismo meccanico: esiste un centro aggregatore che tramite conquista o aggregazione di parti che costituivano le precedenti entità statali dà vita al nuovo Stato (come l'Italia, con lo Stato Pontificio e regno delle due Sicilie);

Federalismo organico: esiste un centro aggregatore che non obbliga le parti ad entrare nella nuova entità statale, ma fa un accordo paritario con quelle che vogliono farne parte (come il caso della Svizzera e dei cantoni).

Stato unitario e federalismo meccanico sono frutto di un processo che "parte dall'alto", e che si realizza in un centro aggregatore;

Stato di unione e federalismo organico, invece, sono frutto di un processo che "parte dal basso".

Se a questi uniamo il "processo di disgregazione", abbiamo un quadro completo della nascita degli Stati.

Uno Stato, in definitiva, può formarsi in tre modi: Unificazione ed espansionismo ad opera di un centro (caso tipico dello Stato unitario e del federalismo meccanico);
Unione ad opera di diverse entità separate (come nel caso dello Stato di unione e del federalismo organico);
Disgregazione di precedenti entità politiche (come lo sfaldamento di un impero).

Conformismo

Con il termine conformismo si fa riferimento a un atteggiamento o tendenza ad adeguarsi o omologarsi a opinioni, usi e comportamenti pre-definiti e politicamente o socialmente prevalenti. Questo atteggiamento si può notare ad esempio nel modo di vestire o nel comportamento, o anche nelle idee e nei modi di pensare. Questo atteggiamento viene definito in psicologia con il termine conformità. In ambito sociale si definisce conformista colui che, ignorando o sacrificando la propria libera espressione soggettiva in modo più o meno marcato, si adegua e si adatta nel comportamento complessivo, sia di idee e di aspetto esteriore che di regole, alla forma espressa dalla maggioranza o dal gruppo di cui è parte. L'origine del conformismo risiede molto spesso nella radice animale dell'essere umano che attinge le sue paure dalla solitudine fuori dal branco. È una sorta di comportamento mimetico: l'individuo si nasconde nell'ambiente sociale nel quale vive, assumendone i tratti più comuni, in termini di modi di essere, di fare, di pensare. Il senso di protezione che ne deriva rafforza ulteriormente i comportamenti conformisti.

Istituzionalizzazione

Nelle scienze sociali, l'istituzionalizzazione è il processo attraverso il quale determinati valori, pratiche ed orientamenti si strutturano come costruzioni di senso solide e generalmente accettate. È possibile descriverla come un processo di cristallizzazione e codificazione di flussi di senso presenti nella vita culturale di una società, i quali diventando istituzione perdono in larga parte il loro carattere di dinamicità acquisendo una forma stabile e generalmente riconosciuta.

Devianza (sociologia)

Per devianza si intende comunemente ogni atto o comportamento (anche solo verbale) di una persona o di un gruppo che collide con la struttura etica o dominante di una collettività e che di conseguenza va incontro a una qualche forma di disapprovazione, condanna o discriminazione. Un atto viene definito deviante non per la natura stessa del comportamento, ma per la risposta che suscita nell'ambiente socioculturale in cui ha luogo. Il tema è studiato nell'ambito della sociologia della devianza e del mutamento sociale. Definiamo devianza ogni atto o comportamento di una persona o più che viola una data norma sociale e che conseguentemente va incontro a una sanzione. La sanzione può essere di due tipi: sanzione esterna, inflitta dal sistema istituzionale, può essere a sua volta di diversi tipi (pecuniaria, penale, carceraria) a seconda del reato commesso e della norma violata; sanzione interna, che non è altro se non il giudizio della comunità nella quale la norma viene violata o la propria coscienza; talvolta è molto più efficace la paura del giudizio altrui che una sanzione a livello penale per dissuadere qualcuno a deviare a distorcere l'attuale condizione umana che viviamo noi oggi. La devianza è uno dei campi della sociologia che presenta maggiori difficoltà nella fase di ricerca scientifica, dal momento che i reati ufficiali sono solo una piccola parte dei reati realmente commessi, quindi si avranno solo dati approssimativi e teorici di un fenomeno che non può essere studiato nella sua totalità (per esempio esistono i cosiddetti "reati senza vittima", come la prostituzione o il consumo di stupefacenti o il gioco d'azzardo, di cui non si conoscono con esattezza le statistiche e quindi la ricerca scientifica in questi casi potrà solamente formulare teorie approssimative).

Pregiudizio

Il termine pregiudizio (dal latino prae, "prima" e iudicium, "giudizio") può assumere diversi significati, tutti in qualche modo collegati alla nozione di preconcetto o "giudizio prematuro", ossia basato su argomenti pregressi e/o su una loro indiretta o generica conoscenza. In genere ci si riferisce ad esso con un'accezione negativa, mentre nel lessico scientifico psicologico odierno si usa l'anglicismo bias. ...Un pregiudizio è generalmente basato su una predilezione immotivata per un particolare punto di vista o una particolare ideologia. Un tale pregiudizio può ad esempio condurre ad accettare o rifiutare la validità di una dichiarazione non in base alla forza degli argomenti a supporto della dichiarazione stessa, ma in base alla corrispondenza alle proprie idee preconcette. Senza quindi alcuna riflessione.

Pregiudizio culturale

Il pregiudizio culturale si manifesta quando persone di una certa cultura giudicano e interpretano cose, fenomeni, avvenimenti, problemi, opportunità, prese di posizione, ma anche convenzioni, simboli, prove e dimostrazioni logiche basandosi unicamente sui propri riferimenti culturali e scambiando questi per leggi. Un pregiudizio culturale può anche essere legato a un pregiudizio facente parte di una cultura. Ad esempio, un pregiudizio riguardante le donne può far parte di una cultura che degrada la donna. Questo tipo di pregiudizio può essere messo in atto da un gruppo contro un individuo, o da un individuo contro un gruppo. Tale fenomeno è a volte considerato un problema centrale da scienze sociali e umane come l'economia, la psicologia, l'antropologia e la sociologia. Alcuni studiosi dei suddetti campi hanno tentato di sviluppare metodi e teorie per compensare o eliminare il pregiudizio culturale. La maggior parte dei filosofi e degli scienziati pensa comunque che le leggi logiche e scientifiche siano universali. I gruppi etnici e linguistici spesso non condividono lo stesso simbolismo: una persona di cultura occidentale potrebbe pensare che in occasione di un funerale le persone si vestano generalmente di nero, quando invece per la cultura orientale, e in particolare islamica, il simbolo della morte è il bianco. I giapponesi marcano una casella con la "x" per indicare rifiuto e non accettazione. Negli Stati Uniti è tipico che la posizione "acceso" ("on") della leva di un interruttore sia verso l'alto, mentre invece nel Regno Unito, in Australia e Nuova Zelanda è verso il basso. Negli stessi paesi il Nord è nella parte superiore di una mappa, come pure quella che sta in alto è la quantità più grande e migliore. Queste convenzioni generalmente sono utili perché, una volta che si è abituati ad esempio al comportamento di un interruttore, non c'è bisogno di imparare una regola specifica di un certo interruttore ma solo una regola generale. Sfortunatamente, quando le persone si muovono tra le diverse culture, o progettano qualcosa per un gruppo diverso, spesso non prestano attenzione alle convenzioni che rimangono uguali e a quelle che cambiano.

Specismo

Specismo indica l'attribuzione di uno status superiore agli esseri umani rispetto alle altre specie animali[1]. Indica quindi un pregiudizio o un atteggiamento pregiudizialmente favorevole agli interessi dei membri della propria specie e contro i membri delle altre specie[2] e che quindi sia giustificabile accordare una preferenza agli esseri umani rispetto alle altre specie per il fatto che sono membri della specie Homo sapiens[3]. A questa impostazione si contrappone l'antispecismo. Il termine fu coniato nel 1970 dallo psicologo britannico Richard Ryder[4], pioniere del movimento di liberazione animale, per calco da razzismo e sessismo, con l'intento di descrivere in particolare gli atteggiamenti umani che coinvolgono una discriminazione degli animali, inclusa la concezione degli animali come oggetti o proprietà. Il termine viene usato comunemente nel contesto della letteratura sui diritti animali,. Gli antispecisti ritengono che la morale e l'etica comune, così come gli ordinamenti nazionali ed internazionali, siano ad oggi contraddistinti da una filosofia specista.

Discriminazione

Discriminazione deriva dal latino, ove il verbo "discrimire" significa separare, distinguere, fare una distinzione. Nell'ambito del comportamento e degli atteggiamenti sociali la discriminazione viene associata all'accezione negativa di distinguere e trattare differentemente persone sulla base di gruppi o categorie di appartenenza. Essa comprende la reazione o l'interazione iniziale del gruppo predominante il quale intende limitare i membri di un gruppo minoritario nelle opportunità e/o privilegi disponibili invece alla maggioranza delle altre persone e conducendo in tal maniera all'esclusione sociale delle persone e/o di quelle entità basandosi su decisioni e motivazioni che possono anche considerarsi per certi versi del tutto irrazionali[1]. Tradizioni culturali, politiche, idee, pratiche e leggi discriminatorie esistono ancora ai giorni nostri in molti paesi ed istituzioni in ogni parte del mondo. Alcuni esempi di discriminazione possono essere il razzismo, il sessismo, l'antisemitismo, l'omofobia ,la transfobia la grassofobia e l'abilismo. Due caratteristiche principali necessarie a definire la discriminazione un atteggiamento nei confronti di un individuo o un gruppo di individui sono: un trattamento particolare, diverso rispetto agli altri individui o gruppi di individui; un'assenza di giustificazione per questo differente trattamento. ...Quello di rendere una persona "differente" è il processo attraverso quale un individuo o un gruppo viene posto al di fuori della "norma", ossia ai margini della società costituita; è un sistema di discriminazione per cui le caratteristiche di un gruppo sono utilizzate per distinguerle come separate dalla norma[134]. L'"Othering" svolge un ruolo fondamentale nella storia e nella continuità del razzismo e di altre forme discriminatorie, ad esempio oggettivando una particolare cultura come qualcosa di diverso, esotico o sottosviluppato e generalizzando sul fatto ch'essa non è la stessa della società "normale". L'atteggiamento coloniale dell'Europa verso l'Oriente può essere esemplifica con l'atteggiamento che vuole l'Oriente l'opposto dell'Occidente; femminile ove invece l'Occidente è maschile, debole dove invece l'Occidente è forte e tradizionale e arretrato dove invece l'Occidente è progressista e sviluppato[135]. Facendo queste generalizzazioni si genera la "diversità negativa" dell'Oriente rispetto all'Europa la quale si definisce contemporaneamente come norma, accentuando ulteriormente il divario percepito[136]. Gran parte del processo di "Othering" (altro da sé) si basa sulla differenza immaginata o sull'aspettativa dei gradi di differenza. La differenza spaziale può bastare a concludere che 'noi' siamo 'qui' e che gli 'altri' sono finiti 'là', rendendo 'qui' normali e 'là' stranieri e anomali[135]. Le differenze immaginate servono a categorizzare le persone in gruppi e ad assegnare caratteristiche che rispondono alle aspettative e ai desideri dell'immaginario collettivo. Quando è nata la Comunità economica europea nel 1957, la tutela contro la discriminazione è stata inizialmente limitata all'ambito lavorativo, in quanto lo scopo era favorire il buon funzionamento del mercato interno. La normativa ha visto una significativa espansione, soprattutto a partire dal 2000.[140] Gli Stati membri dell'Unione europea (ma non l'UE in quanto tale) aderiscono anche alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del Consiglio d'Europa: anche questa contiene importanti norme contro la discriminazione. All'interno del Parlamento europeo sono diverse le commissioni che si occupano di discriminazione: la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni si occupa di discriminazioni in generale, quelle legate al sesso sono però competenza della commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere, mentre quelle legate al luogo di lavoro o al mercato del lavoro (ma non al sesso) competono alla commissione per l'occupazione e gli affari sociali. Settori Nell'ambito delle direttive UE il divieto di discriminazione può riguardare tre settori: occupazione: accesso al lavoro, condizioni di lavoro (compresi licenziamento e retribuzione), accesso all'orientamento professionale, alla formazione professionale e ai sindacati; sistema di previdenza sociale: protezione sociale (comprese sicurezza sociale e assistenza sanitaria), "vantaggi sociali", istruzione; beni e servizi: sono inclusi abitazione e accesso alla giustizia. La direttiva 2000/43/CE sull'uguaglianza razziale si applica a tutti e tre i settori, ma non tutte le direttive esistenti lo fanno. Ad esempio, la direttiva 2000/78/CE si applica solo all'occupazione, mentre la direttiva 2004/113/CE solo ai settori dell'occupazione e dell'accesso ai beni e servizi.[141] Motivi di discriminazione oggetto di protezione Le direttive europee contro la discriminazione contengono un elenco chiuso di motivi di discriminazione oggetto di protezione:[142] sesso; orientamento sessuale; età; religione o "convinzione personale"; "razza", gruppo etnico, colore della pelle, appartenenza ad una minoranza nazionale.

Classismo

Il classismo è il pregiudizio o la discriminazione basato sull'appartenenza o no a determinate classi sociali. Per quanto spesso il termine venga inteso come l'insieme dei comportamenti messi in atto dalla classe dominante di una determinata società per difendere il proprio status, in senso lato il classismo può essere considerato come la intransigente difesa della classe cui si appartiene[1], indipendentemente quindi dal fatto che tale classe sia dominante o subordinata. Il termine classismo può riferirsi al pregiudizio personale contro le classi inferiori così come al classismo istituzionale, proprio come il termine razzismo può riferirsi strettamente al pregiudizio personale o al razzismo istituzionale. Quest'ultimo è stato definito come "i modi in cui il classismo conscio o inconscio si manifesta nelle varie istituzioni della nostra società"[6]. Come nel caso delle classi sociali, la differenza di status sociale tra le persone determina il modo in cui si comportano l’uno verso l’altro e i pregiudizi che probabilmente nutrono l’uno verso l’altro. Le persone di status più elevato generalmente non si mescolano con persone di status inferiore e spesso sono in grado di controllare le attività di altre persone influenzando le leggi e gli standard sociali. La discriminazione di classe può essere vista in molte diverse forme di media come programmi televisivi, film e social media. Il classismo è anche sistemico[15], e le sue implicazioni possono passare inosservate nei media consumati dalla società. La discriminazione di classe nei media mostra la conoscenza di ciò che le persone sentono e pensano riguardo al classismo. Quando si vede la discriminazione di classe nei film e nei programmi televisivi, le persone sono influenzate e credono che le cose stiano così nella vita reale, per qualunque classe venga mostrata. Di solito, le persone a basso reddito vengono visualizzate dai media come sporche, prive di istruzione e buone maniere e senza casa.

Stereotipo

Il termine stereotipo – dal greco "stereos" (duro, solido, rigido) e "typos" (impronta, immagine, gruppo), quindi "immagine rigida" – nasce in ambito tipografico, inventato da Firmin Didot per indicare un metodo di duplicazione delle composizioni tipografiche e dei cliché: l'originale da duplicare veniva fortemente pressato contro uno speciale tipo di cartone resistente al calore, detto flano (dal francese flan), che ne riceveva l'impronta; nell'impronta così ottenuta si versava la consueta lega tipografica ottenendo una o più matrici in rilievo per la stampa. Lo stereotipo è una soggettiva semplificata e persistente a un luogo, un oggetto, un avvenimento o a un gruppo riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche o qualità. Si tratta di un preconcetto astratto e schematico che può avere un significato neutrale (ad es. lo stereotipo del Natale con la neve e il caminetto acceso), positivo ("i francesi sono romantici") o negativo (l'associazione tra consumo di droghe e la musica rock) e, in questo caso, rispecchia talvolta l'opinione di un gruppo sociale riguardo ad altri gruppi. Lo stereotipo (anche quello "positivo") è una credenza radicata che può essere cambiata tramite l'educazione e/o la familiarizzazione[1]. Talvolta lo stereotipo è una caricatura o un'inversione di alcune caratteristiche positive possedute dai membri di un gruppo, esagerate al punto da diventare detestabili o ridicole. Alcuni gruppi hanno cercato, per deliberata strategia politica, di sviluppare nuovi stereotipi positivi su sé stessi. Lo stereotipo fa, quindi, riferimento alle "rigide generalizzazioni riguardanti gruppo sociali, dal contenuto illogico e inesatto" che rappresentano in modo alterato la realtà perché la fanno percepire come se fosse tutta uguale, come se gli individui di un gruppo fossero tutti uguali. In particolare, secondo Henri Tajfel, uno psicologo di origine polacca, gli stereotipi nascono da un processo di categorizzazione secondo la quale gli individui ordinano le persone, oggetti ed eventi in base ad alcune categorie che limitano la quantità di informazioni con le quali si dovrebbero confrontare, semplificando così la complessità del mondo ed evitando di avere un atteggiamento differenziato rispetto ad ogni cosa o situazione. Gli stereotipi sono comunque difficili da modificare perché hanno la caratteristica di rigidità continuata nel tempo che è data dall’autoriproduzione di vari meccanismi collegati ai processi mentali o a dinamiche di comunicazione sociale. Ad esempio, quando ci si accosta agli altri, o alle categorie sociali, spesso si hanno aspettative derivanti da precedenti esperienze personali o da opinioni diffuse, ma si dovrebbe verificare e valutare se queste opinioni coincidono effettivamente con il rapporto con la persona o il gruppo. Di conseguenza gli stereotipi svolgono una doppia funzione: Individuale: come aiuto nella struttura cognitiva dell'ambiente sociale dell'individuo: Sociale: per il gruppo

Bias cognitivo

Il bias cognitivo (pronuncia inglese [ˈbaɪəs]) o distorsione cognitiva è un pattern sistematico di deviazione dalla norma o dalla razionalità nei processi mentali di giudizio[1]. In psicologia indica una tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente all'evidenza, sviluppata sulla base dell'interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, che porta dunque a un errore di valutazione o a mancanza di oggettività di giudizio.[2] I bias cognitivi sono forme di comportamento mentale evoluto: alcuni rappresentano forme di adattamento, in quanto portano ad azioni più efficaci in determinati contesti, o permettono di prendere decisioni più velocemente quando maggiormente necessario;[3] altri invece derivano dalla mancanza di meccanismi mentali adeguati, o dalla errata applicazione di un meccanismo altrimenti positivo in altre circostanze.[4] Questo fenomeno viene studiato dalle scienze cognitive e dalla psicologia sociale. In ogni momento della vita, l'individuo deve utilizzare le proprie facoltà cognitive per decidere cosa fare o per valutare la situazione che ha di fronte. Questo processo è influenzato direttamente dai seguenti fattori: esperienza individuale; contesto culturale e credenze; giudizio altrui; schemi mentali; paura di prendere una decisione che causi danno. Se da una parte questi fattori consentono di prendere una decisione in tempi piuttosto brevi, dall'altra ne possono minare la validità. La correttezza può dipendere da ulteriori fattori, tra cui, ad esempio, il tempo disponibile per acquisire informazioni o per prendere una decisione. I tipi di bias più comunemente discussi si verificano quando i media (presumibilmente partigiani) sostengono o attaccano un particolare partito politico[36], candidato[37], o ideologia. Nel 2000, D'Alessio e Allen hanno studiato tre possibili fonti di distorsione dei media[38]: Bias di copertura[36], quando i media scelgono di riportare solo notizie negative su un partito o un'ideologia; Bias di gatekeeping (noto anche come selettività[39] o bias di selezione)[40], quando le storie vengono selezionate o deselezionate, a volte per motivi ideologici. A volte viene anche definito bias dell'agenda, quando l'attenzione è rivolta ai politici e alle loro questioni politiche preferite[36][41]; Bias di dichiarazione (noto anche come bias di tonalità[36] o bias di presentazione)[40], quando la copertura mediatica è inclinata verso o contro particolari fatti o problemi.

Teoria dell'identità sociale

La teoria dell'identità sociale (in inglese Social Identity Theory, abbreviato SIT) definisce e spiega i processi che avvengono all'interno di un gruppo sociale e tra gruppi sociali diversi. Il processo più importante analizzato dalla SIT è l'influenza che il gruppo esercita sui singoli membri che ne fanno parte, per quanto attiene lo sviluppo del loro senso di sé (o concetto di sé) e la loro autostima[1]. Secondo questa teoria, le persone tendono a favorire il proprio gruppo di appartenenza (in-group), rispetto a un gruppo al quale non appartengono (out-group) poiché il primo è funzionalmente legato alla loro identità individuale. Con la sua enfasi sull'importanza dell'appartenenza al gruppo per sviluppare un concetto di sé adeguato e funzionale, la teoria dell'identità sociale contrasta le altre teorie in auge fino a quel momento, che ritenevano lo sviluppo del senso di sé più legato a dinamiche individuali o al massimo familiari[2]. La teoria dell'identità sociale rappresenta uno dei principali modelli esplicativi della psicologia sociale contemporanea, sia per gli approcci di social cognition sia per la comprensione delle dinamiche funzionali intergruppi. la teoria è stata sviluppata in Inghilterra da Henri Tajfel e John C. Turner già a partire dagli anni '70, e si è in seguito rivelata come il programma di ricerca fondamentale nella psicologia cognitiva sui gruppi, sia in ambito europeo che nordamericano. La SIT concettualizza il gruppo come luogo di origine dell'identità sociale: nell'uomo è spontanea la tendenza a costituire gruppi, a sentirsene parte ed a distinguere il proprio gruppo di appartenenza (ingroup) da quelli di non-appartenenza (outgroup), elicitando consequenzialmente dei meccanismi di bias cognitivo ed un comportamento di favoritismo per il proprio gruppo (e l'inverso per gli outgroup). Secondo la SIT, l'"identità sociale" dell'individuo si costruisce attraverso tre processi funzionalmente collegati: Categorizzazione: l'individuo costruisce "categorie" funzionalmente discriminanti di appartenenza, basate su fattori di vario tipo (per età, genere sessuale, posizione sociale o lavorativa, religione, appartenenza politica, tifo per una squadra di calcio, ideologie di riferimento, appartenenza etnica, etc...), tendendo a minimizzare le differenze tra i soggetti all'interno della categoria, massimizzando al contempo le differenze con le categorie contrapposte. Identificazione: le varie appartenenze ai diversi gruppi forniscono la base psicologica per la costruzione della propria identità sociale. L'identità sociale è in effetti costituita da una gerarchia di appartenenze multiple. È possibile distinguere tra Identità Situata (in un dato momento un'appartenenza può essere maggiormente saliente rispetto ad altre) ed Identità Transitoria (un'appartenenza categoriale momentanea, legata a particolari situazioni/momenti; ad es., chi si autopercepisce ed autocategorizza come "tifoso" solo in occasione dei Mondiali di calcio e non in altre situazioni). Confronto sociale: l'individuo confronta continuamente il proprio ingroup con l'outgroup di riferimento, con una condotta marcatamente segnata da bias valutativi in favore del proprio ingroup. Il proprio gruppo viene implicitamente considerato "migliore" rispetto agli "altri", che vengono metodicamente svalutati o confrontati in chiave critica. "Corollario" di questo processo è che parte della propria autostima individuale può derivare anche dalla percezione di "superiorità" del proprio ingroup rispetto agli outgroups di riferimento, e questo fenomeno può quindi portare alla continua ricerca di occasioni di "confronto sociale" (esempi classici sono i continui confronti tra opposte tifoserie del tifo organizzato, o lo sviluppo di atteggiamenti razzisti nei confronti degli immigrati). È importante distinguere tra le relazioni, i processi, le rappresentazioni e il comportamento tra gruppi o tra membri di gruppi diversi, e le relazioni, i processi, le rappresentazioni e il comportamento tra membri di uno stesso gruppo

Cisessualità

Il termine cisessuale (in inglese cisgender[1]) indica la persona la cui identità di genere corrisponde al genere e al sesso biologico assegnato alla nascita[2]. Secondo l'attivista Calpernia Addams, il neologismo cisgender (dal latino cis, "al di qua", opposto a trans, "al di là") significa "qualcuno a proprio agio con il proprio genere biologico".[3] "Cisessuale" viene utilizzato in senso opposto a "transessuale" (in inglese transgender). La condizione di concordanza coinvolge il piano anatomico (i caratteri sessuali), l'identità personale (come la persona si identifica) e il ruolo sociale (come gli altri individui la percepiscono).

Ruolo (sociologia)

Ruolo, in sociologia, è un concetto che definisce l'insieme dei modelli di comportamento attesi, degli obblighi e delle aspettative che convergono su un individuo che ricopre una determinata posizione sociale o svolge una determinata professione. Spesso è associato al concetto di status in quanto una determinata posizione sociale comporta sia degli obblighi (ruolo) che dei benefici (status). Il termine etimologicamente deriva dal francese rôle contrazione di rôtle e questo a sua volta dal latino ròtulus o rùtula diminutivo di ròta che vuol dire ruota, disco, giro. Sono quelle norme generalmente accettate che definiscono il comportamento di un individuo che ricopre un particolare ruolo. L'individuo può uniformarsi o meno ad esse in tutto o in parte. Questo crea anche un nocciolo di controllo sociale "automatico" nella misura in cui risposte non previste possono provocare sanzioni da parte degli altri attori e del gruppo stesso. Sotto questo aspetto, in ogni gruppo sociale, è prevista la figura dello "straniero", al quale sono concessi errori nel gioco delle reciproche aspettative.

Ruolo di genere

Il ruolo di genere, nelle scienze sociali, è l'insieme dei comportamenti tipici dei maschi e delle femmine in un dato gruppo o sistema sociale, determinati da biologia e cultura. Ogni società conosciuta ha un sistema dei sessi / generi, sebbene le componenti e i meccanismi di questo sistema varino ampiamente da società a società[2]. Il grado in cui un comportamento specifico di un individuo specifico è un evento irrilevante e persino banale del completamento di un "ruolo di genere" oppressivo che merita le critiche è esso stesso soggetto a dibattiti. Il termine "ruolo di genere" viene usato predominantemente dagli studiosi occidentali[3]. La maggior parte dei ricercatori riconosce che il comportamento concreto degli individui è una conseguenza sia delle regole e dei valori applicati socialmente, sia della disposizione individuale, che sia genetica, inconscia o conscia. Alcuni ricercatori enfatizzano il sistema sociale oggettivo e le disposizioni[4]. La creatività potrebbe causare un cambiamento delle regole e dei valori nel corso del tempo. Le culture e le società sono dinamiche e cambiano, ma c'è stato un dibattito esteso su come, quanto rapidamente potrebbero cambiare. Tali dibattiti sono specialmente intensi quando coinvolgono il sistema di sesso/genere, poiché la gente ha viste ampiamente differenti su come il genere dipende dal sesso biologico. In inglese viene usato il termine Role reversal (letteralmente "Ruoli invertiti"[5]) per indicare qualsiasi tipo di inaderenza culturale al proprio ruolo di genere, oppure per indicare quel genere di coppie dove l'uomo assume un ruolo concepito socialmente come femminile e viceversa (per esempio, una donna che corteggia e regala rose all'uomo)

Stereotipi di genere

Gli stereotipi di genere sono credenze ampiamente condivise sulle caratteristiche e sul comportamento delle persone in base al genere.[1] Il concetto di genere si riferisce anche alla costante costruzione sociale di ciò che è considerato 'femminile' e 'maschile' e si basa sul potere e sulle norme socioculturali riguardanti donne e uomini.[2] Per quanto questi stereotipi possano riguardare ogni genere, studi accademici hanno rilevato come queste credenze abbiano principalmente un effetto valorizzante nei confronti degli uomini, considerati più competenti delle donne in diverse attività. ..I ruoli di genere hanno influenzato l'idea che le donne siano particolarmente adatte a ruoli più femminili, come i lavori domestici e le mansioni casalinghe,[20] valori tradizionali infatti assumono che le donne siano le principali responsabili della cura dei bambini e degli anziani, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno un lavoro. La sociologa Arlie Hochschild approfondisce questo fenomeno nel suo libro "The Second Shift"[21]: questo "secondo turno" si riferisce al lavoro non retribuito che le donne svolgono nella sfera privata—lavori domestici, cucinare, pulire e prendersi cura della famiglia.[22] Dal punto di vista economico, questo lavoro addizionale limita la capacità delle donne di avanzare nella loro carriera a causa delle ulteriori responsabilità (non retribuite) a casa. L'OCSE ha rilevato che "In tutto il mondo, le donne dedicano al lavoro non retribuito da due a dieci volte più tempo rispetto agli uomini"

Identità personale

Per identità personale in filosofia s'intende la capacità dell'individuo di avere consapevolezza del permanere costante del suo io che si manterrebbe sostanzialmente identico attraverso il tempo e le diverse e varie esperienze che hanno segnato la sua vita fino al momento presente. ...Un approccio in parte differente rispetto a quelli dominanti in ambito analitico è quello delle teorie dell'identità narrativa, che invece di cercare il criterio di identificazione delle persone in una loro caratteristica fissa propone di individuarlo nella concreta pratica di costruzione di una coerenza nella propria vita da parte degli individui, attraverso la pratica dell'auto-narrazione.

Glottocentrismo

Per "glottocentrismo" si intende l'assunzione, diffusa senza apprezzabili differenze diastratiche, che la propria lingua sia la migliore di tutte (in termini fonoestetici più che culturali).[1] Tale era l'approccio degli antichi Greci, che definivano barbari (βάρβαροι, bàrbaroi, 'coloro che balbettano', 'i balbuzienti') gli stranieri.[2] Un approccio glottocentrista può avere effetti molto penalizzanti in chi, affetto da esso, voglia apprendere una lingua seconda

Identità di genere

L'identità di genere è il senso di appartenenza di una persona a un genere (maschile, femminile, non binario), con cui detta persona si identifica.[1][2] L'identità di genere viene utilizzata dalla psicologia e dalla sociologia, e si è sviluppata negli Stati Uniti d'America a partire dagli anni sessanta con lo psicanalista Robert Stoller.[3] L'identità di genere non deriva necessariamente da quella biologica della persona e non riguarda l'orientamento sessuale. L'identità di genere può essere correlata al sesso assegnato alla nascita o può differire da esso.[4] Una persona che presenta un'identità di genere diversa dal sesso alla nascita è definita transgender, mentre se c'è corrispondenza tra identità di genere e sesso alla nascita è definita cisgender. Tutte le società hanno una serie di categorie di genere che possono servire come base per la formazione dell'identità sociale di una persona in relazione agli altri membri della società.[5] Non si è giunti a una piena comprensione dello sviluppo dell'identità di genere nell'individuo. Sono stati suggeriti diversi fattori, biologici e sociali, che potrebbero avere un ruolo nella sua formazione. I fattori biologici che possono influenzare l'identità di genere includono i livelli ormonali sia in fase prenatale che successivamente, e la loro regolazione da un punto di vista genetico. I fattori sociali che possono influenzare l'identità di genere includono le informazioni relative al genere portate da famiglia, mass media e le altre istituzioni. Non si è definita con precisione l'età entro la quale l'identità di genere sia definitivamente formata e risulta molto variabile anche l'età in cui potrebbero sorgere eventuali disagi legati all'identità di genere. La Corte Costituzionale nella sentenza n. 221 del 2015 ha affermato che l'ordinamento italiano riconosce "il diritto all'identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all'identità personale, rientrante a pieno titolo nell'ambito dei diritti fondamentali della persona" garantiti dall'art. 2 della Costituzione e dall'art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani.

Teoria del complotto

Una teoria del complotto o della cospirazione (talvolta nella forma aggettivale: teoria complottista[2] o cospirativa[3]) è una teoria o spiegazione di un evento o una situazione, spesso alimentata da motivazioni politiche[4], che ne attribuisce cause e responsabilità a una cospirazione ordita da gruppi elitari e potenti (spesso detti «poteri forti»). La spiegazione così offerta opera apoditticamente perché viene sostenuta - pur essendovi altre spiegazioni, già fornite, che sarebbero più plausibili[5][6] - ricorrendo ad una metodologia estremamente «semplicistica» nel descrivere situazioni complesse[7][8][9][10]. Le teorie del complotto sono infatti restie alle critiche e al principio di falsificabilità; al contrario trovano forza nella logica circolare: sia le prove che confutano il complotto che l'assenza di prove a favore della sua esistenza sono reinterpretate dai complottisti come indiscutibili dimostrazioni della sua verità,[11][12] per cui la cospirazione diventa una questione di fede piuttosto che qualcosa che può essere provato o confutato.[13][14] La ricerca suggerisce che l'ideologia complottista—la fede nelle teorie del complotto—può essere psicologicamente dannosa o patologica[15][16] e che è correlata a scarso pensiero analitico, basso quoziente d'intelligenza, proiezione psicologica, paranoia e machiavellismo.[17] Gli psicologi attribuiscono il trovare teorie del complotto lì dove non ce ne sono a un fenomeno mentale chiamato «apofenia».[18][19] Storicamente, le teorie del complotto sono state strettamente legate alla diffusione di pregiudizio, propaganda, caccia alle streghe, guerre e genocidi.[20][21] Le teorie del complotto, un tempo limitate a un pubblico più marginale e ristretto, sono diventate un luogo comune nei media di massa, emergendo come un fenomeno culturale tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo.[22][23][24][25] Sono diffuse in tutto il mondo e sono spesso credute comunemente, alcune dalla maggioranza della popolazione.

Spirale del silenzio

La spirale del silenzio è una teoria sviluppata negli anni settanta del Novecento da Elisabeth Noelle-Neumann, fondatrice, nel 1947, dell'Istituto di Demoscopia di Allensbach (Institut für Demoskopie Allensbach) di Magonza. La teoria si occupa dell'analisi del potere persuasivo dei mass media. La tesi di fondo è che i mezzi di comunicazione di massa, ma soprattutto la televisione, grazie al notevole potere di persuasione sui riceventi e quindi, più in generale, sull'opinione pubblica, siano in grado di enfatizzare opinioni e sentimenti prevalenti, mediante la riduzione al silenzio delle opzioni minoritarie e dissenzienti. In particolare, la teoria afferma che una persona singola è disincentivata dall'esprimere apertamente e riconoscere a sé stessa un'opinione che percepisce essere contraria alla opinione della maggioranza, per paura di riprovazione e isolamento da parte della presunta maggioranza.[1] Questo fa sì che le persone che si trovino in tali situazioni siano spinte a chiudersi in un silenzio che, a sua volta, fa aumentare la percezione collettiva (non necessariamente esatta) di una diversa opinione della maggioranza, rinforzando, di conseguenza, in un processo dinamico, il silenzio di chi si crede minoranza. La teoria ebbe una notevole importanza nella scienza della comunicazione per la rinascita del dibattito sui poteri di forte persuasione dei mezzi di comunicazione, in contrasto con la scuola di pensiero che sosteneva un effetto debole dei mass media sul pubblico. Definizione

Cherry picking

La locuzione cherry picking viene utilizzata per riferirsi a una fallacia logica (a volte chiamata fallacia dell'evidenza incompleta), caratterizzata dall'attitudine da parte di un individuo volta a ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi ed evidenziando solo quelle a suo favore.[1] L'espressione, derivata dalla lingua inglese,[2] richiama metaforicamente l'idea di prendere per sé stessi solo le migliori ciliegie da una ciotola piena, ignorando appositamente, magari, quelle poco mature o peggiori.[1][2] La fallacia del cherry picking può essere attuata sia volontariamente che inconsciamente (ne è l'esempio più eclatante il fenomeno psicologico dei bias di conferma), ed è spesso utilizzata anche da parte di chi cerca di convincere un pubblico ad accettare le proprie posizioni portando prove a loro favore scelte ignorando appositamente tutte le controargomentazioni possibili;[3] si tratta di una tecnica particolarmente impiegata da vari movimenti negazionisti.[1] La fallacia ha un effetto particolarmente negativo nell'ambito del dibattito pubblico.[4] Il cherry picking è strettamente collegato al fenomeno denominato filter bubble (bolla di filtraggio), il risultato cioè del sistema di personalizzazione dei risultati di ricerche su siti che registrano la storia del comportamento dell'utente. La bolla di filtraggio crea un ambiente in cui l'utente è esposto solo a contenuti che corrispondono alle sue opinioni e interessi, aumentando la probabilità di cherry picking, poiché l'utente viene continuamente esposto solo a contenuti che gli piacciono, può diventare sempre più incline a selezionare solo le informazioni che confermano le sue convinzioni e a ignorare quelle che non lo fanno.

Bolla di filtraggio

La bolla di filtraggio[1] è il risultato del sistema di personalizzazione dei risultati di ricerche su siti che registrano la storia del comportamento dell'utente. Questi siti sono in grado di utilizzare informazioni sull'utente (come posizione, click precedenti, ricerche passate) per scegliere selettivamente, tra tutte le risposte, quelle che vorrà vedere l'utente stesso. L'effetto è di escluderlo da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista, isolandolo in tal modo nella sua bolla culturale o ideologica. Esempi importanti sono la ricerca personalizzata di Google e le notizie personalizzate di Facebook. Il termine è stato coniato dall'attivista internet Eli Pariser nel suo libro The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You, secondo cui gli utenti vengono esposti di meno a punti di vista conflittuali e sono isolati intellettualmente nella propria bolla di informazioni.[2][3][4][5] L'effetto della «bolla» può avere delle implicazioni negative da un punto di vista civico, secondo Pariser, ma ci sono punti di vista differenti che suggeriscono che l'effetto sia minimo[5] e affrontabile.

Eterofobia

L'eterofobia è una parola composta dalla radice etero-, dal greco "hetero", che significa "altro, diverso", e dal suffisso -fobia, cioè "paura, rifiuto". Indica quindi, secondo un'interpretazione etimologica, la generica avversione per tutto ciò che è ritenuto diverso da sé, senza una specifica connotazione di etnia, sesso, religione, o orientamento (ne è un esempio la xenofobia).

Xenofobia

La xenofobia ("paura dello straniero"; composto da ξένος, xenos, "straniero" e φόβος, phobos, "paura"), o senofobia, è un'avversione generica, di varia intensità, verso gli stranieri e ciò che è straniero,[1] o che viene percepito come tale.[2] A differenza dell'etnocentrismo non comporta necessariamente una valutazione positiva della propria cultura[3]. Il termine è anche usato in etologia per indicare l'avversione animale legata al territorio. Per la xenofobia ci sono due oggetti principali verso cui si manifesta la fobia: il primo è una popolazione presente all'interno di una società, che però non è considerata parte di quella società. Spesso si tratta di immigrati recenti[4], ma la xenofobia può anche essere diretta verso un gruppo che sia presente da secoli. Questa forma può provocare o facilitare reazioni ostili e violente, come l'espulsione di massa degli immigranti o, nei casi peggiori, il massacro, come nel caso dei pogrom; la seconda forma è sostanzialmente culturale e l'oggetto della fobia sono alcuni elementi culturali che vengono considerati alieni. Tutte le culture sono soggette a influenze esterne, ma la xenofobia culturale è spesso ben indirizzata, ad esempio verso parole straniere inserite nella lingua nazionale. Conduce raramente ad aggredire le persone, può portare a campagne politiche per la purezza della cultura e della lingua. L'isolazionismo, un sospetto generico verso governi e stati stranieri, non è propriamente descritto dalla xenofobia. A livello europeo, la Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale (rappresentante il terzo pilastro dell'Unione europea) riconosce come uno degli obiettivi primari quello di prevenire e reprimere il razzismo e la xenofobia, il cui istituto di riferimento è "Osservatorio europeo per i fenomeni di razzismo e xenofobia" ("European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia" - EUMC), sostituito e trasformato, nel 2007, dall'"Agenzia dell'UE per i diritti fondamentali".

Aporofobia

L'aporofobia (dal greco: άπορος (á-poros), indigente, povero; e φόβος, (-fobos), paura) è una fobia che rappresenta la paura per la povertà o per i poveri.[1] Può essere anche interpretata come la ripugnanza o l'ostilità davanti al povero o all'indifeso. La differenza chiave tra aporofobia e xenofobia o razzismo, secondo alcuni autori, sta nel fatto che ci sono società che accettano immigrati, o membri di altre etnie, a patto che questi si trovino in una buona situazione economica e portino fama o altri beni.[3] Ciò nonostante, l'aporofobia e la xenofobia sono relazionate, poiché molte volte il flusso d'immigrazione proviene da paesi poco sviluppati economicamente verso paesi più sviluppati, dove oltre alle differenze culturali, gli immigrati poveri sono visti come un problema di sicurezza e li si associa comunemente con atti criminali e altri problemi.

Islamofobia

Islamofobia è un neologismo che indica un irrazionale e ingiustificato pregiudizio, con conseguenti discriminazioni verso l'islam come religione e verso i musulmani come credenti. Il termine può essere utilizzato per indicare due cose: l'odio o la paura verso l'islam o verso i musulmani in genere;

un'attitudine xenofoba verso i musulmani e, per analogia, verso gli abitanti indigeni (o dei quali i genitori sono originari) dei paesi a maggioranza musulmana (Medio Oriente, regioni del Magreb, Turchia, Africa subsahariana islamizzata)[2], ed in questo caso è analogo al neologismo giudeofobia.

Questa attitudine talvolta sfocia in iniziative pubbliche atte a bloccare o rendere difficile la pratica della fede islamica, come i tentativi di vietare o bloccare la costruzione di moschee.

Cristianofobia

Per cristianofobia[1] s'intende l'avversione pregiudiziale espressa nei confronti del cristianesimo; il termine, un neologismo degli anni duemila[2], è concettualmente simile ad anticristianesimo.

Si manifesta con pratiche di intolleranza, discriminazione e vessazioni[3]nei confronti della fede cristiana e dei suoi aderenti. Il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha definito la cristianofobia come "la versione più corrente dell'intolleranza religiosa" affermando che essa "non è lontana dal porsi ormai nelle forme della pulizia etnica o religiosa"[12][4]. Il termine cristianofobia (in inglese, christianophobia) viene usato anche dai media internazionali.

Il The Wall Street Journal ha impiegato il termine "cristianofobia" facendo in particolare riferimento ad atteggiamenti persecutori nei confronti delle minoranze cristiane che vivono in territori a maggioranza musulmana[13].
Il quotidiano statunitense USA Today ha usato il termine cristianofobia per descrivere le violenze e gli attentati terroristici contro i cristiani nel mondo[14]. Secondo Guitton, nel mondo più di 50 milioni di cristiani sarebbero vittima di discriminazioni o persecuzioni[10].

L'associazione non-governativa Open Doors (nota in Italia come "Porte Aperte"[15]) pubblica annualmente una lista dei paesi nei quali praticare la fede cristiana è più rischioso. Ai primi 10 posti della classifica, nel 2013, vi sono 8 paesi a maggioranza musulmana e uno comunista (la Corea del Nord), oltre all'Eritrea, con una presenza di musulmani e cristiani approssimativamente equivalente, ma controllata da un partito unico ispirato ad un'ideologia di stampo marxista

Omofobia

L'omofobia è la non accettazione e l'avversione nei confronti dell'omosessualità, della bisessualità e della transessualità e quindi delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali.[2]

L'Unione europea la considera analoga al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo, nonché basata sul pregiudizio.[3]

Con il termine "omofobia" quindi si indica genericamente un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità o alle persone omosessuali.[4] L'omofobia non è inserita in alcuna classificazione clinica delle varie fobie; infatti, non compare né nel DSM né nella classificazione ICD; il termine, come nel caso della xenofobia, è usato in un'accezione sociologica (riferita a comportamenti discriminatori), e non clinico-psicologica.
Omofobia deriva dal greco ὁμός homòs (stesso, medesimo) e φόβος fòbos (paura). Letteralmente quindi significa "paura dello stesso", tuttavia il termine "omo" è qui usato come abbreviazione di "omosessuale", mentre il termine "fobia" perde il suo significato clinico, relativo ad un concetto di paura, indicando piuttosto una generica avversione. Va comunque precisato che il termine è utilizzato con diversi significati.

Le definizioni di omofobia esistenti possono essere sintetizzate in tre principali prospettive: accezione pregiudiziale, accezione discriminatoria e accezione psicopatologica:[7] l'accezione pregiudiziale considera come omofobia qualsiasi giudizio negativo nei confronti dell'omosessualità.
In questa definizione vengono considerate manifestazioni di omofobia anche tutte le convinzioni personali e sociali contrarie all'omosessualità come ad esempio: la convinzione che l'omosessualità sia patologica, immorale, contronatura, socialmente pericolosa, invalidante; la non condivisione dei comportamenti omosessuali e delle rivendicazioni sociali e giuridiche delle persone omosessuali.

Non rientra in questa accezione la conversione in agito violento o persecutorio nei confronti delle persone omosessuali.[8]

l'accezione discriminatoria considera come omofobia tutti quei comportamenti riconducibili al sessismo che ledono i diritti e la dignità delle persone omosessuali sulla base del loro orientamento sessuale.

Rientrano in questa definizione le discriminazioni sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nella cultura, gli atti di violenza fisica e psicologica (percosse, insulti, maltrattamenti).

Questa definizione – che comprende anche l'acting out del sentimento discriminatorio – può essere considerata più pertinente al costrutto di omofobia in senso ristretto.[9]

l'accezione psicopatologica considera l'omofobia come una fobia in senso psicologico, cioè una irrazionale e persistente paura e repulsione nei confronti delle persone omosessuali che compromette il funzionamento psicologico della persona che ne presenta i sintomi.

Tale valutazione diagnostica includerebbe quindi l'omofobia all'interno della categoria diagnostica dei disturbi d'ansia e rientrerebbe all'interno dell'etichetta di fobia specifica.[10]

A differenza delle prime due accezioni, l'omofobia come fobia specifica non è frutto di un consapevole pregiudizio negativo nei confronti dell'omosessualità quanto piuttosto di una dinamica irrazionale legata ai vissuti personali del soggetto.

Quest'ultima definizione, per quanto più attinente alla radice etimologica del termine, ad oggi non è sostenuta da una letteratura sufficiente da farla inserire nei principali manuali psicodiagnostici. In ambito legislativo, in molte nazioni, soprattutto europee sono previsti strumenti legislativi, di carattere civile e penale, finalizzati al contrasto dell'omofobia intesa principalmente come discriminazione basata sull'orientamento sessuale. Va evidenziato che le legislazioni esistenti in molti casi mantengono distinto l'aspetto della non discriminazione dalle norme mirate invece a sanzionare in modo specifico azioni e comportamenti esplicitamente omofobici, quali atti violenti o di incitamento anche solo verbale all'odio.

Ci sono legislazioni che fanno rientrare questo secondo aspetto in un ambito legislativo non specifico, non considerando quindi la motivazione dell'omofobia per il reato o non prevedendo sanzioni specifiche per le espressioni di odio o di incitamento all'odio legate all'orientamento sessuale. Al di fuori dell'Europa, leggi antidiscriminazione sull'orientamento sessuale sono in vigore[70] in Canada, in alcuni degli Stati Uniti, in Australia, Nuova Zelanda, Isole Fiji, in alcuni stati del Brasile, Nicaragua, Uruguay, Colombia, Ecuador, Israele e Sudafrica. Anche il regime castrista ha adottato forme di persecuzione nei confronti degli omosessuali.
Considerati "controrivoluzionari", dagli anni sessanta agli anni ottanta anche i gay sono stati perseguitati e molti di loro sono stati rinchiusi nei campi di lavoro forzati UMAP ("Unidades Militares de Ayuda a la Producción") a causa del loro orientamento sessuale.[72] Nell'ideologia castrista i maricones ("finocchi") erano infatti considerati espressione dei valori decadenti della società borghese. La legislazione di contrasto alla discriminazione tra cittadini trae principale fondamento dall'articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana (principio di uguaglianza formale e sostanziale): «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»
Pur non citando espressamente l'orientamento sessuale, esso può rientrare per via interpretativa sia nella nozione di "sesso", sia tra le "condizioni personali e sociali". La Legge 25 giugno 1993, n. 205 intitolata Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa (cosiddetta Legge Mancino), integra il diritto penale italiano per quanto attiene ad alcune forme di discriminazione, tra cui non rientrano quelle basate sull'orientamento sessuale che, inserite nella sua prima formulazione, furono espunte dal testo nella stesura definitiva. La menzione esplicita dell'orientamento sessuale è invece presente nel Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216, che tutela dalle discriminazioni sul luogo di lavoro. Le eccezioni inizialmente previste per il personale delle Forze Armate, delle Forze dell'ordine e di soccorso furono poi abolite a seguito della procedura d'infrazione aperta dalla Comunità Europea contro l'Italia. Il 2 ottobre 2009, nel corso della XVI legislatura la commissione Giustizia della Camera licenziò un testo base, presentato dalla deputata Anna Paola Concia e costituito da un singolo articolo, che tra le circostanze aggravanti comuni previste dall'articolo 61 del codice penale inseriva anche quella inerente all'orientamento sessuale.[77]

Tale testo fu poi bocciato il 13 ottobre 2009 dalla maggioranza parlamentare per una pregiudiziale di costituzionalità sollevata dall'Unione di Centro.[78]

La bocciatura ha sollevato dure critiche verso l'Italia da parte di rappresentanti dell'Unione europea[79] e dell'ONU.[80]
Alla bocciatura ha reagito invece positivamente il vescovo Domenico Mogavero, che ha definito la proposta di legge «solo un primo passo, in quanto il vero obiettivo di questa campagna sono le nozze gay».[81] Mara Carfagna, Ministro per le pari opportunità del Governo Berlusconi IV, il 9 novembre 2009, ha presentato Nessuna differenza, la prima campagna istituzionale in Italia contro l'omofobia e le discriminazioni di genere.[82] Il 17 maggio 2011, in occasione della Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito «inammissibile in società democraticamente adulte» l'irrisione degli omosessuali.[83]

Il 18 maggio 2011 il testo base della deputata Anna Paola Concia, basato su una direttiva europea[senza fonte], è stato ripresentato alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati, che l'ha bocciato con 24 voti contrari e 17 favorevoli.[84]

Il ministro Carfagna ha commentato: «Il Popolo della libertà ha perso un'occasione».
Il 26 luglio 2011 la Camera ha respinto per la seconda volta il ddl presentato dalla deputata Concia contro l'omotransfobia.[85] Durante la XVII Legislatura è stato presentato dall'onorevole Ivan Scalfarotto un nuovo disegno di legge per l'estensione della legge Mancino ai casi di omofobia e transfobia, che prevede di estendere l'art. 604-bis del codice penale, relativo ai cosiddetti delitti contro l'eguaglianza, alla diffusione di idee discriminatorie rispetto all'orientamento sessuale e all'identità di genere.[86][87] Durante la XVIII Legislatura è stato presentato dall'onorevole Alessandro Zan un nuovo disegno di legge per punire le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere.

Il 4 novembre 2020 il ddl è stato approvato in prima lettura dalla Camera dei deputati.

Transfobia

Transfobia è il termine utilizzato per descrivere i pregiudizi, le stigmatizzazioni sociali e le discriminazioni nei confronti delle persone transgender e transessuali o della transessualità in generale.

La transfobia può includere paura, avversione e odio irrazionali, provati o espressi nei confronti di persone che non si conformano alle aspettative sociali di genere e può portare a comportamenti discriminanti nella società o nel lavoro, negazione di diritti, come il diritto di asilo, fino a manifestazioni di aggressività violenta e violenza sessuale. La transfobia, che sia intenzionale o meno, crea stress significativi nelle persone che la subiscono, con conseguenze emotive negative che possono portare ad una bassa autostima, alienazione e senso di inadeguatezza.

A causa del modo in cui vengono viste dalla società, e a volte anche dalle famiglie, si ritiene che per le persone transgender sia frequente l'abbandono della scuola o della casa familiare e l'abuso di sostanze, e che i tassi di suicidio siano più elevati rispetto a quelli nelle persone cisgender

Crimini d'odio

La categoria di crimini o reati d'odio comprende tutti gli atti di violenza perpetrati nei confronti di persone sulla base della loro appartenenza (vera o presunta) ad un determinato gruppo sociale, identificato sulla base dell'etnia, della religione, dell'orientamento sessuale, dell'identità di genere o di particolari condizioni fisiche o psichiche. Sul piano giuridico, un crimine dell'odio si presenta come una norma penale che pone in rilievo l'aspetto discriminatorio del gesto violento e vi ricollega un aggravio di pena. Un crimine dell'odio può riguardare tanto la violenza sulle persone quanto quella sui beni legati alla vittima. Ciò che viene in rilievo nei crimini dell'odio e che spiega tanto l'allarme sociale quanto l'aggravio di pena non sono le idee, in senso lato razziste, della persona che compie tali violenze – e che pur ne costituiscono l'humus culturale dal quale originano – quanto le ricadute materiali di questo odio, tanto estremo da condurre ad un'azione che fa della discriminazione la ragione stessa del crimine. Semplificando, picchiare selvaggiamente un omosessuale non costituisce di per sé un crimine dell'odio ma lo diventa allorché la ragione del pestaggio sia l'orientamento sessuale, reale o presunto, della vittima. Secondo gli aggressori, la vittima meriterebbe di essere colpita semplicemente perché fa parte di quella minoranza nei confronti della quale l'aggressore nutre rancore e odio ideologico. In questi crimini, ad essere sotto accusa è la violenza razzista e lo status di minoranza della vittima rileva in quanto presente nella mente dell'aggressore. Ecco perché un crimine d'odio, ad esempio, omofobico ben potrebbe realizzarsi anche nei confronti di un eterosessuale, qualora l'aggressore lo riconosca come omosessuale. L'azione delittuosa nei crimini dell'odio ha quindi un significato nuovo e diverso da quello di una comune aggressione, non solo per le motivazioni ma anche per il fine perseguito. L'obiettivo non è semplicemente procurare un danno alla persona ma, attraverso di esso, è focalizzato a minare o annientare l'identità – culturale, etnica o sessuale che sia – della vittima e, insieme, del gruppo sociale di riferimento. L'odio cui fanno riferimento questi crimini è quello in senso lato razziale e xenofobo che ricomprende tanto i convincimenti irrazionali di avversione sulla base della razza e dell'etnia quanto quelli a questi comunemente equiparati[2], come ad esempio i convincimenti omofobici, antisemiti, xenofobici, sessisti...

Incitamento all'odio

Un discorso di incitamento all'odio[1] o discorso d'odio[2] (traduzione della dizione inglese hate speech[3]) è una comunicazione con elementi verbali[4] e non verbali[5] mirati a esprimere e diffondere odio e intolleranza, o a incitare al pregiudizio e alla paura verso un individuo o un gruppo di individui accomunati da etnia, orientamento sessuale o religioso, disabilità, altra appartenenza sociale o culturale. Il fenomeno ha acquisito particolare visibilità ed estensione con la diffusione delle reti sociali, alimentando il dibattito giuridico e spingendo i governi e l'associazionismo ad attuare azioni di contenimento o repressione. In alcuni ordinamenti giuridici, in particolare nel mondo occidentale, l'incitamento all'odio è considerato reato e sanzionato come tale.[7] Un aspetto particolarmente delicato della perseguibilità dell'incitamento all'odio è quello della sua compatibilità con la libertà d'espressione. La prima ricerca italiana sull'incitamento all'odio in relazione a giornalismo e migrazioni, dal titolo L’odio non è un'opinione, si pone l'obiettivo di offrire una formazione rivolta ad agenzie e professionisti della comunicazione per mantenere standard etici e deontologici, supportando così meccanismi che permettano la denuncia di casi di discorsi e crimini d'odio. Il lavoro, realizzato dal Cospe[9] e inserito nel più grande progetto europeo contro il razzismo e la discriminazione sul web, Bricks – Building Respect on the Internet by Combating Hate Speech, è stato presentato presso la Federazione Nazionale della Stampa a Roma in occasione della giornata mondiale contro il razzismo, il 21 marzo 2016. Dall’ottobre 2016 un consorzio europeo che raggruppa associazioni della società civile, dei media e ONG (Community Media Forum Europe, European Federation of Journalists, Article19, Media Diversity Institute, Croatian Journalists' Association, COSPE onlus e Community Media Institute) è impegnato nel progetto Media Against Hate.[10] L’obiettivo è rendere la società consapevole della giusta relazione tra libertà d'espressione, da una parte, e rispetto del principio di non discriminazione e di uguaglianza, dall'altra. Iil fenomeno dell'incitamento all'odio trova diffusione in rete e nei social network, dove spesso prende il nome di hate speech (lett. "discorso di odio").[11][12] e si garantisce il diritto all'anonimato.

Razzismo

Il termine razzismo, nella sua definizione più semplice, si riferisce ad un'idea secondo cui determinati gruppi umani naturali, generalmente descritti come "razze", siano intrinsecamente superiori ad altri gruppi etnici umani . La scienza moderna[1] considera errata la classificazione umana in distinte razze ben definite,[2], come dimostrato dalla genetica delle popolazioni e da molti altri approcci metodologici, stabilendo che la specie umana, la cui variabilità fenotipica, l'insieme di tutte le caratteristiche osservabili di un vivente, è per lo più soggetta alla continuità di una variazione clinale. I sostenitori delle idee, oggi ampiamente smentite dalla scienza moderna, del razzismo scientifico affermano che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali, etiche o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere considerato superiore o inferiore a un altro.[3] In "senso stretto", il razzismo, come teoria della divisione biologica dell'umanità in razze superiori e inferiori, è un fenomeno abbastanza recente. In senso più ampio, invece, si tratta di una generale antica tendenza a discriminare i "diversi" (nazioni, culture, classi sociali inferiori) e la principale funzione del razzismo, in tutte le varianti, fu sempre di giustificare qualche forma di discriminazione o oppressione.[4] Nel 1950 il documento Dichiarazione sulla razza dell'UNESCO è stato il primo documento ad aver negato ufficialmente la correlazione tra la differenza fenotipica nelle razze umane e la differenza nelle caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali. ..Grazie alla genetica, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la biologia considera ormai assodato il fatto che tutti i componenti della specie Homo sapiens sapiens costituiscano un solo insieme omogeneo e che due gruppi etnici qualsiasi, il cui aspetto sia stato modificato dall'adattamento ad ambienti esterni diversi, possano essere apparentemente molto diversi, ma, in realtà, assai vicini dal punto di vista genetico.[11][12] Al contrario, popolazioni che condividono un aspetto simile possono essere geneticamente più distanti rispetto a popolazioni di "razze" diverse ma solo se si utilizzano pochi markers genetici. Qualora invece se ne utilizzino abbastanza, in accordo con le ricerche di Edwards prima e Witherspoon dopo, il caso particolare in cui individui appartenenti a popolazioni geografiche differenti siano più distanti geneticamente che invece individui appartenenti alla medesima popolazione geografica non si verifica mai. Questa apparente contraddizione è nota col nome di fallacia di Lewontin. Il termine razza non è in ogni modo utilizzato in biologia per la classificazione tassonomica ma solo in zootecnia e viene applicato solamente agli animali domesticati. ..Il razzismo scientifico venne rifiutato politicamente e scientificamente solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando con la pubblicazione della «Dichiarazione sulla razza» nel 1950 l'UNESCO negò in modo ufficiale la correlazione tra la differenza fenotipica nelle razze umane e la differenza nelle caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali e incoraggiò i numerosi biologi a ricordare costantemente l'assenza di validità scientifica della nozione di "razze umane".

Razza (categorizzazione umana)

La razza è una categorizzazione degli esseri umani basata su presunte differenze fisiche o sociali, condivise in gruppi generalmente visti come distinti all'interno di una data società.[2] La scienza moderna considera il concetto di razza come un costrutto antiscientifico, dal momento esso non ha alcun significato o motivazione biologica né genetica,[3][4][5] e tende a impiegare piuttosto la nozione di etnia, basata su tratti storici e culturali condivisi da un determinato gruppo sociale.[6] Il concetto di razza è stato tuttavia storicamente impiegato ed è il presupposto fondamentale per il razzismo, ovvero la convinzione che gli esseri umani possano essere divisi in base alla superiorità di una razza rispetto a un'altra.

Storia dei concetti razziali nella specie umana

Il concetto di razza come suddivisione predeterminata nella specie umana anatomicamente moderna (Homo sapiens), ha una storia lunga e complessa. Il termine stesso di "razza" è un concetto moderno e, tra il XVI e il XIX secolo è stato spesso inteso nel senso di appartenenza ad una stessa Nazione o Etnia. Esso acquisì il suo senso moderno nel campo dell'antropologia fisica solo a partire dalla metà del XIX secolo. La politicizzazione dell'argomento, sotto il concetto di razzismo, nel XX secolo condusse ad una significativa riduzione degli studi razziali tra gli anni trenta e ottanta, culminando in un'opera di decostruzione nel post-strutturalismo venendo ad intendere il concetto di "razza" come una tipica "costruzione sociale". Dagli anni novanta in poi vi è stato un rinnovato interesse per le questioni razziali nel campo della genetica, nello studio della variabilità del fenotipo e nello studio quantitativo del "raggruppamento genetico". ...A partire dagli anni '60 del XX secolo gli antropologi hanno largamente abbandonato il concetto di "razza" da un punto di vista rigidamente biologico (intesa cioè come sottospecie di Homo sapiens), stanti le gravi e oggettive difficoltà di tracciare confini netti tra le varie popolazioni a causa dei continui movimenti e rimescolamenti degli individui che ne fanno parte. Pertanto anche in ambito medico e nella ricerca biogenetica, piuttosto che alle razze, si preferisce far riferimento alle popolazioni, intese come gruppi umani assai più ristretti e uniformi in quanto ben adattatisi a un determinato ambiente geografico[55] (ad esempio, gli abitanti di una valle montana isolata). Ben diverse sono invece le situazioni riscontrate in altre specie appartenenti alla medesima famiglia Hominidae: ad esempio, è stato osservato che negli scimpanzé la distinzione in razze biologiche o sottospecie è enormemente più semplice che negli umani, complici gli scarsissimi contatti esistenti tra i gruppi viventi nelle diverse porzioni dell'areale geografico (in gran parte frammentato) in cui è diffusa tale specie[56]; occorre però anche considerare che la consistenza numerica di una razza o sottospecie di scimpanzé è molto scarsa, grosso modo paragonabile (in termini assoluti) a quella di una piccola popolazione locale umana. Del tutto differente è invece il concetto di "razza" intesa come presunta identità socio-culturale, la quale, seppur totalmente priva di basi biologiche, è alla base di fenomeni quali discriminazione, xenofobia e "razzismo".

Meticcio

Con il termine meticcio (dallo spagnolo: mestizo e portoghese: mestiço) si definiscono gli individui in generale nati da due etnie diverse. In origine con questo termine si indicavano le persone nate dall'incrocio fra conquistadores o coloni europei, tipicamente spagnoli e portoghesi, e le popolazioni amerindie indigene precolombiane. La parola spagnola mestizo, da cui deriva l'italiano "meticcio", deriva a sua volta dal latino tardo mixticius, che significava letteralmente "misto";[3] il termine venne documentato per la prima volta in spagnolo già in un testo del 1275. I meticci avevano una posizione migliore nella società dell'epoca, rispetto ai neri e ai mulatti, perché, a differenza loro, i meticci non avevano antenati africani, e perciò "nessuna radice schiava". Le unioni tra españoles e mestizos portarono alla nascita di una nuova casta coloniale, i Castizos (letteralmente "tre quarti bianchi"), e di conseguenza l'unione tra un castizo/a e un español/a portava al ripristino dello status "migliore" e "puro" di español/a alla prole

Mulatto

Con il termine mulatto (dallo spagnolo e portoghese mulato) venivano definiti in origine, nell'America Latina, gli individui che nascevano dall'unione fra i conquistadores o coloni europei tipicamente spagnoli e portoghesi e le popolazioni deportate dall'Africa come schiavi. Per estensione il termine mulatto indica una qualsiasi persona nata da un genitore bianco e un genitore nero.[1] Attualmente in diversi Paesi i mulatti vengono considerati un'etnia a sé stante, con peculiarità proprie non attribuibili né alla cultura africana né a quella europea. Il termine risale al XVI secolo e deriva dallo spagnolo mulato, che fa riferimento al mulo (chiamato in spagnolo mula o mulo) in quanto animale ibrido.[1][2] Oggi il termine è in genere considerato antiquato e offensivo. Attualmente molte comunità sudamericane in Brasile e Caraibi, che sono frutto di secoli di convivenza tra i discendenti degli schiavi africani e i coloni europei, costituiscono la maggioranza della popolazione locale.

Eugenetica

Il termine eugenetica (dal greco εὐγενής, eughenès: "ben nato", da εὖ, èu, "buono", e γένος, ghènos, "razza", "parentela", "stirpe"[1][2]) indica un insieme di teorie e pratiche miranti a migliorare la qualità genetica di una certa popolazione (umana). Nel linguaggio comune il termine si confonde spesso con l'ideologia la quale ritiene che la soluzione di problemi politici, sociali, economici o sanitari possa essere raggiunta attraverso l'adozione di pretese soluzioni eugenetiche. La definizione esatta di "eugenetica" è stata una questione di dibattito fin dal momento in cui il termine fu coniato (seconda metà del XIX secolo). L'articolo giornalistico del filantropo ed eugenetico statunitense Frederick Henry Osborn del 1937, Development of a Eugenic Philosophy (Sviluppo di una filosofia eugenetica)[6] l'inquadrò come una vera e propria forma di filosofia sociale, cioè una filosofia con implicazioni nell'ordine sociale; ma anche questa definizione non viene universalmente accettata. Osborn sostenne i tassi più elevati di riproduzione sessuata presenti tra persone con tratti "maggiormente desiderabili" (eugenetica positiva) ed al contempo ridotti tassi di riproduzione - con eventuale sterilizzazione - di persone con tratti meno desiderati o "indesiderati" (eugenetica negativa). In alternativa la selezione del gene piuttosto che quella delle persone è stata attualmente resa possibile grazie ai progressi nella modificazione artificiale del genoma umano[7]. Mentre i principi eugenetici sono stati praticati nel corso della storia del mondo fin dall'antica Grecia, la moderna storia dell'eugenetica ha avuto il suo inizio nei primi anni del XX secolo quando un movimento popolare eugenetico emerse nel Regno Unito[8], per diffondersi subito dopo in molti paesi tra cui gli Stati Uniti d'America e il Canada[9], oltre che nella maggior parte dei paesi europei. In questo periodo le idee eugenetiche vennero lanciate ed acquisite in tutto lo spettro politico; conseguentemente molti paesi adottarono politiche eugenetiche con l'intento di migliorare la qualità delle risorse genetiche delle loro popolazioni. Tali programmi compresero sia misure positive, incoraggiare gli individui ritenuti particolarmente idonei a riprodursi, sia misure negative, come i divieti di matrimonio interrazziale, mescolanza razziale e sterilizzazione obbligatoria di persone ritenute inadatte alla riproduzione. Le persone ritenute non idonee a riprodursi spesso inclusero individui con disabilità mentali o fisiche, chi otteneva un basso risultato nei test del quoziente d'intelligenza, i criminali, i devianti e i membri di gruppi minoritari sfavoriti. Il movimento eugenetico si è associato negativamente alla Germania nazista e all'Olocausto, quando molti degli imputati al processo di Norimberga tentarono di giustificare gli abusi commessi contro i diritti umani sostenendo che vi era davvero poca differenza tra i programmi dell'eugenetica nazista e quelli statunitensi[10]. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, con la proclamazione universale dei diritti umani, molti paesi cominciarono gradualmente ad abbandonare le politiche eugenetiche, questo anche se alcuni paesi occidentali - tra cui gli Stati Uniti - continuarono a realizzare sterilizzazioni forzate fino a metà degli anni sessanta. Nel corso degli anni ottanta e novanta, quando furono rese disponibili nuove procedure tecnologiche di riproduzione assistita, come la surrogazione di maternità (disponibile dal 1985), la diagnosi genetica pre-implantazione (disponibile dal 1989) e il trasferimento citoplasmatico (eseguito per la prima volta nel 1996) si temette un eventuale rinnovarsi delle idee e pratiche eugenetiche, con l'emersione eclatante dell'ampliamento del divario tra ricchi e poveri del mondo. Una critica tra le più importanti alle politiche eugenetiche è quella che, a prescindere dal fatto che vengano utilizzate politiche "positive" o "negative", esse sono suscettibili di abuso poiché i criteri di selezione vengono determinati sempre dal gruppo che detiene il potere politico in una determinata epoca. Inoltre l'eugenetica negativa in particolare può essere considerata come una violazione dei diritti umani fondamentali i quali includono anche il diritto alla riproduzione. Una critica ulteriore è quella che afferma che le politiche eugenetiche portano ad una perdita di diversità genetica, con conseguente depressione endogamica a causa della minore variazione genetica. Secondo Richard Lynn, professore emerito di psicologia all'"Ulster University", l'eugenetica può essere suddivisa in due categorie principali basate sui modi in cui i metodi eugenetici possono essere applicati[185]. Eugenetica Classica Eugenetica negativa mediante fornitura di informazioni e servizi, vale a dire riduzione della gravidanza e della nascita non pianificata[186] Campagna "Basta dire no" ("Just say no" campaigns) o educazione sessuale all'astinenza[187] Educazione sessuale obbligatoria nelle scuole[188] Centri di sessualità di base scolastici[189] Promozione dell'uso della contraccezione attiva[190] Contraccezione post-coitale o "di emergenza"[191] Promozione della ricerca per migliorare i contraccettivi già esistenti[192] Sterilizzazione[193] L'aborto selettivo[194]. Eugenetica negativa per incentivi, coercizione e costrizione di Stato[195] Incentivi programmati per la sterilizzazione volontaria ("Project Prevention")[196] Il "Denver Dollar-a-day program,", pagare cioè le ragazze adolescenti affinché non rimangano incinte[197]. Incentivi nel "welfare" per l'uso della contraccezione femminile[198] Pagamenti per la sterilizzazione nei paesi in via di sviluppo[199] Riduzione dei benefici alle madri[200] Sterilizzazione obbligatoria dei cosiddetti "ritardati mentali"[201] Sterilizzazione dei criminali, sia donne[202] sia uomini[203]. Permessi per la genitorialità[204][205][206] Eugenetica positiva[207] Incentivi finanziari volti ad avere figli ("Baby bonus")[208] Incentivi selettivi a favore della gravidanza[209] Tassazione dei celibi e delle nubili[210] "Obblighi etici" dell'élite[211] Immigrazione selettiva eugenetica[212]. Nuova Eugenetica fecondazione artificiale da donatore[213] ovodonazione[214] Diagnosi genetica prenatale di malattia genetica per porre fine alla gravidanza dei "feti difettosi"[215]. Selezione dell'embrione o "embrioqualità"[216]. Ingegneria genetica[217] Terapia genica[218] Clonazione umana

Storia dei concetti razziali nella specie umana

Il concetto di razza come suddivisione predeterminata nella specie umana anatomicamente moderna (Homo sapiens), ha una storia lunga e complessa. Il termine stesso di "razza" è un concetto moderno e, tra il XVI e il XIX secolo è stato spesso inteso nel senso di appartenenza ad una stessa Nazione o Etnia. Esso acquisì il suo senso moderno nel campo dell'antropologia fisica solo a partire dalla metà del XIX secolo. La politicizzazione dell'argomento, sotto il concetto di razzismo, nel XX secolo condusse ad una significativa riduzione degli studi razziali tra gli anni trenta e ottanta, culminando in un'opera di decostruzione nel post-strutturalismo venendo ad intendere il concetto di "razza" come una tipica "costruzione sociale". Dagli anni novanta in poi vi è stato un rinnovato interesse per le questioni razziali nel campo della genetica, nello studio della variabilità del fenotipo e nello studio quantitativo del "raggruppamento genetico". Il termine "razza", interpretato per significare una discendenza da un progenitore comune, venne introdotto per la prima volta nella lingua inglese intorno al 1580 come race, a partire dal termine francese rasse (1512) e da quello italiano razza. Un termine precedente seppur etimologicamente distinto per indicare un concetto simile fu il termine latino genus, che significa "nascita", "discendenza", "origine", "gruppo" o "famiglia". La lingua latina ha congiunto il termine - come parole imparentate - a quelli greci di genos (γένος), la quale significa a sua volta "categoria", "stirpe", e gonos che vale per "nascita", "discendenza" e "genere"[7]. Questa origine tardiva del termine in inglese e francese è coerente con la tesi che il concetto di razza, come definizione di un piccolo gruppo di esseri umani basati su un'unica origine risale al tempo di Cristoforo Colombo, per riferirsi esclusivamente ai nativi americani e agli Indios. Le concezioni più antiche, che si basavano anche su una discendenza comune, come la nazione e la tribù, comportano un numero molto maggiore di raggruppamenti. ...A partire dagli anni '60 del XX secolo gli antropologi hanno largamente abbandonato il concetto di "razza" da un punto di vista rigidamente biologico (intesa cioè come sottospecie di Homo sapiens), stanti le gravi e oggettive difficoltà di tracciare confini netti tra le varie popolazioni a causa dei continui movimenti e rimescolamenti degli individui che ne fanno parte. Pertanto anche in ambito medico e nella ricerca biogenetica, piuttosto che alle razze, si preferisce far riferimento alle popolazioni, intese come gruppi umani assai più ristretti e uniformi in quanto ben adattatisi a un determinato ambiente geografico[55] (ad esempio, gli abitanti di una valle montana isolata). Ben diverse sono invece le situazioni riscontrate in altre specie appartenenti alla medesima famiglia Hominidae: ad esempio, è stato osservato che negli scimpanzé la distinzione in razze biologiche o sottospecie è enormemente più semplice che negli umani, complici gli scarsissimi contatti esistenti tra i gruppi viventi nelle diverse porzioni dell'areale geografico (in gran parte frammentato) in cui è diffusa tale specie[56]; occorre però anche considerare che la consistenza numerica di una razza o sottospecie di scimpanzé è molto scarsa, grosso modo paragonabile (in termini assoluti) a quella di una piccola popolazione locale umana. Del tutto differente è invece il concetto di "razza" intesa come presunta identità socio-culturale, la quale, seppur totalmente priva di basi biologiche, è alla base di fenomeni quali discriminazione, xenofobia e "razzismo".

Razza ariana

Razza ariana[1] ha indicato, tra il tardo XIX secolo e la metà del XX secolo, un immaginario raggruppamento razziale utilizzato per descrivere i popoli di origine indoeuropea[2]; tale definizione era funzionale ad un'ideologia che sosteneva che quella ariana costituisse una razza superiore.[3] Il termine venne infatti utilizzato da Adolf Hitler nel libro Mein Kampf per identificare, geneticamente, i popoli nord europei come sinonimo di razza nordica e identifica quelle popolazioni presenti fin dal III millennio a.C. sia nella Scandinavia meridionale che nella Germania settentrionale e le attuali popolazioni di Germania, Islanda, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. In senso più lato, razza ariana indica anche le attuali popolazioni europee non nordiche discendenti, in parte, dai popoli nordici che durante le grandi migrazioni del V secolo (Völkerwanderung) hanno oltrepassato il Reno e il Danubio, invadendo tutta l'Europa. Durante la Völkerwanderung, nelle isole britanniche si sono insediati gli Angli e i Sassoni, in Francia i Franchi, in Italia gli Ostrogoti e i Longobardi, nella penisola iberica i Vandali e i Visigoti, e nell'Europa centro-orientale varie altre popolazioni germaniche. La suddivisione della specie umana in razze diverse è ritenuta non scientifica tanto che anche la Dichiarazione sulla razza dell'UNESCO del 1950 riconosce il concetto di etnia e non quello di razza, come unica suddivisione possibile della specie umana in cui sia riscontrabile una vera omogeneità tra gli individui.

Politica razziale nella Germania nazista

La politica razziale nella Germania nazista si sostanzia nelle specifiche scelte e leggi adottate dalla Germania nazista in materia razziale: esse postulavano la superiorità della "razza ariana" e comportarono una serie di misure discriminatorie, soprattutto nei confronti della popolazione ebraica. Queste politiche affondano le proprie radici nell'epilogo della prima guerra mondiale, quando le fazioni nazionaliste tedesche, irritate e deluse dalla sconfitta subita, attribuirono la cosiddetta "pugnalata alle spalle" (in tedesco: Dolchstoßlegende) della Germania da parte di forze esterne (principalmente pacifisti, socialdemocratici, massoni e comunisti). Il nascente partito nazionalsocialista fece leva su questo sentimento per la propria pubblicità politica e successivamente, assunto il potere, lo istituzionalizzò attraverso la pubblicazione delle leggi di Norimberga e l'apertura di campi di concentramento.

Razzismo negli Stati Uniti d'America

Il razzismo negli Stati Uniti d'America rappresenta un fenomeno storico presente fin dall'epoca coloniale. I privilegi e i diritti sanzionati legalmente o socialmente furono largamente dati ai bianchi americani, ma negati ai nativi americani, agli afroamericani, agli asioamericani e agli ispanici latinoamericani. Agli statunitensi di origine europea, in particolare ai ricchi protestanti anglosassoni, vennero concessi privilegi esclusivi in materia d'istruzione, immigrazione, diritto di voto, cittadinanza, acquisizione dei terreni e procedimenti penali per un lasso di tempo che va dal XVII secolo fino agli anni sessanta del XX secolo. Tuttavia, anche gli immigrati non protestanti provenienti dal continente europeo, in particolare i cittadini irlandesi, polacchi e italiani subirono, all'interno della società statunitense, un'emarginazione xenofoba ed altre forme di discriminazione basate sull'etnia e, almeno fino ad un certo periodo, non vennero neppure considerati come degli "autentici bianchi". Inoltre, i gruppi originari del Medio Oriente, come gli Ebrei e gli Arabi, hanno dovuto affrontare anch'essi una più o meno continua situazione discriminatoria; come diretta conseguenza di ciò, alcune persone appartenenti a queste comunità non si autoidentificano come "bianchi statunitensi". Anche coloro che provengono dall'Asia orientale e dall'Asia meridionale sono stati costretti ad affrontare il problema costituito dal pregiudizio razzista. Le principali istituzioni razziali etnicamente strutturate includono la schiavitù, la segregazione razziale, le cosiddette guerre indiane, le riserve indiane, la segregazione scolastica, le legislazioni sull'immigrazione e la naturalizzazione e i campi d'internamento durante la seconda guerra mondiale: l'internamento dei giapponesi, dei tedeschi e degli italiani. Almeno formalmente, la discriminazione razziale è stata abolita a partire dalla metà del XX secolo e, con il trascorrere del tempo, è stata sempre più percepita come socialmente inaccettabile e/o moralmente ripugnante. La politica di stampo razziale rimane tuttavia un fenomeno di ampia portata ed il razzismo implicito continua ancora ai giorni nostri a riflettersi nelle ampie disparità e disuguaglianze socioeconomiche[1][2], fino a giungere a forme più moderne e prevalentemente indirette di "razzismo simbolico"[3]. Un'ampia stratificazione sociale su base razziale continua a manifestarsi nell'ambito occupazionale ed in campo salariale, nella ricerca dell'alloggio, nell'istruzione e nella formazione professionale, nella concessione di prestiti e mutui e finanche in campo governativo. Secondo l'US Human Rights Network[4], un'organizzazione che concentra la propria attenzione sul rispetto dei diritti civili e che collabora con le organizzazioni per i diritti umani "la discriminazione negli Stati Uniti permea tutti gli aspetti della vita e si estende a tutte le comunità di minoranza"[5]. Mentre la natura dei punti di vista degli statunitensi medi si è molto modificata nel corso degli ultimi decenni, le indagini condotte da parte di associazioni indipendenti - oltre che dalla stessa ABC News - hanno scoperto che, anche recentemente, ampi strati di popolazione si riconosce nelle più comuni opinioni discriminatorie. Nel 2007 uno studio ha rilevato che una persona su dieci ammetteva di avere pregiudizi contro gli ispanici e sudamericani, mentre una su quattro manteneva forti giudizi negativi contro gli arabi in generale

Razzismo in Giappone

I casi di discriminazione e razzismo in Giappone riguardano soprattutto le minoranze etniche presenti nel Paese, talvolta emarginate e trattate con disparità in ambito lavorativo, scolastico e sociale dai giapponesi di etnia Yamato, che sono considerati i discendenti del gruppo etnico nativo dominante dell'arcipelago nipponico. Secondo un rapporto del 2006 a cura delle Nazioni Unite le minoranze più discriminate in Giappone sono la popolazione Ainu, i Ōbeikei, i Ryukyuani, i discendenti degli immigrati dai Paesi vicini (Corea e Cina) e i nuovi immigrati giunti da altri Paesi (ad esempio brasiliani, filippini e vietnamiti). Ciò è dovuto principalmente alla tradizionale convinzione dei giapponesi che solo persone del loro ceppo siano in grado di capire e apprezzare la loro cultura. Nonostante la costituzione giapponese proclami l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di razza, genere e religione, il sistema legislativo nipponico non prevede pene ai danni di coloro che compiono attività discriminatorie. Il caso più famoso di xenofobia di questo periodo (poco prima dell'inizio del periodo Shōwa) si verificò dopo il terremoto del Kantō del 1923 quando in seguito alla confusione causata dal sisma i coreani furono ingiustamente calunniati di aver avvelenato gli approvvigionamenti di acqua potabile. Ne conseguì una persecuzione razziale da parte delle forze dell'ordine che causò la morte di 6 000 coreani e la detenzione di altri 26 000. Negli anni novanta sono nate varie associazioni di coreani residenti nella regione del Kantō atte a fare luce sulla vicenda, le quali accusano inoltre il governo del Giappone di non aver mai voluto indagare sull'accaduto, preferendo distorcere i fatti per timore dell'opinione pubblica mondiale.[5] Dagli anni trenta fino alla fine della seconda guerra mondiale i casi di discriminazione ai danni di stranieri divennero sempre più frequenti a causa dell'influenza del regime fascista introdotto nel periodo Shōwa. Il massacro di Nanchino del 1937, gli esperimenti chimici e biologici dell'Unità 731 su cavie umane nella Manciuria occupata e la coercizione sugli abitanti di Okinawa durante la guerra del Pacifico[6] sono tre casi che esemplificano la forte mentalità nazionalista dell'epoca.[7] Il razzismo era ormai onnipresente durante gli anni della seconda guerra sino-giapponese e persino i media erano atti ad azioni di propaganda nel tentativo di evidenziare la superiorità dell'etnia Yamato, il gruppo etnico nativo dominante del Giappone.[8] Questi casi di discriminazione, insieme ad altri fatti di violenza (come ad esempio l'atto di costringere donne coreane, cinesi e filippine a prostituirsi, fenomeno noto come comfort women) fanno parte dei cosiddetti crimini di guerra per i quali il Giappone è stato condannato a risarcire le popolazioni colpite[9] e a proferire scuse ufficiali. ..Anche in tempi più recenti il Giappone continua a vedere in cattiva luce la presenza straniera nel Paese e più in generale l'immigrazione straniera.[17] La causa di tale riluttanza è da ricercare nella mentalità intrinseca del popolo giapponese, noto per essere orgoglioso della propria omogeneità etnico-culturale e persino razziale.[18][19] Nel 2005 l'allora primo ministro giapponese Tarō Asō descrisse il Giappone come una nazione di «una razza, una civiltà, una lingua e una cultura».[20] Allo stesso modo Yasuhiko Torii, consigliere agli affari accademici dell'Università Keio, esternò che il tasso di criminalità in Giappone è basso[21] grazie alla natura omogenea del Paese.[22] Di conseguenza dal 20 novembre 2007 è in vigore una legge sull'immigrazione che ricalca quella adottata dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre. Qualsiasi non giapponese che passa i controlli di frontiera nipponici viene schedato: a tutti (ad eccezione dei diplomatici, dei minori di 16 anni, dei militari americani in servizio nel Paese, dei coreani e cinesi residenti da lungo tempo in Giappone e degli "ospiti" dal governo giapponese) vengono prese le impronte digitali e viene scattata una fotografia.[23][24] Secondo uno studio riferito al 2012 condotto dal governo giapponese i residenti in Giappone di nazionalità straniera costituiscono l'1,6% della popolazione totale.[25] Le statistiche riportate nella tabella non includono i 30 000 soldati americani residenti in Giappone, né prendono in considerazione gli immigrati clandestini. Le stesse inoltre non includono i cittadini facenti parte delle minoranze etniche quali gli Ainu (stimati tra i 30 000 e i 50 000 individui),[26] i ryukyuani (i quali sono a tutti gli effetti giapponesi), oltre ai cinesi e coreani di seconda generazione che hanno ottenuto la cittadinanza giapponese.[27] Questi ultimi sono gli stranieri numericamente più presenti in Giappone, seguiti dai filippini e dai brasiliani. ...Un rapporto del 2006 a cura di Doudou Diène, Special Repporteur per l'ONU fino al 2011 ed esperto in razzismo, discriminazioni razziali, xenofobia e intolleranza, evidenzia come i giapponesi tendano a discriminare le minoranze etniche nazionali come gli Ainu (che vivono prevalentemente sull'isola di Hokkaidō), i burakumin, i ryukyuani (originari delle isole Ryūkyū e di Okinawa), gli immigrati provenienti dalle ex colonie giapponesi (Corea e Cina), i loro discendenti e gli stranieri o immigrati provenienti da altri paesi asiatici o dal resto del mondo. Secondo Diène le manifestazioni di tale discriminazione sono innanzitutto di natura sociale ed economica. Dai sondaggi risulta infatti che le minoranze vivono in uno stato di emarginazione, avendo accesso limitato all'istruzione, occupazione, sanità e alloggi. La discriminazione è in secondo luogo di natura politica: le istituzioni statali danno bassa priorità alle questioni legate alle minoranze nazionali. Infine vi è una profonda discriminazione di carattere culturale e storico che colpisce, oltre alle minoranze nazionali, anche i discendenti delle ex colonie giapponesi. Tutto ciò si riflette in una bassa considerazione della storia e della cultura di queste comunità, aggravando ancora di più la discriminazione nei loro confronti. ...Il rapporto di Diène ha evidenziato l'insufficienza di attenzione che il governo giapponese pone sulla questione.[76] Il Comitato delle Nazioni Unite sull'eliminazione della discriminazione razziale ha inoltre criticato la mancanza di una legislazione anti-discriminazione nel Paese e l'atteggiamento nei confronti delle minoranze nazionali e delle comunità coreane e cinesi.[13] Nel 2013 il primo ministro Shinzō Abe ha espresso preoccupazione per il crescente numero di episodi di discriminazione e razzismo avvenuti nel Paese, aggiungendo che essi finiscono per rendere vana la ricerca della tolleranza e dell'armonia con gli altri del popolo giapponese. Il ministro della giustizia Sadakazu Tanigaki ha condannato l'uso ripetuto di discorsi inneggianti all'odio nelle manifestazioni anti-coreane. L'avvocato Yasuko Morooka ha sottolineato nel corso di un simposio antirazzismo che la libertà di parola in Giappone tende a essere confusa con il diritto di dire qualsiasi cosa, comprese espressioni di odio e razzismo.[52] Tuttavia secondo un rapporto dell'ONU del 2010 la situazione del razzismo in Giappone è migliorata, essendoci comunque spazio per ulteriori progressi.[77] Secondo una ricerca del World Values Survey condotta tra il 1981 e il 2008 da un gruppo di studiosi olandesi su ottantasette paesi del mondo con interviste a più di 256 000 persone, il Giappone, pur essendo un Paese storicamente razzista, è risultato essere tra i più tolleranti.

Razzismo in Italia

Il razzismo in Italia è un fenomeno storico, sicuramente complesso, difficilmente definibile univocamente. In parte potrebbe affondare le sue radici indietro nel tempo, ma non vi sono prove di una sua continuità del o di un collegamento ideologico tra i diversi fenomeni nelle diverse epoche. In senso stretto, i primi movimenti legati esplicitamente al mito della razza, ariana, pangermanica o italica, affondano le loro radici nel razzismo "scientifico" del XIX secolo, generatrice di xenofobia e segregazione razziale, base per l'avvento dei fascismi europei del XX secolo prima in Italia con il fascismo e poi con connotazioni razziste più marcate in Germania con il nazismo, parallelamente a fenomeni razzisti nella società statunitense di tutt'altro ordine sociale, come quelli propugnati dal Ku Klux Klan. Dal punto di vista storico le leggi razziali fasciste, esempio concreto di tale fenomeno, sono state un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi varate in Italia fra gli anni trenta e gli anni quaranta del Novecento, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana. I concetti razzisti vennero ripudiati successivamente dall'Italia con la Costituzione repubblicana,[21] come è affermato con chiarezza nell'articolo 3, nel comma 1 per l'uguaglianza formale, e nel comma 2 per l'uguaglianza sostanziale. Dal XIX secolo in poi si è diffuso, soprattutto nel nord, in conseguenza delle ricadute in termini umani e socioeconomici della questione meridionale. La terminologia venne usata per la prima volta nel 1873 dal deputato radicale lombardo Antonio Billia[22], il razzismo contro gli abitanti del sud della penisola. Nel XXI secolo in Italia si affermò l'antisemitismo che, secondo alcune indagini demoscopiche, continua ad esistere in tutta Italia, sebbene in forme meno manifeste[23]. Secondo la ricerca promossa nel 2003 dall'Unione delle comunità ebraiche italiane e condotta dal Dipartimento di ricerca sociale e metodologia sociologica Gianni Statera presso la facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza di Roma su 2.200 ragazzi tra i 14 e i 18 anni di 110 Comuni italiani, la punta massima del razzismo ad alta intensità si riscontra nel "profondo nord" con il 27.8% degli intervistati e la minima nel "sud urbano" con il 10.6% degli intervistati.[24] Accanto a queste sono sorti anche numerosi episodi di razzismo e xenofobia ai danni dei popoli romanì (Rom e Sinti) comunemente identificate con i termini zingari, gypsies, o "nomadi", o più semplicemente popoli d'oriente (vedi Antiziganismo). Il termine romanì (o rom) è in riferimento alla connotazione etnica e religiosa delle regioni dell'ex-Impero ottomano una volta "Antico Impero Romano d'Oriente", culturalmente quindi sia musulmane che cristiane orientali, oppure sia turche che greco-slave. Negli ultimi anni sono in aumento atteggiamenti razzisti e xenofobi come danni contro le proprietà, discriminazione, violenza verbale e violenza fisica, diretti verso gli stranieri immigrati, comunitari di nuova acquisizione e extracomunitari.[25][26][27][28][29] Esiste la preoccupazione a livello europeo che "la crisi economica e finanziaria costituisca un terreno fertile per la recrudescenza del discorso d’odio, del razzismo e dell’intolleranza, che sono già presenti nella società".[30] Secondo un documento della ONG Human Rights Watch che si occupa della difesa dei diritti umani, "Il Presidente del consiglio dei ministri Berlusconi notoriamente ha affermato nel 2009 che l’Italia non deve diventare un paese multietnico"[31], mentre l'allora sindaco di Roma sin dal 2008 Alemanno (il primo sindaco di Roma di destra in decenni),[32] candidatosi con una campagna elettorale volta al discorso della criminalità e in seguito alleato al governo di Berlusconi, lo ha contraddetto dicendo invece che l'Italia è già un paese multietnico, e che anzi non deve diventare un paese multiculturale.[33] Fra le recenti linee guida della UE del 2019 contro discriminazioni razziali ed etniche, le raccomandazioni per il mantenimento dell'ordine prevedono che "le forze dell'ordine facciano attenzione a non propagare e perpetuare pregiudizi collegando etnicità, nazione di origine o status di immigrazione, con attività criminali. I media allo stesso tempo, sono tenuti ad evitare di stereotipare persone appartenenti a minoranze, migranti, rifugiati, e richiedenti asilo".[34] La storia del Suffragio femminile è un chiaro esempio di femminismo bianco e borghese. New York, 1912. Secondo la relazione finale della Commissione parlamentare "Jo Cox" del 2017, l’Italia risulta il Paese con il più alto tasso del mondo di ignoranza sull’immigrazione e il secondo Paese europeo più islamofobo. I rom/sinti, sebbene spesso di nazionalità italiana da molte generazioni, sono percepiti come i più stranieri/estranei di tutti (e ciò può essere legato allo status economico e il loro vivere entro limiti di agiatezza più marcati). Il 65% degli italiani (contro il 21% dei tedeschi) pensa che i rifugiati siano un peso perché godono dei benefits sociali e del lavoro degli abitanti, mentre il 59% in Germania pensa che rendano il Paese più forte con il lavoro e i loro talenti (solo il 31% in Italia).[35] Al razzismo proprio si è venuto ad associare nel XXI secolo il Femonazionalismo, una coalizione tra idee nazionaliste e femministe, derivante dal legame storico tra i movimenti per i diritti delle donne (diritto di voto, etc.) e quelli antischiavisti negli Stati Uniti a partire dal 1800, confluiti alla fine degli anni sessanta (culmine del movimento giovanile della Beat Generation nato invece nel dopoguerra) nell'unione tra "sessismo, femminismo e razzismo", quando le proteste dei moderni movimenti femministi si fusero con le proteste contro le segregazioni razziali. In questo contesto in cui donne povere e donne di colore si allearono, il femminismo di oggi ha cambiato invece rotta tornando ad identificarsi come bianco, legandosi al tema dello schiavismo questa volta pero con partiti nazionalisti e neo-liberali per giustificare razzismo e xenofobia. La Lega Nord è stata accusata di atteggiamenti xenofobici a caccia di consensi da svariate fonti estere.[39][40][41][42][43][44]. Il tentativo di bruciare extracomunitari senza fissa dimora o l'assassinio del 20 settembre 2008 di Abdul Salam Guibre, nativo del Burkina Faso, sono stati contestati come azioni razziste. Tuttavia nel caso di Guibre non sussistono aggravanti per motivi razziali, ma lite per soldi, poi degenerata[45]. L'Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Città del Vaticano, indicò il razzismo come elemento cardine nella rivolta di Rosarno del 2010 e nel caso dei cori contro il giocatore di calcio di origini africane Mario Balotelli.[46][47] L'affermazione dell'allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi concernente l'elezione del presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l'abbronzatura della sua pelle guadagnò titoli sulle pagine dei giornali.[48][49][50][51] Secondo Eurobarometro nel 2008, gli italiani avrebbero il terzo più alto livello nella graduatoria in Europa della discriminazione praticata dai nativi verso l'etnia rom, dopo gli austriaci e i cechi, e il terz'ultimo per capacità di adattamento a convivere con persone di etnia rom come vicini di casa.[52][53] Secondo un sondaggio del 2019, l'Italia dimostra un maggiore nazionalismo e discriminazione al confronto con gli altri paesi dell'Europa occidentale.

Antiziganismo

L'antiziganismo indica il pregiudizio e l'odio generalizzato verso i popoli rom, sinti e altri gruppi, anche chiamati, per lo più con connotazione negativa[1], zingari, gitani o zigani. Fin dal loro arrivo in Europa gli “zingari” sono stati definiti “stranieri pericolosi” e sono stati accusati di spionaggio, stregoneria, di essere creature diaboliche e spaventose, così come di rifiutare di lavorare per la loro “predisposizione al furto”.[2] Pregiudizi e stereotipi di tipo razzista si verificano frequentemente in Europa, in conseguenza di credenze popolari persistenti, spesso avallate dai mezzi di comunicazione di massa, che contribuiscono ad aggravare la discriminazione nei confronti dei Rom e sinti[3]. Nel 2005 e nel 2006 il razzismo nei confronti delle popolazioni gitane è diventato oggetto di attenzione a livello europeo, con l'adozione di una risoluzione del Parlamento europeo, il primo testo ufficiale che parla di antiziganismo (Anti-Gypsyism/Romaphobia in lingua inglese, antitsiganisme/romaphobie/tsiganophobie in lingua francese).[4] Le conferenze internazionali OSCE/EU/CoE di Varsavia (ottobre 2005) e Bucarest (maggio 2006), hanno confermato il termine «anti-Gypsyism» a livello internazionale[5]. Dal 2008 l'Unione europea ha inaugurato una Strategia europea per i rom

Conquistadores

I conquistadores ("conquistatori" in italiano) sono stati i soldati, gli esploratori e gli avventurieri che portarono gran parte delle Americhe sotto il controllo dell'impero coloniale spagnolo tra il XV e il XVII secolo. I capi delle spedizioni militari spagnole nel Nuovo Mondo si autodefinirono in un primo tempo conquistadores, conquistatori, come a definire un preciso ruolo esercitato in nome del Regno di Castiglia. La maggior parte dei conquistadores erano in realtà poveri, nobili (hidalgos) decaduti o cadetti dediti alle armi, le cui prospettive in Spagna dopo il 1492, anno dell'unificazione del paese a seguito della Reconquista, erano estremamente limitate. Militarmente i conquistadores possedevano un vantaggio tecnologico sui nativi grazie alle armi da fuoco e di acciaio; di contro però i popoli indigeni avevano una superiorità numerica fino a 100 volte il numero dei soldati spagnoli. Ma il più importante fattore per la vittoria dei conquistadores fu la diffusione di nuove malattie e infezioni come morbillo, vaiolo e varicella, contro le quali i nativi non possedevano le difese immunitarie adatte, cosa che causò una riduzione nella popolazione sud e mesoamericana stimata oggi nell'ordine del 70% in poco meno di un secolo. Gli animali rappresentarono un ulteriore e importante vantaggio tecnologico. I cavalli permisero ai conquistadores di circondare le città peruviane e di lanciare rapidi attacchi per ottenere cibi e vivande che difficilmente sarebbero state reperite in altre maniere. I cani furono usati per rastrellare e attaccare gli uomini nascosti nelle foreste. A ciò va aggiunto il vantaggio del fattore psicologico: gli indigeni americani non avevano mai visto i cavalli, e quando erano cavalcati dagli uomini li scambiavano per creature ibride. Inoltre, almeno in una fase iniziale, le armi da fuoco creavano un vero e proprio terrore in chi ne sentiva i boati. A questo va aggiunto che in alcune culture e mitologie, come quella azteca, si parlava di un Dio che sarebbe tornato dal mare. Molti conquistadores, rifacendosi agli stessi miti cavallereschi utilizzati durante la progressiva espulsione della popolazione musulmana ed ebrea dall'Andalusia completata nel corso del XV e XVI secolo, considerarono poi la conquista del Nuovo Mondo una crociata contro i pagani, non ancora convertiti al cattolicesimo.

Schiavismo

Lo schiavismo è il sistema sociale ed economico basato sulla schiavitù. «[La schiavitù] è lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi, e lo "schiavo" è l’individuo che ha tale stato o condizione» (Nazioni Unite, Convenzione supplementare sull'abolizione della schiavitù, del commercio di schiavi e delle istituzioni e pratiche analoghe alla schiavitù[1][2]) Secondo la maggior parte delle fonti, il termine schiavo deriverebbe dal termine latino medievale sclavus, slavus indicante il prigioniero di guerra slavo.[ Oggi la schiavitù è una condizione formalmente illegale in tutto il mondo, fatto sancito tramite l'adozione, da parte delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, avvenuta nel 1948. Tale dichiarazione negli anni successivi venne vista da molti paesi in via di sviluppo (all'epoca in buona parte ancora colonizzati dalle potenze occidentali) come una dichiarazione "di ispirazione occidentale", quindi le nazioni islamiche e quelle asiatiche, pur continuando ad aderire alla dichiarazione universale, crearono delle loro versioni "per tenere conto dei valori locali delle diverse culture", da qui la nascita della dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (Cairo 1990), seguita da quella asiatica (Bangkok 1993) sostenuta da 49 paesi asiatici (rappresentativi di oltre un terzo della popolazione mondiale) di tradizione induista, buddista, confuciana e islamica. Nonostante gli enormi progressi raggiunti dall'abolizionismo, la condizione di schiavitù viene vissuta ancora ai giorni nostri in un gran numero di paesi molto diversi tra di loro, in quanto possono essere paesi sia in via di sviluppo, sia industrializzati. Le varie stime sui dati della schiavitù al giorno d'oggi presentano clamorose differenze, dovute presumibilmente alle diverse accezioni del termine di schiavismo: a seconda delle fonti si registrano indicazioni oscillanti tra le decine e le centinaia di milioni di presunti schiavi.[senza fonte] L'associazione umanitaria internazionale Terre des hommes (2006) ritiene che a livello mondiale, il numero delle persone schiavizzate sia di dodici milioni. Secondo l'ONG Slavery Footprint, nel 2011 27 milioni di persone al mondo erano ridotte in schiavitù.[106][107] Nel 2016 sono stati calcolati 45,8 milioni di schiavi nel mondo. La maggior parte dei fenomeni di schiavitù ricorrono oggi, secondo Terre des hommes, nel subcontinente indiano e zone confinanti. Infatti, i governi locali non riescono ad applicare le normative ufficiali, perché in questi paesi esiste ancora la possibilità di nascere schiavi in virtù dei debiti non estinti da parte dei genitori, e successivamente ereditati. Questo avviene per esempio e nello specifico in Pakistan, dove si procede a matrimoni di sangue, oppure in Afghanistan, dove le bambine vengono vendute quali pagamento di un debito. Altri specifici fenomeni di schiavitù si riscontrano nel continente africano: ad esempio, la Mauritania ha concluso il processo legislativo di abolizione solo nel 1980, senza che si siano mai spente le contestazioni e le critiche al governo.[109] Gli stessi rappresentanti delle autorità di un paese possono essere interessati ad una sopravvivenza dello stato attuale delle cose. Dato che le normative non vengono ancora applicate, si può parlare di una tolleranza di fatto. In virtù di una certa tradizione storica, per i paesi in via di sviluppo non è del tutto appropriato parlare di schiavismo moderno, ma piuttosto della tenace sopravvivenza di antichi sistemi sociali, che sono in lento declino (solo) laddove sono in atto processi di democratizzazione, laicizzazione, e di adozione dei Principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nella Carta dei Diritti del Bambino[110] ed ufficiosamente nella Carta dei Doveri umani[111]. Fino ad un certo punto, valgono analoghe considerazioni per lo schiavismo in America Latina. Se da una parte i suoi paesi si avvicinano per certi versi alla cultura occidentale (il Brasile ha abolito lo schiavismo nel 1888, la stessa epoca storica degli Stati Uniti), dall'altra le vaste zone delle foreste tropicali sono ben lontane dal pieno controllo da parte dello Stato. In particolare nel mondo islamico nei riguardi della schiavitù è presente una barriera invalicabile di tipo filosofico e teologico data dal fatto che il profeta Maometto comprava, vendeva, catturava e possedeva schiavi, pertanto secondo alcune concezioni non sarebbe possibile mettere in dubbio la moralità dell'istituzione stessa; del resto, alcuni passi del Corano ne parlano dando indicazioni di comportamento del credente verso i propri schiavi.[112] La schiavitù nell'Islam è legittimata da diversi passi del Corano, dalla prassi di Maometto e dei primi musulmani, e dalla secolare tradizione islamica. Possono essere ridotti in schiavitù solo i non musulmani, e mantengono (come negli altri sistemi sociali e culturali schiavistici) un ruolo marginale nella società. In epoca contemporanea, nelle nazioni islamiche la schiavitù è gradualmente venuta meno per imposizione delle potenze occidentali. Il Corano e la tradizione islamica ammettono la liceità della schiavitù.[113] Nel Corano si trovano molti passi che descrivono la liberazione degli schiavi come gesto pio e buono, ma complessivamente la schiavitù viene accettata e normata, in particolare la schiavitù sessuale femminile. Le nazioni della penisola araba sono state tra le ultime a dichiarare fuorilegge la schiavitù. Nonostante questa proibizione formale, persistono casi di schiavitù e di traffico di esseri umani. Nel 1962 l'Arabia Saudita rese illegale la pratica, liberando circa 10000 schiavi su un totale stimato di 15-30000[115]. La schiavitù fu abolita dal vicino Qatar nel 1952, nella Repubblica Araba dello Yemen nel 1962, negli Emirati Arabi Uniti nel 1963, nello Yemen del sud nel 1967 e nell'Oman nel 1970. Alcuni di questi stati, come lo Yemen, erano protettorati britannici. Gli inglesi lasciarono lo Yemen del Sud senza obbligarlo ad abrograre la schiavitù, ma fecero pressioni sugli Emirati Arabi Uniti affinché lo facessero. Nel 2005, l'Arabia Saudita è stata descritta dal Dipartimento di stato degli USA come il 3º paese con più traffico di esseri umani. I primi tre paesi sono «paesi in cui i governi non aderiscono completamente agli standard minimi e non fanno neppure significativi sforzi per ciò.» Spesso, Paesi che hanno conosciuto per secoli la pratica della schiavitù, sono interessati da un persistere della pratica in nuove forme, come quella che riguarda alcuni dei bambini Restavek sull'isola di Haiti. Per una rudimentale caratterizzazione delle nuove forme di schiavismo si ricordano pochi punti di vista essenziali:[119] Riconoscimento sociale. La schiavitù dell'epoca postmoderna viene sempre ed unanimemente condannata dalla coscienza comune (vedi ad es. Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, art. 4, per il caso europeo). In quanto illegale, in Occidente il rapporto di schiavitù non può quasi esistere senza l'appoggio della criminalità organizzata, spesso internazionale, e di forme di mobilità come l'emigrazione clandestina.[120] Mansioni. Nel caso dello schiavismo dei paesi occidentalizzati, lo spettro delle mansioni cui può essere addetto uno schiavo è notevolmente mutato. Non esistono più in Occidente schiavi guerrieri, né insegnanti; neanche le mansioni dei lavori domestici presso una famiglia sembrano poter rientrare sotto il fenomeno di schiavismo.[121] A parte la prostituzione e l'agricoltura, sono spesso considerate come schiavismo moderno forme di sfruttamento violento il racket delle elemosine, il traffico di organi e l'abuso di minorenni per pedo-pornografia.[122] Acquisizione e durata del rapporto di schiavitù. La condizione di schiavitù acquisita per nascita è ormai almeno in teoria impossibile. Essendo meno facile da instaurare e meno difficile da sciogliere, il rapporto di schiavitù non dura quasi mai tutta la vita della vittima, ma tende a colpire soprattutto le fasce di età giovane. Sono infatti molte le fonti a sostenere che gli schiavi siano in buona parte dei minorenni.[123] Mezzi di pressione. Per lo sfruttatore attivo nei paesi occidentali, oggi la maniera più efficace per sostenere il rapporto di schiavitù è probabilmente la minaccia di violente ritorsioni contro i parenti rimasti in patria. Va inoltre detto che ancor oggi i debiti vengono usati come mezzo di pressione nei confronti della vittima. Ovviamente, se nell'antichità la schiavitù era spesso il normale risvolto dell'incapacità di pagare un regolare debito, oggi la schiavitù si basa abbastanza sistematicamente su accordi di prestito abusivi, in quanto è in pratica impossibile estinguere il debito.[124] In Italia, la legislazione è intervenuta in favore delle vittime. Fra i provvedimenti iniziati, si ricorda la legge 11 agosto 2003, n. 228, "Misure contro la tratta di persone" ...

Genocidio del Ruanda

Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell'umanità del XX secolo. Secondo le stime di Human Rights Watch, dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa cento giorni, in Ruanda vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati) almeno 500 000 persone[2]; le stime sul numero delle vittime sono tuttavia cresciute, fino a raggiungere cifre dell'ordine di circa 800 000 o 1 000 000 di persone[3]. Il genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso verso la fine di luglio, con la vittoria del Fronte Patriottico Ruandese nel suo scontro con le forze governative, dopo il fallimento dell'Opération Turquoise. Le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti a circa il 25% della popolazione, ma le violenze finirono per coinvolgere anche Hutu moderati appartenenti alla maggioranza del paese. L'odio interetnico fra Hutu e Tutsi, molto diffuso nonostante la comune fede cristiana, costituì la radice scatenante del conflitto. Fu infatti l'amministrazione coloniale del Belgio che trasformò quella che era una semplice differenziazione socioeconomica (gli Hutu erano agricoltori, i Tutsi allevatori e gli scambi e i matrimoni misti fra i due gruppi erano comuni) in una differenza razziale basata sull'osservazione dell'aspetto fisico degli individui[4]. Essi osservarono che i Twa, un terzo gruppo etnico dell'area, corrispondente ad appena l'1% della popolazione, erano pigmei di bassa statura, gli Hutu di media altezza, mentre i Tutsi (o Vatussi) erano di altezza maggiore, con lineamenti del volto e del naso più sottili[5]. Nel periodo di colonizzazione belga, i Tutsi andarono al potere, mentre agli Hutu erano riservate mansioni più umili e meno retribuite. Dopo sanguinose rivolte e massacri, gli Hutu, con l'accordo dei belgi, presero il potere nel 1959–1962,[6] momento che coincise con l'inizio della lunga persecuzione dei Tutsi. Molti di loro fuggirono nei Paesi limitrofi, soprattutto in Uganda. Nel periodo del genocidio, avvenuto nel 1994, gli Hutu erano il gruppo di popolazione maggiore ed erano Hutu anche i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell'eccidio: gli Interahamwe e gli Impuzamugambi.

Zambo

Zambo (Cafuzo in Brasile, Lobo in Messico, Garifuna in Honduras, Belize e Guatemala) è un termine derivato dalle parlate iberiche, originariamente usato per etichettare persone di discendenza africana e amerindia. È rimasto nell'uso comune in America Latina, in termini più generici e spesso spregiativi, anche per designare chiunque abbia un'origine africana.

Nel sistema di caste in vigore nel periodo coloniale in America Latina, il termine veniva originariamente applicato soltanto per i figli di un genitore africano e un amerindio o per i figli di due genitori zambo; oltre alla tipologia primaria di interazione tra le genti europee e gli indios, venne stabilita una stratificazione gerarchica sociale derivante dal grado di mescolanza delle due etnie, con una miriade di altri termini incasellati in apposite liste con illustrazioni che descrivevano e standardizzavano a partire dal XVI secolo nelle Caste Coloniali del Nuovo Mondo la posizione sociale e la razza di appartenenza, come ad esempio Cambujo, il figlio di un genitore amerindio e di uno zambo (ovvero un quarto africano e tre quarti indio).[1] Con il tempo il termine zambo ha progressivamente assunto un significato meno ristretto andando a riassumere in sé tutte le tipologie di mescolanza tra africani e amerindi. ...Ufficialmente gli zambo rappresentano piccole minoranze nei Paesi del nord-ovest dell'America Meridionale come Colombia, Venezuela ed Ecuador. Un piccolo ma importante numero di zambo è il risultato di recenti unioni, piuttosto frequenti nelle maggiori città costali dell'Ecuador, tra donne amerindie ed ecuadoriani di origine africana. Gli zambo del Brasile, presenti soprattutto nelle regioni nord-occidentali del Paese, sono noti come Cafuzo. In Messico i Lobo formavano una consistente minoranza in passato. La gran parte di loro è stata però assorbita all'interno del vasto melting pot messicano e oggi è possibile incontrare solamente poche piccole comunità di Lobo sparpagliate negli stati costieri meridionali. Culturalmente, queste comunità seguono tradizioni amerindie piuttosto che africane. Le popolazioni di origine amerindia e africana sono generalmente marginalizzate e discriminate essendo i pregiudizi basati sul colore della pelle piuttosto diffusi in America e non è raro che in alcune zone anche le forze di polizia adottino comportamenti palesemente discriminatori. Non è inoltre casuale il fatto che le comunità più povere siano spesso quelle con origini indie e/o africane. Quando ad esempio nel 1998 l'Uragano Mitch colpì le coste dell'Honduras, le comunità Garifuna furono tra le più colpite, ma vennero sostanzialmente ignorate dagli aiuti governativi. Sebbene sostanziali passi siano stati fatti in alcuni Paesi (come ad esempio una legislazione esplicitamente anti-discriminatoria in Brasile), sono ancora molte le riforme necessarie per combattere il razzismo contro le persone zambo.

Métis

I Métis ("meticci") sono i discendenti da matrimoni tra nativi Cree, Ojibway, Saulteaux, e Menominee con franco-canadesi, inglesi e scozzesi, e sono uno dei tre gruppi di popoli indigeni riconosciuti dal Canada. La loro patria è costituita dalle province canadesi della Columbia Britannica, Alberta, Saskatchewan, Manitoba, Ontario, così come i Territori del Nord-Ovest, e parti del nord degli Stati Uniti (in particolare Montana, Dakota del Nord, Minnesota e il nord-ovest). I Métis parteciparono ad alcuni movimenti di resistenza contro il governo canadese, in particolare la Ribellione di Red River che si concluse con il Manitoba Act nel 1870, e la Ribellione del Nord-Ovest del 1885, che si conclusero con l'arresto e la condanna a morte di alcuni leader storici come Louis Riel.

Latinos

Latinos è il termine con il quale vengono identificati in lingua inglese i latinoamericani, prevalentemente ispanici, provenienti da paesi dell'America Latina e abitanti degli Stati Uniti d'America. Sebbene i termini vengano spesso utilizzati come sinonimi, in realtà c'è differenza tra "latinoamericano" e "ispanico": il primo indica una persona che proviene da un paese dell'America Latina non necessariamente di lingua spagnola (ad esempio il Brasile), il secondo è colui che proviene da un paese dove si parla lo spagnolo, non necessariamente in Sudamerica (ad esempio la Spagna o il Messico). i latinos sono circa 23 milioni. Appartengono a tutti i ceti sociali, ma sono identificati tipicamente come i latinos ispanofoni che vivono nei quartieri meno abbienti delle grandi città, e che parlano il più delle volte solo la propria lingua d'origine. Sono considerati alla stregua di un vero gruppo etnico, che oggi è quello con la più netta crescita, secondo le ultime stime. A Miami, in Florida, il 45 % della popolazione è costituito da ispanoamericani, contro il 35% di altri euroamericani e il 20% di afroamericani. Anche a Los Angeles i latinos sono a un passo dal costituire la maggioranza etnica. Nel centro città e nei "ghetti" metropolitani, gli scontri tra bande di latinos e bande di afroamericani sono molto frequenti. A Miami, nel 1988, l'omicidio di un ragazzo afroamericano compiuto da un poliziotto scatenò una rivolta degli afroamericani contro i "bianchi americani" e i latinos. Nel 1992 questi ultimi sono stati protagonisti di scontri etnici a Los Angeles, sfociati in una vera e propria rivolta urbana, con razzie e sciacallaggi compiuti dopo il passaggio dell'uragano Andrew. Ci sono anche ispanici "bianchi" di origini direttamente spagnole detti comunemente hispanos, prevalentemente negli Stati del Nuovo Messico, Texas, Colorado, Utah, California e Florida.

Creolo

Il termine creolo deriva dall'antico castigliano criollo ("meticcio, servo nato in casa", e prima "pollo nato in casa", der. di criar, lat. "creare, allevare, nutrire"),[1] e fu diffuso nelle altre lingue tramite il portoghese ed il francese alla fine del XVI secolo. Originariamente indicava gli individui nati nelle colonie americane da genitori entrambi di origine europea; in seguito si estese ad indicare i meticci, significato oggi prevalente. La parola fu inizialmente utilizzata per indicare persone di origine europea nate nelle colonie del Nuovo Mondo, per distinguerle ed enfatizzarne i costumi mutati rispetto agli immigrati di classe elevata nati in Europa. Il termine e le sue varianti in altre lingue (crioulo, créole, kriolu, criol, kreyol, kriulo, kriol, krio, etc.) possono far riferimento a: una persona di origine europea nata nelle colonie spagnole, francesi o portoghesi d'America un meticcio nato da un genitore indigeno ed uno bianco, in particolare nelle Antille e nell'America centromeridionale una lingua creola, ossia un linguaggio nato da un pidgin di lingue europee e locali nelle colonie, o tra lingue originali diverse. In alcuni paesi, il termine è poi spesso associato ad altri significati: negli Stati Uniti, ai meticci della Louisiana, con particolare riferimento a New Orleans in Venezuela e nel Centro America, a persone, animali o cose di origine locale (come il termine castizo in Spagna).

SESSISMO

Il sessismo è la tendenza a valutare la capacità o l'attività delle persone in base al sesso e/o all'identità di genere, ovvero ad attuare una discriminazione sessuale. Il sessismo può essere indirizzato verso chiunque, ma colpisce principalmente donne e ragazze.[1] È collegato ai ruoli di genere e agli stereotipi[2] e può includere la convinzione che un sesso o un genere sia intrinsecamente superiore a un altro.[3][4][5] Il sessismo estremo può favorire molestie sessuali, stupro e altre forme di violenza sessuale.[6] Un esempio è la disuguaglianza sul posto di lavoro.[7] Il sessismo si riferisce alla violazione delle pari opportunità (uguaglianza formale) o alla violazione dell'uguaglianza dei risultati, anche chiamata uguaglianza sostanziale.[8] Il sessismo può derivare da usanze e norme sociali o culturali. Le idee sessiste si manifestano in una sorta di essenzialismo secondo cui gli individui possono essere compresi e giudicati semplicisticamente in base ad alcune caratteristiche fisiche o del gruppo di appartenenza, in questo caso il gruppo maschi o femmine. Un atteggiamento sessista si potrebbe manifestare con alcune convinzioni o pregiudizi, ad esempio: la presunta superiorità o il presunto maggior valore di un sesso rispetto all'altro. l'odio per le donne (misoginia) o per gli uomini (misandria). l'attitudine a inquadrare uomini e donne in base agli stereotipi di genere e ai relativi pregiudizi. assegnare arbitrariamente qualità (positive o negative) in base al sesso. Anche le persone che in vari luoghi e periodi storici non rientravano "fenotipicamente" in un genere definito (intersessuali, ermafroditi o pseudoermafroditi) o che si rifiutavano di aderire al ruolo loro assegnato in base al sesso (transessuali sia uomini che donne, crossdresser e in alcuni casi gay e lesbiche) sono state e sono ancora oggi oggetto di discriminazioni che si possono leggere come discriminazioni sessiste, in quanto derivanti dalla necessità implicita, nella semplificazione sessista, di dividere nelle due categorie suddette: maschi e femmine. In tutte le società conosciute, maschile e femminile sono definiti prima di tutto come generi sociali ben distinti. Il genere biologico (maschio o femmina) a volte da solo non basta per definire l'appartenenza a un genere. All'opposto, l'antisessismo (vedere anche qui) è l'idea del rifiuto della discriminazione tra i sessi. L'antisessismo sostiene che esiste un diritto alle differenze individuali e si pone delle domande sulla costruzione sociale dell'identità e dei ruoli di genere. La discriminazione fondata sul sesso è illegale in moltissimi paesi; tuttavia molti hanno leggi che danno diritti o privilegi maggiori a un genere piuttosto che ad un altro. ..Il sessismo contro le donne nella sua forma estrema è conosciuto come misoginia, che significa "odio verso le donne". Tuttavia il termine sessismo viene coniato dalle femministe statunitensi verso la fine degli anni Sessanta in opposizione al termine misoginia. Laddove infatti il termine misoginia rinvia a motivazioni psicologiche, il termine sessismo (coniato sulla falsariga di razzismo), vuole sottolineare il carattere sociale e politico di questo sistema: degli argomenti di tipo biologico (il sesso per le donne, il colore della pelle per i "non-bianchi"), sono stati storicamente usati per giustificare sistemi di discriminazione, subordinazione e devalorizzazione. Come hanno sottolineato Liliane Kandel e Marie-Josèphe Dhavernas[11], coniando questo nuovo termine le militanti femministe intendevano ricusare nella discussione sulla dominazione di sesso (come in precedenza su quella di "razza"), ogni ricorso ad argomenti di tipo essenzialista o naturalista. Se dunque, nell'uso corrente, il termine "sessismo" usualmente indica il "sessismo verso le donne", è perché il termine stesso nasce nell'ambito delle lotte delle donne. Forme di sessismo contro le donne possono ravvisarsi nella violenza di genere, nella discriminazione riguardo agli studi[12] e al lavoro[13], nella differenza di retribuzione[14] e nella segregazione in ambito lavorativo[15][16], nell'attribuzione del lavoro casalingo alle donne[17], nel diritto di voto[18] nella questione delle mutilazioni genitali femminili[19], nella delega della genitorialità[20], nel linguaggio e nell'educazione[21]. Una forma di sessismo meno evidente, ma molto pervasivo, è anche l'elogio della donna (il romantico "eterno femminino") incensata nel suo ruolo di madre, di sposa, di musa ispiratrice o di angelica presenza

Misoginia

Il termine misoginia (dal greco antico μισέω misèō, "odiare" e γυνή gynḕ, "donna") indica un sentimento e un conseguente atteggiamento di avversione o repulsione nei confronti delle donne, manifestato indifferentemente da parte di uomini[1] o altre donne[2]. Tuttavia, normalmente il termine "misogino" è utilizzato per indicare colui che ha una visione degradante delle donne. La misoginia è diretta verso le donne considerate come gruppo: una persona misogina può intrattenere comunque delle relazioni affettuose di amicizia e amorevoli con singole donne; di converso, avere relazioni negative con un gran numero di donne prese singolarmente non significa necessariamente essere persona misogina. Le ragioni che possono portare indifferentemente dal genere a tale atteggiamento possono essere di svariata natura: esperienze personali traumatiche, aspetti culturali propri o tramandati dai propri avi, rivalità insite in ambiti familiari e sociali, il modo in cui si vive la competizione, sul piano passionale o anche nel contesto lavorativo. Esistono diverse forme di misoginia: nella sua espressione deteriore, la misoginia porterà la persona a odiare apertamente le donne per il solo fatto di essere tali. Alcuni maniaci sessuali rientrano in tale categoria[4]. Altre forme di misoginia sono diverse; alcuni misogini hanno "semplicemente" dei pregiudizi contro tutte le donne, ad esempio le relegano alla cura degli affari domestici, al silenzio al momento delle decisioni o ritengono addirittura che sia lecito picchiarle. Altri invece possono odiare quelle che rientrano in categorie che ritengono inaccettabili, ad esempio le prostitute, le lesbiche o quelle che hanno raggiunto una più alta posizione sociale. Alcune teorie sociologiche individuano nella dicotomia "madre"/"prostituta" la causa della misoginia: il misogino ritiene che le donne possano essere esclusivamente o "madri" o "prostitute". Una variante è la dicotomia "immacolata"/"prostituta", in cui le donne che non corrispondono perfettamente a requisiti di moralità impeccabile, ricadono necessariamente nella seconda categoria. La forma di misoginia più spinta si manifesta come odio completo verso le donne, viste non come esseri utili solo per la procreazione (come avviene nella forma più diffusa di misoginia) ma addirittura come "nemiche dell'uomo". Alcune religioni e filosofie sono state considerate da alcuni come caratterizzate da elementi misogini, che in taluni casi sono stati in effetti riconosciuti dai loro stessi seguaci che ne hanno fatto pubblica ammenda.

Misandria

Il termine misandrìa (dal greco μῖσος (mísos), "odio", "avversione", e ἀνήρ, gen. ἀνδρός (anēr, gen. andrós), "uomo") indica un sentimento e un conseguente atteggiamento di avversione, ostilità, odio, disprezzo e/o pregiudizio nei confronti del genere maschile.[1][2][3] La misandria può manifestarsi in numerosi modi, tra cui esclusione sociale, discriminazione sessuale, ostilità, ginocentrismo, insulto verso gli uomini, incitamento all'odio e violenza contro gli uomini, pene o sentenze più severe rispetto ai criminali di sesso femminile, scarsa o assente copertura mediatica, demonizzazione e oggettificazione sessuale. A livello lessicale, l'antonimo della misandria è la misoginia.

Mascolinismo

Il mascolinismo (o mascolismo) è un insieme polisemico di ideologie e movimenti politici, culturali ed economici[1][2][3][4] che mirano ad analizzare la «costruzione maschile dell'identità e i problemi degli uomini rispetto al genere»[5]. Alcuni autori lo considerano analogo al femminismo, poiché cercherebbe l'uguaglianza con le donne, ma dal punto di vista maschile[6]. Pertanto, questo termine può essere usato in diverse aree per riferirsi alla difesa dei diritti e dei bisogni degli uomini, l'adesione o la promozione delle opinioni, i valori e gli atteggiamenti considerati tipici degli uomini[7][8][9]. Secondo altre prospettive, il mascolinismo viene definito come una forma particolare di antifemminismo[10] e un approccio che si concentra sulla presunta superiorità maschile[11], l'esclusione delle donne e la loro sottomissione[7][12], ossia una filosofia con collegamenti al pensiero patriarcale. ..Alcuni critici ritengono che il mascolinismo si concentri sulla presunta superiorità maschile o sull'esclusione delle donne, sebbene entrambi gli argomenti siano usati parallelamente da altri movimenti anti-femministi[48]. Alcuni mascolinisti credono che i ruoli di genere differenziati siano naturali. Vi sono alcune prove che le influenze sociali (ad esempio, la divisione del lavoro per genere, la socializzazione) sono la sola o principale origine della differenziazione di genere[49][50]. Alcune parti del movimento mascolinista utilizzano concetti provenienti dalla psicologia evolutiva. Essi teorizzano che l'adattamento durante la preistoria ha dato luogo a ruoli complementari, ma diversi per i due generi e che questo equilibrio è stato destabilizzato dal femminismo sin dagli anni sessanta[41]. Secondo alcuni autori femministi, il mascolismo è nato come movimento anti-femminista, come una risposta critica alle teorie ed alle pratiche femministe[51][52] Alcuni attivisti mascolinisti sono stati coinvolti nell'interruzione di eventi organizzati da femministe ed in rivendicazioni contro studiose femministe, giornalisti o attivisti

Bifobia

La bifobia è l'avversione verso la bisessualità e i bisessuali come gruppo sociale o come individui. Persone di qualsiasi orientamento sessuale possono provare tali sentimenti di avversione. Come fonte di discriminazione, la bifobia si basa sugli stereotipi negativi sui bisessuali. La bifobia può assumere varie forme, tra cui: la negazione della bisessualità come un vero e proprio orientamento sessuale, stereotipi negativi (come la convinzione che i bisessuali siano promiscui o disonesti), o la cancellazione della bisessualità.

INTERSESSUALI

Per storia dell'intersessualità si intende la storia delle persone con tratti fisici accomunabili all'intersessualità nel corso dei secoli. L'intersessualità, negli umani e in altri animali, descrive alcune variazioni nelle caratteristiche sessuali tra cui cromosomi, gonadi, ormoni sessuali o genitali che, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite dell'Alto Commissario per i diritti umani, "non si adattano alle tipiche nozioni binarie di corpi maschili o femminili ".[1][2] Gli intersessuali erano storicamente chiamati "ermafroditi" o "eunuchi congeniti",[3][4] mentre le donne "frigide".[5] Tali termini sono caduti in disuso, oramai considerati fuorvianti e stigmatizzanti.[6] Le persone intersessuali sono state trattate in modi diversi a seconda della cultura e del periodo storico in cui vivevano. Indipendentemente dal fatto che fossero tollerate o accettate socialmente da una particolare cultura, l'esistenza delle persone intersessuali era nota a molte culture e sistemi giuridici antichi e pre-moderni ed esistono numerosi resoconti storici. ..Il termine intersessualità (intersexuality) fu coniato da Richard Goldschmidt nel documento del 1917 Intersexuality and the endocrine aspect of sex.[41][42][43] Il primo suggerimento di sostituire il termine "ermafrodita" con "intersex" venne dallo specialista britannico Cawadias negli anni '40.[44] Questo suggerimento è stato ripreso da specialisti nel Regno Unito durante gli anni '60.[45][46] I resoconti storici del primo Novecento includono quello dell'australiana Florrie Cox, il cui matrimonio fu annullato a causa della "malformazione frigidità".[5] Dall'ascesa della moderna scienza medica nelle società occidentali, alcune persone intersessuali con ambigui genitali esterni hanno modificato i loro genitali chirurgicamente per farli assomigliare a genitali femminili o maschili. I chirurghi individuarono i bambini intersessuali come "emergenza sociale" una volta nati.[47] I genitori dei bambini intersex non erano contenti della situazione. Psicologi, sessuologi e ricercatori spesso credevano che fosse meglio cambiare i genitali di un bambino quando sono più giovani rispetto alla loro controparte adulta. Questi scienziati ritenevano che un intervento precoce potesse contribuire a evitare una confusione legata all'identità di genere.[48] Si chiamava "Optimal Gender Policy", e fu inizialmente sviluppata negli anni '50 da John Money.[49] Money e gli altri esperti ritenevano che i bambini avessero maggiori probabilità di sviluppare un'identità di genere che corrispondesse al sesso associato durante la crescita (che potrebbe essere determinata da cromosomi, gonadi o ormoni).[50] L'obiettivo principale del compito era scegliere il sesso che avrebbe portato alla minima inconsistenza tra anatomia esterna e psiche assegnata (identità di genere). Poiché i progressi della chirurgia hanno reso possibile nascondere l'intersessualità, molte persone non sono consapevoli della frequenza con cui si verifica tale aspetto negli esseri umani.[51] Il dialogo tra quelli che un tempo erano gruppi antagonisti di attivisti e clinici ha portato a lievi cambiamenti nelle politiche mediche e a come i pazienti intersessuali e le loro famiglie sono trattate in alcune località.[52] Numerose organizzazioni della società civile e istituzioni per i diritti umani ora chiedono la fine degli inutili interventi di "normalizzazione". La prima manifestazione pubblica di persone intersex si è svolta a Boston il 26 ottobre 1996, fuori dalla sede di Boston, dove l'American Academy of Pediatrics teneva la sua conferenza annuale.[53] Il gruppo manifestò contro i trattamenti "normalizzanti" e portò un cartello con scritto: "Ermafroditi con atteggiamento".[54] L'evento è ora commemorato dalla Giornata della consapevolezza intersessuale (Intersex Awareness Day).[55] Nel 2011 Christiane Völling è diventata la prima persona intersessuale nota per aver citato in giudizio una persona per danni sulla basa di un intervento chirurgico non consensuale di riassegnazione del sesso.[56] Nell'aprile 2015, Malta è diventata il primo paese a mettere fuori legge gli interventi medici non consensuali per modificare l'anatomia del sesso, compresa quella delle persone intersessuali.

Omosessuali

L'omosessualità è un orientamento sessuale che comporta l'attrazione emozionale, romantica e/o sessuale verso individui dello stesso sesso.[1][2][3] Nella definizione di orientamento sessuale, l'omosessualità viene collocata nel continuum etero-omosessuale della sessualità umana,[4] e si riferisce all'identità di un individuo sulla base di tali attrazioni e dell'appartenenza a una comunità di altri individui che condividono le stesse.[5][6] L'omosessualità si riscontra in molte specie animali (almeno 1.500).[7][8][9] È inoltre scientificamente constatato che l'omosessualità, come gli altri orientamenti sessuali, non è una scelta[10][11][12] e non è una malattia, ma è una condizione naturale del comportamento umano (e in generale animale).[13] L'omosessualità nella specie umana era presente anche nell’antichità, infatti in molte antiche culture le relazioni omosessuali erano altamente diffuse.[14][15][16] Nel corso della storia, alcuni aspetti individuali dell'omosessualità sono stati ammirati o condannati, relativamente alle norme sessuali delle varie società. Quando essa veniva elogiata, tali aspetti erano visti come un miglioramento per la società;[17] quando veniva condannata, particolari attività venivano viste come un “peccato” (per alcuni religiosi) o una malattia e alcuni comportamenti omosessuali erano proibiti e puniti dalla legge. Dalla metà del XX secolo, l'omosessualità è stata gradualmente disconosciuta come crimine e decriminalizzata in quasi tutte le nazioni sviluppate.[18] In seguito ad ulteriori studi e ricerche, essa viene depennata dalla International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death (ICD) il 17 maggio 1990, data simbolo della Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia. Tuttavia, lo status legale delle relazioni omosessuali varia enormemente da uno Stato all'altro e rimangono ancora giurisdizioni in cui alcuni comportamenti omosessuali sono considerati crimini e vengono puniti con pene severe, tra cui la pena di morte. Molte persone omosessuali nascondono i loro veri sentimenti e attività a causa della paura della disapprovazione altrui e della violenza; vengono comunemente definiti repressi. Il dichiarare apertamente il proprio orientamento viene definito coming out (dall'inglese “venire fuori”). I tentativi di emancipazione dell'omosessualità, così come oggi vengono riconosciuti, ebbero inizio negli anni sessanta del 1800; mentre nel XX secolo, dalla metà degli anni cinquanta si ebbe un'accelerazione con l'aumento della visibilità, dell'accettazione e dei diritti civili per lesbiche, gay e bisessuali. Ciononostante, l'omofobia persiste e ha un impatto forte soprattutto sui giovani, potendo causare all'individuo difficoltà di socializzazione anche con conseguenze gravi, fino al suicidio.[19] Oggi, gli aggettivi più comuni utilizzati sono lesbica per le donne omosessuali e gay per gli uomini omosessuali, benché alcuni preferiscano altri termini o anche nessun termine di definizione.

Transgender

La transessualità è una condizione che cade sotto il termine ombrello transgender e che riguarda una persona la cui identità di genere non sia corrispondente al sesso assegnato alla nascita. Le persone transessuali vivono la condizione definita disforia di genere, caratterizzata dalla non accettazione del genere assegnato loro alla nascita e dall'identificazione in quello opposto.[1] Tali persone possono inoltre assumere i caratteri somatici dell'altro sesso mediante la transizione di genere, ovvero attraverso l'assunzione di ormoni ed interventi medico-chirurgici volti a riaffermare l'identità fisico-psicologica, attraverso la modifica fisica degli organi sessuali. Internazionalmente si utilizzano, principalmente, due acronimi: "FtM" (Female-To-Male, "da femmina a maschio") per indicare uomini transgender, cioè coloro la cui identità appartiene al genere maschile ma a cui alla nascita è stato assegnato il sesso femminile. "MtF" (Male-To-Female, "da maschio a femmina") per indicare donne transgender, cioè coloro la cui identità appartiene al genere femminile ma a cui alla nascita è stato assegnato il sesso maschile. Esiste poi il termine "non binary" per indicare individui che non appartengono a nessuno dei due generi socialmente attesi di uomo o donna.[25] Le persone transessuali, nelle attuali società occidentali, subiscono tendenzialmente forti discriminazioni in ambito sociale e lavorativo. Questo fenomeno è molto più marcato in quei Paesi che non consentono il cambio anagrafico dei documenti senza il ricorso forzato all'intervento di ri-attribuzione chirurgica di sesso, e che non dispongono di leggi adeguate che tutelino le persone transessuali da fenomeni di discriminazione e violenza. La discriminazione, la violenza psicologica e/o fisica, e lo stigma sociale che subiscono le persone transessuali, sono tutti fenomeni che possono essere annoverati sotto il termine di "transfobia".[26] In Italia dal 5 novembre 2015, una sentenza della Corte Costituzionale ha stabilito che per cambiare il proprio genere e il proprio nome anagrafico non è necessaria la sterilizzazione coatta delle persone transessuali per la rettificazione del nuovo sesso. La transfobia, apparentemente può sembrare una traduzione equivalente dell'omofobia. In realtà i due fenomeni hanno origini diverse, espressioni diverse anche se condividono il destino della discriminazione. Un tentativo di distinguere i fenomeni "transfobia" e "omofobia" è stato fatto da Mirella Izzo, presidente dell'ex associazione Crisalide AzioneTrans onlus.[28] Trans Pride del 2014 Lo stigma sociale della persona transessuale è in genere molto più elevato rispetto a quello riservato alle persone omosessuali. Inoltre è altrettanto più elevato per le trans da maschio a femmina rispetto ai transessuali da femmina a maschio. Le motivazioni che possono essere trovate per questo dato di fatto sono molteplici e controverse: l'omosessualità è visibile solo all'interno delle tendenze sessuali ed affettive di una persona mentre la transessualità comporta una netta trasformazione del proprio corpo e pertanto provoca la necessità di una totale inversione di valutazione della persona;[29] In ogni caso lo stigma sociale verso le transessuali MtF è tale da rendere difficile l'inserimento lavorativo delle stesse. Analizzando la discriminazione in ambito lavorativo delle persone transessuali in Italia Monica Romano, attivista transessuale, individua due dinamiche discriminanti statisticamente rilevanti: la discriminazione all'ingresso del mercato del lavoro, dove la persona transessuale, che viene identificata come tale in ragione del suo aspetto fisico o di documenti non conformi alla sua identità, nella maggioranza dei casi vede respinta la sua candidatura;[30][31] il mobbing orizzontale e/o verticale che la persona transessuale può subire successivamente al coming out.[32] Se a questo si aggiunge che spesso le famiglie ripudiano il figlio transessuale e i costi della transizione, diventa evidente una spinta della stessa società affinché la transessuale si dedichi alla prostituzione per sopravvivere.[33] La prostituzione transessuale è un fenomeno recente dovuto alla non accettazione sociale delle persone transessuali che, essendo escluse da molti lavori, si prostituiscono per sopravvivere.

Gay

La radice di questa parola è quella dell'antico occitano gai (parola di origine germanica[2]), "allegro", "gaio", "che dà gioia" (come "lo gai saber", "la gaia scienza", che per i trovatori è la scienza d'Amore), che attraverso il francese passò in inglese come gay. In questa lingua la parola acquisì nel Settecento il senso di "dissoluto", "anticonformista" (come in "allegro compare").[1][3] Il significato peggiorò nell'Ottocento, fino a voler dire "lussurioso", "depravato". Ecco perché, nell'Inghilterra dell'Ottocento, una gay woman era "una donnina allegra" cioè una prostituta, mentre una gay house (letteralmente "casa allegra") era un bordello. La connotazione omosessuale della parola, in questa fase, non era ancora presente.[4] La connotazione dell'omosessualità si ha solo nell'inglese parlato negli USA, prima del 1920, anno dal quale iniziano a moltiplicarsi le attestazioni dell'uso del termine gay col significato di omosessuale (riferito ai soli uomini, e non senza un beffardo parallelo con la gay woman), nel gergo della sottocultura statunitense, in cui oggi viene usato anche il sinonimo faggot, considerato però con un'accezione molto volgare.[5] Negli anni trenta il termine "gay" era già compreso dalla massa dei parlanti americani col senso di "omosessuale". Il "grande salto" nell'uso di questo termine avvenne comunque solo nel 1969, con la nascita negli USA del nuovo movimento di liberazione omosessuale.[7] I nuovi militanti rifiutarono i termini usati fin lì, come omosessuale e soprattutto omofilo. Non volendo più essere definiti con le parole usate dagli eterosessuali, spesso ingiuriose, la comunità omosessuale scelse di auto-definirsi (come già avevano fatto i neri, che avevano rifiutato nigger preferendogli black) usando un termine del loro stesso gergo, cioè appunto gay. Era nato il Gay Liberation Front (GLF).[8] Sull'esempio americano, gay si diffuse nel mondo ovunque esistesse un movimento di liberazione omosessuale. In Italia il termine "gay" invece non ha assunto altri significati e continua a essere sinonimo di "omosessuale", senza avere di per sé particolari connotazioni negative.

Androcrazia

Androcrazia è un termine che deriva dall'unione delle parole greche ἀνήρ ("uomo"), genitivo ἀνδρός andros, e κράτος kratos ("governo") e lo si intende come governo dei maschi.

Si tratta di una forma di governo in cui i governanti sono uomini.

Al di là del suo significato letterale, il termine include l'esercizio del potere maschile in generale non soltanto non condiviso con la donna, ma con questa quale soggetto subordinato.

Anarchismo

L'anarchismo è definito come la filosofia politica applicata[1] o il metodo di lotta alla base dei movimenti libertari volti fattualmente già dal XIX secolo al raggiungimento dell'anarchia come organizzazione societaria, teorizzante che lo Stato sia indesiderabile, non necessario e dannoso[2][3][4][5][6][7] o in alternativa come la filosofia politica che si oppone all'autorità o all'organizzazione gerarchica nello svolgimento delle relazioni umane.[8][9][10][11][12][13]

I fautori dell'anarchismo, noti come anarchici, propongono società senza Stato basate sulle associazioni volontarie[14][15] e non gerarchiche.

Storicamente, il movimento anarchico si è sviluppato in seno al movimento operaio in quanto espressione, al pari delle altre correnti socialiste, della protesta dei lavoratori contro lo sfruttamento moderno.

Su questo punto, esso può essere considerato come una reazione radicale alla condizione operaia del XIX secolo, caratterizzata dalla forte gerarchizzazione del salariato e dalla netta divisione in classi della società.

Dalla loro nascita, tuttavia le idee anarchiche entrano in conflitto sia con le concezioni riformiste del socialismo (che sostenevano la possibilità di cambiare "progressivamente" le basi inegualitarie della società capitalista) che con le concezioni marxiste, in particolare per quanto riguarda l'uso dello stato come mezzo rivoluzionario. L'obiettivo della teoria anarchica è la nascita di una società di uomini e donne liberi e uguali dal punto di vista dei diritti.

Libertà ed eguaglianza dei diritti sono i due concetti chiave attorno ai quali si articolano tutti i progetti libertari.

Differenze sorgono sull'interpretazione del concetto di eguaglianza:

mentre infatti le correnti che si rifanno al comunismo considerano desiderabile e perseguono l'eguaglianza considerata come uniformità dal punto di vista dei mezzi a disposizione di ogni individuo per perseguire i propri scopi,

le correnti che sostengono il libero mercato (i sostenitori del cosiddetto "socialismo di mercato") considerano l'uniformità come un'utopia che oltre ad essere indesiderabile è, a causa della naturale diversità degli individui, irraggiungibile. In quanto socialisti, tutti gli anarchici sostengono il possesso collettivo dei mezzi di produzione e di distribuzione.

In quanto libertari, essi pensano che la libertà dispieghi il suo reale significato in quanto accompagnata dall'eguaglianza. Libertà ed eguaglianza devono essere "concrete", cioè sociali e fondate sul riconoscimento uguale e reciproco della libertà di tutti.
Mentre il pensiero borghese liberale aveva come motto "la mia libertà finisce dove inizia la tua", per gli anarchici (a eccezione degli anarco-individualisti) la libertà dell'individuo non è limitata ma confermata dalla libertà altrui.
Per realizzare una tale società, gli anarchici ritengono indispensabile combattere non solo le forme di sfruttamento economico ma anche quelle di dominazione politica, ideologica e religiosa.

Per gli anarchici, tutti i governi, tutti i poteri statali, quale che sia la loro composizione, origine e legittimità, rendono materialmente possibile la dominazione e lo sfruttamento di una parte della società sull'altra.


Secondo Proudhon, lo Stato non è che un parassita della società che la libera organizzazione dei produttori e dei consumatori deve e può rendere inutile.

Su questo punto le concezioni anarchiche sono totalmente divergenti dalle concezioni liberali che fanno dello Stato l'arbitro necessario ad assicurare la pace civile. Per la critica anarchica, il ricorso ad una dittatura, definita proletaria, non ha condotto al deperimento dello Stato (e alla sua "estinzione" in termini marxiani) ma allo sviluppo di una enorme burocrazia fonte di soffocamento della vita sociale e della libera iniziativa individuale. Al modo di organizzazione della vita sociale governativo e centralizzatore, i libertari oppongono un modo di organizzazione federalista che permetta di sostituire lo Stato, e tutta la sua macchina amministrativa burocratica, attraverso la presa in carico collettiva da parte degli stessi interessati di tutte le funzioni inerenti alla vita sociale che si trovano precedentemente monopolizzate e gestite da organismi statali, posti al di sopra della società. Il federalismo, in quanto modo di organizzazione, costituisce il punto di riferimento centrale dell'anarchismo, il fondamento e il metodo sul quale si costruisce il socialismo libertario.

Il federalismo così inteso ha ovviamente ben poco a che vedere con le forme conosciute di federalismo politico praticato da un buon numero di Stati.

Per i libertari non si tratta di una semplice tecnica di governo ma di un principio di organizzazione sociale a sé stante, capace cioè di inglobare tutti gli aspetti della vita di una collettività umana.
Il pensiero anarchico è dunque ben lontano dal negare il problema dell'importanza dell'organizzazione, ma esso si pone come obiettivo un'altra forma di organizzazione con la quale rispondere agli imperativi collettivi.

Gli uni e le altre si associano per garantirsi vicendevolmente e per provvedere ai bisogni individuali e collettivi.

Così, se l'autogestione nelle imprese rende possibile la sostituzione del salariato con la realizzazione del lavoro associato, l'organizzazione federativa dei produttori, delle comuni, delle regioni permette la sostituzione dello Stato. Essa intende presentarsi come il complemento indispensabile per la realizzazione del socialismo e la migliore garanzia della libertà individuale.

Il fondamento di tale organizzazione è il contratto, uguale e reciproco, volontario, non "teorico" ma effettivo, che si può modificare per volontà dei contraenti (associazioni dei produttori e dei consumatori, ecc.) e capace di riconoscere il diritto di iniziativa di tutti i componenti della società.
Così definito, il contratto federativo permette di precisare anche i diritti e i doveri di ciascuno e di sviluppare i principi di un vero diritto sociale in grado di regolamentare gli eventuali conflitti che possono sorgere tra individui, gruppi o collettività, o anche fra regioni, senza per altro rimettere in causa l'autonomia dei suoi componenti, il che permette all'organizzazione federalista di opporsi tanto al centralismo che al "lasciar fare" dell'individualismo liberale. Secondo gli anarchici tuttavia una tale organizzazione non può pretendere di sopprimere tutti i conflitti ed essi potranno continuare a prodursi a tutti i livelli anche nella società federalista.

Tuttavia il federalismo costituisce un metodo per risolvere le questioni sociali nel rispetto della massima libertà di ciascuno senza dar ricorso ad arbitraggi governativi possibili fonti di nuovi privilegi. Inoltre gli anarchici sostengono che i problemi sociali, nell'organizzazione socialista verrebbero affrontati e risolti nell'interesse di tutti, non semplicemente repressi come è solito fare lo Stato (quando addirittura non li favorisce per aumentare nei sottoposti il bisogno di un'autorità regolatrice). Per gli anarchici esiste un legame indissolubile tra il fine perseguito e i metodi adoperati per raggiungerlo.

Tuttavia essi pensano che il fine non giustifichi i mezzi e che questi ultimi devono sempre, nella misura del possibile, essere in accordo con il fine perseguito. Lo scopo dell'azione anarchica non vuole essere in alcun caso la "conquista" del potere o la gestione dell'esistente. L'approccio dei libertari è quello di opporre soluzioni sociali alle soluzioni politiche dimostrandosi con ciò non politici ma antipolitici.

D'altra parte, storicamente, i libertari hanno sempre considerato almeno con scetticismo l'idea di poter utilizzare l'arma elettorale o il parlamentarismo per mutare le condizioni di vita in seno alle democrazie borghesi.

All'azione politica e parlamentare, tesa alla conquista del potere, essi preferiscono l'azione diretta di massa, vale a dire l'autogestione generalizzata e senza deleghe di potere. I libertari ritengono che per i lavoratori la pratica dell'azione diretta, e in particolare dello sciopero, sia anche il migliore e più efficace mezzo di lotta. Essi propagandano inoltre l'autorganizzazione e l'azione collettiva e autonoma dei lavoratori. Gli anarchici non sono e non aspirano a divenire un'avanguardia o a svolgere un ruolo dirigente, poiché ritengono che non esista nessuno che possa occuparsi dei propri affari meglio dell'interessato stesso.

Ma perché ciò sia possibile occorre che i lavoratori prendano coscienza di ciò che Proudhon ha definito la "loro capacità politica".

I lavoratori rappresentano la forza reale di una società e solo da essi può venire una sua trasformazione profonda.

L'azione anarchica ha sempre mirato, prima di ogni altra cosa, alla difesa degli sfruttati e appoggia tutte le rivendicazioni che vanno nel senso di un miglioramento delle condizioni di vita e del progresso sociale. Numerosi libertari hanno visto nelle organizzazioni sindacali non soltanto degli organismi di difesa degli interessi dei salariati, ma anche una potenziale forza di trasformazione sociale.


Da questo punto di vista, il federalismo libertario non può essere realizzato senza il concorso attivo dei sindacati operai poiché, da una parte, questi ultimi sono qualificati ad organizzare la produzione e, dall'altra, essi hanno il vantaggio di raggruppare i lavoratori in quanto produttori.


Da un punto di vista libertario, un'organizzazione sindacale deve, nel suo funzionamento come nei suoi principi: cercare di mantenere la sua autonomia nei riguardi di tutte le organizzazioni politiche che vorrebbero controllarla e nei riguardi dello Stato;

praticare il federalismo e una vera democrazia diretta dal basso, sole garanzie solide contro ogni forma di burocratizzazione;

darsi contemporaneamente l'obiettivo di ottenere la soddisfazione delle rivendicazioni immediate, materiali, e di preparare i lavoratori ad assicurare la gestione della produzione nel futuro.

Quest'ultimo punto è assai importante poiché, per gli anarchici, il sindacato e l'azione sindacale non sono e non possono essere considerati come una finalità in sé. La sua autonomia non deve significare "neutralità" nei riguardi del potere o dei partiti perché ciò significherebbe perdere una gran parte delle sue potenzialità di cambiamento e di rottura.

Gli anarchici ritengono che il sindacato, se non vuol cadere nel tradeunionismo, si doti di un programma di trasformazione sociale e di una pratica conseguente.
L'azione sindacale non è tuttavia il solo mezzo di lotta di cui dispongono i lavoratori, che possono e devono, secondo le circostanze dotarsi delle forme organizzative e di resistenza che paiono loro utili e opportune.

Autocrazia

L'autocrazia è una forma di governo in cui un singolo individuo detiene un potere assoluto ed incontrastabile.

In pratica, un autocrate è una figura che non solo ha la suprema titolarità su tutti i poteri dello stato, ma è essa stessa l'unica entità nello stato dotata di potere decisionale, mentre ogni altro funzionario è privo di qualunque indipendenza giuridica effettiva, è privo di funzioni o direttamente non esiste, e che esercita senza alcuna limitazione o vincolo.

Un'autocrazia, pur essendo più comune nelle monarchie, non è solo una versione estremizzata ed altamente potenziata della monarchia assoluta, ma un enorme potenziamento di qualsiasi stato autoritario, sia esso monarchico o repubblicano.

Dagli ultimi anni del XX Sec. sta prendendo forma un nuovo tipo di regime, considerato un ibrido, tra i classici regimi autocratici e le democrazie: la cosiddetta "autocrazia elettiva", regime nella quale chi è eletto al potere, non solo condiziona col suo programma e comportamento l'indirizzo politico e sociale del Paese, ma esercita un diretto e oppressivo controllo e censura su tutte le libertà presenti (pensiero, parola, stampa, media, associazioni, religioni, ideali e appartenenze politiche) pur mantenendo in auge la possibilità di nuove "regolari" elezioni politiche ed amministrative, compresi i referendum, nazionali o locali: eventi che risultano però, ai controlli delle varie commissioni di garanzia internazionali, sempre più spesso piuttosto condizionati, se non addirittura del tutto falsati.

Tra gli esempi attuali di questi regimi autocratici elettivi possono annoverarsi la Federazione Russa, la Bielorussia, la Turchia, l'Ungheria e alcune repubbliche asiatiche dell'area ex-sovietica...

Antipolitica

Antipolitica nel senso più comune definisce l'atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica, giudicandola pratica di potere, nonché ai partiti e agli esponenti politici ritenendoli, nell'immaginario collettivo, dediti a interessi personali e non al bene comune.

Per assonanza con il termine antipolitica, in senso negativo-dispregiativo, si può intendere anche direttamente proprio questo tipo di pseudo-politica che si contrappone alla politica propriamente detta dedita invece alla salvaguardia dell'interesse collettivo.
Uno dei primi studiosi del pensiero politico fu il filosofo greco Aristotele, il quale, sostenendo la natura essenzialmente politica dell'uomo, (ζῷον πολιτικόν, zoon politicon, animale politico) affermava che questi, inevitabilmente, fosse destinato a vivere una vita politica, solidale con gli altri esseri umani; se così non fosse, sosteneva Aristotele, l'uomo stesso si troverebbe a essere o una belva, fuori dal consorzio umano, o un dio che nella sua onnipotenza non ha bisogno degli altri. La politica è ineliminabile dalla vita dell'uomo: come Aristotele diceva che chi afferma l'inutilità della filosofia la può sostenere solo argomentando filosoficamente[1] così si potrebbe dire che colui che proclama la sua contrarietà alla politica, fa necessariamente politica.

Si possono identificare varie forme di antipolitica:

L'abbandono della politica per egoismo
È il rifiuto della politica di colui che lascia volontariamente il compito di governare agli altri: egli si occuperà invece delle sue faccende per vivere nel miglior modo possibile.
Sarà comunque coinvolto dalla politica ma egli si manterrà sempre nella cerchia esterna della cittadella del potere.
«Tanto non cambia nulla, tanto vale pensare a se stessi»

L'abbandono della politica per delusione
È questa l'antipolitica di colui che nel corso del tempo è rimasto disorientato e deluso dalla politica così come finora è stata esercitata e che giudica ormai fallimentare: decide quindi di allontanarsene definitivamente chiudendosi nella sfera del suo privato.


L'antipolitica passiva L'antipolitica, che potrebbe definirsi passiva, è di colui non che ha rinunciato all'esercizio della politica ma che non vi è stato mai coinvolto. Egli è stato sempre l'oggetto della politica mai il soggetto attivo: ha sempre vissuto ai margini della società e la sua vita è stata spesa solo nella ricerca della sopravvivenza. È l'antipolitica dell'incolto che ormai ha capito il trucco sofistico: rifiuta a priori il linguaggio politico che non capisce perché non gli appartiene e che disprezza come puro esercizio verbale.

L'antipolitica delle masse
«O Franza o Spagna purché se magna»
Questa è l'antipolitica passiva delle masse contadine che nell'età dei Comuni avevano creduto di poter partecipare da liberi alla conduzione della vita cittadina ma si erano ben presto resi conto dell'inganno quando dopo aver attirato i contadini in città («l'aria delle città rende liberi») affrancandoli ed usandoli come operai per le manifatture, i cittadini sottoposero la campagna alla città con un regime vincolistico dei prezzi dei prodotti agricoli. Quando si dovranno schierare i contadini lo faranno il più delle volte con i nemici della città che li opprime e sfrutta. L'antipolitica attiva

L'antipolitica attiva è di colui che contesta tutto ciò che riguarda le forme della politica condivisa, le strutture della democrazia politica: le accusa di ideologismo, di astrattezza, di inutili procedure, fonti di lungaggini, a cui vuole contrapporre invece un fare, un'azione spiccia, pratica e fruttuosa. Questa è la politica di colui che si professa antipolitico e vuole convincere gli altri a rinunciare ad un esercizio politico di stampo tradizionale, quella dei vecchi schemi, per aggregarsi a lui che ha lo spirito e le capacità adatte al fare, che sa gestire la cosa pubblica.

L'antipolitica acritica

È questa l'antipolitica di colui che contesta tutto ciò che viene dalla politica ma non propone nulla per il cambiamento. In ogni atto politico evidenzia solo gli aspetti negativi e considera ininfluenti quelli positivi, che spesso neppure vede. Il mondo politico così com'è non gli sta bene ma in fondo non sa neppure lui quello che vuole. È questa la classica posizione dell'"uomo della strada", dell'uomo qualunque «stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole» (Guglielmo Giannini) che ragiona in base al buon senso comune che vede soluzioni facili a problemi che la politica complica inutilmente.

L'antipolitica costruttiva

Antipolitica può significare l'esercizio di colui che contesta il modo di fare politica del presente e auspica un nuovo modo di esercitare la politica. Quindi, non un rifiuto per il rifiuto, ma un opporsi per costruire una politica più vera ed alta. Un'antipolitica che rimane politica, anche se spesso nell'accezione assolutistica della democrazia propria, ad esempio, del giacobinismo. L'antipolitica nel senso sopraddetto è quella da cui si origina la rivoluzione intesa come radicale cambiamento nella forma di governo di un paese, che comporta spesso trasformazioni profonde di tutta la struttura sociale, economica e politica di un sistema. Un'antipolitica che mira all'instaurarsi di un nuovo tipo di cultura politico-sociale.
L'antiparlamentarismo Un'accezione dell'antipolitica è quella limitata alla critica della forma di governo parlamentare, che proviene da nostalgici dell'assolutismo monarchico o di forme di governo aristocratico e che poi - attraverso l'impronta metodologica di Gaetano Mosca che "discende nettamente dal positivismo" [18] - si è evoluta nella forma del "populismo qualitativo"[19]. Fino a quando la crisi del regime liberale in Italia non produsse spinte eversive[20] di delegittimazione della rappresentanza elettiva[21], questa posizione esprimeva per lo più una tendenza culturale

Centrismo

Centrismo[1][2] o centro è il termine usato per definire l'area dello schieramento politico che si colloca fra i conservatori (destra) e i progressisti (sinistra).

Il centrismo è una visione o una posizione politica che implica l'accettazione e il sostegno di un equilibrio di uguaglianza sociale e un grado di gerarchia sociale, mentre si oppone ai cambiamenti politici che si tradurrebbero in un significativo spostamento della società fortemente a sinistra o a destra.[3]
Sia la politica di centro-sinistra che quella di centrodestra implicano un'associazione generale con il centrismo che si combina con una certa inclinazione ai rispettivi lati dello spettro politico sinistra-destra.


Varie ideologie politiche, come il cristianesimo democratico e il liberalismo sociale (o moderno), possono essere classificate come centriste,[4] così come la terza via, un movimento politico moderno che tenta di conciliare la politica di destra e quella di sinistra sostenendo una sintesi delle piattaforme economiche di centrodestra con le politiche sociali di centrosinistra.[5][6]
Esso ha un significato diverso nella tradizione marxista, dove si analizza sostanzialmente la posizione intermedia tra rivoluzionari e riformisti rivendicata dai partiti dell'Unione dei Partiti Socialisti per l'Azione Internazionale. In Italia, dal 1946 in poi, il centrismo è stato principalmente sinonimo di cristianesimo democratico.

La DC ha racchiuso al proprio interno variegate posizioni sia in campo economico-sociale che culturale, tutte, però, cresciute nel comune alveo della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Accanto alla DC, in Italia, altri partiti inseriti nella corrente "centrista" da alcuni esperti e analisti sono stati il Partito Liberale Italiano (PLI), il Partito Repubblicano Italiano (PRI) e il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), il primo collocato più precisamente nel centro-destra e gli altri due nel centro-sinistra.

Il PLI è l'erede della cultura liberale al governo del paese dal 1861 al 1922, il PRI della cultura mazziniana. Il primo può genericamente essere definito un partito liberale conservatore (almeno fino alla svolta lib-lab di fine anni settanta; difatti altri studiosi lo collocano come un partito che, in origine, era esclusivamente di "destra"), mentre il secondo liberale sociale (secondo una definizione di Ugo La Malfa).

Soprattutto in seguito agli anni Settanta, periodo che vide la definitiva affermazione all'interno del PLI della corrente della "sinistra" interna, PLI e PRI tesero sempre più a identificarsi in una comune nuova area politica di ispirazione socio-liberale, da cui le liste comuni per le elezioni europee.[29][30][31][32] È possibile inoltre definire "centrista" anche il PSDI, partito socialdemocratico e moderato fondato da Giuseppe Saragat, che scelse fin dalla sua fondazione la partecipazione ai governi centristi e rappresentò sempre un alleato fedele per la DC. Il PSDI in pratica, anticipando di quarant'anni le mosse dei partiti socialdemocratici europei, portò la socialdemocrazia italiana su posizioni di centro: una "terza via" ante litteram, potremmo dire.

Pur essendo il PSDI un partito complessivamente "centrista", al suo interno non mancava però un'area di "sinistra" (come del resto anche nel PRI) che teneva a rimarcare la matrice socialista del partito e pur non volendo rinunciare agli ottimi rapporti con la DC, guardava con più "familiarità" al PSI.[33][34][35] Nell'epoca della cosiddetta Seconda Repubblica e, segnatamente, a partire dal 1994, possono definirsi centristi: partiti di ispirazione democristiana: Centro Cristiano Democratico (CCD), Cristiani Democratici Uniti (CDU) e Democrazia Europea (DE), confluiti nell'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC), Partito Popolare Italiano (PPI), confluito in Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), Popolari UDEUR (UDEUR), Democrazia Cristiana per le Autonomie (DCA), Popolo della Famiglia (PdF);

partiti di ispirazione laica o liberale: Rinnovamento Italiano (RI) e I Democratici, confluiti in DL, Patto Segni (Patto), Riformatori Liberali (RL), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Radicali Italiani (Rad), Movimento Repubblicani Europei (MRE), Italia Viva (IV), +Europa e Azione;

partiti di estrazione politica eterogenea: Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), che unisce cristiano-sociali, socio-liberali e socialdemocratici; Forza Italia (FI), nata dall'incontro di democristiani, liberali e socialdemocratici e che, dopo la confluenza, nel 2009 ne Il Popolo della Libertà, è stata ricostituita nella nuova Forza Italia; l'Italia dei Valori (IdV); Centro Democratico.

FI, UDC, SVP e PdF aderiscono al Partito Popolare Europeo (PPE), mentre DL era membro fondatore del Partito Democratico Europeo (PDE) e, all'interno del Parlamento europeo, aderiva al Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa.
A livello internazionale, i partiti democratici cristiani hanno dato vita all'Internazionale Democratica Centrista, mentre i liberali sono riuniti nell'Internazionale Liberale. Alcuni gruppi e partiti centristi, tra i quali La Margherita italiana, l'UDF francese e la New Democrat Coalition americana, hanno dato vita, insieme a partiti di ispirazione liberale e centrista all'Alleanza dei Democratici...

Cattolici Conservatori

I Cattolici Conservatori furono un gruppo parlamentare e politico del Regno d'Italia di ispirazione conservatrice, clericale, con delle posizioni talvolta intransigenti e reazionarie. Una "destra estrema" di ispirazione cattolica, conservatrice, reazionaria, legittimista e anti-liberale era esistita in seno al Parlamento subalpino del Regno di Sardegna durante il cosiddetto "decennio di preparazione" (anni '50 dell'Ottocento) durante il quale Cavour e i suoi governi prepararono la seconda guerra d'indipendenza e l'unificazione italiana, varando decise norme di segno laicista ed anticlericale volte a diminuire l'influenza sociale della Chiesa in Piemonte e contrastare indirettamente lo Stato Pontificio. In questo periodo, i monarchici cattolici di orientamento anti-liberale opposti a questa politica governativa di espansione ed anticlericalismo si raggruppavano in un gruppo parlamentare distinto da quello ordinario della "Destra storica" (schierato compattamente su posizioni liberali sin dal governo di Massimo d'Azeglio), definito da Antonio Gramsci nei suoi appunti come "partito municipalista piemontese". Il leader morale della fazione era Clemente Solaro della Margarita, ex ministro degli affari esteri sotto Carlo Alberto. Tuttavia, questo raggruppamento parlamentare piemontese si sciolse dopo la proclamazione del Regno d'Italia, e definitivamente con il "Non expedit" di Pio IX (1871). Il Non expedit ricevette un allentamento ad opera di papa Pio X, che acconsentì all'elezione di candidati cattolici e devoti alla Santa Sede al Parlamento italiano mediante il Patto Gentiloni (1912) con il learer liberale Giolitti, in cambio di una tutela dei valori cattolici ed un comune contrasto all'avanzata socialista. Il Patto Gentiloni consentì così per la prima volta ai cattolici italiani dai tempi della proclamazione dello Stato unitario di organizzarsi elettoralmente in Parlamento, riprendendo idealmente uno schema ideologico simile al partito anti-laicista subalpino di un cinquantennio prima. Lo schieramento dei Cattolici Conservatori nacque nel 1913 dalla destra dell'Unione Elettorale Cattolica Italiana: alle elezioni politiche di quell'anno ottenne l'1,8%, eleggendo nove deputati.[1] Nel 1919 si fusero con altri soggetti di ispirazione cattolica, dando vita al Partito Popolare Italiano, il primo vero e proprio partito di cattolici in senso moderno dell'Italia unita, che ottenne il 20,5% dei voti e 100 seggi alle elezioni politiche immediatamente successive.

Clericalismo

La parola clericalismo indica un agire in senso politico che mira alla salvaguardia e al raggiungimento degli interessi del clero e, conseguentemente, si concretizza nel tentativo di indebolire la laicità di uno Stato attraverso il diretto intervento nella sfera politica e amministrativa da parte di sostenitori anche non appartenenti al clero o, talvolta, non credenti.

Al clericalismo si contrappone politicamente il laicismo e ideologicamente l'anticlericalismo.

In ambiente cattolico il termine "clericale" designa la posizione di coloro che tendono a ridurre al minimo la partecipazione attiva dei laici all'esercizio spirituale del Clero.
Ma al di là dei termini del dibattito politico e religioso, per cui si preferisce parlare di "teodem" e "teocon" contrapposti a "laicisti", sembra essere in atto uno scontro tra clericali e anticlericali, considerati, come portatori di un'ideologia relativista, materialista, con l'obiettivo di cancellare o ridurre il ruolo della religione nella vita sociale.
Dal punto di vista dei laici, tuttavia, questo scontro si manifesta come un tentativo della Chiesa di imporre, attraverso una strategia di comunicazione e di lobbying, i suoi valori anche a coloro che professano fedi diverse o non credono affatto.

Costoro comunque, nell'interpretazione della Chiesa, condividono gli universali principii umani che vanno salvaguardati al di là delle proprie convinzioni religiose o laiche. La contrapposizione non verte più, come in un lontano passato, sulla partecipazione o meno dei cattolici alla vita politica, ma su temi sociali di rilevanza etica, riguardo ai quali, secondo gli esponenti del clericalismo, i cattolici devono battersi per difenderne gli aspetti umani e cristiani. Una questione oggi dibattuta è sul significato da attribuire al termine "ingerenza".

La gerarchia cattolica rivendica alla Chiesa, depositaria della tradizione apostolica, il diritto-dovere, secondo la sua funzione, di guidare i fedeli, e di predicare i principi morali, che i cattolici devono seguire.
I sostenitori dell'ingerenza del Clero nella vita politica e morale dei cittadini rifiutano l'accusa di clericalismo ed anzi accusano di "laicismo" (ritengono infatti che si possa distinguere fino alla contrapposizione tra laicità e laicismo) chi sostiene posizioni opposte.
Cosicché, quando, ad esempio, la gerarchia ecclesiastica si pronuncia sulla fecondazione medicalmente assistita e sulla ricerca scientifica sulle cellule staminali, afferma di farlo da posizioni "laiche" poiché difende il valore della vita (che del resto non è negato neppure dai laici) ritenendolo un valore non solo cristiano, ma umano. Per questo essa giudica legittimo avvalersi di cattolici impegnati nella vita politica, che sostengano non solo le posizioni della Chiesa cattolica, ma anche i principi laici della dignità umana.
D'altra parte i laici, non solo rivendicano il diritto di legiferare su questi temi connessi a valori etici, ma obiettano di voler lasciare libera scelta ai cittadini, in nome della loro libertà di coscienza, se aderire o meno alle opportunità che offre la legge.
Secondo questa posizione, il Clero non ha l'obbligo di astenersi, secondo la sua missione, da tutti quei pronunciamenti che abbiano significato religioso e morale ma da quelli che vogliano incidere sulle decisioni politiche; il che appare al Clero stesso una negazione della propria libertà di parola e di espressione.
In questo senso gli esponenti più propriamente laici sottolineano che lo Stato italiano è costituzionalmente uno Stato non confessionale, come afferma chiaramente il combinato disposto degli art.7 e 8 della Costituzione...

Cleptocrazia

Cleptocrazia (dal greco: κλέπτω "kleptō" (rubare) e κράτος "kratos" (potere), ovvero governo del furto), è una modalità di governo deviata che rappresenta il culmine della corruzione politica e una forma estrema dell'uso del governo per la ricerca del profitto personale di chi occupa posizioni di potere.
Oltre che al singolo governante può riferirsi ad ambiti più ampi come nel caso di élite o lobby[1] che si appropriano di una parte cospicua della ricchezza di un Paese adducendo giustificazioni di vario tipo, ideologico o religioso ad esempio.

Si tratta di società fortemente gerarchizzate, in cui esiste una casta che detiene saldamente il potere e abitualmente pratica l'endogamia. Generalmente in una cleptocrazia i governanti e i loro sodali usano meccanismi di governo volti alla spoliazione sistematica di risorse del Paese amministrato:

impongono quindi pesanti regimi di tassazione allo scopo di ammassare ingenti fortune personali

o impiegano strumenti quali per esempio il riciclaggio di denaro, conti bancari anonimi, falso in bilancio e altri sistemi simili allo scopo di proteggere e nascondere i guadagni illeciti derivanti dalle attività di governo.
Le cleptocrazie tendono a essere "stabilmente instabili" mediante un sistema costituito sulla successione di "ladri" che si alternano scalzando i predecessori senza però adoperarsi per risolvere i bisogni della popolazione.

Inoltre, poiché ogni sistema costruito sulla corruzione sistematica impone una tassazione sulle imprese e persone che non viene restituita sotto forma di servizi per i cittadini e le imprese, le cleptocrazie tendono inevitabilmente a generare un sistema economico inefficiente.

Generalmente, i governi di tipo cleptocratico ignorano i problemi economici e sociali dello Stato interessato, perché principalmente impegnati nella ricerca del benessere e del potere personale e difficilmente hanno possibilità di costruire un sistema repressivo avanzato per timore di subire un colpo di Stato: per questi motivi tali governi sono spesso impotenti di fronte alle crisi sociali più acute e accade quindi che i paesi da essi governati sprofondino nella guerra civile e nel caos civile o che cadano in situazioni di indebitamento pubblico eccezionale.
In Italia il termine è stato utilizzato da Giovanni Spadolini nelle sue vesti di Presidente del Consiglio e di Ministro della Difesa negli anni ottanta: «I repubblicani riaffermano la necessità di scelte politiche commisurate al carattere essenzialmente politico della questione morale. A cominciare da quelle aree del parastato e dell'economia pubblica che debbono essere liberate da tutti gli inquinamenti corruttori della tangentocrazia e della cleptocrazia».[9]
La questione morale aveva assunto questa caratteristica dopo i primi scandali degli anni settanta[10] e poi esplose come problema nazionale alla luce delle inchieste[11] di Mani pulite[12]: "la vicenda di Tangentopoli è in larga misura esemplare, perché ha fatto emergere un elemento patologico della vita politica italiana che era stato coperto appunto dalle ideologie.
A fronte di coloro che hanno evidenziato la "frantumazione" della classe dirigente a seguito della reazione giustizialista a Tangentopoli,[15] la questione morale è sempre più frequentemente indicata quale prioritario ambito di intervento dei legislatori nazionali e di quelli comunitari, mediante strumenti prescrittivi che dovrebbero servire ad arginare il fenomeno della corruzione e a migliorare la qualità del servizio reso al cittadino/utente.

Per una stabile prevenzione della cleptocrazia, si è però sostenuto che la gravità del fenomeno della corruzione, così come di altri comportamenti contrari all'etica pubblica, non può essere efficacemente contrastata soltanto con l'introduzione di ulteriori prescrizioni e sanzioni:

occorrerebbe anche il "consolidamento di un sistema di valori nel quale, la considerazione sociale della funzione, costituisca motivo di gratificazione (...) privo di tale difesa, il dirigente pubblico non soltanto è più esposto a sollecitazioni che, indipendentemente dal fatto che vengano raccolte o respinte, incidono negativamente sul clima generale, ma si presenta più debole nel confronto con altri soggetti il cui punto di vista, in occasione di scelte delle quali è responsabile, può essere diverso, se non addirittura opposto al suo"...

Comunismo

Il comunismo (dal francese communisme, derivato da commun "comune"[1][2]) è un'ideologia politica, intesa come sistema di valori e di idee economiche, filosofiche, sociali e politiche

miranti alla creazione di una società comunista, ovvero una società egualitaria caratterizzata dall'abolizione delle classi sociali e dello Stato, dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione (collettivizzazione) e dalla completa emancipazione di tutti gli individui.

Il comunismo, teorizzato per la prima volta in modo sistematico nel XIX secolo dai due pensatori tedeschi Karl Marx e Friedrich Engels, subì diverse trasformazioni e interpretazioni in base al tempo e al luogo in cui venne rielaborato e in cui ci fu il tentativo di raggiungerlo. Engels lo definì come "la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato" ne I principi del comunismo del 1847.[3]

All'interno del comunismo coesistono numerose correnti di pensiero come l'anarco-comunismo e il marxismo. A sua volta, da quest'ultima elaborazione dell'ideologia comunista (la più fortunata a partire dalla seconda metà del XIX secolo) ne sono derivato diverse altre, come il leninismo, il trockismo, il maoismo, il marxismo-leninismo il consiliarismo, il revisionismo, il marxismo occidentale.

Conservatorismo progressista

Il conservatorismo progressista è un'ideologia politica trasversale affine al conservatorismo liberale e al conservatorismo sociale, impegnata a raccogliere e a soddisfare istanze progressiste e del liberalismo sociale[1].

Oltre a incarnare posizioni liberali su diritti civili e riforme sociali,

si propone di garantire una protezione e sicurezza sociale per i cittadini (con un moderato welfare state), onde combattere efficacemente la povertà e ridurre la criminalità,

oltre a misure economiche finalizzate ad una significativa redistribuzione della ricchezza

e la regolazione del mercato nell'interesse di produttori e consumatori, a metà fra il laissez-faire ed il radicalismo britannico.
La dottrina sociale della Chiesa esposta nella Rerum Novarum (1891) è stata da taluni identificata come una forma molto moderata di conservatorismo progressista dell'epoca..

Cristianesimo democratico

Cristianesimo democratico è un termine che, in senso lato, può riferirsi ad un impegno politico e democratico da parte dei cristiani e ad una ideologia politica dai tratti variegati.

La dottrina popolare di Don Luigi Sturzo, considerato come uno fra i padri fondatori del pensiero cristiano-democratico, è improntata su una linea di sociologia cattolica; questo ideale politico attinge dalla Rerum Novarum, la celebre enciclica di Papa Leone XIII, antesignana della dottrina sociale della Chiesa.
L'espressione democrazia cristiana, nata negli ambienti del cattolicesimo italiano alla fine del XIX secolo con la sua diffusione mondiale ha contribuito a rappresentare diversi movimenti politici con delle connotazioni valoriali talvolta divergenti;

monsignor Romolo Murri, agli inizi del XX secolo, fondò il movimento ideologico della Democrazia Cristiana, ma inizialmente non ebbe seguito poiché ritenuto alla stregua del modernismo teologico (difatti a causa di ciò venne sciolta l'Opera dei Congressi ad opera di Pio X);

nel 1919 Don Sturzo delineò un partito politico con il noto appello ai liberi e forti, il Partito Popolare. In Italia è quindi sinonimo di popolarismo. A livello internazionale negli anni settanta del Novecento è stata istituita una Internazionale Democratico Cristiana, successivamente nota come Internazionale Democratica Centrista (I.D.C) la quale, agli albori, raccoglieva diversi partiti democristiani e popolari propriamente detti.
Attualmente l'Internazionale Centrista comprende anche diversi partiti di ispirazione conservatrice, liberal democratica e genericamente centrista, in taluni casi privi di particolari riferimenti religiosi e spirituali.
Nella seconda metà del Novecento la Democrazia Cristiana, partito di ispirazione Popolare e cattolico-democratica, ebbe un ruolo rilevante nella politica italiana nell'ambito della Guerra fredda
Le politiche e le priorità dei partiti democristiani in qualche occasione differiscono da un Paese all'altro, sebbene sia possibile individuare una serie di caratteristiche che li accomunano. Rispetto al liberalismo, condivide l'impegno per i diritti umani e l'iniziativa personale, mentre si differenzia da esso per il rifiuto del laicismo e per l'enfasi del concetto per il quale l'individuo è parte di una comunità e ha dei doveri nei suoi confronti.

Rispetto al conservatorismo, condivide pienamente i valori morali (in temi come la famiglia e il diritto alla vita), l'idea "progressiva" dei mutamenti sociali (senza pericolosi strappi rivoluzionari), l'attenzione per l'ordine ed il rispetto della legge, il rifiuto del comunismo, differenziandosene per una maggiore predisposizione al cambiamento e non per la semplice difesa dello status quo.

Rispetto al socialismo, condivide la necessità di una marcata solidarietà sociale, la volontà di limitare l'"egoismo liberista", il rifiuto del fascismo. Diversamente da esso, però, sostiene l'economia di mercato e, rispetto al socialismo rivoluzionario, ripudia la violenza come mezzo per raggiungere il cambiamento.

I cristiani democratici sostengono un individualismo moderato che trova limiti nell'incontro con la libertà e con la stessa società, per cui l'individuo deve semplicemente comportarsi da buon cittadino, senza che la Chiesa lo indirizzi nell'atto della scelta, difendono l'eredità cristiana, sebbene legandola all'identità e unità nazionale, anziché adottare una posizione equidistante dalle singole fedi, come è tipico del liberalismo e della socialdemocrazia.
Attenti alle questioni sociali, convinti della cooperazione attiva tra le varie classi, difendono la proprietà privata e lo Stato sociale;

sensibili alle tematiche etiche care al mondo cattolico, non condividono le scelte legate all'aborto e all'unione omosessuale. Il cristianesimo democratico considera inoltre l'economia al servizio dell'umanità, sostenendo generalmente i modelli e le proposte dell'economia sociale di mercato[2],

senza mettere naturalmente in discussione il capitalismo,[3] criticandone solo alcuni elementi, al pari dei liberali (critici del monopolio) e, ovviamente, delle sinistre radicali e non. Negli ultimi anni alcuni partiti democristiani europei hanno abbracciato politiche liberiste;


emblematica è in tal senso l'evoluzione dell'Unione Cristiano Democratica tedesca, che ha accentuato le spinte liberali in economia, a differenza dell'Unione Cristiano Sociale bavarese, rimasta fortemente legata alla sua tradizione cristiano-sociale (nel senso tedesco del termine).
Non mancano correnti di sinistra, come il cristianesimo sociale, nonché quelle che hanno assunto i caratteri di socialismo cristiano quali (il Movimento Socialista Cristiano, componente del Partito Laburista britannico, il Partito dei Lavoratori brasiliano.
La Lega Internazionale dei Socialisti Religiosi, affiliata all'Internazionale Socialista) sono da ritenersi parte integrante della storia del socialismo e della socialdemocrazia, che nei Paesi protestanti, non è vista necessariamente come un movimento politico laicista. Sono rilevanti i legami della SPD con la Chiesa Luterana, al punto che i membri di tale chiesa contribuirono a rifondare la SPD in Germania Est nel 1989.

Cristianesimo liberale

Il cristianesimo liberale è una corrente religiosa e politica, nata e sviluppatasi nell'Europa del XIX secolo, che mirava a conciliare il pensiero cristiano con i principi liberali di libertà civili e sociali. Si è trattato di una corrente tanto teologica quanto politica.

I cattolici liberali furono favorevoli a una affermazione della libertà di coscienza, di stampa e di associazione, della separazione tra Stato e Chiesa. Lo Stato, secondo La Mennais, doveva essere "indifferente in tema di religione". La corrente liberale ebbe una particolare rilevanza all'interno della Chiesa cattolica.

I cattolici liberali in Europa attraversarono tutte le contraddizioni proprie del mondo liberale di fine Ottocento.[1]

Nel campo politico-istituzionale videro la compatibilità tra democrazia parlamentare e cristianesimo,

ma nel campo economico-sociale non colsero del tutto l'emergere di una nuova classe sociale, il proletariato, che avrebbe, invece, attirato l'attenzione del nascente mondo socialista.

Solo in un secondo momento il cristianesimo democratico riuscì parzialmente a incanalare le esigenze del mondo del lavoro all'interno della componente del cristianesimo sociale.

Il cattolicesimo liberale perse ogni importanza dal punto di vista politico, perché, se, da un lato, le sue posizioni in campo economico erano state assorbite dal cristianesimo democratico, la sua attenzione verso la laicità dello Stato era sostenuta dai cristiano-sociali.
In campo religioso, le correnti liberali si distaccarono dalla Chiesa cattolica in Svizzera, dove lo scontro con i cattolici ultramontani (forti nei cantoni rurali e conservatori) fu molto forte tanto da contribuire alla Guerra del Sonderbund,

nei Paesi Bassi, dove in particolare venne criticato il dogma dell'infallibilità papale,

e in altri Paesi europei per dare vita alla Chiesa vetero-cattolica, alla Chiesa cattolica liberale e ad altre chiese minoritarie.

Il cattolicesimo liberale ha trovato poi un terreno molto fertile negli Stati Uniti, dove, come detto, vi era una lunga tradizione di protestantesimo liberale.

In Italia vengono considerati cattolici liberali personalità come Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini e Alessandro Manzoni. I cattolici liberali italiani si caratterizzarono per il favore dimostrato nei confronti del Risorgimento e della scelta di trasferire la capitale italiana da Torino a Roma.

La dottrina neoguelfa di Vincenzo Gioberti proponeva una confederazione di Stati italiani sotto la guida del papa. I termini del rapporto tra trono e altare del legittimismo dell'Ancien régime e della Restaurazione venivano rovesciati: alla fedeltà al trono subentrava l'idea del sentimento patriottico, mentre l'altare era inteso in modo meno dipendente dall'autorità della gerarchia cattolica: Gioberti sarà nemico dei gesuiti, che per la loro obbedienza al papa erano considerati avversari della conciliazione fra gli Stati liberali e la Chiesa. Gioberti scrisse «Non si può essere perfettamente italiano da ogni parte senza essere cattolico»[2] dottrina che trova eco nella definizione di identità nazionale manzoniana: «una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue, di cor».

Proponimento dei cattolici liberali era quello di dare vita a uno Stato unitario in cui fosse preservato il cattolicesimo, come religione identitaria degli italiani.

In quest'ottica appariva loro secondaria o controproducente la difesa delle prerogative del clero.[3] Dal punto di vista politico il connubio tra patria e religione entrò in crisi dopo il 1848, quando papa Pio IX abbandonò la guerra contro l'Austria e il Regno di Sardegna si avviò verso una politica di separazione tra Chiesa e Stato.[4] I cattolici intransigenti erano contrari all'Unità d'Italia ed alla scelta di Roma come capitale, perché ciò avrebbe comportato la fine dello Stato pontificio e del potere temporale dei papi.

I cattolici liberali, invece, vedevano nell'Unità italiana e nella fine del potere temporale della Chiesa la possibilità per la stessa di ritornare al suo vero ruolo di guida delle anime. La polemica antitemporalista fu sostenuta dall'opera del teologo Carlo Passaglia, che raccolse 10.000 firme per una petizione a papa Pio IX affinché rinunciasse al potere temporale.
L'eredità del cattolicesimo liberale, in campo politico, fu ripresa dalle aree moderate del cristianesimo democratico per quanto riguarda le libertà economiche (in primis da don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano), da Alcide De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana e presidente del Consiglio dei ministri dal 1945 al 1953 e da quelle più "sociali" per quanto concerne le istanze laiche e progressiste in campo etico-sociale (per esempio, i seguaci di Giuseppe Dossetti). Oggi, nel lessico politico e giornalistico, si usa il termine cattolico liberale per definire quei politici democristiani o d'ispirazione cristiana che sostengono idee liberali in economia, pur senza disconoscere del tutto i principi dell'economia sociale di mercato, cara tanto al cristianesimo democratico quanto alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. In questo senso, ai cattolici liberali, che non sono altro che democristiani d'ispirazione liberale, si contrappongono i cristiani sociali, assertori di politiche sociali e di un maggiore intervento dello Stato in economia, in modo non dissimile alla socialdemocrazia...

Cristianesimo sociale

Il Cristianesimo sociale, noto in inglese come Christian left, è la "sinistra" del cristianesimo democratico, essenzialmente impegnata ad approfondire e a tradurre sul piano politico e legislativo, in particolare nei Paesi cattolici, i contenuti della dottrina sociale della Chiesa riguardanti la tutela della famiglia e del lavoro secondo una prospettiva riformista.[1][2] Esso condivide con il cristianesimo liberale i concetti di separazione dalle Chiese, mentre le teorie economiche non sono dissimili da quelle riconducibili alla socialdemocrazia, essendo fondamentalmente incentrate sul ruolo dello Stato nella costante fornitura di servizi per i cittadini, perseguendo adeguati livelli di tassazione e un efficiente sistema di welfare state. In tal modo si ha l'obiettivo di garantire una seria assistenza sanitaria, dei sussidi familiari in caso di accertato stato di povertà o bisogno, nonché istruzione pubblica, previdenza sociale e libero accesso a risorse culturali quali biblioteche e musei. In ambito protestante si intende il Vangelo Sociale, differente dal socialismo cristiano, a sua volta componente del socialismo democratico.

Elitismo

L'elitismo è una teoria politica basata sul principio secondo il quale il potere politico sarebbe sempre in mano a una minoranza che governa l'intera società.
Si fonda sul concetto di élite, dal latino eligere, cioè "scegliere" (quindi "scelta dei migliori"); secondo tale impostazione le diverse forme di governo sebbene basate su principi di volta in volta diversi, e solo apparentemente contraddittori sotto diversi aspetti, lasciano intatta la struttura della società che vede una leadership concentrata sul potere di una minoranza organizzata.
Il punto di forza dell'élite è nell'atomizzazione della massa. Secondo l'elitismo la massa è confusa, dispersa e incapace di organizzarsi. Su questo caos si fonda la forza dell'élite, che è invece organizzata e in questo modo ottiene e mantiene il suo potere.
Per forza di cose, gli elitisti criticano anche la visione del liberalismo basato sulla separazione dei poteri (appunto perché il potere è invece monopolizzato)

e criticano il socialismo perché ritengono che la società – ben lungi dall'essere divisa in classi – sia frammentata e atomizzata.

La visione elitista si contrappone infine radicalmente a quella del pluralismo: quest'ultimo infatti ritiene che il potere sia largamente distribuito (e non monopolizzato) tra gruppi che si equilibrano (senza quindi formare élite). Il fatto che i governanti fossero minoranza e i governati maggioranza non è una cosa nuova (lo stesso Saint-Simon lo afferma); l'elitismo però conferisce dignità scientifica a questa costante storica già osservata.

Gli studiosi italiani del primo Novecento, come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, furono i fondatori dell'elitismo (si parla di scuola elitista italiana). Mosca, che usava il termine "classe politica" per riferirsi all'élite, propose il "criterio delle tre C" per descrivere il funzionamento dei detentori del potere: consapevolezza; i membri della classe politica sono infatti consapevoli delle loro comuni posizioni politiche, sociali ed economiche e dello stato frammentato della massa; coesione; a differenza delle masse, i membri della classe politica si alleano e si organizzano; cospirazione; i membri della classe politica mascherano il loro governo sulla massa, nascondono il fatto che vi sia un'élite al potere. Una nuova versione dell'elitismo si è sviluppata dal secondo dopoguerra negli Stati Uniti. Il neo-elitismo parte dal saggio di James Burnham La rivoluzione dei manager (The Managerial Revolution, 1941) in cui egli riprende la teoria delle élite e prefigura che la futura classe al comando sarà la classe dei manager: i detentori del potere saranno coloro che hanno le capacità intellettuali per mandare avanti le industrie e non più i proprietari. Altri studiosi hanno invece parlato di una power élite che usa i mezzi di comunicazione di massa per affermare e mantenere il proprio potere sulla massa passiva e confusa.
Uno degli studi più brillanti del neo-elitismo fu svolto nel 1953 da Floyd Hunter nella città di Atlanta. Per scoprire chi fosse realmente al potere nella città Hunter svolse un'analisi reputazionale, cioè andò a chiedere ai cittadini chi secondo loro fosse al potere. Ne emerse un quadro in cui le istituzioni locali, i posti di lavoro e le scuole facevano tutte in qualche modo riferimento a un'élite economica dominante. All'elitismo democratico[8] sotteso alla teoria delle moderne società "poliarchiche" (Robert Dahl), è collegata anche la concezione non teleologica del potere politico:

essa spiega le alternanze del ceto politico non già come dati patologici, dovuti alla "decadenza" della Costituzione, ma come elementi fisiologici in un sistema politico in cui la selezione deriva da una competizione aperta;

è questo il ritratto più proprio della "democrazia dei moderni", caratterizzata dall'attrazione nella contesa politica di sempre nuovi interessi al cui soddisfacimento si candidano volta a volta nuovi soggetti politici;

il voto popolare, mediante le elezioni, è la regola procedurale che decide volta a volta quale soggetto politico garantisce un più esteso fronte di interessi emergenti dalla società

Fabianesimo

Il fabianesimo (detto anche fabianismo) è un movimento politico e sociale britannico di ispirazione socialdemocratica.

Il movimento fa capo alla Fabian Society, un'associazione istituita a Londra nel 1884 con lo scopo di elevare le classi lavoratrici per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione. La Società fabiana, o Fabian Society in lingua inglese, nacque nel 1884 a Londra con l’obiettivo di mettere in pratica le teorie del filosofo Thomas Davidson. Questi sosteneva che il progresso sociale dipendesse dalla rigenerazione individuale e che per portare il mondo verso un sistema di vita migliore occorresse che gruppi di individui si impegnassero a vivere un alto ideale di amore e fratellanza.

Il fine dell’associazione era quindi quello di studiare quali fossero le condizioni per un’esistenza felice all'interno di un sistema di vita comunitario.[1] Tuttavia, i primi dodici membri della Società si mostrarono scettici verso le idee di Davidson e desiderarono un più preciso programma di riforme sociali. Il nome della Società deriva infatti da quello del generale romano Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore, che evitava le battaglie campali per poi gradualmente logorare le forze nemiche, come si legge in uno dei primi opuscoli fabiani. Proprio il concetto di gradualismo è la chiave di volta del pensiero politico dei Fabiani, i quali credevano nel graduale affermarsi del socialismo, tramite riforme incipienti, a differenza del marxismo che predicava un cambiamento rivoluzionario. I Fabiani erano inoltre a favore di un'alternativa alla proprietà privata dei mezzi di produzione, per porre fine al disordine economico e agli abusi provocati dal capitalismo.

Pretesero inoltre l'estensione delle cure sanitarie e l'istruzione gratuita per tutti i cittadini, come pure una normativa dettagliata delle condizioni di lavoro per porre fine alla piaga dello sfruttamento dei bambini e degli incidenti.[
2]
Accanto al gradualismo, un altro principio guida dei Fabiani consisteva nel fatto che essi preferirono esercitare una certa influenza, o meglio, permeare i partiti con idee socialiste, invece che formare il proprio partito politico o lavorare attraverso i sindacati.

“Permeazione” significava infatti, per i Fabiani, aggregarsi a tutte le organizzazioni politiche in cui fosse possibile attuare un progetto di indirizzo socialista e influenzarle dal loro interno.
I primi aderenti alla Società fabiana erano giovani borghesi, di buona formazione e impiegati in vari campi: dal giornalismo all'istruzione fino all'amministrazione statale. Erano per lo più intellettuali accomunati da un senso di insoddisfazione verso la propria esistenza e la società in generale. La grande influenza sul laburismo britannico e anglofono del movimento ha fatto sì che esso divenisse uno dei principali ispiratori della socialdemocrazia internazionale.

Un'influenza diretta o indiretta dei fabiani si ebbe su molti movimenti; per esempio sul socialismo liberale di Carlo Rosselli (fondatore, col fratello Nello, del gruppo antifascista Giustizia e Libertà), e tutte le sue derivazioni, come il Partito d'Azione.[13] In Italia, il teorico della socializzazione dell'economia dell'ultimo fascismo, Nicola Bombacci, si ispirò ad alcune idee della Fabian Society.[14] Il Movimento Comunità di Adriano Olivetti fu in seguito l'unico partito italiano che si rifece esplicitamente al fabianesimo, tra le sue ispirazioni principali assieme al federalismo, al liberalismo sociale e alla socialdemocrazia.[15] Negli anni 2000 nacque la Società Fabiana Siciliana, tuttora esistente.

Fascismo

Il fascismo è il movimento politico d'estrema destra fondato da Benito Mussolini nel 1919, che prese il potere in Italia e governò il Paese come regime totalitario dal 1922 al 1943 nel corso del cosiddetto ventennio fascista.

Fascismo clericale

Il clerico-fascismo (o fascismo clericale) è una locuzione della dialettica politica, usata in Italia a partire dai primi anni venti del XX secolo.
Con essa si intendono propriamente le spinte interne al movimento movimento fascista ed agli ambienti della Chiesa cattolica che separatamente operavano nei rispettivi organismi tendendo ad un avvicinamento fra le due entità, prima di giungere ad un vero e proprio mutuo riconoscimento.
Dell'espressione è stato fatto anche uso traslato, ad indicare supposti favoritismi politici o materiali dello stato verso la Chiesa cattolica[1]. Vi è stato inoltre chi ha utilizzato la locuzione per definire con essa altri generi di fusione o comunque estrema prossimità di regimi non considerati liberali con le gerarchie ecclesiastiche. Il termine è anche usato spregiativamente a connotare azioni od indirizzi della Chiesa cattolica politicamente giudicati "fascisti", nell'accezione più vasta (in genere in senso di illiberalità, antidemocraticità ed anticomunismo[2]) di quest'ultimo termine. La locuzione segue il solco tracciato da un'altra come "clerico-moderati", che era venuta prendendo piede nel periodo, e che descriveva i cattolici allora in politica, per le loro posizioni conservatrici e liberali;

di essa faceva ad esempio ricorrente uso Don Sturzo, allorché richiamava questa locuzione ed il suo uso a fini di avversa propaganda contro il Partito Popolare da parte della stampa. Di sfondo vi era dunque la frammentazione dei cattolici in politica, accentuata dopo le dimissioni da segretario del Partito Popolare che il papa aveva chiesto a Don Sturzo di rassegnare.

E vi era anche l'interesse di Chiesa cattolica e Fascismo ad accorciare le distanze che li separavano, nel comune obiettivo di giungere ad un concordato[6].

Lo scioglimento del Partito Popolare da parte del prefetto di Roma, il 6 novembre 1926, rese la distinzione dei suoi frammenti più velleitaria.

Giunsero nel 1929 i Patti Lateranensi, e Fascismo e Chiesa sottoscrissero un accordo squisitamente politico nella forma di un trattato internazionale.

Federalismo

Il federalismo indica la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). L'accezione comune del termine appartiene all'ambito politico: il federalismo è la dottrina che appoggia e favorisce un processo di unione tra diversi Stati (a volte denominati anche soggetti federali, Länder, commonwealth, territori, province, ecc.) con una costituzione e un governo comune, ma che mantengono però in diversi settori le proprie leggi. L'unità che si viene a creare è spesso chiamata federazione (mentre quando manchino anche una costituzione condivisa e un governo comune si parla di confederazione).

I due livelli in cui è costituzionalmente diviso il potere sono distinti tra loro e sia il governo centrale, sia i singoli Stati federati, hanno sovranità nelle rispettive competenze.

I sostenitori di questo sistema politico vengono chiamati federalisti. I diversi membri di questo insieme possono riconoscersi nell'autorità di un capo che li rappresenti tutti (un monarca, un capo di governo, o anche - in un contesto trascendente - una divinità), oppure convergere in un'assemblea generale. In senso più ampio, inoltre, soprattutto nel dibattito politico italiano, si parla spesso di federalismo in riferimento ad un crescente decentramento nella gestione pubblica dell'amministrazione dello Stato, in cui si vorrebbe attribuire ai singoli enti locali una maggiore autonomia nella raccolta delle imposte e nell'amministrazione delle proprie entrate e delle spese.
Dicey identificò due condizioni per la formazione di uno Stato federale:

il primo era l'esistenza di un gruppo di nazioni "così vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune.";

la seconda condizione è il "desiderio di unità nazionale e la determinazione di mantenere l'indipendenza di ogni uomo, come di ogni Stato separato". La divisione dei poteri è una caratteristica fondamentale nel federalismo.

In un classico della materia, il professore K.C. Wheare diede la sua definizione di governo federale: "Un sistema di governo che incorpora prevalentemente una divisione dei poteri tra autorità generale (federale) e regionali (o statali), ognuna delle quali, nella sua propria sfera, è coordinata con le altre e indipendente da esse". Il risultato della distribuzione dei poteri è che nessun'autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno Stato unitario. In un sistema federale la costituzione è la norma suprema da cui deriva il potere dello Stato.

Un potere giudiziario indipendente è necessario per evitare e correggere ogni atto legislativo che sia incongruente con la costituzione.

Perciò, il federalismo è delimitato dalla legalità[1].

La costituzione deve necessariamente essere rigida e snella. Le sue prescrizioni devono essere o legalmente immutabili o capaci di essere cambiate soltanto da qualche autorità che stia al di sopra e oltre gli ordinari corpi legislativi.

Rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo

In riferimento al concetto di globalizzazione, secondo il parere di alcuni sociologi, oltre ai confini, ciò che la globalizzazione sta indebolendo sono le politiche nazionali. Il vecchio Stato-nazione (lo Stato sociale, o welfare state) risulta ormai inadeguato: troppo piccolo per rispondere ai grandi problemi e alle sfide della globalizzazione; troppo grande per risolvere le questioni locali[3].

Come riporta il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) nello Human Development Report 1997, mentre all'interno dello Stato-nazione cercano prepotentemente di affermarsi identità culturali basate sull'etnia o sulla religione e si avanzano richieste di autodeterminazione, a livello mondiale si produce una seria sfida alla sovranità nazionale man mano che le imprese multinazionali penetrano nei confini nazionali e dimostrano una sensibilità scarsa o nulla per le condizioni e le leggi locali.

Gerontocrazia

Il termine gerontocrazia (dal greco: γέρων, geronto, "vecchio" e κράτος, krátos, "potere") indica un sistema politico in cui il potere è detenuto dagli anziani, di stampo non riformista.
Essa si fonda sul grado di influenza ed autorevolezza che generalmente viene attribuito agli anziani, sul presupposto di una loro maggiore esperienza e di una riconosciuta probità o per il fatto che hanno tutte le proprietà economiche e le cariche politiche.

La parola è stata coniata per definire le antiche forme di autorità patriarcale, comune a molte società tribali, in cui il potere viene detenuto dai membri più anziani della tribù. Solitamente il potere si limita alla prerogativa di celebrare matrimoni, dirimere le controversie e, in certa misura, coordinare la vita della comunità. La gerontocrazia ha avuto diffusione in tutto il mondo in epoche diverse; ancora oggi è prevalente presso alcune tribù dell'Africa, del Sud America e dell'Oceania.

Ierocrazia

La ierocrazia o jerocrazia (dal greco ἱερός, hierós e κρατία, kratía), significa letteralmente potere dei sacri, e indica una forma di governo in mano a una divinità o più genericamente a persone che incarnano la divinità o la rappresentano e sono perciò ritenute sacre (ad esempio i sacerdoti).

La ierocrazia è spesso confusa o assimilata alla teocrazia sebbene, al contrario di quanto avviene in quest'ultima, la divinità non è reputata manifestarsi attraverso il monarca, ma si ritiene si faccia presente attraverso la ricerca della santità e della sapienza operate da un clero o da un suo sottoinsieme (una casta sacerdotale)

Liberalismo sociale

Il liberalismo sociale, noto come nuovo liberalismo (new liberalism) nel Regno Unito,[1] liberalismo di sinistra (linksliberalismus) in Germania,[2][3][4] liberalismo moderno (modern liberalism) negli Stati Uniti,[5] liberalismo progressista (liberalismo progresista) in Spagna e in America Latina,[6] è una scuola di pensiero sviluppatasi inizialmente all'interno del Partito Liberale britannico nel tardo Ottocento. Oggigiorno costituisce il principale punto di riferimento culturale e valoriale del Partito Democratico statunitense.[7][8][9][10]

Si può definire anche come filosofia politica, le cui idee contraddistinguono i partiti dell'area di centro/centro-sinistra[11][12][13], promuovendo un'economia di mercato regolamentata (con componenti sociali) e l'espansione dei diritti civili e politici.[14]


Un governo ispirato a tale concezione è quindi impegnato a delegare allo Stato significative questioni economiche e sociali quali povertà, assistenza sanitaria, istruzione, sottolineando al contempo i diritti e l'autonomia dell’individuo.
Il liberalismo sociale si differenzia dal liberalismo classico, dal liberalismo conservatore e dal neoliberalismo essenzialmente per una filosofia economica non liberista, incentrata sui benefici che possono derivare dal ruolo dello Stato nella fornitura di servizi sociali fondamentali per i cittadini.
La società ha il compito di proteggere la libertà e le pari opportunità per tutti i cittadini ed incoraggia la collaborazione reciproca tra Stato e mercato attraverso efficienti istituzioni liberali.

Nel processo di evoluzione accetta che vengano poste alcune restrizioni, come leggi anti-trust per combattere i cartelli, corpi regolatori o leggi sui salari minimi.
I liberali sociali sostengono inoltre che i governi legittimamente possono fornire anche un livello base di benessere, salute e istruzione, supportato dal gettito ricavato dalle tasse, al fine di permettere l'uso migliore dei talenti della popolazione.

Rifiutando una estrema forma di capitalismo e, naturalmente, gli aspetti rivoluzionari della dottrina socialista, si pone l'attenzione su un libero mercato regolamentato e con componenti sociali, dove gli svantaggiati della società possono migliorare le loro condizioni anche attraverso la redistribuzione della ricchezza.
I partiti legati a queste idee credono fermamente nella libertà individuale e sono difensori dei diritti civili e diritti sociali e delle libertà economiche;

in genere sono favorevoli ad una moderata regolamentazione dell'economia di mercato, nella quale vi è spazio per uno Stato che permetta anche ai meno abbienti di usufruire dei servizi di base attraverso un consolidato sistema di servizi pubblici.


Gli obiettivi nel dettaglio sono:
unioni civili
regolamentazione dell'economia di mercato attraverso livelli di tassazione media nel settore privato e tassazione progressiva non elevata sul reddito per un efficiente sistema di welfare state;
secolarismo;
laicità;
multiculturalismo;
divorzio
aborto, eutanasia, suicidio assistito e biotestamento
Diritti LGBT (matrimoni gay, adozioni per coppie dello stesso sesso e adozione del figlio del partner)...

Libertarismo

Il libertarismo (dal francese: libertaire, "libertario"; dal latino: libertas, "libertà") è un insieme di orientamenti politici in cui la libertà è vista come il più alto fine politico.[1]

Le posizioni dei libertari variano a seconda delle loro considerazioni sul diritto di proprietà e sulla natura delle persone e, sulle considerazioni delle funzioni legittime e del potere dello Stato o delle entità private, spesso chiedendo la limitazione o la dissoluzione delle istituzioni sociali considerate coercitive.

Gli studiosi distinguono i punti di vista libertari in libertarismo di sinistra e libertarismo di destra, sull'asse politico socialismo–capitalismo (rispettivamente sinistra–destra). Questa distinzione implica che i libertari provengono da contesti culturali e ideologici diversi, che possono anche essere in contrasto tra loro.
I libertari generalmente aderiscono alla teoria della proprietà di John Locke secondo la quale il lavoro legittima l'acquisizione della proprietà, tuttavia sono divisi riguardo alle conclusioni di questa teoria e accettano alcuni elementi mentre ne respingono altri; le opinioni fra destra e sinistra sono contrastanti sul tema.

Due sono i filoni più diffusi del libertarianismo: il miniarchismo, che raccoglie maggiori consensi tra i "libertarian", costituisce la corrente moderata, mira a ridurre lo stato ad uno Stato minimo;

l'anarcocapitalismo, che costituisce la corrente radicale, avversa ai compromessi costituzionalisti del liberalismo classico, ha come obiettivo invece la totale eliminazione dello Stato.

I miniarchisti prospettano uno Stato ridotto alla minima funzione di garante delle libertà individuali, ovvero lo Stato di diritto; tale corrente costituzionalista si rifà evidentemente ai pensatori originali del liberalismo, per esempio John Locke, e, in tempi più recenti, ad intellettuali del calibro di Friedrich von Hayek e Robert Nozick.

Per i sostenitori del miniarchismo, lo Stato è tenuto ad intervenire, in linea di massima, solo per garantire le libertà ed i diritti individuali, astenendosi dall'intervenire e normare qualsiasi altro aspetto della vita degli individui e della comunità, ovvero lo Stato quale guardiano notturno.
Gli anarcocapitalisti giudicano le proposte del miniarchismo incoerenti dal punto di vista teorico ed irrealizzabili sul piano concreto, in quanto lo Stato, in qualità di monopolista della forza armata e della legislazione, avrebbe nelle proprie mani tutti i poteri necessari per infrangere i limiti dello Stato "minimo" ed espandersi in ogni ambito, divenendo quindi inevitabilmente totalitario nel lungo periodo;

propongono invece il superamento completo del concetto stesso di Stato e di "cosa pubblica" con la realizzazione di un sistema di privatopie, entità territoriali auto-organizzate nei limiti delle libertà individuali in grado di fornire servizi in regime di libero mercato e sviluppate secondo un sistema di adesione volontaria alle regole che ogni comunità stabilisce autonomamente.

Il sistema delle privatopie esclude a priori l'esistenza di Stati nazionali e soprattutto entità sovranazionali, ammettendo unicamente la diffusione di una capillare e interattiva rete di piccole comunità private. Il principale punto di riferimento intellettuale della corrente anarcocapitalista è Murray Newton Rothbard. All'interno di questa visione radicale, gli anarcocapitalisti intendono privatizzare, o meglio porre su un mercato libero, anche quei settori come l'amministrazione della giustizia, la sicurezza e l'ordine pubblico che perfino i liberali classici considerano essere prerogative da poter o dover lasciare allo Stato; in questo senso va letta la loro idea di individualismo anarchico. I libertari, d'altro canto, rigettano totalmente le accuse che vengono loro rivolte indistintamente dagli altri schieramenti politici, sia conservatori che progressisti, argomentando che in tutta la storia della civiltà umana, se proprio vi è un colpevole di violazione dei diritti umani, questi è soprattutto lo Stato.

E infatti proprio il potere astratto ed illimitato dell'autorità statale è stato il principale mezzo con cui piccoli gruppi di potere o addirittura singoli individui hanno potuto, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, realizzare forme di governo tiranniche, soverchianti e contrarie alle più elementari regole di pacifica convivenza civile o reiterare arbitrariamente la violazione del diritto di autodeterminazione di ogni essere umano, tra cui vi sono gli interventi armati contro altre popolazioni, minoranze o addirittura nazioni, sistematicamente portate avanti in nome di uno specifico ordine sociale da raggiungere e da imporre a tutti o in nome di una generica sicurezza e stabilità nazionale, il famigerato "bene comune". Laddove, quindi, i tradizionali sostenitori dello Stato vedono in questo un'alta e possibilmente equa autorità garante dei diritti individuali, senza il quale sarebbe impossibile contenere lo spirito egoistico umano, che in un contesto anarcocapitalista non avrebbe freni né argini per manifestarsi,

i libertari pongono invece maggior fiducia nello spirito cooperativo dell'umanità, rammentando che le stesse idee di collaborazione volontaria, libertà e uguaglianza davanti alla Legge sono nate dal basso, ovvero sono sorte spontaneamente dalla creatività mentale dei singoli e dal bisogno di scambiare e condividere pacificamente per raggiungere un vantaggio reciproco, non certo imposte dall'alto per "decreto intellettuale" da una presunta autorità garante della ragione e della buona convivenza giusta e pacifica.

Il libero mercato, dunque, essendo per l'appunto una manifestazione spontanea ed originale dello spirito di cooperazione umano, da intendere come la volontà organica e orizzontale di una comunità di individui di determinare, ognuno per se stesso, il corso della propria vita, vivrebbe per necessità di autoregolazione, che nella visione libertaria di destra corrisponde agli assiomi morali di autoproprietà e non aggressione
...

Meritocrazia

La meritocrazia (neologismo coniato dal sociologo britannico Michael Young nel romanzo distopico L'avvento della meritocrazia del 1958) è un concetto usato in origine per indicare una forma di governo distopica di estrema disuguaglianza economica e sociale nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua attitudine al lavoro.[1][2] A questo uso iniziale negativo del termine si è affiancata col passare del tempo un'accezione positiva, tesa a indicare una forma di governo dove le cariche pubbliche, amministrative, e qualsiasi ruolo o professione che richieda responsabilità nei confronti di altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza a lobby, o altri tipi di conoscenze familiari (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).
Malgrado la connotazione originariamente negativa, nel tempo il termine si è affermato anche con una connotazione positiva ritenendolo un buon sistema sociale[3].
I sostenitori della meritocrazia argomentano che un sistema meritocratico è più giusto e più produttivo degli altri sistemi, e che garantisce la fine di discriminazioni fondate su criteri arbitrari quali il sesso, la razza e le origini (o le appartenenze) sociali.

D'altro canto i detrattori della meritocrazia argomentano, al contrario, che l'aspetto distopico centrale dell'idea di Young — l'esistenza di una classe meritocratica che monopolizzi l'accesso e i simboli del potere, nonché il metodo stesso di determinazione del merito — consiste proprio nell'introduzione di nuove forme di discriminazione e, quindi, in una perpetuazione del potere, dello status sociale e dei privilegi da parte di chi si vede riconosciuti un elevato quoziente intellettivo e lo sforzo.
Le meritocrazie si basano su questi principi di governo: - il collocamento del lavoro viene conferito secondo esperienza e competenza - sulla condizione dell'opportunità di accesso al lavoro in base alla domanda. - la previsione di qualcuno che specifichi i premi per l'adempimento del lavoro.

Multicomunitarismo

Il modello dello Stato-multinazionale definisce il concetto di multicomunitarismo come uno stato formato da più comunità, ognuna consapevole della propria identità etnica, dimostrando il desiderio di supremazia razziale.
Il multicomunitarismo si differenzia dal multiculturalismo in quanto in quest'ultima diverse etnie vivono in un contesto sociale in maniera più o meno integrata. Un esempio di stato multinazionale è il regno del Belgio in cui coesistono l'etnia fiamminga e quella vallone.

Nazionalsocialismo

Il nazionalsocialismo, chiamato anche nazismo[1], talvolta anche hitlerismo[2], è stata un'ideologia di estrema destra che ha avuto la propria massima diffusione in Europa, nella prima metà del XX secolo[3]. Si caratterizza per una visione nazionalista del socialismo radicale, populista[4], statalista[5][6][7][8][9][10][11][12], collettivista[13][14][15][16][17], razzista[18] e totalitaria[19]. Nacque subito dopo la prima guerra mondiale in Germania.....

Nazionalismo cattolico

Il nazionalismo cattolico è una dottrina e un movimento politico nazionalista e cattolico[1] fondato nella filosofia tomista, la dottrina sociale della Chiesa e il cattolicesimo sociale. In generale le sue posizioni coincidono con quelle della Chiesa cattolica. E, in particolare, con la visione sociale e politica dei Papi Leone XIII, San Pio X, Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII.

Neofascismo

Il neofascismo è un insieme di movimenti sociali o politici nati dopo la seconda guerra mondiale con l'intento di rianimare e attuare, parzialmente o totalmente, l'ideologia fascista. Secondo lo storico Renzo De Felice, durante la guerra fredda questi movimenti assorbirono e presero il posto del fascismo, favoriti in ciò dalla strategia geo-politica dell'Alleanza Atlantica che in tali gruppi vedeva un argine efficace all'espansione comunista.[1] In Italia la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione del partito fascista, mentre la legge Scelba del 1952 sanziona l'apologia del fascismo. La legge Mancino del 1993 punisce anche l'utilizzo di simbologie legate ai sopra citati movimenti politici....

Ordoliberalismo

L'ordoliberalismo (Ordoliberalismus in tedesco) è una variante del pensiero liberale nata e sviluppata dalla scuola economica di Friburgo: esso si basa sul presupposto che il libero mercato ed il laissez faire da soli non siano in grado di garantire né il mantenimento della concorrenza né l'equità sociale e le pari opportunità per gli individui. Lo Stato pertanto deve fornire un quadro giuridico, un ordine di regole attraverso cui l’economia di mercato possa funzionare: tutelando la proprietà privata e la libera iniziativa privata, stabilizzando la moneta e assicurando un livello minimo e universale di protezione sociale. La teoria ordoliberale afferma che lo Stato deve creare e mantenere un ambiente economico favorevole per l'economia, mantenendo un sano livello di competizione tra le imprese private, e privatizzando i servizi pubblici, in modo da garantire il principio dell'uguaglianza di fronte alla legge[10], senza pretendere di perseguire l'uguaglianza sostanziale. La finalità dell'intervento pubblico non deve essere quella di dirigere i processi socio-economici ma solo di evitare il pericolo che, senza alcuna regolamentazione, possano emergere e formarsi monopoli o oligopoli, i quali non solo potrebbero sovvertire i vantaggi offerti dal libero mercato ma anche minare alla base le istituzioni[11]. Tema fondamentale della teoria ordoliberale è l'attribuzione di specifiche responsabilità ad istituzioni indipendenti: la politica monetaria dovrebbe essere affidata ad una banca centrale indipendente dal potere politico e avente lo scopo di garantire la stabilità della moneta ed un tasso di inflazione minimo mentre il governo ha la funzione di gestire la politica fiscale secondo il principio del pareggio di bilancio[12]. L'ordoliberalismo intende porsi come una terza via tra il liberalismo classico (che a causa del mancato ruolo regolatore dello Stato produce esiti caotici e anarchici) e le teorie dirigiste o collettiviste in cui lo Stato viceversa assume direttamente il controllo dei processi economici (nelle varie forme di pianificazione, assistenzialismo, protezionismo ecc.)....

Paternalismo

Il paternalismo in senso generale indica l'atteggiamento bonario e benefico di una persona d'autorità che però chiede in cambio, spesso implicitamente, il consenso intorno alla sua persona. Inteso nel suo significato storico, è una forma di governo in cui tutti i provvedimenti in favore della popolazione vengono affidati alla comprensione e alla buona volontà del sovrano nei confronti dello stesso popolo. Parte quindi dal presupposto che il sovrano sia in buona fede ed interessato al bene pubblico.

Populismo

Per populismo (in inglese populism; in russo народничество?, narodničestvo) si intende genericamente un atteggiamento e una prassi politica che mira a rappresentare il popolo e le grandi masse esaltandone valori, desideri, frustrazioni e sentimenti collettivi o popolari. Storicamente il termine nasce in riferimento ai movimenti socialisti e anti-zaristi nella Russia della seconda metà del XIX secolo (si veda populismo russo). Per lo più usato con accezione dispregiativa e quale sinonimo di demagogia, il termine è assai diffuso con riferimento al contesto latino-americano nella seconda metà del XX e nel XXI secolo, in maniera indifferenziata per gruppi di destra e di sinistra (si veda peronismo, chavismo), a indicare un rapporto diretto e spesso carismatico con le masse popolari.

Secondo la scienza della comunicazione
I movimenti e i politici populisti adottano due strategie mediatiche: "In primo luogo tendono a promettere politiche e provvedimenti di ogni genere con il chiaro intento di rassicurare i soggetti che si sentono esposti ai rischi derivanti dai cambiamenti socio-economici che potrebbero provocare una "deprivazione" rispetto alla condizione attuale o una frustrazione delle aspettative future"[21].

L'overpromising consegue risultati soprattutto in ordine a questa seconda preoccupazione ed è la risorsa più importante a disposizione degli outsider populisti[22], ma ad essa ricorrono anche i tradizionali attori politici[23]. Al contempo, i movimenti populisti mobilitano i propri seguaci contro le élite economiche e soprattutto politiche che sono perciò additate come responsabili delle difficoltà economiche e della marginalizzazione politica del popolo stesso[24].

La principale argomentazione da essi utilizzata è semplice, ma efficace perché immediata e, pertanto, mediaticamente trasmissibile all'opinione pubblica[25]: se le cose vanno male è perché i rappresentanti non fanno gli interessi del popolo[26]. Inoltre le argomentazioni populistiche si baserebbero molto sulla cosiddetta "post-verità"

Postdemocrazia

Una postdemocrazia (dal neologismo inglese post-democracy, coniato dal sociologo e politologo britannico Colin Crouch) è un sistema politico che, pur essendo regolato da istituzioni e norme democratiche, viene in effetti governato e pilotato da grandi lobby (ad es. società multinazionali o transnazionali) e dai mass media. Perciò l'applicazione delle regole democratiche nella prassi politica, sociale ed economica viene in realtà progressivamente svuotata. Secondo questa teoria politica le democrazie tradizionali rischiano di perdere parte dei loro caratteri costituenti a favore di nuove forme di esercizio del potere, prevalentemente oligarchiche. Il termine è comparso in particolare per definire una evoluzione in atto nel corso del XXI secolo in molte democrazie. Si tratta di un termine polemico, in quanto richiamerebbe l'attenzione su quelle democrazie riconosciute che stanno tuttavia perdendo alcuni dei loro principi fondamentali ed evolvendo verso regimi di tipo elitario. Il termine è stato proposto nel 2003 dal sociologo e politologo britannico Colin Crouch per presentare un'analisi sullo sviluppo delle democrazie all'inizio del terzo millennio. Nella sua pubblicazione Crouch prende in esame vari esempi per definire un tipo ideale di democrazia alterata in senso postdemocratico. Si sottolinea innanzitutto che la vita politica continua a svolgersi all'interno delle regole democratiche e pertanto non si tratta di uno stato anti-democratico.[1] Tuttavia, nella postdemocrazia descritta da Crouch, le occasioni di partecipazione per i cittadini vengono progressivamente ridotte a favore di altre forme decisionali. Acquistano un ruolo decisivo invece le burocrazie, i tecnocrati, gli organi intergovernativi, le lobby, le imprese economiche e i media. «Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall'integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici.[2]» Promotori di un'ideologia neoliberale e liberista, questi centri di potere tenterebbero di nascondere le differenze di classe, per legittimare più facilmente i propri interessi a scapito della collettività. In questa maniera essi favoriscono tuttavia anche la frustrazione e la disaffezione delle classi meno privilegiate, riducendo ulteriormente la domanda di partecipazione. Mentre i cittadini si allontanano dalla politica, il processo elettorale democratico si avvicina «a una campagna di marketing basata abbastanza apertamente sulle tecniche di manipolazione usate per vendere prodotti. Una caratteristica centrale della postdemocrazia secondo Crouch è il degrado della comunicazione politica, soprattutto dopo l'introduzione della televisione privata controllata da interessi commerciali e concentrata in poche mani. Come esempi per questa concentrazione di potere Crouch indica i magnati Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi. Esempi di partiti con caratteristiche postdemocratiche sono per Crouch il New Labour britannico, il movimento di Pim Fortuyn nei Paesi Bassi e Forza Italia. Secondo l'analisi di Crouch, «Silvio Berlusconi ha organizzato l'intera campagna elettorale del centrodestra alle elezioni politiche attorno al suo personaggio, disseminando ovunque sue gigantografie opportunamente ringiovanite, in forte contrasto con lo stile assai più partitocentrico che l'Italia aveva adottato dopo la caduta di Mussolini. Invece di usare questo argomento per contrattaccare, l'unica risposta immediata del centrosinistra è stata identificare un individuo abbastanza fotogenico tra i suoi leader allo scopo di imitare il più possibile la campagna di Berlusconi.

Progressismo

Il progressismo è una filosofia politica che sostiene il mutamento della società attraverso l'attuazione di politiche riformiste e innovatrici, perseguendo il progresso in campo sociale, politico ed economico.[1][2] È una filosofia tipica delle politiche di sinistra.[3][4][5]

Reputando gli avanzamenti negli ambiti della scienza, della tecnologia, dello sviluppo economico e dell'organizzazione sociale vitali per il miglioramento della condizione umana, il progressismo divenne molto significativo in Europa nel XVIII e XIX secolo, durante i quali, sotto la spinta di movimenti culturali come l'illuminismo e il positivismo, cominciò a diffondersi la convinzione che il continente stesse dimostrando come le nazioni potessero progredire da condizioni incivili alla civiltà attraverso il rafforzamento delle basi della conoscenza empirica come fondamento della società.

Figure cardinali dell'Illuminismo reputavano il progresso universalmente applicabile ad ogni contesto societario, e ritenevano che le idee a supporto dello stesso si sarebbero presto diffuse dall'Europa in tutto il globo.
Nella storia politica il termine appare con la rivoluzione francese del 1789, portavoce delle politiche illuministe della borghesia francese.
Secondo la definizione di Tullio De Mauro, "un partito progressista sostiene la possibilità del progresso e dell'evoluzione della società, ed è fautore di riforme che facilitino tale processo, in ambito politico – istituzionale, sociale, economico e civile".
I progressisti, infatti mirano a modificare gli assetti politici, economici e sociali tramite riforme graduali, progressive; il minimo comune denominatore è rappresentato dall'illuminismo, dal positivismo, dall'evoluzionismo e da una visione razionale in ambito politico, sociale ed economico. Si contrappone al conservatorismo della destra, che propugna una pratica politica conforme alla tradizione e ostile alle innovazioni, in particolare nell'ambito etico ed economico.

Data questa contrapposizione, storicamente vengono definite progressiste molte forze politiche schierate a sinistra, anche se oggi vengono considerate progressiste anche quelle miranti ad una terza via (Third Way). Negli anni il progressismo è diventato anche sinonimo di socialismo liberale e, seppur nato con origini diverse, riformismo. La tendenza è quella di unire il pensiero liberale e della proprietà privata, con le garanzie sociali offerte dal socialismo democratico. I progressisti si differenziano tanto dai conservatori, legati allo status quo,

come dai liberisti puri, e propugnano un'economia basata sul libero mercato ma con una forte azione sociale dello stato, volta a migliorare le condizioni di vita di aziende e persone, tramite una giusta redistribuzione della ricchezza.

Tuttavia sarebbe giusto dire che i progressisti più che ai conservatori si oppongono ai retrogradi (reazionari); frequenti i casi di esponenti progressisti rispettosi della tradizione e di esponenti conservatori liberali portatori di progresso.

Il progressismo si contrappone pure alle politiche comuniste, e in parte a quelle socialiste.

Tuttavia vale la pena ricordare che nel corso della storia del '900 a seguito di processi politici, economici e scientifici in nome del progresso o di una nuova umanità, terminati con gravi conseguenze, si è preferito sostituire il termine progresso e progressista con termini quali modernizzazione, rinnovamento e innovazione...

Radicalismo

Il radicalismo è una corrente ideologica sorta nel XVIII secolo all'interno del movimento liberale. I "radicali" rappresentavano l'ala più estrema dello schieramento liberale identificandosi nella sinistra liberale.[1] [2]

Essi proponevano riforme politiche appunto radicali in senso egualitario, tra le quali l'introduzione del suffragio universale, l'abolizione dei titoli nobiliari e, taluni, la repubblica.[3]

Inoltre, i radicali sostenevano la libertà di stampa e la rigida separazione tra Stato e Chiesa.


In Italia fu rappresentato dall'estrema sinistra storica e dal Partito Radicale Italiano.

Il radicalismo storico si caratterizza per la sua posizione intransigente rispetto a una serie di principi umanisti, razionalisti, laici, repubblicani e anticlericali, e per una visione più avanzata della società da una prospettiva liberale progressista con particolare attenzione ai diritti civili e ai diritti politici.
In molti Paesi europei infatti (si pensi a Regno Unito, Francia, Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi) alla fine dell'Ottocento la contrapposizione politica era tra conservatori e liberali.

I primi erano espressione dell'aristocrazia terriera,

i secondi, invece, raccoglievano gli intellettuali, la piccola e media borghesia, i piccoli contadini ed erano portatori di istanze di rinnovamento e ricambio economico-sociale.

All'interno del pensiero politico liberale, che solitamente si incarnava in partiti posizionati alla sinistra dello schieramento parlamentare, si formò una frangia particolarmente attenta alle questioni sociali. I sostenitori di liberalismo progressista e di sinistra vennero dunque chiamati radicali.
Con la nascita dei partiti socialisti e socialdemocratici, i radicali si sono di conseguenza spostati verso il centro-sinistra dello schieramento politico, mentre i liberali si spostarono verso il centro e in taluni casi verso il centro-destra (per esempio in Danimarca).

Sia i liberali sia i radicali vennero schiacciati tra i conservatori e le forze socialdemocratiche, tanto che in molti Paesi finirono per riunirsi in uno stesso partito.

Sebbene esistano ancora partiti "radicali", il termine "radicalismo" è stato soppiantato nel gergo politologico da liberalismo sociale, che sta appunto ad indicare le correnti di sinistra del liberalismo. In Italia l'esperienza politica del radicalismo può riferirsi, ad esempio, al Partito d'Azione o al Partito Repubblicano Italiano delle origini, nonché al partito Radicale storico erede dell'estrema sinistra di Felice Cavallotti.

Da quest'ultima esperienza hanno preso spunto alcuni membri della sinistra interna del Partito Liberale Italiano, tra i quali spiccava il nome di Marco Pannella, che diedero vita nel 1955 al Partito Radicale. Posizionatosi nell'alveo della "sinistra democratica", tale partito si è poi via via spostato verso il centro e, dagli anni novanta, come Lista Pannella, Lista Bonino e infine Radicali Italiani, ha abbracciato compiutamente il liberismo.[5][6]

I Radicali Italiani si autodefiniscono come "movimento liberale, liberista e libertario"[7], cioè come un partito liberale in materia di diritti civili e liberista in economia. Tra i partiti riconducibili alla storica tendenza del radicalismo storico in Europa e nel mondo si possono ricordare la Sinistra Radicale danese, il Partito Radicale e il Partito Radicale di Sinistra in Francia, il Partito Liberale Radicale svizzero e l'Unione Civica Radicale argentina.

Si tratta di partiti in gran parte socio-liberali, anche se alcuni, come il Partito Radicale francese e il Partito Liberale Radicale svizzero fanno ora parte del centro-destra nei loro Paesi, e altri, come l'Unione Civica Radicale e il Partito Radicale di Sinistra, hanno aderito all'Internazionale Socialista o al Partito del Socialismo Europeo. Sebbene sorti dopo l'epoca d'oro del radicalismo storico, molti partiti contemporanei che si proclamano socio-liberali hanno un forte legame ideale con tale tradizione (vedi partiti liberali progressisti)...

Regionalismo

In politica, il regionalismo è un'ideologia politica incentrata sullo "sviluppo di un sistema politico o sociale basato su una o più" regioni e / o gli interessi nazionali, normativi o economici di una specifica regione, gruppo di regioni o un'altra entità subnazionale, che guadagna forza o mira a rafforzare la "consapevolezza e lealtà verso una regione distinta con una popolazione omogenea", in modo simile al nazionalismo. Più specificamente, "il regionalismo si riferisce a tre elementi distinti: movimenti che richiedono l'autonomia territoriale all'interno degli stati unitari; l'organizzazione dello stato centrale su base regionale per la realizzazione delle sue politiche, comprese le politiche di sviluppo regionale; decentralizzazione politica e autonomia regionale". Le regioni possono essere delineate da divisioni amministrative, culturali, linguistiche e religiose, tra gli altri. I regionalisti mirano ad aumentare il potere politico e l'influenza disponibile per tutti o alcuni residenti di una regione...

Repubblicanesimo

Il repubblicanesimo è, genericamente, un'ideologia che sostiene il sistema politico repubblicano. Caratteristiche Jean-Jacques Rousseau Secondo la definizione generale, la repubblica è una forma di governo in cui le cariche pubbliche sono scelte con metodi diversi dalla trasmissione ereditaria (solitamente nomina o elezione) e non costituiscono proprietà privata di chi le detiene. Il termine - storicamente utilizzato per designare un particolare profilo presente nell'Illuminismo[1] ed in particolare nella religione civile di Rousseau[2] - si associa anche alle ideologie dei diversi partiti politici che utilizzano il nome di "Partito Repubblicano". Alcuni di essi sono proprio fondati sull'anti-monarchismo; nonostante portino il medesimo nome, i vari partiti repubblicani diffusi per il mondo hanno obiettivi e punti di vista abbastanza differenti, inseriti ciascuno nel proprio contesto. La concezione della libertà dei repubblicani differisce da quella dei teorici del liberalismo classico perché, se per quest'ultimi la via da seguire per garantire la libertà all'uomo è di preservarlo da quelle interferenze dello stato, del diritto e della morale che ne potrebbero pregiudicare la piena espressione, per i primi la vera libertà si ottiene sottraendo l'uomo dal giogo di quelle condizioni di dipendenza economica, culturale e sociale che ostacolano lo sviluppo della sua persona. In altri termini, secondo la concezione neo-repubblicana un uomo non può dirsi veramente libero se la sua vita è condizionata e influenzata negativamente da ostacoli, come la povertà e l'ignoranza, che ne riducono la possibilità di esprimere al meglio la propria personalità. Inoltre, secondo la concezione dei repubblicani è talvolta necessario restringere la libertà di un gruppo di cittadini per emanciparne un altro da una condizione di dipendenza. Un chiaro esempio di un intervento ispirato a un tale pensiero sono quelle leggi che proteggono i lavoratori dipendenti dagli abusi dei datori di lavoro, o quelle che impongono delle tasse per finanziare misure di stato sociale volte a migliorare le condizioni di chi vive in povertà....

Riformismo

Il riformismo, nelle scienze politiche, è una metodologia politica che, opponendosi sia alla rivoluzione sia al conservatorismo, opera nelle istituzioni, al fine di modificare l'ordinamento politico, economico e sociale esistente attraverso l’attuazione di organiche, ma graduali riforme.[1] Tendenzialmente, si definiscono riformisti i partiti di centro-sinistra, tra cui socialisti revisionisti,[2] socialdemocratici[3] e liberalsocialisti,[4] i quali si propongono di correggere (con vari strumenti come le proposte di legge in parlamento e i referendum) i difetti dell'economia capitalista. In Italia Filippo Turati, co-fondatore del Partito Socialista Italiano, tra i principali esponenti del socialismo riformista in Italia[11] Nella storia italiana della fine del XIX secolo il riformismo ha influenzato l'evoluzione del movimento socialista, di cui ha rappresentato la corrente più moderata, e i cui sostenitori ritenevano possibile una collaborazione fra i ceti proletari e la borghesia nell'ambito delle istituzioni parlamentari, allo scopo di favorire un progressivo miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, in particolare degli operai salariati.

Socialdemocrazia

La socialdemocrazia è una filosofia politica, sociale ed economica che promuove riforme in senso socialista, nella direzione di una maggiore giustizia sociale in un sistema politico pienamente liberal democratico e con un'economia mista orientata al capitalismo.[1][2][3][4]

Caratterizzata da un costante impegno a favore di politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche e sociali, sostiene dunque un efficiente modello di Welfare state comprendente misure per la redistribuzione dei redditi[5][6], il sostegno a servizi pubblici universalmente accessibili quali l'assistenza agli anziani e l'assistenza all'infanzia, un'istruzione di qualità, l'assistenza sanitaria e l'assicurazione dei lavoratori contro gli infortuni.
Emersa alla fine del diciannovesimo secolo, è generalmente associata al complesso delle fondamentali politiche di centro-sinistra e di sinistra dell'Europa settentrionale e occidentale durante la seconda metà del XX secolo[1] e si distingue da ulteriori forme di socialismo, cercando di umanizzare il capitalismo e creare le condizioni affinché porti a maggiori risultati democratici, egualitari e solidaristici, rifiutando categoricamente le teorie rivoluzionarie proprie del comunismo e del massimalismo
La socialdemocrazia sostiene la necessità di un programma di graduali riforme legislative del sistema capitalistico, al fine di rendere quest'ultimo maggiormente equo.
Si definiscono socialdemocratici partiti che si rifanno all'esperienza dei partiti socialisti nati alla fine del XIX secolo. Nella prassi contemporanea, pertanto, i partiti socialdemocratici sono formazioni progressiste, in genere aperte alle libertà personali e alla tutela non solo della classe lavoratrice ma anche del lavoro autonomo, e quindi aperto alle classi medie. I partiti socialdemocratici sono particolarmente forti nell'Europa settentrionale (Svezia, Norvegia e Danimarca) e in Germania. L'Internazionale Socialista definì la socialdemocrazia come la forma ideale di democrazia rappresentativa, che avrebbe potuto risolvere i problemi tipici della democrazia liberale.

Tale forma ideale si sarebbe raggiunta seguendo i principi del cosiddetto welfare state (traducibile in italiano con "stato del benessere").

Il primo di questi principi guida è la libertà, che non include solo le libertà individuali, ma anche la libertà dalla discriminazione e quella dalla dipendenza dai proprietari dei mezzi di produzione o dai detentori illegittimi del potere politico, così come la libertà di poter determinare il proprio destino.

Si aggiungono poi l'equità e la giustizia sociale, intese non solo come eguaglianza di fronte alla legge ma anche come equità socioeconomica e culturale, concedendo perciò a tutti gli esseri umani in quanto tali le medesime opportunità, a prescindere dalle loro differenze.

Infine, vi è una sorta di solidarietà che porta all'unità e a un senso di compassione (da intendersi, però, con accezione positiva) nei confronti delle vittime delle ingiustizie e delle disuguaglianze.

Obiettivi politici

Adeguato sistema di regolamentazione del settore privato con alta tassazione progressiva e tassazione fiscale alta, per il settore privato per una forte ed efficiente spesa pubblica nell'interesse delle classi meno abbienti e dei consumatori, basato sull'economia keynesiana.

Esteso sistema di sicurezza sociale finalizzato a limitare le conseguenze della povertà e a proteggere i cittadini dalla perdita di potere di acquisto a causa della disoccupazione o delle malattie (vedi welfare state).

Leggi per la tutela dell'ambiente.

Posizioni progressiste in materia di aborto, divorzio, unioni civili, matrimonio egualitario, adozione da parte di coppie dello stesso sesso, leggi anti omofobia, legalizzazione di cannabis sia a uso terapeutico che ricreativo, prostituzione, immigrazione, multiculturalismo e eutanasia, suicidio assistito, testamento biologico, femminismo.

Miglioramento del sistema capitalista tramite riforme, con l'ipotesi di poter gradualmente migliorare il sistema e quindi anche la globalizzazione. Coerente politica estera a sostegno delle istituzioni europeiste e internazionali (come l'ONU).

Equità fra sistema statale e privato. Infatti i socialdemocratici sono favorevoli alle statalizzazioni.
Laicismo.
Secolarismo.
Diritti civili e diritti umani.

Socialfascismo

Socialfascismo è il termine usato dall'Internazionale Comunista (Comintern), tra gli anni 1920 e 1930, per denominare spregiativamente i riformisti e i socialdemocratici. Espresse anche una precisa linea politica del movimento comunista internazionale, adottata dal VI Congresso dell'Internazionale Comunista nel 1928: per oltre un quinquennio la concezione del socialfascismo, che sarebbe stata dettata dalla fine della "stabilità capitalista" e dall'inizio del "terzo periodo", fu diffusa e imposta a tutti i militanti comunisti, determinando la loro autoesclusione dalle organizzazioni unitarie dei partiti antifascisti[1]. Con l'avvio della fase dei fronti popolari deciso dal VII Congresso, questa teoria venne rinnegata dallo stesso Comintern che l'aveva precedentemente promossa. Definizione di "socialfascismo" Dopo l'affermazione del fascismo in Italia (1922) e di governi di destra in molti paesi europei, con un netto cambio di impostazione teorica l'Internazionale comunista accusa i partiti socialisti europei di costituire non tanto "l'ala destra del proletariato", quanto "l'ala sinistra della borghesia", che, secondo i comunisti aderenti alla linea di Stalin, usava alternatamente fascismo e socialdemocrazia come strumenti di politiche antipopolari e anticomuniste. In alcuni casi, per socialfascismo si intendeva poi il collaborazionismo (reale o supposto) dei partiti socialdemocratici e riformisti nei confronti dei regimi nazifascisti nati in Italia, Austria, Germania e, più tardi, in Spagna. In questi paesi e in tutto il mondo industrializzato, secondo la dottrina uscita maggioritaria dal VI congresso del Comintern, i socialisti moderati avevano scoraggiato qualsiasi tentativo di rivoluzione, svolgendo una funzione antirivoluzionaria e revisionista...

Socialismo

Il socialismo è un complesso di ideologie, movimenti e dottrine legato a orientamenti politici di sinistra tendente a una trasformazione della società finalizzata a ridurre le disuguaglianze fra i cittadini sul piano sociale, economico e giuridico. Originariamente tutte le dottrine e movimenti di matrice socialista miravano a perseguire i propri obiettivi attraverso l'abolizione delle classi sociali e la soppressione totale della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. Fino al 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. In quell'anno, nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, si opera la distinzione tra "socialismo utopico" e "socialismo scientifico", il solo, quest'ultimo, che secondo Marx ed Engels può garantire la transizione verso una fase successiva, il "comunismo", per evidenziarne polemicamente le differenze con il primo. Per socialismo si intende uguaglianza formale con l'obiettivo di raggiungere anche quella sostanziale. Nel pensiero marxista, il socialismo e il comunismo divennero due fasi della rivoluzione: la fase socialista, cioè quella delle statalizzazioni, che facevano parte della dittatura del proletariato, che si realizzava in un nuovo concetto di Stato, diverso da quello borghese; poi la fase comunista, che prevedeva l'abolizione delle classi, intesa come libera associazione di tutti. Contrariamente all'anarchismo, che fin dall'inizio prevedeva una abolizione di qualsiasi organizzazione statale, questa concezione di Karl Marx prevedeva quindi due fasi: la dittatura del proletariato e la società senza classi. La seconda fase fu abbandonata quasi subito dai regimi del socialismo reale. Originariamente infatti nella fase comunista si prevedeva la dissoluzione dello Stato, perché considerato a quel punto inutile: i beni e i mezzi di produzione erano tornati alla collettività.....

Socialismo cristiano

Il socialismo cristiano è una posizione politica, religiosa e culturale che si propone di coniugare i principi fondamentali del socialismo democratico con il solidarismo cristiano-sociale, considerata anche filosofia morale da determinate aree socialdemocratiche.[1] Può essere ricondotto alla famiglia dei socialismi religiosi. Attualmente tale corrente è significativa in America Latina, dove talvolta soggetti di ispirazione cristiana sono inoltre legati agli insegnamenti della Teologia della Liberazione. Ancora oggi numerosi gruppi di socialisti cristiani hanno piena agibilità nei partiti aderenti all'Internazionale Socialista e al Partito del Socialismo Europeo...

Socialismo democratico

Il socialismo democratico è un'ideologia politica che sostiene la possibilità di pervenire al socialismo tramite la democrazia. La forma di governo di uno Stato governato secondo i principi di questa ideologia può definirsi "stato socialista democratico", in cui, a differenza dello "Stato socialista reale" con monopartitismo, vengono mantenute inalterate le libertà civili e politiche.[1][2] Nell'ambito dei paesi dell'ex blocco sovietico, si parlò di "socialismo dal volto umano" per l'esperienza di socialismo democratico, rispettoso dei diritti civili, attuato durante la Primavera di Praga, in contrapposizione al socialismo autoritario dell'URSS (socialismo reale o socialismo scientifico di stampo marxista-leninista).[3] L'espressione "socialdemocrazia" indica generalmente un'ideologia riformatrice che accetta il capitalismo e le sue dinamiche, temperandole con un solido sistema di Stato sociale, a metà strada tra socialismo e liberalismo sociale. Nel socialismo democratico, invece, l'obiettivo finale è ottenere il superamento del capitalismo e l'instaurazione di una società socialista; lo stesso obiettivo è perseguito dal socialismo rivoluzionario e dal comunismo, anche se tramite la rivoluzione e non i mezzi legali delle elezioni parlamentari (queste vengono viste solo come un possibile passaggio verso una spontanea rivoluzione popolare, contrapposta alla rivoluzione centralista del partito leninista e dei "rivoluzionari di professione").[2] Nella comune accezione europea, socialismo democratico e socialdemocrazia sono termini frequentemente usati quali sinonimi della medesima posizione culturale e politica, come accadde nel Partito Socialista Democratico Italiano....

Terza via

La locuzione terza via (in inglese: Third Way) si riferisce a diverse posizioni politiche trasversali impegnate nell'elaborazione di una moderna posizione intermedia tra neoliberalismo e socialdemocrazia – da non confondere con il centrismo, termine riconducibile ad un concetto maggiormente ampio – al fine di individuare un efficace compromesso di giustizia sociale, pari opportunità, valorizzazione del merito, dell’iniziativa privata, tra le politiche economiche laissez-faire e quelle interventiste.[1]

Essa nasce dall'esigenza di analizzare compiutamente gli esiti delle politiche economiche di stampo keynesiano, che avevano precedentemente generato dubbi a causa di un eccessivo interventismo da parte dello Stato, e quelle neoliberiste sviluppatesi a partire dagli anni ottanta[2], in una fase ormai avviata alla globalizzazione, combinandole fra loro e sviluppate da alcuni partiti socioliberali e socialdemocratici.

Questa concezione politica supporta il raggiungimento di un egualitarismo nella società odierna attraverso un'azione diretta per aumentare la distribuzione di abilità, capacità e mezzi di produzione e allo stesso tempo rifiutare la redistribuzione delle ricchezze tra classi sociali[10].

Enfatizza così l'impegno su:

il raggiungimento del pareggio di bilancio, fornendo così pari opportunità, ponendo inoltre accento sulle responsabilità morali degli individui;

la decentralizzazione del potere governativo al minor livello possibile;

l'incoraggiamento di più possibili accordi economici tra funzioni pubbliche e private, cercando il più possibile di non ricorrere all'uso della manodopera, così investendo nello sviluppo umano e nella ricerca

oltre al miglioramento dei mezzi di produzione; la protezione del capitale sociale insieme alla salvaguardia ambientale
[11][12]. Specifiche definizioni delle politiche della terza via possono differire tra Europa e Stati Uniti d'America. In Italia alcune politiche caratteristiche della terza via sono state sostenute da alcuni esponenti politici provenienti da partiti centristi e socioliberali, tra cui Forza Italia, Rinnovamento Italiano e Nuovo PSI, così come successivamente La Margherita e Democratici di Sinistra, i due partiti confluiti nel Partito Democratico, il quale adottò nel 2008 una Carta dei Valori che sostiene proprio le politiche della terza via, propugnate in particolar modo durante la segreteria di Matteo Renzi.[18][19] I maggiori sostenitori delle politiche della terza via sono attivi prevalentemente nel partito Italia Viva. La terza via è stata promossa dai suoi esponenti come un'alternativa radicale e centrista tra capitalismo e forme tradizionali di socialismo,[23] quindi sostenitrice di idee come il socialismo etico, il riformismo e il gradualismo, il quale include l'umanizzazione del capitalismo, un'economia mista, un pluralismo politico e una democrazia liberale.[23] Questa posizione è stata presentata dai suoi promotori come "socialismo competitivo" – un'ideologia che si pone a cavallo tra il socialismo tradizionale e il capitalismo,[24] in maniera del tutto analoga al socialismo liberale, che propone di unire socialismo democratico e liberalismo classico.

I due termini sono spesso usati come sinonimi[25], ma tale utilizzo è improprio: gli esponenti del socialismo liberale, infatti, propongono anche forme di regolamentazione economica e redistribuzione della ricchezza come metodi utili al raggiungimento di una maggiore uguaglianza sociale, opzioni che sono state rifiutate, oltre che non contemplate, dagli esponenti della terza via...

Fede

La fede è definibile come l'adesione a un messaggio o un annuncio fondata sull'accettazione di una realtà invisibile, la quale non risulta cioè immediatamente evidente, e viene quindi accolta come vera nonostante l'oscurità che l'avvolge.[1] La fede consiste pertanto nel «ritenere possibile» quel che ancora non si è sperimentato o non si conosce personalmente.

Sapienza (filosofia)

La sapienza (dal latino sapientia, derivato di sapiens -entis «sapiente, saggio»), o sofia (dal greco σοφός, che significa «intelligenza, saggezza»), è un concetto filosofico con il significato di possesso teorico di approfondita scienza e capacità morale di saggezza (φρόνησις, phronesis)[1]. Il concetto è usato inoltre nell'esoterismo (gnosticismo) e in religione (ebraismo, dove è chiamato Achamoth, e cristianesimo, dove è chiamata Sapienza o Santa Sophia).

Conoscenza

La conoscenza è la consapevolezza e la comprensione di verità, fatti o informazioni ottenute attraverso l'esperienza o l'apprendimento (a posteriori), ovvero tramite l'introspezione (a priori).[1] La conoscenza è l'autocoscienza del possesso di informazioni connesse tra di loro, le quali, prese singolarmente, hanno un valore e un'utilità inferiori.[2]... "Conoscenza" è un termine che può assumere significati diversi a seconda del contesto, ma ha in qualche modo a che fare con i concetti di significato, informazione, istruzione, comunicazione, rappresentazione, apprendimento e stimolo mentale. La conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione. Entrambe si nutrono di affermazioni vere, ma la conoscenza è una particolare forma di sapere, dotata di una sua utilità. Mentre l'informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare, e quindi può in qualche modo essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc.), la conoscenza esiste solo in quanto c'è una mente in grado di possederla. In effetti, quando si afferma di aver esplicitato una conoscenza, in realtà si stanno preservando le informazioni che la compongono insieme alle correlazioni che intercorrono fra di loro, ma la conoscenza vera e propria si ha solo in presenza di un utilizzatore che ricolleghi tali informazioni alla propria esperienza personale. Fondamentalmente la conoscenza esiste solo quando un'intelligenza possa essere in grado di utilizzarla. In filosofia si descrive spesso la conoscenza come informazione associata all'intenzionalità.

Religione

La religione è un complesso di credenze, vissuti, riti che coinvolgono l'essere umano, o una comunità, nell'esperienza di ciò che viene considerato sacro, in modo speciale con la divinità, in sintesi: "la Religione [...] è una credenza, o un insieme di credenze, relativa all'esistenza di una realtà ultrasensibile, ultraterrena e sovrannaturale";[1] oppure è quell'insieme di contenuti, riti, rappresentazioni che, nell'insieme, entrano a far parte di un determinato culto.[2] Va tenuto presente che «il concetto di religione non è definibile astrattamente, cioè al di fuori di una posizione culturale storicamente determinata e di un riferimento a determinate formazioni storiche».[2] Lo studio delle "religioni" è oggetto della "Scienza delle religioni" mentre lo sviluppo storico delle religioni è oggetto della "Storia delle religioni". Esistono numerose posizioni a proposito della religione. In Occidente, si sono affermate due posizioni principali: teiste (che credono in divinità), per esempio il cristianesimo o le religioni pagane che venerano divinità. ateiste (che non credono in divinità), per esempio qualsiasi comportamento reiterato che segue principi e valori oppure il buddhismo.

Il termine religione deriva dal latino relìgio, la cui etimologia non è del tutto chiarita[3]. Il verbo religere (dal latino religāre) significa legare, ossia legarsi a principi e/o valori

Monoteismo

Per monoteismo (dal greco μόνος, "unico, solo" e θεός, "dio") si intende la fede in una sola divinità identificata, in lingua italiana, con il termine Dio. Più propriamente, però, i monoteisti attribuiscono connotati di "personalità" al proprio Dio, tali da differenziarlo dalle altre divinità, che non sarebbero altro che semplice creazione umana (monoteismo esclusivo) o altre forme dello stesso Dio (monoteismo inclusivo). Spesso si è avuta un'evoluzione: da un culto di tipo enoteistico, dove i fedeli accettano l'esistenza di altri dei stranieri, ma adorano solo ed esclusivamente il loro Dio, a quello monoteistico.

Panteismo

Il panteismo (πάν (pán) = tutto e θεός (theós) = Dio, vuol dire letteralmente "Dio è Tutto" e "Tutto è Dio") è una visione del reale per cui ogni cosa è permeata da un Dio immanente e non trascendente o per cui l'Universo o la natura sono equivalenti a Dio (Deus sive Natura). Definizioni più dettagliate tendono ad enfatizzare l'idea che la legge naturale, l'esistenza e l'universo (la somma di tutto ciò che è e che sarà) siano rappresentati nel principio teologico di un 'dio' astratto piuttosto che una o più divinità personificate di qualsiasi tipo. Questa è la caratteristica chiave che distingue il panteismo dal panenteismo e dal pandeismo. Ne deriva che molte religioni, pur reclamando elementi panteistici, sono in realtà per natura più panenteiste e pandeiste. Michael Levine, nel suo libro Panteismo, lo definisce «una concezione non-teistica della divinità».[1] In senso lato, con "panteismo" si intende ogni dottrina filosofica che identifichi Dio con il mondo o con il principio che lo regge. Per l'esattezza, il concetto di Dio-Uno-Tutto si presenta in due versioni: quella "cosmistica", la quale afferma "Dio è nel Tutto", e quella "acosmistica" (il termine è di Hegel), la quale afferma "Il Tutto è in Dio". Nel primo caso, come nello stoicismo, Dio impregna e pervade l'universo in ogni sua parte; nel secondo caso, come nello spinozismo, l'universo in ogni sua parte rifluisce e si scioglie in Dio, quale Uno-Tutto Fuoco.

Politeismo

Con il termine politeismo si individuano e si classificano nella storia delle religioni quelle dottrine che ammettono l'esistenza di più entità destinatarie di un culto[1]. Il politeismo esprime un sentimento religioso che di solito si contrappone a tutte le religioni monoteiste che si identificano nelle quattro religioni storiche dello zoroastrismo, dell'ebraismo, del cristianesimo, dell'islam. Si crede che sia originato nei territori della Mesopotamia circa 5000 anni fa. Un'altra teoria dell'origine di questa religione è sui territori dell'attuale India, nel 2500 a.C.

Enoteismo

L'enoteismo (dal greco antico εἷς/heîs[1] "uno" e θεός/theós "dio"), termine coniato da Friedrich Schelling,[2] indica un tipo di religiosità che prevede la preminenza di un dio su tutti gli altri, tale da accentrare su di esso tutto il culto; è pertanto una forma di culto intermedia tra politeismo e monoteismo, in cui è venerata in particolar modo una singola divinità, senza tuttavia negare l'esistenza di altre divinità, di cui però di solito è sottolineata l'estraneità e/o l'inferiorità.

Ateismo

L'ateismo (in greco antico: ἄθεος?, àtheos, composto da α- privativo, senza, e θεός, dio, letteralmente senza dio) è la posizione di chi non crede nell'esistenza di Dio[3][4][5][6][7][8][9][10], opposta al teismo e al panteismo in generale, al politeismo e al monoteismo in particolare. Si definisce ateo chi non crede in alcuna divinità negandone la pretesa specifica esistenza come realtà trascendente l'uomo.[4][5][6][11] La definizione del termine tuttavia è molto dibattuta, in particolare per quanto concerne l'inclusione o l'esclusione della posizione degli agnostici nell'ombrello dell'ateismo. Al riguardo esistono differenti posizioni a tutti i livelli del dibattito, da quello filosofico[4] fino a quello comune. Va inoltre sottolineato che il termine non nasce per una auto-identificazione di chi ha preso una posizione ma piuttosto, storicamente, venne inizialmente usato per descrivere la posizione di coloro che, anche quando teisti, non credevano nel dio di colui che li additava come "senza dio". Nell'antichità infatti il termine «ateo» era spesso usato con accezione negativa dai credenti in una religione per indicare persone di un credo diverso;

Agnosticismo

L'agnosticismo (dal greco antico ἀ- (a-), "senza", e γνῶσις (gnōsis), "sapere", "conoscenza") è un atteggiamento concettuale con cui si sospende il giudizio rispetto ad un problema, poiché non se ne ha, o non se ne può avere, sufficiente conoscenza. In senso stretto è l'astensione dal giudizio sulla questione dell'esistenza o meno di una qualche entità divina. L'agnostico afferma cioè di non sapere la risposta, oppure afferma che non è umanamente conoscibile una risposta e che per questo non può esprimersi in modo certo sul problema esposto.[1][2][3][4][5] Nello specifico questa posizione è solitamente assunta rispetto al problema della conoscenza di Dio. In forme del tutto secondarie e in disuso può anche riguardare l'etica, la politica o la società.... Secondo Thomas Henry Huxley "L'agnosticismo è l'essenza della scienza, sia antica che moderna." Significa semplicemente che un uomo non deve dire di conoscere o credere ciò di cui non ha motivi scientifici per professare di conoscere o credere. Di conseguenza, l'agnosticismo mette da parte non solo la maggior parte della teologia popolare, ma anche la maggior parte della semplice anti-teologia.

Irreligiosità

Il termine irreligiosità o irreligione (da non confondere con laicità) indica genericamente l'assenza di religione, la mancanza di religiosità o indifferenza verso di essa, oppure il rifiuto o l'ostilità nei confronti d'ogni sua forma.... Irreligiosità, nella sua accezione più ampia, designa tutte le opinioni filosofiche ed etiche che rifiutano il principio di qualunque credenza soprannaturale o paranormale, adorazione di una o più divinità, pratica spirituale e/o culto. Il termine comprende diverse correnti di pensiero, ognuna differente dalle altre: ateismo, agnosticismo, deismo, panteismo, scetticismo filosofico, libero pensiero, laicismo e altre ancora. Quando caratterizzata da un rifiuto deciso di una qualsiasi fede, l'irreligiosità include l'ateismo e l'umanesimo secolare (cfr. secolarismo); quando è invece caratterizzata da un'ostilità verso la forma religiosa include l'antiteismo, l'anticlericalismo e l'opposizione antireligiosa; quando infine è caratterizzata da semplice indifferenza può includere l'apateismo. Se invece si caratterizza come assenza di credenza religiosa, può includere anche l'agnosticismo, l'ignosticismo ed il nonteismo, oltre allo scetticismo filosofico ed al libero pensiero.

Credenza

Una credenza è «l'atteggiamento di chi riconosce per vera una proposizione»,[1] ammettendone la validità sul piano della verità oggettiva, nel senso che credere in un enunciato p equivale ad affermare che p è vero, o quantomeno che ci sono buone ragioni per affermare che p è vero[2]: secondo quest'accezione, ne risulta una differenza di significato rispetto alla nozione di certezza e a quella di dubbio: «La credenza, in senso filosofico generale, è l'atteggiamento soggettivo di assenso verso una nozione o una proposizione, delle quali non implica né esclude necessariamente la validità oggettiva: si distingue dal dubbio, che sospende l'assenso, e dalla certezza, in cui l'assenso si fonda sull'evidenza oggettiva dell'assunto.» ("Enciclopedia della filosofia", De Agostini, 2000, p. 187) L'implicazione da parte di una credenza della sua validità oggettiva è in ogni caso un argomento dibattuto.

Noncredenza

La noncredenza è la negazione di qualunque credenza religiosa o soprannaturale, ma il termine ha interessato prevalentemente il mondo cristiano (e cattolico in particolare) a cominciare dal linguaggio religioso stesso e dalla sua dialettica discorsiva che tende a non usare più il termine di ateismo per indicare quelli che non credono, ma piuttosto di noncredenza in un'accezione molto generica.... Tale scelta potrebbe giustificarsi per il fatto che, mentre l'ateismo ha avuto perlopiù carattere materialistico, la noncredenza non è preliminarmente materialista e non nega affatto l'esistenza dello spirito e della spiritualità. Non è un caso che molti buddhisti e taoisti si identifichino nella noncredenza. Essa è in realtà una categoria (secondo una recente definizione[1]) che include tutte le forme implicanti il rifiuto della credenza religiosa, quindi: scetticismo estremo, agnosticismo, spiritualismi irreligiosi, ateismo.

Dubbio

Il dubbio è una condizione mentale, nota sin dall'antichità, per la quale si cessa di credere a una certezza, o con cui si mette in discussione una verità o un enunciato.

Incredulità

L'incredulità è, come indica l'etimologia stessa del termine, il non prestar fede, avere difficoltà a credere, la diffidenza ad accettare qualcosa per vero in senso molto generico. Più nello specifico, se ciò cu si riferisce è una verità religiosa, si tratta del non-riconoscimento di essa e la non accettazione delle premesse a base di tale verità. L'incredulo "relativamente alla religione" è allora colui che si astiene dall'assenso ai fondamenti dottrinari che stanno alla base di una certa religione o perché aderisce a quelle di un'altra. Quando una persona non aderisce ad alcuna religione è più frequente l'espressione di "non-credente", poiché la noncredenza è la categoria filosofica di riferimento per chi non ha alcuna fede religiosa istituzionalizzata. Sinonimo di incredulità religiosa non è perciò miscredenza, che letteralmente significa "anti-credenza" in senso forte, bensì "non-credenza".

Teismo

Il teismo, nell'accezione più ampia, è la credenza che esista almeno una divinità[1]. Più specificamente, il teismo è comunemente una dottrina monoteistica riguardante la natura di una divinità e il rapporto tra quest'ultima e l'universo[2][3][4][5]. In tale senso specifico, il teismo concepisce Dio come personale, presente e attivo nel governo e nell'organizzazione del mondo e dell'universo; descrive così la concezione classica di Dio che si trova nel cristianesimo, nell'ebraismo, nell'islam, nel sikhismo e nell'induismo. L'uso del termine "teismo" per indicare questa forma classica di monoteismo ebbe inizio durante la rivoluzione scientifica del XVII secolo per distinguerlo dall'allora emergente deismo, il quale sosteneva che Dio, sebbene trascendente e supremo, non interviene nel mondo naturale e potrebbe essere conosciuto per via razionale, non tramite una rivelazione[6]. Il termine "teismo" deriva dal greco theòs, ossia "dio".

Sincretismo

Il sincretismo può essere considerato un'unione e fusione di elementi ideologici già inconciliabili, attuata in vista di esigenze pratiche di carattere culturale, filosofico o religioso, appartenenti a due o più culture o dottrine diverse. Il termine è applicato soprattutto nella scienza e storia delle religioni, in cui indica quel complesso di fenomeni e concezioni costituite dall'incontro di forme religiose differenti.

Mitologia

La mitologia è la disciplina che studia i miti appartenenti alle diverse religioni. Questi possono concernere principalmente tre argomenti: l'origine del mondo; l'origine dell'uomo; l'origine del popolo che ha elaborato il mito stesso e i rapporti con le sue divinità. Con lo stesso termine si indica, oltre alla disciplina, anche l'oggetto di studio, ovvero il complesso delle credenze mitiche di ciascuna cultura. Disciplina considerata fenomeno culturale assai complesso, la mitologia può essere analizzata sotto diverse prospettive; il suo corpus è comunque dato dall'insieme di narrazioni orali o letterarie e da drammatizzazioni e rappresentazioni di tipo figurativo che mettono a fuoco le vicende di personaggi esterni al tempo inteso in senso storico. L'intersecarsi, il comporsi ed anche lo scomporsi ed il successivo ricomporsi delle vicende mitologiche che è possibile vedere sotto una diversa prospettiva a seconda di una narrazione o rappresentazione rispetto ad un'altra costituiscono il patrimonio fondativo di una determinata cultura e di un popolo. Ciò è sempre in qualche modo in rapporto con la sfera del sacro e del divino, per questa ragione il confine tra mitologia e teologia è molto labile e talvolta indistinguibile.

Libertà religiosa

La libertà religiosa è la libertà di cambiare religione o di non professarne alcuna, di manifestarla nell'insegnamento, nella pratica, nell'adorazione e nell'osservanza, conservando gli stessi diritti dei cittadini che hanno fede differente. Comprende quindi anche il diritto, per i gruppi religiosi, di testimoniare e diffondere il proprio messaggio nella società, senza per questo essere oggetto di disprezzo o di persecuzione. Le Nazioni Unite hanno tutelato espressamente la libertà religiosa nell'art. 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.. In Italia la Costituzione tutela questo diritto agli articoli 3, 7, 8, 19, 20, 21, 117 comma 2 lettera C e attraverso il principio di laicità dello Stato. Inoltre concorrono leggi apposite, come il Concordato fra Stato e Chiesa cattolica (chiamato nella sua prima stesura col nome di Patti Lateranensi), e intese analoghe fra lo Stato ed altre religioni, nonché un certo contenzioso giurisdizionale

Laicismo

Il laicismo o razionalismo religioso si riferisce alle politiche e ai principi in cui lo Stato svolge un ruolo più attivo nell’escludere la visibilità religiosa dal dominio pubblico.[1] Il termine laïcité fu coniato nel 1871 dall'educatore francese e poi premio Nobel per la pace Ferdinand Buisson, che sosteneva un curriculum scolastico privo di religione. Il Laicismo è la posizione di coloro i quali, credenti o meno, si oppongono all'ingerenza della Chiesa nella vita civile[2]. Con questo termine viene indicato il desiderio dell'assenza di sostegni economici, privilegi fiscali, interferenze religiose o confessionali, anche indirette, nell'ambito legislativo, esecutivo e giudiziario di uno Stato e più in generale nella vita civile di una comunità umana e nei suoi aspetti di obbligatorietà.

Laicità

La laicità, in senso politico, sociale e morale, è lo stato di autonomia e indipendenza rispetto ad ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui o proprio.[1][2] Nel diritto, il principio di laicità rappresenta il principio secondo cui le decisioni umane devono essere basate solo su considerazioni che discendono da dati di fatto, in quanto questi sono slegati da opinioni personali, favorendo così il secolarismo. Generalmente ci si riferisce al termine laicità dello Stato e delle Istituzioni per indicare univocamente lo stato di neutralità e separazione del sistema istituzionale nei confronti delle convinzioni religiose e delle religioni,[3][4] intesa come autonomia dello Stato, aconfessionalità e neutralità dell'ordinamento giuridico e completo controllo temporale dello stato,[5] capace di limitare le ingerenze religiose e garantire la libertà religiosa individuale, senza tuttavia al contrario imporre uno stato etico.

Culto

Nell'uso tradizionale, il culto di una religione, indipendentemente dalle sue sacre scritture, dalla sua teologia, mitologia, o dalla fede personale dei suoi credenti, è la totalità della pratica religiosa esteriore. Il culto è letteralmente la "cura" dovuta alla divinità e al suo sacrario. Il termine "culto" deriva direttamente dal latino cultus, che significa "cura, coltivazione, adorazione", participio passato di colere, "coltivare". Tra le osservanze nel culto di una divinità ci sono i rituali, che possono comprendere preghiere e inni recitati o cantati, danze e spesso sacrifici, o sostituti del sacrificio. Altre manifestazioni del culto di una divinità sono la conservazione di reliquie o la creazione di immagini, come le murti o le icone (termine che di solito indica un'immagine piatta dipinta) o immagini di culto tridimensionali (statue o crocifissi) e l'identificazione di luoghi sacri, cime di colli e di monti, grotte, sorgenti e stagni, o boschi, che possono essere la sede di un oracolo. Queste particolari espressioni del culto sono considerate illecite nel Protestantesimo perché secondo la propria dottrina contrarie all'insegnamento delle Sacre Scritture. Il luogo sacro può essere lasciato allo stato naturale oppure può essere elaborato a causa della costruzione di santuari o templi, sui quali è concentrata l'attenzione pubblica durante le festività religiose e che possono diventare la meta di un pellegrinaggio. Lo studio comparato della pratica cultuale fa parte delle discipline dell'antropologia della religione e della sociologia della religione, due aspetti della religione comparata.

Rito

Il rito, anche detto rituale o cerimonia rituale, è la regola, o l'insieme di regole, eseguiti secondo norme codificate dalla religione o la tradizione. I riti sono strettamente connessi con la religione, il mito (si dice che «il rito riassume e riattualizza il mito») e la sfera del sacro:[2] così, ogni rito religioso svolge la funzione di rendere tangibile e ripetibile l'esperienza religiosa, sottraendola alla dimensione tutta privata della mistica. Tramite il rituale, soprattutto all'interno della celebrazione di una festa, le varie componenti religiose come i miti, le prescrizioni, le formule, divengono reali e normativi per tutti i partecipanti. L'uomo religioso affida al rito i momenti più critici della sua esistenza personale e della collettività di cui fa parte, come ad esempio la nascita, la morte, il raggiungimento della pubertà, il matrimonio, la guerra, cercando in esso la garanzia del mantenimento della propria identità e di quella della comunità di appartenenza.

Occulto

Occulto è un termine che deriva dal latino occultus («nascosto»)[1] e si riferisce alla conoscenza di ciò che è «nascosto», o anche alla conoscenza del soprannaturale, in antitesi alla «conoscenza del visibile», ovvero alla scienza ufficiale.[2] Il significato moderno del termine è spesso tradotto in modo variegato, intendendo «sapere oscuro», «conoscenza riservata a pochi» o «sapere che deve rimanere nascosto», a volte con accezione negativa, derivante dall'uso che ne veniva fatto durante la caccia alle streghe, che lo legava in qualche modo a pratiche malefiche.[1] Per gli occultisti invece si tratta dello studio di una realtà spirituale più profonda che non può essere compresa usando un approccio superficiale o materialistico.[3] Esso riguarderebbe le leggi segrete della natura, e il modo di utilizzarle.[4] I termini esoterico e arcano possono essere usati per indicare l'occulto, in aggiunta ai loro significati non strettamente collegati al soprannaturale.[5] Il termine «occulto» è anche usato per identificare alcune organizzazioni magiche o ordini, oltre che gli insegnamenti e le pratiche insegnate da queste organizzazioni. Il termine designa inoltre la letteratura storica e la filosofia spirituale che trattano temi occulti.

Baccanale

Il baccanale (latino: Bacchanalia) era una festività romana a sfondo propiziatorio, di origine greca. Il nome è di origine romana e deriva da rituali dedicati a Bacco, ma la sua origine è più antica; risale alla Magna Grecia, dove era fortemente radicata nei territori campani e lucani come culto di Dioniso, identificato con Bacco e Liber. In epoca romana, ma anche prima, era una festa orgiastica divenuta in un secondo momento (o forse ritornando alle origini) propiziatoria degli dei in occasione della semina e della raccolta delle messi.

Credo religioso

Un credo religioso è l'affermazione della propria credenza in una religione o una dottrina, con cui si esprime un simbolo di fede. Il termine deriva dal latino credo, e può essere utilizzato come sinonimo di fede nel caso specifico per indicare la religione che si professa.

Confessione di fede

Per confessione di fede s'intende l'affermazione, in forma più o meno articolata, da parte di una chiesa cristiana, di un raggruppamento di cristiani del contenuto della propria fede e delle sue implicazioni. L'esigenza di precisare e proclamare il contenuto della propria fede lo si ravvisa ogni qual volta si ritenga che forze ideologiche o culturali estranee (all'esterno o anche all'interno delle chiese) possano pregiudicare l'integrità della fede o dell'identità cristiana così com'è stata trasmessa. La confessione di fede, inoltre, come sintesi del contenuto della fede cristiana, assume pure una valenza didattica (prendendo la forma di catechismi) oppure formulando delle tesi e contro-tesi.

Chiesa (comunità)

La Chiesa è la comunità dei fedeli che professano la fede in Gesù Cristo.[1][2][3] Talvolta, il termine viene usato al plurale, per indicare diverse comunità di fede che appartengono ad un alveo comune: così, ad esempio, per "Chiese cristiane" ci si riferisce (tipicamente in ambito ecumenico) alle diverse forme istituzionali di cristianesimo. In Italia la semplice espressione "la Chiesa" viene utilizzata in genere per indicare la Chiesa cattolico-romana.. Il termine deriva alla lingua italiana dal latino ecclesĭa, che a sua volta origina dal greco classico ἐκκλησία (ekklēsía)[3]. In greco, per ecclesia si intendeva un'assemblea politica, militare o civile, mentre l'aggettivo ἔκκλητος indicava colui che era scelto per giudicare in appello e nell'Oreste di Euripide è usata l'espressione ἔκκλητος ὄχλος (ékklētos òchlos) con il senso di "assemblea particolare"[4]. A monte sta il verbo ἐκκαλέω, che significa "io chiamo", "mando a chiamare", "faccio appello a"

Chiesa invisibile

Il concetto teologico cristiano di "chiesa invisibile" è affermato prevalentemente nell'ecclesiologia protestante, laddove per "chiesa" si intende essenzialmente una realtà spirituale conosciuta solo da Dio, realtà che trascende le sue manifestazioni storiche contingenti, imperfette e fallibili, quelle che nascono e si sviluppano in questo mondo. Il punto di base di questa dottrina è che, dato che la Chiesa è la "sposa di Cristo", il corpo di Cristo, e quella che riceve tutte le benedizioni spirituali di Cristo, solo i veri credenti possono essere considerati membri della Chiesa. Vi è un senso secondario per il quale increduli ed ipocriti possono essere chiamati "membri della chiesa", ma solo in forza della loro comunione esteriore con la Chiesa, e non perché siano veri membri della Chiesa o appartengano propriamente ad essa... Il concetto teologico di chiesa invisibile appare soprattutto nell'ambito dei movimenti cristiani anti-istituzionali che, in vari momenti della storia, contestano la formalizzazione e l'irrigidimento organizzativo delle strutture ecclesiastiche. Esse, infatti, non solo sono viste soffocare la spiritualità e la spontaneità dell'esperienza cristiana, ma, nella logica delle istituzioni, spesso queste ultime privilegiano l'aspetto quantitativo a scapito di quello qualitativo.

Coercizione

Una coercizione (dal latino coercitio) è l'attività volta al condizionamento della volontà altrui: può avvenire mediante violenza, minaccia o, generalmente, implicando l'uso della forza con l'intimidazione o la deterrenza derivante dall'esercizio di un potere.

Bestemmia (Blasfemia)

La bestemmia è un'ingiuria o un epiteto offensivo riferito a Dio o ai santi, o in generale riferito ad una qualsiasi divinità o ad un qualsiasi individuo oggetto di venerazione da parte di fedeli a – o esponenti di – differenti dottrine religiose[1]. Essa appartiene alla sfera del turpiloquio. Nell'uso comune il termine è usato come sinonimo di imprecazione e blasfemia. Letteralmente, per imprecazione si intende, propriamente in ambito religioso, una violazione del comandamento biblico "non nominare il nome di Dio invano", tramite la semplice pronuncia del nome o di un epiteto identificativo di una divinità fuori dal contesto religioso di riferimento. La blasfemia, invece, nel suo significato più proprio, indica un'espressione irriverente nei confronti della divinità o anche della religione, attraverso discorsi contrastanti con le verità di fede... Le parole "bestemmia" e "blasfemia" derivano entrambe dal greco βλασφημία blasphēmíā, derivato da βλάπτειν bláptein, "ingiuriare", e da φήμη phḕmē, "reputazione", da cui deriva blasphemia in latino e che denota letteralmente la diffamazione.

Sacrilegio

Il sacrilegio è una profanazione o un oltraggio recato a ciò che è sacro. Il termine può essere inteso con accezioni più o meno vaste, arrivando fino a comprendere, nelle interpretazioni più estensive, qualunque trasgressione alle leggi religiose. In genere, si intendono con esso forme gravi di irriverenza nei confronti di persone, cose o luoghi sacri. Quando la mancanza di rispetto è espressa solo verbalmente, si parla di blasfemia (bestemmia)... Il termine deriva dal latino sacrilegium, astratto da sacrilegum "colui che ruba/porta via (legere) oggetti sacri", ed in origine si riferiva in particolare al furto di oggetti sacri o del contenuto delle tombe. Ma già all'epoca di Cicerone aveva assunto un valore più ampio, che comprendeva le offese verbali alla religione e la profanazione di oggetti sacri.

Empietà

L'empietà (greco ασέβεια, asebeia)[1] è, nella concezione generale, la trascuratezza del culto della religione dominante nel luogo ed in un dato momento storico, ovverosia della totalità della pratica religiosa esteriore; indipendentemente dalle sue sacre scritture, dalla sua teologia o mitologia, o dalla fede personale dei suoi credenti. L'empietà si distingue, in quanto atto passivo, dall'eresia che implica invece l'attiva opposizione al dogma religioso. Nonostante l'evidente differenza, storicamente, i reati di eresia o empietà sono stati sostanzialmente perseguiti e condannati utilizzando gli stessi criteri, sottostante l'obbligo di osservare il dogma religioso o politico, fedelmente e assolutamente. Nella società moderna non può esistere un reato di empietà visto il pluralismo religioso e visto il rapporto singolo e soggettivo che ogni individuo ha con la propria religione.

Takfir

Il takfir (in arabo ﺗﻜﻔﻴﺮ‎?, takfīr) è la pronuncia islamica di kufra in arabo ﻛﻔﺮة‎?, ossia di "empietà massima" (spesso apostasia), rivolta a chi sia giudicato gravemente e imperdonabilmente empio. Nell'Islam classico questo autorizzava l'autorità costituita a infliggere la condanna a morte al reo, in mancanza di un suo repentino pentimento (che tuttavia non necessariamente comportava la sospensione della pena sic et simpliciter). Il termine è stato spesso tradotto con la parola "scomunica" ma questo non necessariamente implica l'idea di esecuzione capitale, anche se è corretta l'idea di espellere dalla comunità dei credenti il colpevole di gravissima empietà. La pronuncia del takfir era resa dalla magistratura di nomina pubblica, previo ascolto dei dotti (ʿulamāʾ), e precisamente dei Muftī, unici legittimati a esprimersi in materia religiosa su fattispecie astratte.

Fatwā

La fatwā (in arabo فتوى‎?, plur. in arabo فتاوى‎?, fatāwā), nel diritto islamico, corrisponde ai responsa del diritto romano[1]. La parola è composta da tre lettere e deriva da aftā-hu fī-l-amr ("consultare qualcuno riguardo qualcosa") e istaftā ("richiedere una spiegazione o un chiarimento"). La parola significa "novità", "chiarificazione", "gioventù", "perfezione", "spiegazione", "ricerca una decisione da una corte" e compare undici volte nel Corano, in cinque Sure diverse. La fatwa è il risultato di due azioni: l'istiftā, la domanda, e l'iftā, la risposta e chiarimento. Il termine indica l'opinione legale o l'interpretazione dotta che un giurista o un mufti qualificato può dare su questioni relative alla legge islamica. Si tratta di una risposta data a un qāḍī, cioè a un giudice musulmano di nomina governativa, da un faqīh (esperto di legge coranica), quando questi sia interpellato per conoscere quale sia l'orientamento sciaraitico prevalente riguardo ad una certa fattispecie giuridica. In caso di risposta che affermi la liceità di un comportamento, il faqīh viene detto muftī. Il quesito deve essere sottoposto in forma anonima e in lingua originale al Muftī, che indicherà l'astratto modo di procedere.

Eresia

L'eresia è una dottrina considerata come deviante dall'ortodossia religiosa alla cui tradizione si collega, come storicamente quella cattolica.[1] Il termine viene utilizzato anche fuori dall'ambito religioso, in senso figurato, per indicare un'opinione o una dottrina filosofica, politica, scientifica o persino artistica in disaccordo con quelle generalmente accettate come autorevoli. "Eresia" deriva dal greco αἵρεσις, haìresis derivato a sua volta dal verbo αἱρέω (hairèō, "afferrare", "prendere" ma anche "scegliere" o "eleggere"). In tale ambito indicava anche delle scuole come quella dei Pitagorici o quella degli Stoici.

Principio di autorità

La locuzione principio di autorità presuppone che esista un rapporto tra diseguali per il quale chi è oggetto dell'autorità non vi si sottopone passivamente ma, in nome di un qualche principio o valore, la riconosce legittima in chi la esercita[1]. Nella storia della filosofia, il principio di autorità viene espresso soprattutto nella risoluzione delle controversie filosofiche — in particolare le quaestiones e le disputationes tipiche della scolastica medioevale — dal ricorso alla citazione di testi e fonti considerate particolarmente autorevoli.

Assioma

Un assioma, in epistemologia, è una proposizione o un principio che è assunto come vero perché ritenuto evidente o perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento. L'insieme degli assiomi e dei concetti primitivi costituiscono il fondamento, il "punto di partenza", o l'inizio, di ogni teoria deduttiva che si presenti come sistema assiomatico (v. dimostrazione e dimostrazione matematica). Un assioma in ambito geometrico viene chiamato postulato. Un postulato si differenzia da un assioma in quanto è introdotto per dimostrare proposizioni che altrimenti non potrebbero essere dimostrate. In altri termini si può definire come una semplicissima "teoria ad hoc", accettata grazie alla sua utilità.[1] In matematica il termine postulato invece ha il significato più preciso di assioma non-logico, cioè di assioma specifico di una particolare teoria matematica. Gli assiomi e i postulati, proprio per loro natura, non sono mai dimostrati.

Ortodossia

L'ortodossia (dal greco όρθος, "retto", "corretto" e δόξα, "opinione", "dottrina") è l'accettazione piena e coerente dei principi di una dottrina. È usato nei contesti religiosi, viene contrapposto all'eresia o, appunto, eterodossia.[1] In generale, può significare l'insieme completo dei principi di una ideologia, una corrente di pensiero, una dottrina filosofica, religiosa o corrente artistica: per esempio "ortodossia marxista" o "ortodossia scientifica"

Dogma

Il termine dogma (o domma) è utilizzato generalmente per indicare un principio fondamentale di una religione, o una convinzione formulata da filosofi e posta alla base della loro dottrina, da considerarsi e credere per vero, quindi come un assioma o postulato non soggetto a discussione da chi si reputa loro seguace o fedele. Il termine può essere applicato in senso estensivo a discipline diverse da quelle religiose. La parola dogma deriva dal greco δόγμα, dógma; essa deriva dal verbo δοκέω, dokéo (parere,sembrare,opinare) del greco antico. La parola δόγμα, dògma ha tre significati: opinione, parere; pensiero, dottrina filosofica; dottrina religiosa; decisione, giudizio, decreto; L'espressione δόγμα ποιεῖσθαι, dógma poieisthai significa: deliberare, emettere un decreto, usato anche nei decreti imperiali. È a questa espressione che bisogna riferirsi quando si parla di "dogma della Chiesa". Si tratta di un pronunciamento del Papa o di un Concilio in unione con il Papa, per definire espressamente una verità di fede, talvolta oggetto di precedente discussione.

Dogmatismo

Il dogmatismo è quella corrente filosofica contrapposta al criticismo e all'idealismo, che facendo derivare il pensiero dall'Essere presuppone la supremazia dell'oggetto rispetto al soggetto, della realtà sull'idea, e a volte persino della natura sullo spirito. Dio stesso è concepito immanente alla Natura, e anzi identificato in toto con quest'ultima (panteismo). Non si tratta però di semplice materialismo,[1] poiché Dio e natura, sebbene uniti e indissolubili, sono visti in un'unità complementare: la natura è soltanto la manifestazione concreta e tangibile di Dio, che tuttavia vive esclusivamente in essa, essendo essenziale al Soggetto divenire oggetto di se stesso, cioè oggettivarsi. Il soggetto infatti si configura come tale solo in rapporto a un oggetto. E l'oggetto a sua volta è sempre solo oggetto rispetto a un soggetto. Ne consegue la corrispondenza tra le strutture intime della realtà, e quelle dell'intelletto.[

Metafisica

La metafisica è quella branca della filosofia che, andando oltre gli elementi contingenti dell'esperienza sensibile,[1] si occupa degli aspetti più autentici e fondamentali della realtà, secondo la prospettiva più ampia e universale possibile.[2] Essa mira allo studio degli enti «in quanto tali» nella loro interezza,[3] ad esempio Aristotele la definiva "scienza dell'essere in quanto essere" (Metafisica, libro Γ, cap. I, 1003 a, 21-26), a prescindere dalle sue determinazioni o attributi. Nel tentativo di superare gli elementi instabili, mutevoli, e accidentali dei fenomeni, la metafisica concentra la propria attenzione su ciò che considera eterno, stabile, necessario, assoluto, per cercare di cogliere le strutture fondamentali dell'essere. In quest'ottica, i rapporti tra metafisica e ontologia sono molto stretti, tanto che sin dall'antichità si è soliti racchiudere il senso della metafisica nell'incessante ricerca di una risposta alla domanda metafisica fondamentale «perché l'essere piuttosto che il nulla?».[4] Illustrazione dal De metaphysico macrocosmi, di Robert Fludd, che contrappone la perfezione del paesaggio metafisico celeste, agli elementi del mondo terreno.[5] All'ambito della ricerca metafisica tradizionale appartengono problemi quali la questione dell'esistenza di Dio, dell'immortalità dell'anima, dell'essere "in sé",[6] dell'origine e il senso del cosmo, nonché la questione dell'eventuale relazione fra la trascendenza dell'Essere e l'immanenza degli enti materiali (differenza ontologica).

Ontologia

L'ontologia, una delle branche fondamentali della filosofia, è lo studio dell'essere in quanto tale, nonché delle sue categorie fondamentali. Il termine deriva dal greco ὄντος, òntos (genitivo singolare del participio presente del verbo εἶναι, èinai, «essere») e da λόγος, lògos («discorso»),[1] e quindi letteralmente significa «discorso sull'essere», ma può anche derivare direttamente da τά ὄντα, ovvero "gli enti", variamente interpretabili in base alle diverse posizioni filosofiche.

Anima

L'anima (dal latino anima, connesso col greco ànemos «soffio», «vento»), in molte religioni, tradizioni spirituali e filosofie, è la parte vitale e spirituale di un essere vivente, comunemente ritenuta distinta dal corpo fisico.[1] Tipicamente veniva assimilata al respiro (donde la sua etimologia).[1] Originariamente espressione dell'essenza di una personalità, intesa come sinonimo di «spirito», o «io», a partire dall'età moderna venne progressivamente identificata soltanto con la «mente» o la coscienza di un essere umano.[2] Nell'anima è spesso implicita l'idea di una sostanziale unità e immutabilità di fondo che permane ai mutamenti del corpo e presiede alle sue funzioni.[3] Le religioni rivelate affermano che sia Dio a creare o generare le anime. In alcune culture si attribuisce l'anima a esseri viventi non umani e, talvolta, anche a oggetti (come i fiumi), una credenza nota come animismo.

Spirito (filosofia)

In filosofia genericamente per spirito s'intende un «sinonimo di vita, forza vitale distinta dalla materia e che tuttavia interagisce con essa»[1]; una «forma dell'essere radicalmente diversa dalla materia»[1], o anche una totalità assoluta che comprende ogni tipo di manifestazione della realtà, come nell'idealismo tedesco.[1] Lo spirito di Dio che si manifesta a Mosè in un roveto ardente.[2] Nel significato più antico lo spirito (πνεῦμα - pneuma) si presentava come qualcosa che vitalizza il corpo, «il soffio vitale come sottile principio materiale di vita» analogamente al significato di anima[3], anche indipendentemente da un contesto religioso o metafisico. Dal verbo latino "spirare", che significa "soffiare", deriva "spiritus" (letteralmente: "soffio", "respiro", "alito") che a sua volta deriva dalla radice indoeuropea *(s)peis- ("soffiare"). Il vocabolo latino è traduzione di quello greco pneuma ( "respiro", "aria", "soffio vitale")

Psiche

La psiche, in psicologia, è l'insieme di quelle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell'individuo che esulano dalla sua dimensione corporea e materiale. L'etimologia del termine (dal greco antico ψυχή?, psyché, connesso con ψύχω, "respirare, soffiare") si riconduce all'idea del "soffio", cioè del respiro vitale; presso i Greci designava l'anima, in quanto originariamente identificata con quel respiro. Metaforicamente la parola psiche fa riferimento a un'astrazione concettuale, che include al suo interno componenti diverse, quali facoltà conoscitive, intellettive e razionali come la coscienza, ma anche fattori irrazionali come la dimensione istintuale e la dimensione del profondo (inconscio) o il concetto filosofico-religioso di anima. Con il termine mente si identificano invece le sole funzioni superiori cognitive con esclusione della dimensione istintuale e inconscia del profondo. Le caratteristiche o funzioni psichiche variano da individuo a individuo determinando la sua personalità, che a sua volta determina il comportamento di adattamento cioè il proprio modo di reagire/interagire con l'ambiente.

Trascendenza

Il termine trascendenza, antitetico al concetto di immanenza, deriva dal latino ("trans" + "ascendere" = salire al di là) e in filosofia e teologia indica il carattere di una realtà concepita come ulteriore, "al di là" rispetto a questo mondo, al quale pertanto si contrappone secondo una visione dualistica. La trascendenza quando esprime una condizione oltre o al di fuori dell'esperienza umana assume il significato di "esterno a...", "non riconducibile a..." Il termine corrispondente trascendente, se si assume il significato etimologico di «ciò che è superiore ad ogni altro nello stesso genere» [1], può essere attribuito a ciò che è al di sopra dell'esperienza sensibile e della percezione fisica umana, come ad esempio Dio. La parola trascendente è riferita anche alle esperienze relative ad altre discipline come la musica e l'arte in genere quando esprimano valori ultrasensibili.[2]. Trascendente, infine, participio presente di "trascendere", nel significato originario latino può essere riferito a "colui che trascende", che "passa il limite", non sa frenarsi, non si contiene nell'ambito di una moderata espressione.

Trascendentale

Il termine trascendentale, da non confondersi con "trascendente", ha assunto in filosofia diversi significati: comparso per la prima volta nella filosofia medievale per designare una proprietà massimamente «universale», fu rielaborato dal filosofo tedesco Kant e dagli idealisti tedeschi Fichte e Schelling in riferimento a ciò che esiste «in sé e per sé», ma è funzionale ad altro da sé; quest'ultimo significato è stato riadattato infine dalla fenomenologia di Husserl.

Immanenza

L'immanenza è un concetto filosofico metafisico (antitetico a quello di trascendenza) che si riferisce alla qualità di ciò che è immanente, ossia ciò che esiste, in quanto parte della realtà abitata dall'uomo. Viene generalmente opposto a ciò che è trascendente, ovvero ciò che esiste al di là della realtà percepita dall'uomo – come, per esempio, ciò che appartiene al divino, o al regno delle idee platonico. L'immanenza viene definita come ciò che risiede nell'essere, ha in sé il proprio principio e fine e, facendo parte dell'essenza di un soggetto, non può avere un'esistenza da questo separata. Deriva dal latino in e maneo, cioè rimanere in quiete, o dentro, proprio ad indicare un'azione circoscritta nel soggetto stesso che la compie.

Apostasia

L'apostasìa (dal greco ἀπό apò «[lontano] da» e στάσις stàsis da ἵστημι ìstemi «stare, collocarsi») è l'abbandono formale e volontario della propria religione (in tale contesto si parlerà più propriamente di apostata della religione). All'apostasia può seguire sia l'adesione a un'altra religione (conversione), sia una scelta areligiosa (ateismo o agnosticismo). In senso stretto, il termine è riferito alla rinuncia e alla critica della propria precedente religione. Una vecchia e più ristretta definizione di questo termine si riferiva ai cristiani battezzati che abbandonavano la loro fede. Molte religioni considerano l'apostasia un vizio, una degenerazione della virtù della pietà, nel senso che, quando viene a mancare la pietà, l'apostasia ne è la conseguenza; spesso, l'apostata viene fatto bersaglio di condanne spirituali (ad esempio la scomunica) o materiali ed è rifuggito dai membri del suo precedente gruppo religioso. In alcuni Paesi del mondo, l'apostasia è un reato punibile con la pena di morte. La Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riconosce l'abbandono della propria religione come un diritto umano legalmente protetto dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, poiché la libertà di avere o di adottare una religione o credo necessariamente implica la libertà di scegliere e il diritto di modificare il proprio credo o religione corrente con un altro o con un pensiero ateo. L'articolo 18 della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo recita: «Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.» Malgrado la carta dei diritti umani lo vieti, in alcune nazioni islamiche, l'apostasia è punita, e talvolta è prevista anche la pena di morte.

Autodafé

L'autodafé, o auto da fé o sermo generalis, era una cerimonia pubblica, facente parte soprattutto della tradizione dell'Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita, coram populo, la penitenza o condanna decretata dall'Inquisizione. La parola deriva dal portoghese auto da fé (in spagnolo, acto de fe), cioè "atto di fede".

Conversione religiosa

Una conversione (propriamente conversione religiosa) è l'adozione di un nuovo credo religioso, differente da quello che si possedeva precedentemente: l'individuo che sceglie tale cambiamento è detto convertito (talvolta proselito). La conversione è legata al proselitismo, cioè all'atto con cui si prova a convertire un individuo: tale termine ha assunto negli ultimi tempi una forte connotazione negativa, sconosciuta in tutte le epoche precedenti. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo definisce la conversione come un diritto umano: «Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.» (Articolo 18) Sulla base di tale Dichiarazione è stato sviluppato anche un trattato legalmente vincolante (la Convenzione Internazionale dei Diritti Civili e Politici), che trova forti difficoltà di applicazione nell'ambito islamico

Proselitismo

Il proselitismo è l'opera di chi cerca di convertire o coinvolgere altri individui a una certa religione o altra dottrina. Il termine deriva dal greco pros (verso) erchomai (venire). Nell'Antico Testamento, la parola "proselita" indica una persona convertita al Giudaismo. Molti cristiani considerano il proselitismo un obbligo morale in quanto in uno degli ultimi passi del Vangelo secondo Matteo è infatti riportata l'esortazione di Gesù Cristo alla Grande Missione affinché i suoi fedeli viaggino per il mondo facendo discepoli, li battezzino e comunichino loro gli insegnamenti del Messia.

Evangelizzazione

L'evangelizzazione è un termine della teologia cristiana e indica due distinte attività: l'annuncio del vangelo per la conversione dei non cristiani, e l'azione della comunità dei credenti per trasformare la società e renderla adeguata alle esigenze evangeliche. Evangelizzazione deriva del sostantivo greco euangelizein, che indica l'annuncio di una buona notizia, annunciare una vittoria.

Iniziazione

L'iniziazione è un processo di trasformazione di natura spirituale, culturale o religiosa, conseguente ad uno o più riti di passaggio, che permette al loro partecipante «l'uscita da uno status in funzione dell'entrata in uno status diverso, talora in modo radicale, dal precedente».[1] In senso ristretto costituisce la possibilità di accedere al nucleo più intimo e nascosto di una dottrina o di una cerchia esoterica (dal greco esóteros, «interiore»), andando oltre il suo rivestimento esteriore (exoteros, essoterico), consentendo di diventare un «adepto», cioè un aderente ad un nuovo modo di vedere o di pensare, tramite una sorta di rinascita. Il termine deriva dal latino initium («inizio»), composto a sua volta da in + ire, cioè «andare verso», implicando un senso di movimento verso un traguardo o un obiettivo,[3] comunque dotato di sacralità.[4] Questo significato di iniziazione era presente come concetto in quasi tutti i gruppi culturali, ma soprattutto nelle scuole misteriche, come quelle orfiche, eleusine o pitagoriche.[5] Affresco della Villa dei misteri a Pompei che raffigura un'iniziazione ai misteri di Dioniso.[6] Scopo dell'iniziazione, almeno nei suddetti misteri antichi, consisteva in un viaggio extracorporeo della durata di circa tre giorni, durante i quali poter visitare i mondi spirituali per convincersi della loro esistenza, e diventare così consapevoli dell'immortalità dell'Io.[7] Quest'esperienza avveniva in genere sotto lo stimolo di sostanze psicotrope, che consentivano una temporanea separazione degli involucri sottili, non solo dell'astrale ma anche di quello vitale, dal corpo fisico del discepolo, il quale si ritrovava in uno stato di trance profonda simile alla premorte.[7] Una volta ritornato nella dimensione terrena, egli aveva assorbito la sapienza trasmessagli dal sommo sacerdote, detto «ierofante», che si era impressa sul suo corpo vitale grazie alle funzioni mnemoniche di quest'ultimo. Il neo-iniziato, che a quel punto poteva dirsi «nato due volte», aveva acquisito la capacità di percepire la realtà sovrasensibile sottesa a quella ordinaria col ravvivamento dei poteri della chiaroveggenza, coi quali era arrivato a conoscere la propria essenza spirituale, sperimentando che la propria vita non sarebbe terminata con la morte fisica.[7] Riguardo alla natura, al significato e alle tecniche dell'iniziazione occorreva mantenere il segreto più assoluto, perché chi l'avesse infranto poteva essere punito anche con la morte.

Musulmano

Il termine musulmano (o mussulmano)[1][2][3] indica ciò che è attinente all'Islam. Il sostantivo musulmano - che identifica una persona che segue la religione islamica, "devoto ad Allah" o "sottomesso ad Allah" - deriva dal nome verbale arabo muslim (plurale: muslimūn / īn), ossia "sottomesso (ad Allah)". In persiano il sostantivo è identico all'arabo, mentre al plurale diventa muslimān. La radice di riferimento (comune a tutte le lingue semitiche) è s-l-m, che esprime il concetto di "salvare, pacificare". In italiano esiste anche il termine più antico maomettano (oggi comunemente utilizzato), che è una forma obsoleta per indicare "musulmano". Il termine, creato sul calco della parola cristiano, è secondo certi studiosi concettualmente errato e percepito come offensivo per i devoti dell'Islam, in quanto secondo questa fede il messaggio del Corano va riferito totalmente e direttamente ad Allah (che in persiano si dice Khuda) e non al suo profeta Maometto, considerato un semplice uomo, anche se privilegiato in quanto prescelto da Allah per diffondere tra gli uomini il suo messaggio.

Umma (islam)

Nell'Islam, il termine umma[1] (in arabo أمّة‎? umma, 'comunità', 'nazione', 'etnia') designa primariamente la comunità di fedeli (intesa quale «comunità di musulmani»), senza alcun significato etnico-linguistico-culturale. Con questo nome si indicò fin dall'inizio la prima organizzazione politica dei fedeli musulmani che a Medina (all'epoca Yathrib) vide nel 622 d.C. la luce grazie all'azione del profeta Maometto. La nozione di umma, tuttavia, non sempre impedì divisioni anche gravi, prodotte da dibattiti teologici da rivalità etniche e politiche.

Buddismo

Il buddismo o buddhismo (in sanscrito बुद्ध शासन, buddha-śāsana)[2][3][4][5] è una delle filosofie religiose più antiche e diffuse al mondo. Originato dagli insegnamenti dell'asceta itinerante indiano Siddhārtha Gautama (VI, V sec. a.C.), comunemente si riassume nelle dottrine fondate sulle quattro nobili verità (sanscrito: Catvāri-ārya-satyāni). Nel mondo ha tra i 350 e i 550 milioni di fedeli. Con il termine buddismo si indica quell'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di queste dottrine, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato[6][7]. Sorto nel VI-V secolo a.C. come disciplina spirituale assunse nei secoli successivi i caratteri di dottrina filosofica e, secondo alcuni autori, di religione "ateistica"[8], intendendo con quest'ultimo termine non la negazione dell'esistenza degli dei (deva), quanto piuttosto il fatto che la devozione ad essi, fatto comunque considerato positivo, non condurrebbe alla liberazione ultima.

Cristianesimo

Il cristianesimo è una religione monoteista, originata dal giudaismo nel I secolo, fondata sulla rivelazione, ovvero sulla venuta e predicazione, contenuta nei Vangeli, di Gesù di Nazareth, inteso come figlio del Dio d'Israele e quindi Dio egli stesso, incarnato, morto e risorto per la salvezza dell'umanità, ovvero il Messia promesso, il Cristo.[Nota 1][Nota 2] Classificata da alcuni come religione abramitica, insieme all'ebraismo (da cui essa nasce) e all'islam,[1][2] è la religione più diffusa al mondo, con una stima di circa 2,4 miliardi di fedeli, pari al 30% della popolazione globale nel 2022.

Chiesa cattolica

La Chiesa cattolica (dal latino ecclesiastico catholicus, a sua volta dal greco antico καθολικός?, katholikós, "universale")[2] è una delle principali confessioni cristiane al mondo, caratterizzata da una struttura gerarchica e guidata dal Papa, il vescovo di Roma, considerato il successore dell'apostolo Pietro. La Chiesa cattolica si distingue per la sua dottrina, i sacramenti (sette in totale), la liturgia, e una tradizione millenaria che risale all'epoca apostolica. La Santa Sede, l'ente e il soggetto giuridico di diritto internazionale preposto al governo della Chiesa cattolica esercita la sovranità sulla Città del Vaticano, un piccolo stato indipendente all'interno di Roma, dove risiede il Papa. I suoi fedeli vengono chiamati "cristiani cattolici". L'attributo cattolica le fu assegnato al tempo dell'Editto di Costantino (313), che sancì la liceità di praticare questa religione nell'Impero romano. Dopo la riforma protestante, serve soprattutto a distinguerla da altre confessioni cristiane, come quelle protestanti e ortodosse

Gerarchia cattolica

La gerarchia cattolica indica la suddivisione in gradi del clero cattolico, anche se in origine essa comprendeva l'ordinamento di tutti i credenti. Il termine gerarchia deriva dal greco: hierós («sacro») e archeía («comando»). Mediante il battesimo, tutti ricevono nella Chiesa cattolica il carattere profetico regale e sacerdotale. Clero e laicato sono tuttavia le due grandi famiglie all'interno di tale istituzione, perché il fenomeno del profetismo si può verificare sia nell'una sia nell'altra categoria. In molti ordinamenti delle Chiese cristiane, anche in alcune di quelle non cattoliche (ortodossi, anglicani, alcune chiese protestanti), ovvero non sottoposte alla potestà del vescovo di Roma (il Papa), si ritrova una suddivisione della gerarchia in tre gradi fondamentali: episcopi o vescovi; presbiteri o preti; diaconi. La Prima lettera di Clemente riconduce la loro esistenza fin dagli inizi dell'età apostolica.

CHIESA ORTODOSSA

La Chiesa ortodossa, ufficialmente Chiesa Cattolica Apostolica Ortodossa, è la seconda Chiesa cristiana più grande del mondo, arrivando a contare circa 220 milioni di fedeli battezzati. Essa opera come una comunione di chiese autocefale, cioè il cui capo non riconosce alcuna autorità religiosa in terra al di sopra di sé, ciascuna governata dai propri vescovi nei sinodi locali. La chiesa ortodossa non è dotata di un'autorità dottrinale o governativa centrale analoga al vescovo di Roma (il Sommo Pontefice), tuttavia il patriarca ecumenico di Costantinopoli è riconosciuto da tutti i vescovi come primus inter pares ("primo tra pari") e considerato come il rappresentante e il capo spirituale di tutti i cristiani ortodossi. Essendo una delle più antiche istituzioni religiose al mondo ancora esistenti, la Chiesa ortodossa ha ricoperto un ruolo di primo piano nella storia del cristianesimo e, più in generale, in quella di tutta l'Europa orientale e sud-orientale, del Caucaso e del Vicino Oriente, plasmandone la cultura e la società. La teologia ortodossa si basa sulla santa tradizione, che incorpora i decreti dogmatici elaborati nei sette concili ecumenici, le Scritture e l'insegnamento dei Padri della Chiesa. La Chiesa ortodossa afferma di essere “una, santa, cattolica e apostolica”, fondata da Gesù Cristo nella sua Grande Missione e che i suoi vescovi sono i successori degli apostoli. Essa, inoltre, sostiene di essere depositaria della fede cristiana originaria, come tramandata dalla santa tradizione... Come è indicato nelle pubblicazioni del Dipartimento di Statistiche delle Nazioni Unite, le denominazioni usate dai vari stati per indicare le religioni non sono uniformi. Così i cattolici sono identificati come "cattolici" in Portogallo, ma "cattolici romani" in Germania,[1] e il termine "ortodosso", che in Etiopia indica soprattutto appartenenza alla Chiesa ortodossa etiope,[1] una delle Chiese ortodosse orientali,[2] in Romania indica soprattutto l'essere membri della Chiesa ortodossa romena,[1] una delle Chiese che in inglese e tedesco sono anch'esse chiamate orientali (usando però Eastern, un vocabolo distinto da Oriental, anche se sinonimo),[3] ma che in lingue che non dispongono di una simile coppia di sinonimi sono chiamate bizantine[4] o calcedonesi.[5] Queste ultime lingue attualmente riservano l'aggettivo "orientali" per le Chiese che non accettano il Concilio di Calcedonia.

Chiesa anglicana

Chiesa anglicana (in inglese Church of England, in latino Anglicana ecclesia) è il nome assunto dalla Chiesa d'Inghilterra dopo la separazione dalla Chiesa cattolica nel XVI secolo. Il termine latino è precedente alla Riforma e indicava genericamente la Chiesa cattolica inglese, allo stesso modo in cui la Chiesa francese era denominata Chiesa gallicana. In seguito, dopo lo scisma avvenuto durante il regno di Enrico VIII e per influsso delle dottrine protestanti provenienti dal continente europeo, la Chiesa anglicana ha assunto una particolare fisionomia dottrinale ed organizzativa (vedi anglicanesimo). La base dottrinale della Chiesa anglicana è tuttora contenuta nei Trentanove articoli di religione e nel Book of Common Prayer (oggi Common Worship). La Chiesa anglicana è essenzialmente ecumenica, inclusiva e pluralista, mantenendo una impostazione contemporaneamente cattolica ed evangelica. Infatti, nel suo interno convivono armonicamente tendenze diverse, ed ogni comunità può fare capo ad esse ed assumere una forma di culto diversa, sebbene tutte accolgano il Common Worship. Vi sono, ad esempio, gli "anglo-cattolici", che si differenziano poco dal cattolicesimo (presentano una forma di culto molto simile alla Messa cattolica), i neo-liberali, i riformati (che si attengono al calvinismo), gli evangelicali, i pentecostali/carismatici e recentemente in Italia, i vetero-cattolici (dal 2011). Le comunità anglicane presenti in alcune città d'Italia fanno capo alla diocesi europea con sede a Gibilterra. La Chiesa Anglicana d'Inghilterra ammonta a circa 25.000.000 di fedeli ed è la comunità più grande in seno alla comunione anglicana che complessivamente conta oltre 85.000.000 di membri. Al 2023, la Chiesa anglicana della Nigeria conta 25 milioni di battezzati ed è parimenti numerosa. Dall'11 novembre 1992 la Chiesa anglicana ha dato la possibilità alle donne di diventare sacerdoti e dal luglio 2014 di diventare vescovi.

Chiesa in Galles

La Chiesa in Galles (in gallese: Eglwys yng Nghymru) è una chiesa anglicana in Galles. È membro della Comunione Anglicana e aderisce anche alla Comunione di Porvoo. Si è dissociata dalla Chiesa d'Inghilterra in seguito al Welsh Church Act del 1914, che è entrato in vigore nel 1920. A differenza della chiesa da cui proviene, la Chiesa in Galles non è una religione di Stato. L'arcivescovo del Galles è scelto tra sei vescovi dai suoi pari. Continua a occupare la sua sede diocesana in aggiunta al suo ufficio di primate. L'arcivescovo Barry Morgan è vescovo di Llandaff dal 1999 e arcivescovo del Galles dal 2003. Nel settembre 2013, la Chiesa in Galles vota per consentire alle donne di diventare vescovi, anticipando di un anno la medesima scelta da parte della Chiesa d’Inghilterra.

PROTESTANTESIMO

Il protestantesimo è una corrente del cristianesimo[1][2] moderno. Sorta nel XVI secolo in Germania e in Svizzera in contrasto con l'insegnamento della Chiesa cattolica, considerata non solo nella prassi, ma anche nella dottrina, non più conforme alla Parola di Dio, a seguito del movimento[1] politico e religioso, noto come riforma protestante[3], derivato dalla predicazione dei riformatori, fra i quali i più importanti sono Martin Lutero, Ulrico Zwingli, Giovanni Calvino e John Knox, il tutto circa un secolo dopo il tentativo riformatore da parte di Jan Hus nella vicina Boemia e quasi due dopo quello di John Wyclif in Inghilterra, e circa più di tre secoli dopo la fondazione del valdismo (poi confluito nel protestantesimo) ad opera di Pietro Valdo nell'Italia del Nord e in Francia del Sud. Presbiterio della cattedrale luterana di Uppsala, sede della Chiesa di Svezia. Il Protestantesimo prende origine inizialmente dalla protesta del frate agostiniano Martin Lutero, docente di teologia all'università di Wittenberg. Questi il 31 ottobre 1517, irritato dalla predicazione del frate domenicano Johann Tetzel, pubblicò 95 tesi, elenco di quaestiones da sottoporre a pubblico dibattito su simonia, dottrina delle indulgenze e suffragio dei defunti nel purgatorio, intercessione e culto dei santi e delle loro immagini, che perciò andavano a toccare punti nodali dell'ecclesiologia medievale. Col Luteranesimo le varie confessioni protestanti condividono un rifiuto dell'autorità del Papa (considerato ai tempi della Riforma come una sorta di anticristo), del culto di angeli, santi e della Madonna, ma anche un rifiuto del concilio ecumenico, e riconoscono solo alla Bibbia l'autorità suprema in materia di fede (sola scriptura). Dei sacramenti mantengono solo Battesimo ed Eucaristia (Santa cena), anche se coesistono diverse opinioni circa la presenza reale di Cristo nell'eucaristia (si afferma che i Luterani sostengano la Consustanziazione in luogo della Transustanziazione cattolica). Enfatizzano il sacerdozio di tutti i credenti, mentre viene negato un valore sacerdotale al ministero ordinato. Sostengono che la giustificazione dal peccato originale e la salvezza eterna siano ottenute solo per fede in Gesù e non tramite le opere umane (principi della sola fide e sola gratia).

Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni

La Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni è una denominazione che rivendica la propria appartenenza al Cristianesimo, sebbene le chiese cristiane "storiche" contestino tale definizione. La Chiesa fu ufficialmente fondata (o "restaurata", secondo il linguaggio della chiesa stessa, cioè portata di nuovo alla luce dai tempi di Gesù) il 6 aprile 1830 a Fayette, nella zona occidentale dello Stato di New York, da Joseph Smith. Il soprannome di mormoni dato ai suoi fedeli deriva dal Libro di Mormon, da essi riconosciuto come un testo sacro assieme alla Bibbia. Secondo l'interpretazione dei mormoni, come di altre confessioni successive alla Riforma, nel Nuovo Testamento con il termine santo si indica colui che dopo essersi battezzato entra a far parte della comunità dei credenti.[1] I Santi degli Ultimi Giorni considerano la loro fede come la restaurazione della Chiesa cristiana, così come sarebbe stata organizzata da Gesù ai tempi del Nuovo Testamento. Reputano Gesù Cristo il Redentore e il Figlio di Dio (distinto da Dio Padre)[2][3][4]. La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni si distingue da altre confessioni cristiane per la peculiarità dei propri insegnamenti. Infatti, adotta un canone delle sacre scritture più ampio, che, oltre la Bibbia, comprende il Libro di Mormon, Dottrina e Alleanze e Perla di gran prezzo. È guidata da "profeti" e " apostoli", le cui parole, in determinate circostanze, assumono valenza di sacra scrittura e vengono canonizzate. Oltre ai servizi domenicali, i santi degli ultimi giorni celebrano il culto nei templi. ..L'ultima volta che la Chiesa rese pubblico il suo bilancio consolidato fu nel 1959, comunque, in un articolo della rivista TIME del 1997, la Chiesa venne definita come una delle più opulente organizzazioni religiose nel mondo pro capite. Nello stesso articolo veniva stimato a 10 miliardi di dollari l'anno le entrate derivanti dalle decime di tutto il mondo.[43] A oggi (2009), i bilanci degli enti economici, non-profit e altri enti morali della Chiesa sono revisionati da una società contabile indipendente: la Deloitte & Touche.[44][45][46] La Chiesa riceve la maggior parte dei suoi ricavi tramite il versamento da parte dei suoi fedeli della decima (ossia, un decimo del guadagno di una persona in un anno solare) e delle "offerte di digiuno" (soldi offerti alla Chiesa per il benessere dei bisognosi). Circa un decimo delle sue entrate è il prodotto di investimenti finanziari.[47] La Chiesa utilizza questi fondi per:[48] costruire e mantenere chiese, templi e altri edifici; provvedere al suo sistema sociale e di ausilio ai poveri appartenenti alla loro chiesa;[49] sostenere programmi vari. Inoltre, la Chiesa investe parte dei suoi fondi in attività economiche e immobiliari quali la Bonneville International, Deseret Book Company, e in attività agricole svolte in ranch nello Utah, Florida, e Canada. Sin dall'origine la Chiesa ha svolto un'importante opera missionaria negli Stati Uniti, in Canada e in Gran Bretagna. I missionari della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, nel corso dei quasi due secoli di esistenza della chiesa, sono stati mandati in varie parti del mondo. La Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni nel giugno del 2006 ha annunciato che avrebbe costruito un grande tempio mormone a Tegucigalpa, in Honduras, inaugurato ufficialmente il 17 marzo del 2013, che lo rende oggi uno dei sei più grandi templi mormoni in America centrale).[50] Secondo fonti ufficiali della Chiesa nel mondo i santi degli ultimi giorni sono quasi 14 milioni,[51] di cui più di 6.7 milioni risiedono al di fuori degli Stati Uniti d'America. Secondo queste statistiche la Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni è la quarta denominazione religiosa negli Stati Uniti.[52] Sebbene la Chiesa non pubblichi dati sulla frequenza alle riunioni domenicali, ricerche esterne stimavano nel 2006, a livello mondiale, una frequenza settimanale di circa 4 milioni di fedeli; dato equivalente a 1/3 dell'allora 12 milioni di membri.[53] I fedeli che vivono in negli USA e in Canada costituiscono il 47% degli appartenenti della Chiesa, in America Latina il 36%, nel resto del mondo il 17%.[54] In Europa sono presenti circa 450.000 mormoni. Inoltre in base ai rapporti ufficiali della Chiesa, ogni anno si convertono a questa fede quasi 300.000 persone.[55] Attualmente la Chiesa è presente in oltre 150 "Nazioni e Protettorati". Diversi mormoni hanno raggiunto una certa notorietà in svariati campi. La Chiesa mormone ottenne la qualità di "culto ammesso" il 12 maggio 1993, in seguito alla pubblicazione del decreto del presidente della Repubblica del 22 febbraio 1993, firmato dal presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, tramite il quale l'ente morale della Chiesa, l'Ente patrimoniale della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, fu riconosciuto come ente di culto da parte dello Stato italiano, ai sensi della legge n. 1199 del 1929 sul riconoscimento civile degli enti di culto.[63][64] Il 4 aprile 2007 venne stipulato un testo di intesa con il Governo italiano, diventato effettivo nel 2012 con l'approvazione della relativa legge da parte del Parlamento. Nel testo, viene preso atto che la Chiesa non intende partecipare alla ripartizione della quota dell'otto per mille dell'IRPEF,[65] in quanto autonoma finanziariamente grazie alle donazioni volontarie dei propri fedeli.

Ebraismo

L'ebraismo (in ebraico יהדות‎?) è una religione monoteista abramitica ed etnica, che comprende le tradizioni religiose e culturali e lo stile di vita del popolo ebraico[1]. L'odierno ebraismo, detto anche ebraismo rabbinico, è l'evoluzione maggioritaria della religione biblica, frutto secondo la tradizione, dell'alleanza (Berit) tra Dio, indicato nella Torah con il nome di Yahweh, e il popolo ebraico. I suoi testi fondamentali sono la Torah, il Tanakh e la tradizione orale supplementare, rappresentata dai testi della Mishnah e del Talmud. L'ebraismo si fonda sul racconto delle origini del popolo ebraico contenuto nel Tanakh, il testo sacro che comincia con la creazione del mondo e il progressivo allontanamento dell'umanità da un rapporto di amicizia filiale con il proprio Creatore. Dio, allora, decide di far sorgere ed educare un popolo con cui stabilire un rapporto privilegiato, che comunque, secondo i libri profetici, dovrà essere nuovamente esteso a tutte le nazioni.

Induismo

L'induismo[1] (o hindūismo[2]; tradizionalmente denominato Sanātanadharma[4], in sanscrito devanāgarī सनातनधर्म, lett. «legge/religione[5] eterna[6]») è una religione, o piuttosto, un insieme di credi religiosi, tra le più diffuse al mondo e tra quelle con le origini più antiche; si contano nella sola India, all'ultimo censimento per religione effettuato dal governo e datato 2011, 966 257 353 fedeli indù[7] (o hindū[8]), su una popolazione di 1 210 854 977 individui[9]. Con oltre un miliardo e cinquecento milioni di credenti, nel 2015 l'induismo era al terzo posto nel mondo come numero di credenti dopo il cristianesimo e l'islam.[10]. Il termine hindu fu in origine prettamente geografico in quanto si fa derivare dall'antica parola iranica utilizzata, fin dall'epoca Achemenide[19], per indicare il fiume Indo, la regione dei suoi sette affluenti[20][21] e i suoi abitanti[22], fiume e regione a loro volta denominati in sanscrito vedico dagli indoari come Sapta Síndhu e Síndhu[23][24] quindi dai Greci[25] e più tardi dai Romani... I fedeli hindu non indicano, tuttavia, la loro fede religiosa come "Hinduism" (Induismo), termine che non compare in alcun vocabolario indiano tradizionale antico o moderno[30] quanto piuttosto come Sanātanadharma (Ordine, Norma, Religione eterna) in quanto i suoi fondamenti non sono frutto dell'esperienza umana, ma della rivelazione divina, fin dallo stesso Veda manifestatosi all'alba dei tempi ai veggenti detti Ṛṣi.

Islam

L'Islam (pronunciato in italiano AFI: /iˈzlam/ -tradizionale- o /ˈizlam/ -comune-[1][2]; in arabo إسلام‎?, Islām [ʔɪˈslæːm][3]) è una religione monoteista abramitica di carattere universalista. Apparsa nel VII secolo nella penisola araba, nella cittadina higiazena della Mecca, i suoi fedeli, detti musulmani, la ritengono rivelata da Maometto (Muhammad o Mohamed), considerato l'ultimo profeta portatore di legge, «sigillo dei profeti» (Khātam al-Nabiyyīn), inviato al mondo da Allah (il dio unico dell'Islam) per ribadire definitivamente la rivelazione, annunciata per la prima volta ad Adamo, il primo uomo ed il primo profeta. Con circa 2,07 miliardi di fedeli, ossia il 25% della popolazione mondiale,[4][5] l'Islam è la seconda religione del mondo per consistenza numerica (dopo il cristianesimo) e vanta il tasso di crescita più alto.[6][7][8][9] Il 13% dei musulmani vive in Indonesia, che è anche il paese musulmano più popoloso, il 25% nell'Asia meridionale, il 20% in Vicino Oriente, Maghreb e Medio Oriente e il 15% nell'Africa subsahariana.[10] Minoranze considerevoli si trovano anche in Europa, Asia Orientale e America. Il simbolo della mezzaluna e stella, già simbolo della città da diversi secoli, è stato adottato dagli Ottomani con la presa di Costantinopoli nel 1453. Il testo sacro dei Musulmani è il Corano in lingua araba. È considerato l'ultima rivelazione di Dio, integralmente preservata, dai tempi di Maometto.... Similmente alla Halakhah ebraica, l'Islam prevede un sistema di leggi (la Shari'a) per guidare gli aspetti della vita dell’individuo e delle comunità, così come della società nel suo complesso. La Shari'a si focalizza su cinque obiettivi principali: protezione della vita, protezione della proprietà, protezione della salute, protezione della religione e protezione della dignità.... Islam è un sostantivo verbale traducibile con «sottomissione, abbandono, consegna totale [di sé a Dio]»[13] che deriva dalla radice aslama, congiunzione causale di salima («essere o porsi in uno stato di sicurezza»), ed è collegato a salām («pace»).[14] In arabo la parola è un maṣdar (nomen actionis) di IV forma, con allungamento vocalico e accento tonico sulla seconda radicale (lam). Nel linguaggio religioso, il concetto è traducibile con la parafrasi: «entrare in uno stato di pace e sicurezza con Dio attraverso la sottomissione e la resa a Lui»... La parola Islam perciò non è legata a una personalità o a un gruppo etnico, bensì all'idea centrale del suo credo religioso.

Kharigismo

Il kharigismo è un ramo dell'Islam, distaccatosi dagli altri all'epoca del quarto califfo ʿAlī ibn Abī Ṭālib. Anche all'interno del kharigismo (come nel Sunnismo e nello Sciismo) ci sono i sufi e no (che rifiutano l'approccio sufico considerato troppo libero).... Attualmente del kharigismo sopravvive la sola frangia ibadita, tanto moderata (e per questo sopravvissuta) da essere praticamente indistinguibile dai restanti musulmani. Essi stessi rifiutano l'etichetta "kharigita", salvo che per il particolare richiamo alla preghiera (adhan / adhān) che usano. Sono presenti nel Sultanato dell'Oman (dove s'erano insediati fin dal 686) e in alcune parti del Nordafrica: la regione dello Mzab in Algeria, il Gebel Nefusa in Tripolitania (Libia) e nell'isola tunisina di Jerba, oltre che a Zanzibar. I fondamentalisti islamici in armi sono a volte indicati dagli altri musulmani come neo-kharigiti, per differenziarli dai Sunniti, dagli Sciiti e per indicare la loro esagerata interpretazione del Corano. La Conferenza islamica mondiale a Groznyj del 2016 ha dichiarato il Salafismo ed il Wahhabismo scuole di pensiero non sunnite (e quindi non hanbalite), in questo caso sarebbero quindi frange neo-kharigite.

Ibadismo

Gli Ibaditi (in arabo الاباﺿﻴﻮﻥ‎?, al-Ibāḍiyyūn) costituiscono l'unico ramo oggi esistente dei kharigiti, quella corrente religiosa islamica che costituisce una "terza via" tra sunniti e sciiti, le cui origini risalgono ai primi tempi dell'Islam. Mentre in passato il Kharigismo ibadita ha conosciuto momenti di grande espansione (all'epoca del regno rustumide di Tahert, che tra il 761 e il 909 giunse a comprendere gran parte del Nordafrica), attualmente esso è la confessione maggioritaria in un unico Paese: il sultanato dell'Oman, mentre altrove sussiste solo in piccole comunità, a Zanzibar e in alcune regioni dell'Algeria (Mzab), della Tunisia (isola di Gerba) e della Libia (Gebel Nefusa e Zuara).[1] Come gli altri kharigiti (da cui si distinguono per una particolare moderazione e per il ripudio della violenza), anche gli Ibaditi ritengono che il comando della comunità non spetti necessariamente ad un discendente del Profeta, ma solo al più degno dal punto di vista religioso, indipendentemente dalla sua parentela, dalla sua appartenenza etnica e dal colore della sua pelle.

Salafismo

La salafiyya (in arabo ﺳﻠﻔﻴـة‎?), o salafismo, è una scuola di pensiero sunnita hanbalita che prende il nome dal termine arabo salaf al-ṣaliḥīn ("i pii antenati") che identifica le prime tre generazioni di musulmani (VII-VIII secolo): i Ṣaḥābi (i "Compagni" di Maometto), i Tābiʿūn (i "Seguaci", la generazione successiva a quella del Profeta) e i Tābiʿ al-Tābiʿiyyīn ("Coloro che vengono dopo i seguaci", la terza generazione), tutti considerati dai salafiti modelli esemplari di virtù religiosa. Il movimento salafita, come affermatosi in Egitto all'inizio del XX secolo ad opera di Rashid Rida, vuole ricreare le condizioni in cui visse e agì il profeta Maometto (VII secolo) con i suoi fedeli Compagni. Da questo punto di vista appare corretto l'uso del sostantivo-aggettivo "salafita". L'aspetto teoretico di maggior rilievo del salafismo è, pertanto, quello di un ritorno alle "fonti", la volontà di dar corso a una nuova interpretazione autentica (ijtihād) dei dati coranici e della Tradizione etico-giuridica (Sunna). Il movimento è anti-occidentale e apparentemente tradizionalista, ma in realtà può essere paradossalmente considerato un movimento di modernizzazione dell'Islam, visto che non ha timore di ricorrere allo strumento esegetico dell'ijtihād per affrontare le nuove fattispecie giuridiche che s'accompagnano ai processi di globalizzazione.

Sciismo

L'Islam sciita (in arabo شيعة‎?, shīʿa «partito, fazione», sottinteso «di ʿAli e dei suoi discendenti») è il principale ramo minoritario dell'Islam (intorno al 15% all'inizio del XXI secolo). Rappresenta la maggioranza della popolazione in Iran (90-95%), Iraq (62,5%), Azerbaigian e Bahrein, mentre nel Libano e nello Yemen costituisce una forte e significativa minoranza: nel Libano si stima che sia sciita un terzo della popolazione[1], mentre nello Yemen quasi la metà.[2] In Egitto, in Siria, in Turchia, in Afghanistan, in India, nel Qatar, nel Kuwait, in Pakistan, nell'Asia centrale ex sovietica, nell'Africa islamica a sud del Sahara, lo sciismo vanta invece quote assai minori (tra il 5% e il 10%), com'è il caso della stessa Arabia Saudita, con il suo scarso 4-5% all'incirca. Anche all'interno dello sciismo (come nel sunnismo e nel kharigismo) ci sono i sufi e coloro che rifiutano l'approccio sufico, considerato troppo libero. Gli sciiti derivano il loro nome dall'espressione araba "shīʿat ʿAlī" (fazione di ʿAlī), sovente abbreviata semplicemente in "Shīʿa". Hanno cominciato il loro lento cammino di differenziazione da quello che, sotto Aḥmad ibn Ḥanbal, diventerà il sunnismo, per motivi al contempo politici e spirituali.

Animismo

L'animismo è un termine con cui l'antropologia accomuna un insieme molto variegato di religioni o culti in cui prevale l'attribuzione di qualità divine o soprannaturali a oggetti, luoghi o esseri materiali.[1] Queste religioni non considerano le divinità come esseri puramente trascendenti, bensì attribuiscono proprietà spirituali a determinate realtà fisiche.[1] Questo tipo di credenze è così chiamato perché si basa su un certo grado di identificazione tra principio spirituale divino (anima) e aspetto materiale di esseri ed entità (quali anche dèmoni o altre presenze).[2] La posizione filosofica corrispondente all'animismo viene di solito chiamata panpsichismo. Il termine animismo, per quanto riferibile a concezioni e credenze molto antiche, è stato coniato solo in tempi più recenti.

Bahá'í

La fede bahá'í[1] (in persiano بهائي‎) è una religione monoteistica[2] internazionale nata in Iran durante la metà del XIX secolo, i cui membri seguono gli insegnamenti di Bahá'u'lláh (1817-1892), profeta e fondatore che viene da loro considerato una Manifestazione di Dio. Tale credo sottolinea l'unità reale e spirituale di tutta l'umanità. Tre principi fondamentali stabiliscono la base degli insegnamenti bahá'í, l'unità di Dio (un solo Dio che è la fonte di tutta la creazione[3]), l'unità della religione (tutte le grandi religioni hanno la stessa origine spirituale e provengono dallo stesso Dio[4]) e l'unità dell'umanità (tutti gli uomini sono considerati uguali innanzi a Dio e le diversità culturali e di etnia sono stimate doni meritevoli di stima e accettazione). La fede bahá'í spiega il rapporto dell'uomo e della sua interiorità[5], nel suo storico e vitale legame con Dio,[6][7][8] attraverso il concetto di relatività e progressività della religione, parallelamente a quanto avvenuto e avviene con la scienza[9], con la quale dev'essere in fertile armonia, conciliando e riconoscendo il contesto prospettico dell'evolvente turbolenta e dinamica storia della civiltà con l'iniziale profilo temporale e geografico del monoteismo, oltre che con le antichissime ere precedenti Abramo e Adamo, concependo il tutto in un correlato ordinamento universale, facente parte di un Piano Divino[10][11] per consapevolizzare l'uso dei suoi potenziali talenti, e della grandezza inarrivabile della realtà amabile del Creatore, l'umanità.

Confucianesimo

Il confucianesimo, recentemente denominato ruismo in alcune pubblicazioni specialistiche (儒教T, RújiàoP; "insegnamento dei ru"), è una delle maggiori tradizioni filosofico-religiose, morali e politiche della Cina.[1] Si è sviluppato nel corso di due millenni, esercitò un'influenza grandissima anche in Giappone, Corea e Vietnam. Confucio elaborò un sistema rituale ed una dottrina morale e sociale, che si proponevano di rimediare alla decadenza spirituale della Cina, in un'epoca di profonda corruzione e di gravi sconvolgimenti politici.[2] A differenza di quanto si crede, questa pratica esisteva prima di Confucio, tuttavia secondo la tradizione cinese egli rappresenta il più grande esponente del ruismo e pertanto è degno di venerazione. Proprio l'importanza che gli era attribuita nei testi classici cinesi portò i primi europei a pensare che Confucio ne fosse il padre fondatore. Dando forte enfasi ai legami familiari e all'armonia sociale tra gruppi più vasti, quindi alla rettitudine del mondo reale, piuttosto che a una soteriologia che proietti le speranze dell'uomo in un futuro trascendente,[3] il Confucianesimo è definito come una dottrina umanistica.

Culti sincretici africani

Il contatto fra le religioni africane tradizionali e il cristianesimo, a partire dall'epoca coloniale, ha dato origine a numerosi culti sincretici in cui convivono credenze, pratiche e rituali cristiani e tradizionali. In alcuni casi (per esempio nel caso di diversi movimenti indipendentisti), il sincretismo religioso è stato parte di un più vasto fenomeno di commistione di schemi africani ed europei in campo politico, economico, sociale e via dicendo... Il Vodoun è una delle religioni più antiche dell'Africa occidentale che ebbe origine nelle foreste pluviali e nelle savane del sud del Benin, del Togo e del Ghana orientale e che è tuttora professata e praticata dai popoli Fon, Ewe e Ga stanziati in tali regioni. Secondo molti studiosi e conformemente all'autorevole opinione del capo vodoun del Benin Sossa Guedédéhoungué, la religione avrebbe avuto origine nell'area geografica dell'Adja Tado, sul fiume Mono che divide Togo e Benin, diffondendosi poi a raggiera e mantenendosi anche dopo le pressioni colonialiste al fine di rispecchiare un'identità africana da contrapporre alla religione degli invasori. Il culto vodoun conta più di cinquanta milioni di seguaci solo in Africa occidentale, ma anche adepti a Cuba, Haiti e Brasile, dove tali pratiche e credenze sono giunte per mezzo della tratta degli schiavi. La parola vodoun, detta anche vudù, vodun e voodoo, trova origine tra le genti Fon del Benin e significa spirito o “dio”, ma anche “nascosto, misterioso, sacro”, per gli Ouatchi “messaggero del profondo” poiché il sacro non abita in cielo, ma in terra dove sono sepolti gli antenati. Nell'universo vodoun esiste un pantheon notevolmente ricco di divinità, detti Orisha (dalle parole yoruba ori, testa e sha, prendere) in grado di mettere in comunicazione il mondo terreno con quello sovrannaturale. L'Orisha è una forza pura, àsé, immateriale, che non può essere percepita dagli esseri umani se non prendendo possesso di uno di loro. L'uomo scelto ed eletto è il suo elegun, colui che ha il privilegio di essere posseduto.

Ellenismo (religione moderna)

L'Hellenismo, o Ellenismo (in greco Ἑλληνισμός?), conosciuto anche come Religione Etnica Ellenica (Ἑλληνικὴ ἐθνική θρησκεία), Politeismo Ellenico, Dodecateismo (Δωδεκαθεϊσμός), od Olimpianesimo (Ὀλυμπιανισμός), è un movimento religioso detto "neopagano" (anche se i praticanti stessi rifiutano questa parola per descriversi) che rivivifica l'antica religione greca, che fu poi abolita, resa illegale e perseguita dall'imperatore romano Teodosio I tramite una serie di decreti, tra il 391 e il 392. Il movimento è relativamente unificato e tendente all'approccio ricostruzionistico; l'ellenismo ha contribuito infatti all'emersione del fenomeno neoellenico, che tenta di ricostruire la cultura greca in tutta la sua weltanschauung, non solo religiosa ma anche sociale. Sono presenti inoltre gruppi ellenisti eclettici o non neoellenici, concentrati principalmente negli Stati Uniti d'America. Gli aderenti all'ellenismo sono in numero crescente. Fonti interne al movimento indicano 400.000 ellenisti nel mondo[1]; altre stime collocano il numero degli ellenisti nella sola Grecia tra i 100.000 e i 200.000 aderenti, e quello degli iscritti alle istituzioni intorno alle 2000 unità[2][3]. Il governo degli Stati Uniti indicava invece nel 2006 la cifra molto minore di 2000 aderenti in senso generale

Ermetismo (filosofia)

Con ermetismo o filosofia ermetica ci si riferisce a un complesso di dottrine sapienziali, misteriche, religiose e filosofiche elaborate in lingua greca durante il periodo della cultura ellenistica greco-romana, a cominciare dal II secolo d.C., da vari autori, probabilmente greci ma la maggior parte sconosciuti. Ad esse si affiancarono teorie astrologiche di origine semita, elementi della filosofia di ispirazione platonica e pitagorica, credenze gnostiche e antiche procedure magiche egizie. La denominazione della corrente trae origine dal suo leggendario fondatore, Ermete Trismegisto (dal greco antico Ἑρμῆς ὁ Τρισμέγιστος, cioè «Ermete il tre volte grandissimo»). Nell'atmosfera sincretica dell'Impero romano, al dio Ermes era stato aggiunto infatti come epiteto il nome greco (trismeghistos) del dio egizio Thot.[2] Entrambi erano gli dei della scrittura e della magia nelle loro rispettive culture.

Esoterismo

Esoterismo è il termine con cui si indicano, in senso lato, le dottrine spirituali di carattere almeno in parte segreto o riservato. La verità occulta o i significati nascosti di tali dottrine sono accessibili solo ai cosiddetti adepti, prevedendo spesso diversi gradi di iniziazione. Il termine "esoterico" compare per la prima volta in una lingua moderna, il francese, nel 1752.[2] Si contrappone a essoterico ("condiviso"), parola che indica una conoscenza aperta a chiunque. In senso lato, l'esoterismo denota la presunta capacità di accedere al nucleo intimo e unitario di una verità, andando oltre le apparenze esteriori. Ogni religione possiederebbe una componente esoterica da cui si sarebbe originata, e anzi secondo Sala Batà le conoscenze esoteriche rappresenterebbero la forma primaria di religiosità da cui tutte le altre sarebbero derivate, come i rami da un tronco.[3] «...i sapienti e i profeti delle età più diverse sono venuti a conclusioni identiche nella sostanza, seppure dissimili nella forma, sulle verità fondamentali e finali, seguendo tutti lo stesso sistema dell'iniziazione interiore e della meditazione.» (Édouard Schuré, I grandi iniziati, Laterza, 1973, pag. 10) In quest'ottica, poiché si può parlare di interno solo in rapporto a un esterno, carattere essoterico ed esoterico possono coesistere in una medesima dottrina: invece di escludersi, possono essere complementari. Una medesima dottrina può presentare una componente esoterica e una essoterica; oppure al medesimo insegnamento può essere data un'interpretazione essoterica, aperta a tutti, e una più profonda esoterica, appannaggio dei soli iniziati... «Esoterico» deriva dal greco antico ἐσωτερικός?, esōterikós, a sua volta da ἐσώτερος, esṓteros ("interiore"), contrapposto a exoteros (esteriore).[4] Anche all'interno di una cerchia ristretta vi possono essere tuttavia molteplici gradi di iniziazione esoterica, a seconda del livello di conoscenza raggiunto dagli adepti. Questi gradi possono essere rappresentati come una serie di cerchi concentrici che si avvicinano progressivamente al centro, cioè alla prospettiva unitaria e universale.[5] È questo il punto di vista assoluto in cui il microcosmo giunge a comprendere il macrocosmo, il quale esplicandosi nel mondo dà origine alla molteplicità dei fenomeni visibili.

Giainismo

Il giainismo (anche jainismo) (Sanscrito, जैन,)[1] è la religione dei seguaci di Jina (in sanscrito "il Vittorioso"), epiteto di Vardhamāna ("colui che accresce"), noto anche con i nomi di Nāyāputta ("figlio dei Nāya"), dal nome del clan cui apparteneva, Jñāta ("asceta"), Muni ("saggio"), Bhagavān ("venerabile"), Araha ("onorevole"), Veyavī ("conoscitore del Veda") e con i celebri epiteti di Mahāvīra ("grande eroe") e di Tīrthaṃkara ("creatore di guado"), che visse nel VI secolo a.C. nella regione indiana del Bihar. Si tratta di un gruppo eterodosso rispetto alla religiosità brahmanica e vedica e che mira a ottenere la liberazione dal ciclo delle esistenze e l’eliminazione del karma attraverso una serie di pratiche di austerità. Fa riferimento a una serie di testi (definiti in un Canone) che riportano l’insegnamento del fondatore, ma i giainisti ritengono che Vardhamāna sia solo il ventiquattresimo dei maestri definiti appunto come Tīrthaṃkara che hanno insegnato la via della liberazione dal ciclo delle esistenze. Si tratta di una dottrina che trasmette pratiche salvifiche e ha aspetti che la discostano dalla dimensione religiosa così come essa è intesa in Occidente (per esempio le figure divine che nel giainismo sono presenti ma hanno ruolo molto diverso rispetto a forme teistiche). In sostanza il giainismo indica come uscire dal saṃsāra (ciclo delle vite continue) e come liberarsi dal karman, elementi che determinano il continuo trasmigrare di vita in vita e quindi una condizione di sofferenza.

Gnosticismo

Lo gnosticismo è un movimento filosofico, religioso ed esoterico,[2] a carattere iniziatico,[3] molto articolato e complesso, presente nel mondo ellenistico greco-romano,[4] che tra il II e il IV secolo d.C. raggiunse la massima diffusione. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), cioè «conoscenza», che era l'obiettivo che esso si poneva. Il termine gnosticismo venne coniato da Henry More nel 1669,[5] con esplicito riferimento al vocabolo greco «gnosi» utilizzato nell'antichità dai seguaci del movimento.[6] Anche se parrebbe collocarsi principalmente in un contesto cristiano[7][8], in passato alcuni studiosi ritennero che lo gnosticismo precedesse il cristianesimo e includesse credenze religiose pre-cristiane e pratiche spirituali comuni alle origini del cristianesimo, al neoplatonismo, all'ebraismo del Secondo Tempio, alle religioni misteriche e allo zoroastrismo (specialmente per ciò che riguarda lo zurvanismo). La discussione sullo gnosticismo è cambiata radicalmente con la scoperta dei Codici di Nag Hammadi, che condussero gli studiosi a una revisione delle precedenti ipotesi... Le origini dello gnosticismo sono state per lungo tempo oggetto di controversia e sono tuttora un interessante soggetto di ricerca. Più queste origini sono studiate, più sembra che le sue radici affondino in epoca precristiana. Mentre in precedenza lo gnosticismo veniva considerato soprattutto una delle eresie del cristianesimo, sembra che le prime tracce di sistemi gnostici possano essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana.

Manicheismo

Il manicheismo fu una religione fondata dal profeta iraniano Mani all'interno dell'Impero sasanide.[1][2][3][4] Predicava un'elaborata cosmologia dualistica che descriveva la lotta tra il bene e il male rappresentati il primo dalla luce e dal mondo spirituale e, il secondo, dalle tenebre e dal mondo materiale;[5] ove attraverso un continuo processo all'interno della storia umana, la luce (che influisce sulla condotta e sulla psicologia umana) viene gradualmente rimossa dal mondo materiale e restituita al mondo spirituale da cui proviene. In altri termini, questo estremo concetto dualistico con cui viene interpretata l'opera divina riserverebbe allo stesso essere umano la missione di separare il male (il mondo materiale, l'ombra) dal bene (il mondo spirituale, la luce). Questa forma di eresia dello Zoroastrismo si diffuse rapidamente nelle regioni di lingua aramaica[6] e fra il terzo e il settimo secolo fu una delle religioni più diffuse al mondo e arrivando fino all'estremo oriente della Cina e nella parte occidentale dell'Impero Romano.[7] Essa si diffuse molto rapidamente nell'Impero sasanide e, grazie allo spirito missionario dei suoi seguaci, si diffuse sia a Occidente nell'Impero Romano, a cominciare dalla Siria e l'Egitto per diffondersi a Roma, nel Nord Africa e poi in tutto l'Impero, sia a Oriente nelle regioni dell'Asia centrale, popolate da tribù turche, fino all'India, alla Cina e alla Siberia. Divenne quindi il principale antagonista del cristianesimo prima della diffusione dell'Islam nella competizione per sostituirsi al paganesimo. Sopravvisse più a lungo in oriente e probabilmente scomparve dopo il XIV secolo nel sud della Cina.[8] La maggior parte degli scritti originali del Manicheismo sono andati perduti, ma sono sopravvissute numerose traduzioni e alcuni testi frammentari. Trovò raramente supporto e tolleranza dai governi e fu frequentemente e duramente perseguitato in ogni dove dai governi e dalle altre religioni. In Occidente scomparve verso il V secolo, nel Medio oriente verso il X secolo, mentre sopravvisse più a lungo in Estremo Oriente (XIV secolo) anche per la capacità di adattarsi e di mascherarsi con le credenze locali. Diversi piccoli gruppi continuano oggigiorno a praticare il Manicheismo.[9][10][11] In Occidente le leggi contro i manichei furono utilizzate per secoli per combattere eresie cristiane basate su un dualismo di origine gnostica (si veda Manichei medievali). Altre caratteristiche rilevanti sono:[senza fonte] originale e coerente universalismo pacifismo e vita povera e missionaria dei suoi adepti scrittura e arte del libro fondamentali per il patrimonio delle Sacre Scritture redatte da Mani stesso Sigillo dei Profeti: la rivelazione di Mani vista come conclusione delle profezie redentrici (non legislative come Mosè) da Adamo a Noè e soprattutto Zoroastro, Buddha e Gesù doppia morale: rigida e inflessibile quella dei religiosi, più tollerante quella dei laici Il manicheismo fonde in modo originale elementi cristiani di derivazione giudaico-cristiana (Elcasaiti) e gnostica, in particolare di Bardesane e di Marcione, assieme a una riformulazione del dualismo zoroastriano e di elementi della morale e dell'organizzazione simile a quella dei buddisti.

Mitraismo

Il mitraismo fu un'antica religione romana, basata sul culto di un dio chiamato Meithras che apparentemente deriva dal dio persiano Mitra e da altre divinità dello zoroastrismo. A differenza dello zoroastrismo, fu una religione misterica... Nonostante la religione facesse professione di universalismo, questo culto escludeva le donne e fu praticato da ristrette, anche se influenti, élite formate soprattutto dai militari e, in parte, da "burocrati" e amministratori... Essendo una religione misterica di iniziazione, al pari dei misteri eleusini, il mitraismo non diede luogo alla diffusione di un corpo di scritture rivelate e anche i suoi rituali erano tenuti segreti e riservati agli iniziati. Le scarne informazioni scritte sul mitraismo provengono da scrittori cristiani o pagani, ma non aderenti al mitraismo, oppure sono frutto dell'applicazione ipotetica al mitraismo di notizie sul dio Mitra provenienti dallo zoroastrismo. Il mitraismo è documentato soprattutto dalle scoperte archeologiche, iconografiche ed epigrafiche dei suoi templi, i mitrei, risalenti al tardo Impero Romano.

Religioni misteriche

Con il termine misteri (dal greco μυστήριον [mysterion], poi latinizzato in mysterium) si indicano i culti di carattere esoterico che affondano le loro radici nelle antiche iniziazioni primitive e arcaiche e che si diffusero in tutto il mondo greco antico e mediorientale, con un particolare sviluppo in età ellenistica e successivamente romana.[1] Samotracia, iniziazione di Agamennone al culto dei Cabiri Si differenziavano dalle religioni ufficiali,[2] perché si trattava di riti esercitati da gruppi ristretti, entro i quali era vietato l'accesso ai comuni profani.[1] Venivano praticati spesso nei templi, il cui aspetto esteriore era quello di scuole, dove la conoscenza costituiva un tutt'uno con la disciplina pratica, i cui segreti erano custoditi e insegnati da cerchie riservate di maestri-sacerdoti. L'etimologia del vocabolo risalirebbe a una radice indoeuropea, «my», che aveva il significato, di origine onomatopeica,[4] di chiudere la bocca (da cui deriva per esempio il termine «muto»).[5] Da questa radice sarebbero derivati i termini greci μύω [mýō] («occultare»),[6] μύησις [mýēsis] («iniziazione») e μύστης [mýstēs] («iniziato», da cui anche «mistico»).

Shintoismo

Lo shintō (in giapponese 神しん道とう?)[1][N 1] noto anche come scintoismo o shintoismo[2] è una religione di natura politeista e animista nativa del Giappone. Prevede l'adorazione dei "kami", cioè divinità, spiriti naturali o semplicemente presenze spirituali[2]. Alcuni kami sono locali e possono essere considerati come gli spiriti guardiani di un luogo particolare, ma altri possono rappresentare uno specifico oggetto o un evento naturale, come per esempio Amaterasu, la dea del Sole. Il Dio delle religioni monoteiste occidentali in giapponese viene tradotto come kami-sama (神様?). Talvolta anche le persone illustri, gli eroi e gli antenati divengono oggetto di venerazione post mortem e vengono deificati e annoverati tra i kami. La parola Shinto ha origine nel VI secolo, quando divenne necessario distinguere la religione nativa del Giappone da quella buddista di recente importazione, prima di quell'epoca non pare esserci stato un nome specifico per riferirsi ad esso.[2][3] Shinto è formato dall'unione dei due kanji: 神 shin che significa "divinità", "spirito" (il carattere può essere anche letto come kami in giapponese ed è a sua volta formato dall'unione di altri due caratteri, 示 "altare" e 申 "parlare, riferire"; letteralmente ciò che parla, si manifesta dall'altare. 申 ne determina anche la lettura) e 道 tō in cinese Tao ("via", "sentiero" e per estensione; in senso filosofico rende il significato di pratica o disciplina come in Judo o Karatedo o ancora Aikidō). Quindi, Shinto significa letteralmente "via del divino".[2][4] In alternativa a Shinto, l'espressione puramente giapponese — con il medesimo significato — per indicare lo Shintoismo è Kami no michi.[5] Il termine "shintō" viene adoperato anche per indicare il corpo del nume, ovvero la reliquia presso cui il kami partecipa materialmente (per esempio una spada sacra).

Sikhismo

Il Sikhismo è una religione monoteistica. Sorse nel XV secolo nel villaggio di Rai Bhoe Talwandi (oggi Nankana Sahib in Pakistan) ove il fondatore Guru Nanak Dev era nato e aveva cominciato a predicare.[1] Tra le più giovani tra le religioni maggiori, il sikhismo è la quinta religione per seguaci, con circa 25 milioni di fedeli stimati all'inizio del XXI secolo.[2] Si sviluppò sugli insegnamenti spirituali di Guru Nanak Dev, il primo guru (1469–1539), e dei nove guru che gli succedettero. Il decimo e ultimo guru, Guru Gobind Singh (1666-1708), nominò suo successore il libro Guru Granth Sahib, portando a termine la linea dei Guru umani e stabilendo le Scritture come guida spirituale eterna e religiosa. Guru Nanak Dev insegnò che vivere una "vita attiva, creativa e pratica" di "veridicità, fedeltà, autocontrollo e purezza" è al di sopra della verità metafisica e che l'uomo ideale "stabilisce l'unione con Dio, conosce la Sua volontà ed esegue quella volontà". Guru Har Gobind, il sesto guru sikh (1606-1644), stabilì il concetto della mutua coesistenza dei regni miri (politico/temporale) e piri (spirituale). Guru Granth Sahib ji si apre con il Mul Mantar (ਮੂਲ ਮੰਤਰ), preghiera fondamentale su ik onkar (ੴ, "un dio"). Le credenze fondamentali del sikhismo, articolate nel Guru Granth Sahib, includono la fede e la meditazione sul nome dell'unico creatore; unità e uguaglianza divina di tutta l'umanità; impegnarsi in seva ("servizio disinteressato"); lottare per la giustizia, per il bene e la prosperità di tutti; e una condotta e un sostentamento onesti mentre si vive la vita di un capofamiglia. Seguendo questi precetti, il sikhismo rifiuta le affermazioni secondo cui ogni particolare tradizione religiosa ha il monopolio della verità assoluta.

Sufismo

Il sufismo[1] o taṣawwuf (in arabo تصوّف) è la dimensione mistica[2] dell'Islam[3]; sono detti sufi quanti praticano tale forma di esperienza. Si deve attribuire l'invenzione del termine sufismo, come il suo attuale impiego nel mondo occidentale, non tanto ai testi islamici o ai sufi, quanto agli orientalisti britannici; questi vollero creare una divisione tra ciò che reputavano interessante della civiltà islamica (la sua spiritualità) e gli stereotipi negativi sull'Islam (presenti in Gran Bretagna[20]). Storicamente i musulmani hanno usato la parola araba tasawwuf per identificare la pratica dei sufi[21]. Gli studiosi tradizionali dell'Islam con tasawwuf o 'sufismo' sono soliti denotare il nome della dimensione interiore (o esoterica) dell'Islam[22], il quale è supportato e integrato da pratiche esteriori (o essoteriche) quali la sharia[23]. In quest'ottica, «è assolutamente necessario essere un musulmano» per essere un vero sufi, perché nel Sufismo «i metodi non sono operativi senza» una «affiliazione» musulmana[24][25]. Tuttavia, gli stessi studiosi islamici non concordano appieno sul significato della parola sufi[26]. I sufi stessi sostengono che il tasawwuf è un aspetto dell'Islam simile alla sharia[21]: inseparabile dall'Islam e parte integrante della fede e della pratica islamica[27]. Gli studiosi sufi classici hanno definito il tasawwuf come «una scienza il cui obiettivo è la riparazione del cuore: lo si rivolgerà lontano da tutto il resto ma pur sempre verso Dio» Il termine arabo "taṣawwuf" deriverebbe dalla lana (in arabo ṣūf) con cui erano intessuti gli umili panni dei primi mistici musulmani, i quali proprio per questo vennero chiamati "sufi"[32], ma un'altra etimologia si rifà al vocabolo ṣuffa, "portico", come quello antistante la casa-moschea di Maometto a Medina, sotto il quale si raccoglievano alcuni pii musulmani, ospitati volentieri dal Profeta per la loro povertà, che si accompagnava anche a un atteggiamento assai pio. Altri riconducono il termine all'arabo safà, "purezza" o si richiamano alla collocazione dei sufi "in prima fila", saff al-àwwal, al cospetto di Dio. Altri hanno suggerito che la parola deriva dal termine ahl aṣ-ṣuffah, "il popolo della panchina", che era un gruppo di compagni impoveriti di Maometto che ha tenuto incontri regolari di dhikr. Questi uomini e donne che sedevano nella Moschea del Profeta sono considerati da alcuni come i primi Sufi[33][34]. Al-Qushayri e Ibn Khaldun respingono tutte le altre possibilità eccetto ṣūf, per motivi linguistici

Sunnismo

Il sunnismo (in arabo اهل السنة والجماعة‎?, ahl al-sunna wa l-jamāʿa[1], "il popolo della Sunna e della Comunità") è la corrente maggioritaria dell'Islam, comprendendo circa l'85% dell'intero mondo islamico[2]. Essa riconosce la validità della Sunna (consuetudine[3], identificata con i Sei libri) e si ritiene erede della giusta interpretazione del Corano[1], articolata giuridicamente in 4 scuole o madhhab. Queste si dividono in hanafismo, malikismo, sciafeismo, hanbalismo. Mentre il cristianesimo è la maggiore religione del mondo (con 2,4 miliardi di aderenti) e l'Islam la seconda (con 1,8 miliardi), come confessioni il sunnismo (1,6 miliardi) supera il cattolicesimo (1,3 miliardi). Nell'islam, oltre al sunnismo, le principali confessioni sono rappresentate dallo sciismo e dal kharigismo. Sono presenti inoltre numerose forme minori (vedi denominazioni islamiche). Nel sunnismo, così come nelle altre confessioni islamiche, ci sono divisioni interne tra i credenti sufi e coloro che rifiutano l'approccio sufico.

Taoismo

«Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra...» (Laozi, Daodejing (incipit), trad. di Paolo Siao Sci-yi[1]) Il carattere cinese dào. Il carattere 道 significa "via", ma anche "percorso". A partire dalla dinastia Zhou orientale (770-256 a.C.) ha iniziato a significare la "via corretta" o la "via naturale". Ma anche "mostrare la via" quindi "insegnare", "metodo da seguire" e infine "dottrina". Nei Lúnyǔ (論語) di Confucio si dice che uno Stato "ha il 道 se è ben governato" o anche che il "re dedica se stesso al 道". Da notare che il carattere 道 si compone di 首 (qiú "testa" quindi "principale") + una variante del carattere 止 (zhǐ nel significato arcaico di "piede") combinata con 行 (xíng, "percorrere"): quindi "incedere sul percorso principale". Il carattere cinese dào con il suo ordine di scrittura Il Taijitu (T'ai Chi T'u), rappresentazione di Yin e yang. Il taoismo o daoismo, (道教S, dàojiàoP, lett. "dottrina del Tao") designa sia le dottrine a carattere filosofico e mistico esposte, principalmente, nelle opere attribuite a Laozi e Zhuāngzǐ (composte tra il IV e III secolo a.C.), sia la religione taoista istituzionalizzatasi come tale all'incirca nel I secolo d.C.[2]. Al contrario del confucianesimo, il taoismo non possiede un insegnamento fondamentale o un credo e pratica unitari. È principalmente una religione cosmica, centrata sul posto e sulla funzione dell'essere umano, di tutte le creature e dei fenomeni in esso.[3] Nel tempo se ne sono sviluppate diverse scuole e interpretazioni. Nonostante la distribuzione ubiquitaria in Cina e la ricchezza di testi, si tratta probabilmente della meno conosciuta tra le maggiori religioni al mondo[4]. Come ricorda Stephen R. Bokenkamp[5] i cinesi non possedevano un termine per indicare le proprie religioni fino all'arrivo del buddhismo nei primi secoli dopo Cristo (la prima introduzione del buddismo in Cina sarebbe avvenuta nel 64 d.C.), quando opposero al Fójiào (佛教, gli insegnamenti del Buddha), il Dàojiào (道教, gli insegnamenti del Tao). Dall'influenza del taoismo sul Buddhismo Mahāyāna indiano probabilmente si sviluppò il Chan.

Via romana agli dei

La via romana agli dèi, altrimenti detta tradizione romano-italica, tradizionalismo romano-italico o gentilità romano-italica, è la continuazione e riproposizione moderna e contemporanea della religione romana e italica attraverso pratiche tratte o adattate dalla documentazione storica dell'antica Roma. A volte è qualificata, per molti suoi seguaci impropriamente, come neopaganesimo romano-italico. È praticata in Italia in forma sia individuale che comunitaria, da alcune centinaia di persone, raccolte in diverse associazioni. Gruppi minori esistono anche in altri paesi europei e in Nord America. Alcuni studiosi delle religioni tendono ad associare la via romana agli dèi al gruppo di religioni appartenenti al neopaganesimo, mentre gran parte degli aderenti rifiutano sia tale associazione sia il concetto stesso di neo-paganesimo, come si è venuto a sviluppare negli ultimi decenni del Novecento[2]. Le principali associazioni aderiscono all'organizzazione delle religioni etniche europee dell'ECER (European Congress of Ethnic Religion[

Wahhabismo

Il wahhabismo è un movimento di riforma religiosa sviluppatosi alla metà del XVIII secolo nel Najd, un'area desertica al centro della penisola arabica, socialmente, culturalmente ed economicamente poco sviluppata rispetto ai principali centri del mondo islamico dell'epoca. I suoi presupposti possono essere rinvenuti nell'onda lunga di un movimento di riforma religiosa partito dall'area Indo-Pacifica del mondo musulmano. Questo movimento predicava in generale un ritorno al testo coranico. Il suo fondatore eponimo Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (al-ʿUyayna, Najd, 1703 - Dirʿiyya, presso Riyāḍ, 1792), era figlio di ʿAbd al-Wahhāb, un qadi di scuola hanbalita che esercitava al-ʿUyayna. Sebbene sia definito spesso come "arcaico", "ultraconservatore",[1] "austero"[2], il wahhabismo è prima di tutto un movimento letteralista che ha predicato fin dalle sue origini un ritorno alle fonti coraniche attraverso l'eliminazione di ogni interpretazione del testo in quanto attributo di Allah. Anche se elaborato a partire da un contesto religioso di stampo hanbalita, il wahhabismo ha però combattuto il fiqh dei madhhab tradizionali in nome di un assoluto monoteismo fedele all'unico principio del tawḥīd. Interprete della più intransigente palingenesi islamica, il Wahhabismo è stato il credo dominante nella penisola arabica e dell'attuale Arabia Saudita. Esso costituisce una forma estremamente rigida dell'Islam, che insiste su un'interpretazione letteralista del Corano. Nel secondo decennio del XXI secolo la maggioranza dei wahhabiti si trova in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita.[3] In Qatar i wahhabiti costituiscono il 46,87% dei fedeli[3] e negli EAU il 44,8%, a fronte dell'appena 5,7% degli abitanti del Bahrein e del 2,7% dei cittadini del Kuwait.[3] Le stime sono tuttavia soggette a una qualche variazione, tanto che Michael Izady parla di 5 milioni di wahhabiti nella regione del Golfo Persico (a fronte dei 28,5 milioni di sunniti non wahhabiti e degli 89 milioni di sciiti), mentre altre fonti forniscono cifre minori per lo sciismo, senza indicare tuttavia il numero di wahhabiti. Il 15% dei cittadini sauditi è sciita.

Zoroastrismo

Lo zoroastrismo (definito anche zoroastrianesimo o mazdeismo, in avestico mazdayasna, cioè "adorazione di Ahura Mazda" o "culto di Mazda") è la religione basata sugli insegnamenti del profeta Zarathustra (o Zoroastro). Tra il VI secolo a.C. e il X secolo d.C. fu la religione principale più diffusa nelle regioni iraniche e dell'Asia centrale, sia teologicamente che demograficamente e politicamente[2]. Questa fede è chiamata dai fedeli zarathushti din (religione zoroastriana) dal nome del suo fondatore Zarathustra (derivato dal tardo medio-persiano, o lingua pahlavi, Zardukhsht anche Zardusht; anche dalla lingua persiana: Zardosht). I fedeli sono chiamati "zoroastriani" (lingua fārsì: zartoshti, zardoshti; lingua gujarati: jarthushti). Lo zoroastrismo è indicato tradizionalmente anche con il termine Mazdayasna daēnā (medio-persiano dēn ī Māzdēsn, religione degli adoratori di Mazdā) e loro stessi come mazdayasna (adoratori di Mazdā, medio-persiano māzdēsn), indicandosi quindi come seguaci del dio creatore denominato Ahura Mazdā ("Saggio signore" o "Signore che crea con il pensiero"). Da qui la sua denominazione corrente di mazdaismo o mazdeismo ritenuta come l'unica corretta da alcuni iranisti[3], da non confondersi con il mazdakismo che pure attinse in questa tradizione. Lo zoroastrismo è stato per secoli la religione dominante in quasi tutta l'Asia centrale, dal Pakistan all'Arabia Saudita, fino alla nascita e diffusione della religione islamica nel VII secolo. Tuttavia non si estinse, e piccole comunità zoroastriane permangono a oggi in Iran, Tagikistan, Azerbaigian e India (i cosiddetti Parsi, comunità fuggite dall'Iran nel periodo della sua islamizzazione e rifugiatesi in India). Alcuni fra i concetti maggiori zoroastriani: La filosofia zoroastriana è riassunta da uno dei principali motti della religione: "Buoni pensieri, buone parole, buone opere". Parità sessuale. Uomini e donne hanno uguali diritti all'interno della società. Attenzione per l'ambiente. La natura svolge un ruolo centrale nella pratica dello zoroastrismo. Le più importanti feste annuali zoroastriane riguardano celebrazioni della natura: il nuovo anno nel primo giorno di primavera, la festa dell'acqua in estate, la festa d'autunno alla fine della stagione, la festa del fuoco in mezzo all'inverno. Lavoro e carità. Pigrizia e lentezza sono malviste. La carità è vista come opera buona. Condanna dell'oppressione tra esseri umani, della crudeltà verso gli animali e del sacrificio degli animali. Punti nodali della religione sono l'eguaglianza di tutti gli esseri senza distinzione di razza o credo religioso e rispetto totale verso ogni cosa. Liturgia. Nello zoroastrismo l'energia del creatore è rappresentata dal fuoco. I devoti del culto solitamente pregano alla presenza di qualche forma di fuoco (o davanti a fonti di luce). Il fuoco comunque non è oggetto di venerazione, ma è utilizzato semplicemente come simbolo e punto centrale del culto zoroastriano. Anticamente la funzione principale del culto era lo 'Yasna', il sacrificio dell'haoma, pozione a base di erba, bevuta come liquido sacrificale mentre veniva compiuta una serie complessa di rituali. Tale pratica fu osteggiata da Zarathustra. I seguaci dello zoroastrismo pregano cinque volte al giorno.

Chiesa nativa americana

La Chiesa nativa americana (conosciuta anche come peyotismo o religione del peyote) è la più diffusa religione indigena tra i nativi americani in Canada, Messico e Stati Uniti[1][2][3][4]. La Chiesa nativa americana è una religione sincretica, che combina elementi del cristianesimo e delle religioni tradizionali, e comprende l'utilizzo di un enteogeno, il peyote, un cactus privo di spine con effetti psichedelici. Tale religione è praticata in più di 50 tribù native americane e ha fra i 200 000 e i 300 000 aderenti. La Chiesa nativa americana è nata nello Stato dell'Oklahoma, introdotta nella regione delle Grandi Pianure dal Messico.[6]. Uno dei suoi primi leader fu il capo comanche Quanah Parker[7]. Il peyote è utilizzato in diverse regioni del Messico dai tempi delle civiltà precolombiane come medicina tradizionale per la psiche e per lo spirito, oltre che per comunicare con il soprannaturale. Alla metà del XIX secolo, l'uso del peyote si diffuse nell'area delle grandi pianure degli Stati Uniti, soprattutto tramite il popolo apache. Per quanto riguarda la disposizione d'animo e il modo ideale di comportarsi, la Chiesa nativa americana è affine a varie forme di cristianesimo, ma ha anche molte affinità con i valori di alcune forme di buddismo, ad esempio lo Zen. Il famoso studioso buddista Zen Daisetz Teitaro Suzuki scrisse che gli aspetti della vita sono: una vita di umiltà, una vita di lavoro, una vita di servizio, una vita di preghiera e gratitudine, e una vita di meditazione. Tutto questo è molto vicino a ciò che la Chiesa nativa americana considera essere una vita giusta. La Chiesa nativa americana ha affrontato molte vicissitudini legali, dovute al fatto che il peyote è classificato come droga controllata negli Stati Uniti. Nel 1978 è stato approvato l'Indian Religious Freedom Act, per fornire protezione legale per l'uso della pianta da parte della Chiesa

Bambini di Dio

I Bambini di Dio, sorti in origine negli USA come Children of God (COG), nome mutato in Family of Love, la Famiglia, quindi in Family International, sono un movimento religioso, che viene spesso definito come una setta dai mezzi di comunicazione e da alcune organizzazioni governative USA. Ebbe i suoi inizi nel 1968 a Huntington Beach, in California. Questo movimento religioso faceva parte del Jesus Movement dei tardi anni sessanta, che aveva fatto molti dei suoi primi proseliti nel movimento hippie. Faceva parte di quei movimenti che scatenarono la controversia anti-sette degli anni settanta e ottanta negli Stati Uniti e in Europa, e diede luogo, come reazione, al primo gruppo organizzato di movimenti antisette, noto come FREECOG. Nel 1974 essi cominciarono a sperimentare un metodo di evangelizzazione noto come flirty fishing, ovvero l'uso del sesso per dimostrare l'amore di Dio e per guadagnarsi convertiti e supporto di ogni tipo. La pratica venne abbandonata nel 1987. Il fondatore e leader profetico, David Berg scelse il nome "biblico" di Moses David; egli comunicava con i suoi seguaci attraverso le Mo Letters; lettere di istruzione e consiglio su una miriade di argomenti spirituali e pratici, e continuò fino alla sua morte, avvenuta nel 1994. Dopo la sua scomparsa, la vedova Karen Zerby, detta Maria, divenne il leader della "Family". Gli studiosi hanno collocato la teologia basilare della "Family" dentro i limiti della tradizione cristiana, anche se il movimento ha idee non del tutto ortodosse. Per certi aspetti, essi si identificano e sono visti come cristiani fondamentalisti, anche se alcune delle loro idee e pratiche più radicali sono ritenute non tradizionali, se non addirittura eretiche, dalla maggioranza dei cristiani fondamentalisti e dai teologi. Alcune delle loro pratiche sessuali sembrano quelle di una parte dei primi cristiani ellenistici e romani (condannate dagli apostoli Pietro e Paolo), che avevano interpretato il comandamento dell'amore cristiano in senso sessuale. L'Internazionale dei Bambini di Dio afferma inoltre di credere che la Bibbia sia l'ispirata Parola di Dio e la rivelazione sacra. David Berg è ritenuto un profeta, nel senso che trasmette il messaggio di Dio, non perché possa predire il futuro. I Bambini sostengono che il grande impegno di evangelizzare il mondo sia dovere di ogni cristiano, e che tutta la loro vita debba essere dedicata al servizio di Dio e degli altri. Nel movimento vi sono vari livelli di appartenenza, ed i più impegnati, i "Family Disciples," vivono in comuni, ed incoraggiano ad avere molti figli. All'inizio la contraccezione veniva scoraggiata, ma attualmente la scelta è lasciata agli individui e non è una pratica desueta. Un cardine centrale della loro teologia è la "Legge dell'Amore" che, in modo semplice, sostiene che se le azioni di una persona sono motivate dall'amore non egoistico, sacrificale e non sono intenzionalmente dannose per altri, queste azioni sono in accordo alle Scritture e sono, dunque, legittime agli occhi di Dio. Il movimento crede che questo cardine prevalga su tutte le altre leggi bibliche, eccetto quelle che proibiscono l'omosessualità maschile, che viene ritenuta abominevole. Gli insegnamenti recenti della "Family" si centrano attorno a quello che chiamano le "nuove armi di tipo spirituale" (che mostra convergenze con la New Age degli anni novanta). La Family crede che essi siano soldati nella guerra spirituale del bene contro il male, la quale ha come obiettivo le anime ed i cuori delle persone.

Chiesa dell'unificazione

La Chiesa dell'unificazione o Associazione Spirituale per l'Unificazione del Mondo Cristiano è un nuovo movimento religioso coreano fondato dal Reverendo Sun Myung Moon nel 1954. La Chiesa dell'unificazione ha conosciuto una certa popolarità verso la seconda metà degli anni settanta, successivamente il 27 maggio del 2001 con la controversa vicenda legata al matrimonio del vescovo cattolico Emmanuel Milingo con Maria Sung, una donna coreana legata alla stessa chiesa, e poi ancora nel 2022 per le vicende intorno all'omicidio dell'ex primo ministro giapponese Shinzō Abe. La Chiesa dell'unificazione è proprietaria del quotidiano conservatore statunitense The Washington Times che è pubblicato a Washington ed è stato fondato nel 1982 dallo stesso Rev. Sun Myung Moon. Il movimento è stato trasformato nel 1996 dallo stesso Moon in Federazione delle famiglie per la pace mondiale e l'unificazione, mantenendo tuttavia inalterati i caratteri religiosi che lo contraddistinguono. La Chiesa dell'unificazione si presenta come l'ennesimo movimento vagamente cristiano, ecumenico, missionario, di redenzione dell'umanità ("restaurazionista") attraverso la realizzazione della "famiglia ideale" centrata su Dio. La teologia della Chiesa dell'Unificazione, pur presentando riferimenti biblici privi di studi teologici seri, richiama in modo ampio il confucianesimo coreano e il Ceondoismo (una religione coreana sorta nell'Ottocento, il cui nome significa religione della via celeste). La base teologica del movimento è contenuta nel testo composto dal Reverendo Moon chiamato Principio divino. È un testo che reinterpreta la Bibbia in maniera radicale, offrendo una visione del tutto nuova e sconosciuta al resto del cristianesimo. Principio divino è quindi considerato un libro sacro, rivelato ai membri della chiesa a più riprese dalla sua nascita fino alla metà degli anni Novanta. La chiesa, nonostante professi la pace, in passato è stata criticata pubblicamente per il possesso, da parte di uno dei suoi alti membri, di una fabbrica di armi da fuoco. Il proprietario della fabbrica di armi è Justin Moon, che si è distaccato dalla Chiesa dell'Unificazione e ha fondato la Sanctuary Church insieme al fratello Sean Moon. La Sanctuary Church è nota per l'uso di armi e altri simboli di guerra nelle sue funzioni religiose

Meditazione trascendentale

La meditazione trascendentale è una tecnica meditativa per lo sviluppo di potenzialità umane; la sua origine è da ricondursi alla tradizione vedica ed è stata introdotta in occidente nel 1958 da Maharishi Mahesh Yogi. La meditazione trascendentale è praticata da milioni di persone in tutto il mondo. Dal 1979 la meditazione trascendentale è stata introdotta in varie scuole in diverse parti del mondo: negli USA, in America Latina, Asia, Irlanda del Nord, Sud Africa e Israele[5][6][7]. In Gran Bretagna la Scuola Maharishi di Skelmersdale[8] è attualmente tra le scuole finanziate dal Ministero dell'istruzione[9] quale "Scuola Libera"[10]. La scuola ottiene regolarmente risultati eccellenti

Movimento raeliano

Il Movimento raeliano è un nuovo movimento religioso[1][2] basato sulla credenza secondo cui alcuni extraterrestri scientificamente avanzati, chiamati elohim, avrebbero creato la vita sulla Terra attraverso l'ingegneria genetica. Il movimento crede inoltre che, grazie ad un'opportuna combinazione di clonazione e trasferimento della mente, sia possibile raggiungere l'immortalità. Sul sito ufficiale si definisce un movimento di "disegno intelligente per atei". I raeliani promuovono idee sociali come la autodeterminazione sessuale, e uno spirito di responsabilità e condivisione che condurrà verso una nuova era di pace e benessere; affermano la necessità del progresso scientifico e della geniocrazia, una forma di governo proposta per la prima volta da Rael nel 1977 che vede nelle capacità di problem-solving, creatività e intelligenza i criteri per l'attribuzione dei diritti elettorali attivi e passivi ai cittadini. Le soglie proposte sono: un QI del 50% al di sopra della media per un potenziale candidato e un QI del 10% al di sopra della media per un elettore[3]. È interessante notare che, nell'ipotesi che la distribuzione dei QI sia Normale con media = 100 punti e deviazione standard = 15 punti, la proposta in questione implicherebbe l'esclusione dal diritto di voto di quasi il 75% della popolazione [4]. Rael non specifica che tipo di test andrebbero effettuati per stabilire i QI.

Neopaganesimo

Neopaganesimo, neo-paganesimo o paganesimo moderno è un termine categoriale che raggruppa un insieme di religioni, tradizioni e movimenti spirituali eterogenei, i quali si ispirano alle religioni pagane praticate nell'età antica in Europa e nel Medio Oriente.[1] Alcuni studiosi fanno rientrare tali religioni nel novero dei nuovi movimenti religiosi.[2] Il filosofo italiano Salvatore Natoli ha definito il fenomeno del neopaganesimo come caratterizzato da una ricerca di salvezza scevra dalla fede e un'etica dell'aldiqua e del finito.[3] Vari neopaganesimi hanno visto un'ascesa repentina in Europa nei primi decenni del XXI secolo in stretto rapporto con le destre politiche tradizionaliste, nativiste e identitarie.

Sathya Sai Baba

Sathya Sai Baba, nato Sathya Narayana Raju Ratnakaram (Puttaparthi, 23 novembre 1926[1] – Puttaparthi, 24 aprile 2011[2]), è stato un predicatore indiano. Ha milioni di devoti a livello mondiale, molti dei quali facenti parte dell'Organizzazione Sathya Sai. Ha lasciato uno dei più grandi imperi economici dell'India, lo Sri Sathya Sai Central Trust, una fondazione di carità pubblica valutata circa 12 miliardi di euro, che già nel 1993 (quando era valutata 2 miliardi di dollari) aveva portato il governo ad indagare sulla provenienza del denaro... L'insegnamento di Sathya Sai Baba si fonda sul concetto che l'uomo sia essenzialmente divino e che debba quindi impegnarsi a riscoprire la propria natura divina. Sathya Sai Baba affermò più volte di non voler fondare una nuova religione, né una setta o un nuovo credo, o di volere raccogliere proseliti; nonostante sia nato in un contesto induista, il suo messaggio era inteso come universale e si rivolgeva indistintamente ai fedeli di tutte le religioni, a cui raccomandava la sincera adorazione di Dio nelle forme e nei mezzi propri di ciascuna religione: cardine del suo insegnamento è infatti l'unità delle religioni e delle discipline spirituali, concepite come strade differenti verso l'unico Dio. Molta importanza è data al canto devozionale (bhajan) e alla preghiera (con la ripetizione dei mantra), al servizio altruistico disinteressato (seva), e allo studio della spiritualità attraverso i testi sacri e spirituali di ogni tradizione o cultura. Il vero scopo della Sua Missione è quello di instaurare la fratellanza degli uomini, l'unità di tutte le creature, quello di stabilire il dovere di amare tutti e servire tutti, ma il significato più profondo è quello di condurre tutti all'acquisizione di una visione unitaria dell'Universo. La popolarità di Sathya Sai Baba in Occidente fu dovuta in buona parte all'opera dei mass media e al loro interesse non tanto verso il suo messaggio e le sue opere, quanto verso la presunta sovrannaturalità di numerose azioni, episodi ed eventi, che lo riguardavano in modo più o meno diretto. L'influenza del santone indiano crebbe grazie anche alle simpatie dell'alta società prima indiana, poi internazionale: era infatti considerato il "guru dei Vip" perché molte celebrità (rockstar, politici, attori di Hollywood e campioni sportivi) vennero affascinate dalla sua persona.[9] Persino un sacerdote bergamasco, don Mario Mazzoleni (1944-2001), divenne seguace di Sai Baba e per questo fu scomunicato dalla Chiesa Cattolica

Pastafarianesimo

Il pastafarianesimo (in inglese Flying Spaghetti Monsterism o Pastafarianism) è un movimento religioso[1] fondato nel 2005 da Bobby Henderson, un laureato in fisica presso l'Oregon State University, per protestare contro la decisione del consiglio per l'istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nei corsi di scienze come alternativa alla teoria dell'evoluzione. Nonostante sia generalmente considerata una religione parodistica,[2][3] gli adepti[4] e lo stesso fondatore (per i pastafariani profeta)[5] rifiutano tale etichetta[6], sostenendo che "ogni affermazione che faccia pensare al Pastafarianesimo come a qualcosa di umoristico o satirico è pura coincidenza.. In Italia[28] è presente una Chiesa Pastafariana Italiana[29], nata ufficialmente il 12 marzo 2012 a Roma[30] e che ha nominato come Supremo 1° Pappa Al Zarkawi; in seguito alla sua morte avvenuta a fine dicembre 2013, Capitan Pizzocchero è stato nominato temporaneamente vicario della Chiesa e in seguito Pappa per acclamazione. La Chiesa Pastafariana Italiana ha posto varie sedi per l'Italia (denominate Pannocchie)[31] gestite dai Frescovi locali, che organizzano periodicamente eventi.

Osho Rajneesh

Osho Rajneesh, o semplicemente Osho (Kuchwada, 11 dicembre 1931 – Pune, 19 gennaio 1990), è stato un mistico e maestro spirituale indiano, che acquisì seguito internazionale. Nato Chandra Mohan Jain (hindi devanagari: चन्द्र मोहन जैन), fu noto come Acharya Rajneesh[1] negli anni sessanta e poi come Bhagwan Shree Rajneesh negli anni settanta e ottanta, finché il 7 gennaio 1989 annunciò la volontà di adottare il nome di Osho Rajneesh, che poi ridusse a Osho (dalla pronuncia ˌəʊʃɪˈænɪk della parola inglese oceanic),[2] in quanto per troppe persone l'epiteto Bhagwan conservava il significato di Dio.[3] Osho fu professore di filosofia fino al 1966, quando abbandonò la carriera accademica per girare il mondo come maestro spirituale.[4] Le sue posizioni anticonformiste suscitarono scalpore e reazioni controverse.[5] Affermò di aver vissuto, ventunenne, l'esperienza mistica dell'illuminazione. I suoi insegnamenti sincretistici sono volti al risveglio spirituale dell'individuo ed enfatizzano l'importanza della libertà, dell'amore, della meditazione, dell'umorismo e di una gioiosa celebrazione dell'esistenza, valori che egli riteneva soppressi dai sistemi di pensiero imposti dalla società e dalle fedi religiose.[13] Osho invitò l'uomo a vivere in armonia e in totale pienezza tutte le dimensioni della vita, sia quelle interiori che quelle esteriori, poiché ogni cosa è sacra ed espressione del divino.[14] Fautore di una ribellione fondata sul senso critico e sul rifiuto di accettare qualsiasi norma di vita o valore sociale solo perché comunemente condivisi, manifestò una forte avversione per le religioni organizzate e il mondo politico.[15] Guru iconoclasta, considerava le tradizioni religiose più influenti come false credenze che reprimono l'uomo e ne ostacolano la ricerca del Vero.[16][17] Le sue idee ebbero un notevole impatto sul pensiero New Age occidentale – da cui tuttavia egli prese le distanze[18][19] – e sulla controcultura ereditata dagli anni sessanta. La sua popolarità ha continuato ad aumentare dopo la sua morte. Osho condannò perentoriamente tutte le religioni organizzate considerandole spazzatura alla stregua delle superstizioni, ed auspicò il superamento di tali credenze preconizzando l'avvento di una nuova, unica religiosità, una “scienza della dimensione interiore”, soggettiva, incentrata sull'essere (così come la scienza “oggettiva” si occupa del mondo esteriore). Affermò che le religioni tradizionali hanno represso l'essere umano e sono destinate a scomparire, e che non hanno alcun senso i vari credo, le fedi, i rituali e i dogmi. La dimensione spirituale deve sorgere dall'esperienza diretta, dalla ricerca, da un percorso interiore; “per raggiungere la verità bisogna liberarsi da tutte le dottrine, da tutte le strutture formali” e coltivare un cuore amorevole e innocente. L'errore fondamentale compiuto dalle religioni storiche è che "nessuna ha avuto il coraggio di riconoscere che ci sono cose che noi non sappiamo, ognuna ha finto di essere onnisciente",[120] di essere l'unica vera religione condizionando l'uomo fin dalla nascita con effetti deleteri. Osho affermò che il vero uomo religioso è un ribelle in totale armonia con la sua luce, col flusso divino dell'esistenza, che vive in assoluta libertà senza essere condizionato dalla società, dalla cultura e dalle tradizioni.

Rastafarianesimo

Il rastafarianesimo (anche rastafari, rasta) è una religione monoteista nata negli anni trenta del Novecento, che si presenta come erede del cristianesimo. Il termine deriva da Ras Tafari, ossia il nome dato alla nascita all'imperatore Hailé Selassié (poi salito al trono d'Etiopia nel 1930) con l'aggiunta del titolo di Ras. In seguito alla sua incoronazione, i rastafariani riconobbero in lui Gesù Cristo nella sua "seconda venuta in maestà, gloria e potenza", o in ogni caso come una manifestazione di Dio in terra come profeticamente annunciato dalle Sacre Scritture, essendo egli, secondo la mitologia etiope, diretto discendente della tribù di Giuda che affonda le sue radici nell'incontro tra re Salomone (figlio di Davide) e la regina di Saba, episodio narrato nella Bibbia[1] e nell'antico libro chiamato Kebra Nagast, che riveste una certa importanza nella tradizione della Chiesa ortodossa etiope a cui tutti i rasta fanno riferimento (in accordo con l'esempio di Ras Tafari stesso)[2]. L'incoronazione di Hailé Selassié aveva anche una valenza politica, oltre che religiosa, essendo all'epoca l'Etiopia l'unico stato indipendente del continente africano Le credenze rastafariane si basano su un'interpretazione della Bibbia. Centrale alla religione è la credenza monoteistica in un unico Dio, chiamato Jah, che risiede parzialmente in ogni individuo. Il Rastafarianesimo è afrocentrico e concentra l'attenzione sulla diaspora africana, che crede sia oppressa dalla società occidentale, o "Babilonia". Molti Rasta chiedono il reinsediamento di questa diaspora in Africa, un continente che considerano la Terra Promessa, o "Zion". I Rasta si riferiscono alle loro pratiche come "livity", che include l'adesione ai requisiti dietetici Ital, l'indossare i capelli in dreadlocks e seguire i ruoli di genere patriarcali. Gli incontri comunitari sono noti come "groundations" e sono caratterizzati da musica, canti, discussioni e il fumo di cannabis, quest'ultimo considerato un sacramento con proprietà benefiche.

Sahaja Yoga

Sahaja Yoga, che significa «yoga spontaneo» (dal sanscrito sahaja, cioè «immediato» o «naturale», e yoga, «unione») è una delle più recenti tecniche di yoga diffuse a livello mondiale, introdotto da Shri Mataji Nirmala Devi a partire dal 1970 per fornire un metodo di meditazione basato su un'esperienza chiamata dai suoi sostenitori «realizzazione del Sé».[1] Esso intende risvegliare l'energia cosiddetta Kundalini che si troverebbe alla base della spina dorsale, all'altezza dell'osso sacro, facendola risalire senza sforzi né tensioni sino alla sommità della testa, per unirla con l'«energia divina» di cui è ritenuto pervaso l'intero universo.

Scientology

Scientology (pron. [ʃenˈtɔloʤi][1]; in inglese [sʌɪənˈtɒlədʒi][2]), più raramente Chiesa di Scientology, è un'organizzazione che ha sede principale negli Stati Uniti e che raccoglie e diffonde dal 1954 l'insieme delle credenze e pratiche ideate da L. Ron Hubbard che hanno a fondamento una serie di testi tra cui il suo libro Dianetics[3]. Il nome del movimento è a volte tradotto in italiano come scientologia.[4] Hubbard ha dato nel tempo diverse definizioni di Scientology, parallelamente al suo sviluppo. L'organizzazione non ha una propria definizione di cosa sia Scientology, salvo presentare le parole del suo fondatore. Nel suo primo libro sul soggetto la definisce "lo studio e il modo di occuparsi dello spirito in relazione a se stesso, agli universi e ad altre forme di vita"[5]. Sul sito del movimento si legge che la parola scientology deriva dal latino scio ("sapere") e dal greco logos ("studio di"). Il significato di scientology, si afferma nel sito, è "sapere come sapere"[6]. La qualifica di Scientology è argomento di dibattito: se fonti terziarie la caratterizzano come "associazione religiosa" o "filosofia religiosa"[7] o "movimento religioso"[8], altre fonti[9] la definiscono una setta. Il Cesnur la include tra le religioni e movimenti del potenziale umano[10]. Da un punto di vista giuridico il riconoscimento dello status di "religione" è accordato alla Chiesa di Scientology solo in alcuni Stati (per esempio Stati Uniti e Australia); la corte suprema dell'Inghilterra l'ha riconosciuta nel 2013;[11] in Europa, nella maggioranza degli Stati, non gode dello status di religione riconosciuta. Secondo Scientology nel 2005 l'organizzazione contava otto milioni di praticanti[12][13]. Fonti esterne tuttavia ridimensionano molto la cifra con numeri variabili tra i quarantamila[14] e i cinquecentomila praticanti in tutto il mondo[15]. In Italia si contano 12 chiese, 30 missioni e, secondo quanto riporta Scientology, vi sono più di 300 000 associati[16]. Anche il Cesnur affronta l'argomento e stima il numero degli scientologists italiani nel 2007 tra i diecimila e i cinquantamila.

Testimoni di Geova

I Testimoni di Geova sono un movimento religioso[3][4][5] cristiano[4][6][7], teocratico[8], millenarista[1] e restaurazionista[9]; originariamente denominati "Studenti Biblici", derivano dalla congregazione di un gruppo di studenti della Bibbia fondata nel 1870 in Pennsylvania da Charles Taze Russell, e sostengono di praticare il ripristinato cristianesimo delle origini[10][11][12]. Secondo un rapporto dell'organo collegiale che dirige l'organizzazione, il Corpo direttivo, al 2024 sono 8.816.562[13] i Testimoni di Geova attivi in tutto il mondo, con 118.177 congregazioni esistenti in 239 Paesi. In origine i Testimoni di Geova erano noti come Studenti Biblici. I testimoni di Geova affermano di professare il cristianesimo del I secolo[10][11]. Il loro movimento pone l'accento su una interpretazione letterale delle Sacre Scritture (eccetto in quei casi in cui il significato è chiaramente simbolico o figurato)[48], considerate come parola di Dio infallibile[49], opera promossa dal corpo direttivo dei Testimoni di Geova nella sede centrale dei testimoni di Geova a Warwick, New York. Poiché per i testimoni di Geova lo studio della Bibbia e la ricerca della Verità è l'esigenza principale di ogni fedele, essi stampano e diffondono gratuitamente copie della Bibbia in tutte le principali lingue del mondo (pubblicata per intero o in parte in più di 307 lingue della loro traduzione e di alcune lingue di altre traduzioni usate comunemente)[52]. A questo stesso proposito, i testimoni hanno un sito web ufficiale tradotto in 1097 lingue (incluse varie lingue dei segni)[53] che consente sia la lettura della loro traduzione della Bibbia on-line in moltissime lingue, sia il raffronto di ogni singolo passo con analoghe citazioni in ogni altro punto della Bibbia, il che rende più semplice effettuare ricerche. Inoltre, per i testimoni di Geova è il corpo direttivo (che secondo la loro visione è lo "schiavo fedele e saggio" menzionato nei vangeli in Matteo 24:45 e Luca 12:42) a spiegare l'interpretazione delle Sacre Scritture.[54] Il corpo direttivo si riunisce collegialmente quando si tratta di riesaminare insegnamenti biblici che includono l'esatta comprensione delle profezie e dei tempi di Dio riguardanti il suo proposito per la terra, il quale si realizzerà dopo il giorno del giudizio, ad Armaghedon. La sede centrale dei testimoni di Geova è a Warwick, New York: qui vi ha sede la Società Torre di Guardia, principale soggetto giuridico del movimento, oltre al corpo direttivo della medesima, che sovrintende alle attività mondiali della congregazione. L'organizzazione dei testimoni di Geova "è guidata e diretta in modo teocratico da questo corpo direttivo. La legittimazione dello stesso all'esercizio di tale funzione deriva dal fatto che, secondo la dottrina dei testimoni, esso è portavoce dello "schiavo fedele e discreto"

Wicca

La wicca,[1][2][3] che più raramente viene anche definita come antica religione,[4] è un nuovo movimento religioso[5] afferente ai fenomeni cosiddetti di neopaganesimo. È considerata una religione o un percorso spirituale di tipo misterico, che venera principalmente il divino immanente, creduto presente nel mondo sotto infinite forme, spesso riassunte in un principio divino femminile, la Dea, e in uno maschile, il Dio, emanazioni dell'Uno, simmetrici ma complementari. Il loro incessante interscambio sta alla base del continuo divenire del mondo. La wicca celebra, pertanto, i cicli della natura. La wicca fu resa pubblica per la prima volta nel 1954 negli scritti di Gerald Gardner,[6] un ex funzionario pubblico britannico, esperto di esoterismo, che affermava di essere stato iniziato nella New Forest Coven, una congrega appartenente a un'antica tradizione misterica (definita come "l'antica religione"),[7] che aveva perpetuato i culti esoterici medievali, perseguitati come stregoneria dalle autorità politiche e religiose, culti che a loro volta erano imperniati sulle religioni pagane dell'Europa antica... In accordo con la storia tradizionale della wicca trasmessa da Gardner, molti wiccan considerano la stregoneria medievale come una religione ancestrale della wicca e, quindi, il fenomeno della caccia alle streghe come una persecuzione religiosa contro i propri predecessori, ovvero contro coloro che, praticando culti sotterranei delle divinità antiche, furono bollati come streghe e stregoni all'interno dell'occidente cristiano tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVIII secolo, periodo chiamato nella wicca Tempi del Fuoco in riferimento alla pratica delle condanne al rogo.[100] In epoca contemporanea la wicca è spesso stata associata, per errore o per propaganda negativa, al satanismo. A causa anche delle connotazioni negative socialmente diffuse riguardo alla stregoneria antica, i Wiccan si trovano spesso in situazioni di disagio e di discriminazione, che li portano a praticare la loro religione in segreto e in privato[

Comunità

Una comunità è un insieme di individui che condividono uno stesso ambiente - sia esso fisico e/o tecnologico - formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, territoriali, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni

Minoranza

Il termine minoranza designa un gruppo di persone, che all’interno di una data società si differenziano, secondo i casi, sulla base di etnia (minoranza etnica), lingua (minoranza linguistica), religione (minoranza religiosa), genere, identità di genere, orientamento sessuale, condizione psicofisica, disabilità o altre caratteristiche distintive

Minoranza nazionale

Minoranza nazionale indica una porzione di popolazione che si differenzia da quella maggioritaria di uno stato per alcune caratteristiche linguistiche, religiose, etniche, culturali, sociali, ecc.. A causa della complessità del fenomeno non esiste una definizione legale di "minoranza nazionale" internazionalmente accolta, ma bensì distinte definizioni adottate nelle legislazioni dei diversi stati nazionali. A livello mondiale i diritti delle persone appartenenti a minoranze sono stati proclamati delle Nazioni Unite con risoluzione 47/135 del 18 dicembre 1992 intitolata "Dichiarazione delle Nazioni Unite dei diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche". In tale dichiarazione viene anche prospettato l’impegno degli Stati a proteggere dette minoranze.[4] Le minoranze nazionali sono legalmente protette nel sistema europeo del Consiglio d'Europa dalla apposita "Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali" (in vigore dal 1998), sistema a cui anche l'Unione europea ha aderito...

Influenza minoritaria

L'influenza minoritaria è un processo di influenza sociale che si verifica quando una minoranza è in grado di incidere sulla comunità di appartenenza mettendone in discussione alcune regole, credenze, opinioni. In un contesto in cui c'è un gruppo dominante che vuole difendere l'ordine costituito e una minoranza che vuole innovare è fondamentale la capacità di incidere sulla popolazione ovvero sull'insieme di persone che subisce il potere più di quanto non lo condivida. I membri della popolazione inizialmente tendono a rifiutare le istanze della minoranza perché, conformisticamente si identificano con l'opinione maggioritaria senza metterla in discussione. Il processo di validazione del punto di vista minoritario si può realizzare solo col tempo se l'attenzione viene focalizzata sull'oggetto della disputa. Il conflitto che è stato innescato si risolve dunque attraverso un processo denominato negoziato, che dipende in gran parte dallo stile adottato dalla minoranza.

Uiguri

Gli uiguri (uiguro: Uyghur; cinese: 维吾尔S, Wéiwú'ěrP) sono un'etnia turcofona di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang, insieme ai cinesi Han. Gli uiguri costituiscono la maggioranza relativa della popolazione della regione (46%).[9] Un altro gruppo di uiguri vive nella contea di Taoyuan della provincia dello Hunan (Cina centro-meridionale). Gli uiguri formano uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti in Cina, ma vi sono forti critiche da parte della comunità internazionale riguardo al trattamento a loro riservato (vedi genocidio culturale degli uiguri). Fuori della Cina, esistono significative comunità diasporiche di Uiguri nei paesi dell'Asia centrale del Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, e in Turchia. Comunità più piccole si trovano in Afghanistan, Pakistan, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Russia, Arabia Saudita, Australia, Canada e Stati Uniti. Hanno caratteristiche fisiche piuttosto diversificate, presentando sia tratti prettamente europei che fattezze mediorientali ed asiatiche. Storicamente, il termine "Uiguri" (che significa "alleati", "uniti") venne applicato a un gruppo di tribù di lingua turca che viveva nell'odierna Mongolia, generalmente identificati con i Tie-le (a loro volta spesso collegati con i Ting-ling) delle cronache cinesi. Insieme ai turchi Gok (celesti), gli uiguri furono dunque uno dei maggiori e più importanti gruppi di lingua turca ad abitare l'Asia centrale.
Gli Uiguri parlano per la maggior parte una lingua propria facente parte della sottofamiglia delle Lingue turche, facenti parte della famiglia delle Lingua Altaiche, chiamata Lingua Uigura. Questa lingua ha un alfabeto derivato da una modificazione persiana dell'alfabeto arabo con l'aggiunta di alcuni segni diacritici per rappresentare le vocali proprie della lingua.

Hui (popolo)

Gli hui (回族S, Huí-zúP) sono un gruppo etnico della Repubblica Popolare Cinese, facente parte dei 56 gruppi etnici dotati di riconoscimento ufficiale da parte dello Stato. Gli hui professano la religione musulmana, parlano la lingua cinese e sono identici nella cultura e nell'aspetto fisico al gruppo etnico han. A differenza di questi, tuttavia, essi rigettano il maiale, che in Cina è una delle carni più consumate. Inoltre, il loro modo di vestire si differenzia nei maschi adulti, che indossano cappelli bianchi, e nelle femmine, che portano il tipico velo islamico. Nella moderna etnologia, la definizione di hui non ricomprende gruppi etnici come gli uiguri (Uyghur), che, come gli hui, vivono in Cina e praticano l'islam, ma sono turcofoni ed etnicamente e culturalmente molto differenti dai cinesi. I cinesi Hui hanno diverse origini. Alcuni che vivono lungo la costa sud-orientale discendono dai mercanti arabi e persiani che si insediarono in Cina e che si mescolarono, assimilandosi con la popolazione circostante che prese da questi anche il credo religioso. L'etnogenesi degli Hui dello Yunnan e degli Hui del nord è spiegata come il risultato della convergenza, verso queste regioni, di un consistente numero di Mongoli, Turchi ed altre popolazioni dell'Asia centrale, che formarono lo strato dominante della dinastia Yuan. Tuttavia, anche i musulmani cantonesi, stanziati sulle coste meridionali, sono molto più simili alle popolazioni dell'Asia settentrionale che ai loro vicini cantonesi. L'etnonimo Hui è stato usato almeno fin dalla dinastia Qing per indicare i musulmani cinesi, ed i musulmani in generale. La definizione degli Hui come cinesi musulmani pone due problemi. In primo luogo, la Repubblica Popolare Cinese è ufficialmente uno Stato ateo. In secondo luogo, nel caso in cui debba essere riconosciuto lo status di gruppo etnico ai musulmani cinesi, vi è incertezza circa lo status dei cristiani e dei buddhisti cinesi. Il governo ha aggirato questi problemi definendo gli Hui sulla base della loro identità di gruppo etnico, ed ignorando il fatto che la loro identità di popolo è basata sulla religione. Tuttavia, molti Hui ritengono che quest'etichetta sia appropriata, in quanto la loro storia e la cultura sarebbero stati diversi senza il loro essere musulmani, tratto che li distingue da altri gruppi etnici. Inoltre, molti sostengono che un Hui sia molto diverso da un cinese Han convertito all'Islam.

Dungani

Dungani (東干族S, dōng gān zúP; in russo Дунгане?) è un termine usato nei territori dell'ex Unione Sovietica per riferirsi ai popoli musulmani di origine cinese. Con il termine ci si può riferire anche ai popoli di lingua turca della provincia di Xinjiang. Sia in Cina che in Russia i membri di questo gruppo, comunque, si autodefiniscono "popolo Hui". Nei censimenti della ex Unione Sovietica, invece, questi gruppi sono sempre stati etichettati come "dungani". Nella ex Unione Sovietica, i dungani si trovavano soprattutto in Kazakistan (36.900 secondo il censimento del 1999), Uzbekistan, e Kirghizistan. Altre comunità si trovano in Tatarstan. Nelle ex repubbliche sovietiche i Dungani sono Hui che emigrarono dalla Cina durante la guerra della minoranza Hui nel XIX secolo. Il nome Dungano è di origini oscure, ma deriva probabilmente dal turco döñän ("qualcuno che gira") o dal termine cinese dell'"est Gansu", una provincia della Cina dalla quale molti Dungani possono far derivare la loro stirpe, tuttavia il carattere gan (干) è diverso da quello usato nel nome della provincia (甘). Al popolo Hui, distribuito attraverso la maggior parte dell'ovest e del centro della Cina, ci si riferisce anche come "Dungani" da parte dei Turchi e dei Tagiki. Come Hong (2005) nota, "Il popolo dei Dungani deriva dal popolo cinese degli Hui, e ora vive principalmente in Kirghizistan, Kazakistan ed Uzbekistan. La loro popolazione ammonta a oltre 110.000. Questo popolo ha ora sviluppato un'etnia separata al di fuori della Cina, e inoltre essi hanno strette relazioni culturali con il popolo Hui, oltre a caratteristiche ed identità etnica." La larga maggioranza dei dungani sono musulmani di rito hanafita. Molti villaggi dungani hanno una moschea gestita dagli anziani del villaggio.

Han

Gli Han (cinese semplificato: 汉族 o 汉人; cinese tradizionale: 漢族 o 漢人; pinyin: hànzú o hànrén) sono il gruppo etnico maggioritario della Cina – il più grande gruppo etnico del mondo per numero di individui – e costituiscono circa il 92% della popolazione cinese e il 20,52% dell'intera popolazione mondiale. Con il termine "Han" ci si riferisce al gruppo etnico maggioritario della Cina (oltre che alla dinastia che ha regnato in Cina dal 202 a.C. al 220 d.C.), quelli che nelle lingue occidentali sono genericamente identificati come "Cinesi". In contrasto con la convinzione occidentale che gli Han siano un'etnia omogenea, vi sono considerevoli differenze genetiche, linguistiche, culturali e sociali tra i vari sottogruppi dell'etnia han. Originari della grande Pianura della Cina del Nord, gli Han hanno nel corso dei secoli assimilato varie popolazioni non-han che abitavano il resto del territorio che compone la Cina odierna, formando un gruppo etnico di una varietà linguistica e culturale sorprendente. Molti cinesi usano l'espressione "gente Han" (Hànrén) per indicare sé stessi. In Occidente la locuzione "Cinesi Han" è spesso impropriamente utilizzata come un sinonimo di "cinese" o "nazionalità cinese", senza alcun riguardo per gli altri 55 gruppi di minoranze etniche presenti sul territorio e riconosciuti come cittadini dallo Stato. In lingua cinese invece non esiste questa confusione, poiché il termine "cinese" nel senso politico (di cittadinanza) è reso dalla locuzione Zhongguó rén (中國人, letteralmente "gente del regno di mezzo", vale a dire "cittadini della Cina") e il termine "cinese" nel senso di appartenenza alla civiltà, storia e cultura cinese è reso dalla locuzione Zhonghua minzu (中華民族, "etnia del regno di mezzo"). Altre locuzioni che i cinesi usano per riferirsi a loro stessi come civiltà, quale segno della loro identità etnica, sono "Discendenti del Dragone" e "Discendenti di Huangdi e Yandi" (i due antenati divini degli Han). Notevole è stata l'influenza del Confucianesimo sulla cultura cinese. Oltre ad averne modellato in gran parte il pensiero, il confucianesimo è stato la filosofia ufficiale dell'impero. La padronanza dei testi confuciani inoltre era il principale criterio di selezione adottato per l'ingresso nella burocrazia imperiale. Uno dei principali fattori che favorisce l'unità degli han, nonostante l'enorme varietà dialettale della Cina, è la lingua scritta. Tra gli han esistono differenze sia culturali che linguistiche. Le differenze tra i sottogruppi linguistici e regionali dei cinesi han sono grandi quanto quelle esistenti tra i vari popoli dell'Europa. Secondo una recente ricerca scientifica[17] condotta sia in Cina che tra la diaspora, i cinesi han settentrionali sono geneticamente differenti dagli abitanti del sud della Cina, compreso il Guangdong, il Guangxi, il Guizhou, lo Yunnan, il Fujian, Taiwan, Hong Kong, Macao e lo Hainan. In realtà è stato detto che i cinesi han del sud sono più simili geneticamente a gruppi quali i vietnamiti, mentre i cinesi han del nord sono più vicini ai mongoli che ai cinesi del sud. Ciò perché il sud della Cina è prevalentemente montuoso, e quindi storicamente la migrazione da queste aree è stata difficile, e molto inferiore alla migrazione avvenuta da altre zone della Cina. Vi sono inoltre delle differenze tra i dialetti e gli usi di questi gruppi, anche se essi sono culturalmente affini.

Berberi

I berberi (in berbero ⵉⵎⴰⵣⵉⵖⵏ, Imaziɣen) costituiscono un gruppo etnico autoctono dell'odierno Maghreb. I berberi comprendono quelle popolazioni tradizionalmente di lingua berbera che non sono state arabizzate e rappresentano una vasta minoranza delle popolazioni di Marocco e Algeria. Minoranze berbere sono distribuite anche in Libia, Tunisia, nell'oasi di Siwa in Egitto e in Mauritania. Sottogruppo berbero sono i tuareg, distribuiti in Algeria, Libia, Mali, Niger e Burkina Faso. Berberi erano anche i guanci delle isole Canarie. Il nome "berbero" è un calco del vocabolo francese berbère, a sua volta derivato dal termine greco-romano "barbaro", volto a designare chi non parlava il latino o il greco. Sallustio nel suo Bellum Iugurthinum definì la lingua dei Libi barbara lingua (cap. 18). L'endonimo usato da molti berberi è amazigh, che significa "uomini liberi". La gran parte della popolazione in Marocco e Algeria è di origine berbera e comunità significative berbere sono presenti in Tunisia e Libia. Minoranze berbere si trovano anche in Mauritania, nelle regioni più occidentali dell'Egitto settentrionale e in alcuni Stati dell'Africa occidentale, in particolar modo nel Niger e nel Mali (i Tuareg). Molte associazioni culturali, in Nordafrica e nei Paesi di emigrazione, sono sorte per rappresentare le istanze dei Berberi e per difendere i loro interessi e i loro diritti negati. Dal 1997 esiste un'organizzazione sovranazionale indipendente, il Congresso Mondiale Amazigh, che mira a rappresentare con una voce unica a livello internazionale le associazioni culturali berbere di ogni parte del mondo. La lingua berbera o tamaziɣt appartiene alla famiglia linguistica afroasiatica o camito-semitica. La sua estensione copre quasi tutta l'Africa del Nord, dall'Oceano Atlantico fino all'Egitto occidentale; sembra che una varietà di berbero fosse un tempo parlata anche dai guanci delle isole Canarie. L'Associazione di Cultura Tamazight, con sede a Las Palmas, si dedica alla ricerca e alla riscoperta di questa lingua.[6] La lingua berbera fu in passato duramente repressa dai Paesi del Nordafrica che si proclamavano arabi, che procedettero a sistematiche campagne di arabizzazione; in tali Paesi non esistono canali di telecomunicazione di lingua berbera. Una rete televisiva satellitare in berbero è stata, invece, realizzata in Francia (Berbèr TV). Recentemente sono nati due canali televisivi in lingua berbera in Marocco (Tamazight TV) e Algeria (Berbère Télévision). Soltanto a seguito della primavera araba i politici hanno reso la lingua berbera lingua ufficiale in Marocco dal 2011[7] e in Algeria dal 2016. I Berberi possiedono una scrittura, la cosiddetta "scrittura libica" (di cui si conoscono due varianti: quella orientale e quella occidentale), attestata da numerose iscrizioni antiche, risalenti anche al I millennio a.C. Questa scrittura è preservata solo dai Tuareg (che la chiamano "tifinagh"), è stata modificata per poter trascrivere i suoni tipici dei dialetti berberi del Nord ("neo-tifinagh") ed è stata adottata dall'Istituto Reale della Cultura Amazigh (IRCAM) per la trascrizione ufficiale del berbero in Marocco. La scrittura adottata nelle scuole della Cabilia (Algeria) a partire dal 1995 è in caratteri latini ed è stata standardizzata secondo le indicazioni di una serie di convegni e conferenze sulla pianificazione linguistica del berbero.

Curdi

I curdi (in curdo کورد‎, Kurd) sono un gruppo etnico iranico originario del Medio Oriente.[28][29] Le regioni a maggioranza curda sono anche note come Kurdistan, e comprendono gran parte della Turchia sud-orientale, l'Iran nord-occidentale, l'Iraq settentrionale e la Siria settentrionale.[30] Significative comunità curde sono concentrate anche in Anatolia, nel Khorasan e in Caucaso. A partire dal XX secolo un vasto numero di curdi si è stabilito nelle principali città della Turchia occidentale (in particolare a Istanbul), nonché in Europa occidentale, principalmente in Germania. I curdi sono principalmente di lingua curda e zazaki, queste appartenenti al ramo delle lingue iraniche occidentali della famiglia indoeuropea. I curdi sono per la grande maggioranza musulmani sunniti sciafeiti, mentre vi sono cospicue minoranze sciite duodecimane, alevite, Ahl-e Haqq e yazidi. In seguito alla prima guerra mondiale e alla sconfitta dell'Impero ottomano, gli Alleati avevano previsto uno stato curdo nel trattato di Sèvres del 1920. Tuttavia questa promessa fu annullata tre anni dopo, quando il trattato di Losanna del 1923 fissò i confini della moderna Turchia e non previde tale disposizione, lasciando ai curdi lo status di minoranza nei rispettivi paesi.[31] Questo fatto ha portato a numerose rivendicazioni nazionaliste sfociate in varie ribellioni e attività di guerriglia e in seguito anche a sistematici genocidi (in particolare in Iraq).. I curdi rappresentano il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente dopo arabi, persiani e turchi. Il numero di curdi che vivono in Medio Oriente è stimato in quasi 30 milioni, ai quali si aggiungono i curdi che vivono in Europa. I curdi comprendono dal 18% al 20% della popolazione in Turchia, probabilmente fino al 25%;[47] 15-20% in Iraq; 10% in Iran; il 9% in Siria e l'1,3% in Armenia.[48] In tutti questi Paesi, con l'eccezione dell'Iran, i curdi formano il secondo maggiore gruppo etnico. Il numero totale di curdi nel 1991 è stato stimato in 22,5 milioni, con il 48% di essi che vive in Turchia, il 18% in Iraq, il 24% in Iran e il 4% in Siria.[49] L'emigrazione nel corso degli ultimi decenni ha portato ad una popolazione di quasi 1,5 milioni di curdi nei paesi occidentali, di cui circa la metà in Germania. Un caso speciale sono le popolazioni curde in Transcaucasia e in Asia centrale, sfollate lì soprattutto al tempo dell'Impero russo, che hanno subito sviluppi indipendenti per più di un secolo e hanno sviluppato un'identità etnica a sé stante.[50] La popolazione di questi gruppi è stata stimata in quasi 400.000 nel 1990. La religione più diffusa tra i curdi è l'islam sunnita, praticato nella forma sciafeita; lo sciafeismo distingue i curdi dai vicini arabi e turchi, legati al hanafismo.[43] Parte dei curdi in Iran pratica l'islam sciita.[44] In Turchia, parte della comunità zaza aderisce alla dottrina alevita. Molto diffusi tra i curdi sono il sufismo e le confraternite islamiche, in particolare la Qadiriyya e la Naqshbandiyya.[43][45] Le regioni curde sono tendenzialmente religiose e tradizionaliste e l'islam riveste un ruolo fondamentale dal punto di vista identitario, sociale e culturale. Il contributo di vari teologi curdi, tra i quali Said Nursi, ha giocato un ruolo fondamentale nella formazione del modernismo islamico.[46] Culti sincretici di derivazione islamica diffusi nelle regioni curde sono lo yazidismo, concentrato principalmente in Sinjar, nella piana di Ninive e in Armenia, e l'Ahl-e Haqq, diffuso tra Iran e Iraq.[43] Vi è poi nel Kurdistan iracheno una comunità di convertiti allo zoroastrismo.

Armeni

Gli armeni (in armeno Հայեր?, Hayer, AFI: [hɑˈjɛɾ]) costituiscono un gruppo etnico storicamente stanziato nell'Altopiano armeno. Una larga concentrazione di armeni si trova oggi in Armenia, dove rappresentano il gruppo etnico di maggioranza, mentre molte altre comunità si trovano sparse per il globo, principalmente in Russia, Medio Oriente, Stati Uniti d'America e Francia, per un totale di circa 8 milioni di unità. Nel 301 d.C. gli armeni adottarono il cristianesimo come religione di Stato. Nel 451 d.C. dopo il concilio di Calcedonia, costituirono una propria chiesa, tuttora esistente ed indipendente dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa: la Chiesa apostolica armena, che viene inclusa nella famiglia delle Chiese ortodosse orientali. Tuttavia a partire dal XIV secolo la maggior parte degli armeni tornò nella Chiesa cattolica, ma in seguito ai fatti del 1915-22 i cattolici si ridussero drasticamente di numero (oggi sono rimasti circa un decimo tra gli armeni). .. Tra il 1894 e il 1896 si ebbe un'esplosione di odio religioso in Turchia, conosciuta come massacri hamidiani. Furono i prodromi del genocidio armeno, che si perpetrò tra il 1915 e il 1916, mentre infuriava la prima guerra mondiale. I turchi giustificarono la pulizia etnica degli armeni con la falsa accusa di tramare con la Russia imperiale e di essere nemici interni dell'Impero ottomano. Il numero esatto dei morti non è stato mai stabilito con certezza. Si stima che almeno un milione di armeni sia morto nei "campi di punizione", ma questa stima esclude tutti gli altri armeni morti secondo altre cause. Molti calcolano il numero delle vittime tra gli 800 000 e un milione e mezzo. Il governo turco ha da allora sempre respinto l'accusa di genocidio, semplicemente giustificando la morte di quegli armeni in quanto oppositori dell'Impero ottomano e parlando in modo generico di una migrazione forzata. Dopo la caduta dell'Impero russo, per un breve periodo, dal 1918 al 1920, l'Armenia è stata uno stato sovrano. Alla fine del 1920, i comunisti giunsero al potere in seguito all'invasione dell'Armenia da parte dell'Armata Rossa e nel 1922 l'Armenia divenne parte dell'Unione Sovietica come Repubblica Socialista Sovietica Federata della Transcaucasia che poi divenne la Repubblica Socialista Sovietica Armena (1936 - 21 settembre 1991). Nel 1991, l'Armenia si dichiarò indipendente dall'URSS e formò la Seconda Repubblica Armena.

Zaza (gruppo etnico)

Gli Zaza (conosciuti anche come Kirmanc, Kird o Dimili)[6] sono un popolo della Turchia orientale che parla la lingua zazaki. Il loro cuore è costituito dalle province di Tunceli e Bingöl e parti delle province di Elazığ, Erzincan e Diyarbakır[7]. Si considerano curdi[8][9][10] e sono spesso descritti dagli studiosi come curdi zaza. Il numero esatto degli Zaza è sconosciuto, a causa dell'assenza di recenti ed estesi dati censuari. L'ultimo censimento sulle lingue in Turchia si è tenuto nel 1965, dove 150.644 persone hanno segnato lo zazaki come prima lingua e 112.701 come seconda lingua.[14] I dati più recenti del 2005 suggeriscono che la popolazione di lingua zazaki varia da circa 2 a 4 milioni.[4] Molti Zaza parlano solo il curdo kurmanji e si è ritenuto che la lingua zazaki fosse una propaggine del Kurmanji.[2] Dopo il colpo di stato turco del 1980, molte minoranze intellettuali, tra cui gli zaza, emigrarono dalla Turchia verso l'Europa, l'Australia e gli Stati Uniti. La maggior parte della diaspora zaza è in Europa, prevalentemente in Germania... Una piccola minoranza della popolazione Zaza aderisce a un ramo dell'alevismo e vive prevalentemente intorno a Tunceli. Gli Zaza aderiscono prevalentemente all'Islam sunnita, sia Hanafi che Shafi'i,[30] mentre i seguaci Shafi'i sono per lo più della confraternita Naqshbandiyya.[31] Storicamente, a Gerger esisteva una piccola popolazione cristiana di Zaza.

Rom (popolo)

I rom (al plurale anche nella forma: roma[20], in lingua romaní: řom o rrom[21]) sono uno dei principali gruppi etnici della popolazione e relativa lingua "romaní", conosciuti anche come "gitani", "zigani" o "zingari". La caratteristica comune di tutte le comunità che si attribuiscono la denominazione cosiddetta "rom" è che parlano - o è attestato che nei secoli scorsi parlassero - dialetti variamente intercomprensibili, costituenti appunto la lingua romaní, che studi filologici e linguistici affermano derivare da varianti popolari del sanscrito e che trovano nelle attuali lingue dell'India del nord ovest la parentela più prossima.[22] I rom propriamente detti sono un gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuiti in una galassia di minoranze presenti principalmente nei Balcani, in Europa centrale e in Europa orientale, benché la loro diaspora li abbia portati anche nelle Americhe e in altri continenti. La disciplina che si occupa di studiare la storia, lingua e cultura dei popoli romaní è la romanologia. Un dato costante della storia del popolo rom va rintracciato nella persecuzione che hanno sempre subito: la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio (antiziganismo).[23] Lungo la storia che li accompagna fino ad oggi si è protratta nel tempo la diffidenza nata al loro primo apparire nel Medioevo europeo: il nomadismo come maledizione di Dio; la pratica di mestieri quali forgiatori di metalli, considerati nella superstizione popolare riconducibili alla magia; le arti divinatorie identificabili come aspetto stregonesco, ecc.[24] Di qui la tendenza delle società moderne a liberarsi di tale presenza anche a costo dell'eliminazione fisica. Tutti i paesi europei adottarono bandi di espulsione nei loro confronti, fino alla programmazione del genocidio dei rom, insieme a quello degli ebrei, durante il nazismo in Germania. Porajmos o Porrajmos (in lingua romaní «devastazione», «grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio») indicano il tentativo del regime nazista di sterminare le popolazioni romaní durante la seconda guerra mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale ha preso forma un movimento che è arrivato in occasione del primo congresso nel 1971 a Londra alla creazione dell'Unione Internazionale Romaní. Questa Unione mira al riconoscimento di un'identità e di un patrimonio culturale e linguistico nazionale senza stato né territorio, cioè presente in tutti i paesi europei. Si stima che nel mondo ci siano tra i 60 e i 80 milioni di rom. Tuttavia il numero ufficiale di rom è incerto in molti paesi,[25] questo anche perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come etnia rom per timore di subire discriminazioni. Oggi, in lingua romaní, rom significa uomo, marito e designa il popolo stesso solamente presso i rom propriamente detti.[27] Come per la storia delle origini delle popolazioni di lingua romaní, anche l'origine del termine rom è aperta a diverse ipotesi dibattute tra gli studiosi.

Rom in Italia

I popoli romaní (rom, sinti, camminanti) sono una minoranza etnica e linguistica non riconosciuta[1] in Italia. Secondo il Consiglio d'Europa[2], la loro presenza varia dalle 110 000 alle 170 000 unità, di cui circa 70 000 con cittadinanza italiana, quindi circa lo 0,25% della popolazione italiana. In realtà l'Italia non dispone di strumenti giuridici per definire in maniera esatta il numero di persone ascrivibili alle comunità rom[3]. I rom autoctoni (discendenti di gruppi presenti in Italia sin dal Medioevo) sarebbero circa 45 000, mentre gli altri sarebbero di più recente arrivo da altri paesi europei[4][5], quali le Repubbliche dell'ex Jugoslavia, la Romania e la Bulgaria[6]. La maggior parte dei rom italiani è stanziale e urbana con forme di nomadismo ormai estinte[7]. Nei cosiddetti "campi nomadi", secondo i rapporti pubblicati nel 2021 da enti di monitoraggio nazionali, vivono in tutto 17 800 persone, tra le quali il 55% è rappresentato da minori[8]. Alla luce di tali informazioni, è possibile affermare che in Italia poco più di un rom su dieci vive all'interno dei cosiddetti "campi rom".

Camminanti

I camminanti (caminanti in siciliano), o siciliani erranti[2], sono un gruppo nomade diffuso in Sicilia (la comunità più cospicua si trova nel comune di Noto, in provincia di Siracusa, ma esiste un nutrito insediamento di camminanti anche nel comune di Riesi in provincia di Caltanissetta[senza fonte] con discendenza e legami parentali con i camminanti di Noto) ma semi-stanziale anche a Milano, Roma e Napoli[senza fonte]. I camminanti sono ben distinti dalle altre popolazioni nomadi presenti in Italia, come rom o sinti. La loro origine non è nota con certezza. Al riguardo, sono state formulate delle ipotesi, come quella secondo cui sarebbero dei discendenti dei sopravvissuti al terremoto del Val di Noto del 1693 o la tesi che i loro antenati remoti fossero schiavi d'origine gitana mescolati con altre etnie e affrancati grazie alla fine della schiavitù in Sicilia. Molti di loro si dedicano alla vendita ambulante o a mestieri come l'arrotino, lo stagnino, l'ombrellaio; molti si sono specializzati nella riparazione di cucine a gas. Sono tuttora nomadi, visto che passano la maggior parte dei mesi invernali nelle loro abitazioni, mentre nei restanti mesi si spostano in modo da poter offrire le proprie prestazioni nei vari luoghi dell'Italia, arrivando talvolta anche nell'Italia settentrionale con le loro roulotte al traino di automobili o con i camper. La condizione di emarginazione sociale dei camminanti è simile a quella degli altri gruppi rom in Italia. Alla grave precarietà della condizione abitativa e igienico-sanitaria rilevabile in molti dei loro stanziamenti, si aggiunge anche una difficile situazione economica. Essa deriva dalla già citata problematica del declino dei loro mestieri tradizionali a cui si aggiunge una marcata discriminazione da parte dei datori di lavoro, basata sugli stereotipi attribuiti a tale etnia.

Sinti

I sinti sono una etnia appartenente alla più ampia famiglia delle comunità romaní dell'Europa. L'origine del nome sinti è nella parola indo-persiana Sindh, ad indicare la regione nella valle dell'Indo e lo stesso fiume Indo (Sindhu), nell'attuale Pakistan ed India nord-occidentale, e per estensione tutta l'India. In Francia, i Sinti sono chiamati Manouches o Manus (nella loro lingua, una delle parole per "uomini")[1], in Spagna Caminadores sebbene alcune fonti le trattino come etnie differenti.[2] La lingua propria dei Sinti è comunque pressoché la stessa dei Manouches, ed è piuttosto affine alle lingue parlate dai Rom nonché condivide il lessico base dei gerghi parlati dai Kalé: tutte queste etnie condividono una stessa origine linguistica. La storia recente dei Sinti è analoga a quella della popolazione Rom: furono perseguitati in tutti i Paesi europei subendo di volta in volta pratiche di inclusione (schiavizzazione nei paesi dell'Est Europa) ed in particolare in Romania (schiavitù abolita solo dopo il 1850), esclusione (cacciata dai territori) e discriminazione. Il nazismo riservò ai Rom e Sinti lo stesso trattamento riservato agli ebrei, ai testimoni di Geova ed agli omosessuali. Essi furono deportati in campi di concentramento. Si stima che circa 500.000 tra Rom e Sinti trovarono la morte nei campi di sterminio durante il Porajmos. Anche nel fascismo italiano i Sinti furono severamente discriminati ed internati in campi di concentramento[3]. Tradizionalmente i Sinti hanno esercitato l'attività del giostraio e del circense. Tra i più famosi circensi italiani di origine sinta ci sono Moira Orfei e la sua famiglia[4]. Anche la seconda famiglia circense più famosa d'Italia, i Togni, è di origine sinta.[5] Molti sinti parlano il romaní, ma diversi gruppi utilizzano dialetti influenzati dalle lingue regionali del luogo di insediamento.

Croati

I croati (in croato Hrvati) sono un gruppo etnico appartenente ai popoli slavi meridionali, distribuito prevalentemente nella penisola Balcanica centro-occidentale, dove giunsero e s'insediarono stabilmente nell'Alto Medioevo, tra la fine dell'VIII secolo ed i primi anni del IX. Etnia dominante della Croazia, formano importanti minoranze in Bosnia-Erzegovina (15,4%), Serbia (0,9%) e Slovenia (1,8%); gruppi storici di croati sono ufficialmente riconosciuti anche in Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Montenegro, Romania e Slovacchia. Inoltre, a causa della recente emigrazione (la cosiddetta "diaspora croata"), importanti comunità si ritrovano in Germania, nelle stesse Austria e Italia, Svizzera, Francia, nonché negli Stati Uniti, in Canada, Cile, Argentina e Australia. I croati sono prevalentemente di religione cattolica romana e parlano il croato, riconosciuto come lingua ufficiale da Croazia e Bosnia-Erzegovina e come lingua minoritaria in Montenegro, Austria (Burgenland), Italia (Molise), Romania (Carașova, Lupac) e Serbia (Voivodina).

Bosgnacchi

I bosgnacchi (in bosniaco bošnjaci) costituiscono un gruppo etnoreligioso slavo meridionale e slavo musulmano stanziato prevalentemente nella Bosnia ed Erzegovina e nel Sangiaccato, oltre a costituire una minoranza nel Kosovo. Discendono dalle popolazioni di lingua serbo-croata convertitesi all'islam a partire dal XIV secolo. I bosgnacchi, assieme a croato-bosniaci e serbo-bosniaci, sono uno dei tre popoli costitutivi della Bosnia ed Erzegovina. Il termine non va confuso col termine bosniaci, etnonimo che fa riferimento a tutti i cittadini della Bosnia ed Erzegovina a prescindere dall'appartenenza etnoreligiosa. L'identità bosgnacca emerse solo a partire dalla seconda metà del XX secolo e si rafforzò in occasione della guerra in Bosnia ed Erzegovina; fino ad allora i membri di questa comunità si identificavano semplicemente come slavi musulmani. I bosgnacchi sono i discendenti delle popolazioni balcaniche convertitesi all'islam durante il periodo ottomano; i bosgnacchi si caratterizzano per la loro cultura, per il legame alla regione storica della Bosnia e per la religione musulmana; la lingua - nonostante le diverse denominazioni ufficiali - è invece condivisa con i croati e i serbi, con i quali i bosgnacchi costituiscono un continuum dialettale. Al momento nei Balcani vivono più di due milioni di bosgnacchi. Mentre una volta erano variamente diffusi nelle regioni in cui abitavano, numerosi fenomeni di pulizia etnica hanno avuto un notevole effetto sulla distribuzione territoriale di questa popolazione. Anche a causa di questo si possono trovare numerose comunità bosgnacche in Paesi non balcanici, tra cui l'Austria, la Svezia, la Turchia e gli Stati Uniti d'America. Sia in patria sia all'estero i bosgnacchi si distinguono spesso per la loro cultura, che ha subito influenze tanto orientali quanto occidentali. La maggior parte dei bosgnacchi della Bosnia ed Erzegovina si riconosce nella versione sunnita dell'Islam e il sufismo ha rivestito un ruolo di una certa importanza nella regione.

Serbi

I serbi (in serbo Срби?, Srbi) sono una popolazione slava meridionale che vive principalmente in Serbia, Bosnia-Erzegovina (nella Repubblica Serba), Croazia, Montenegro e Kosovo, così come in Macedonia del Nord e Slovenia. Esistono anche comunità serbe sparse per il mondo a seguito della diaspora serba, le quali vivono prevalentemente nell'Europa occidentale (in Germania, Italia, Svizzera e Austria), negli Stati Uniti e in Canada. La Chiesa ortodossa serba, ha giocato, e gioca tuttora, un ruolo di primo piano nella formazione dell'identità serba. La conversione degli slavi meridionali dal paganesimo alla Cristianità, iniziò ben prima dello scisma d'Oriente, la separazione religiosa dell'Impero bizantino dalla Chiesa cattolica di Roma. Tuttavia restarono comunque forti con il cattolicesimo. Successivamente, con l'espansione dell'Impero ottomano, molti slavi del sud, specialmente in Bosnia si convertirono all'Islam.

Origini di Hutu e Tutsi

La questione dell'origine dei popoli Hutu e Tutsi è un problema centrale nello studio della storia del Burundi e del Ruanda e, in generale, della Regione dei Grandi Laghi africani. In questi paesi, gli Hutu rappresentano la maggioranza etnica, ma i Tutsi costituiscono l'élite economica e sociale. Tradizionalmente, i Tutsi sono stati identificati come i discendenti di un popolo distinto (anche geneticamente), giunto nella regione in tempi successivi e impostosi sulle popolazioni indigene; il Corno d'Africa viene spesso indicato come possibile area d'origine di questa migrazione. La rivalità fra questi due gruppi ha avuto la sua espressione più evidente nel genocidio ruandese del 1994, che ebbe in parte le caratteristiche di un'operazione di pulizia etnica perpetrata dagli Hutu ai danni dei Tutsi. Nonostante la diffusione dell'idea di Hutu e Tutsi come etnie distinte con origini diverse, non vi sono prove conclusive a conferma di questa tesi. .. L'idea di una differenza di tipo razziale fra gli Hutu e i Tutsi è legata al primo colonialismo belga in Africa. I coloni belgi si basarono sulla semplice osservazione dell'aspetto fisico degli appartenenti ai diversi gruppi. Essi osservarono che i Twa (un terzo gruppo etnico dell'area) erano di bassa statura (come i pigmei), gli Hutu erano di media altezza, e i Tutsi erano molto alti e snelli. Inoltre, i Tutsi tendono ad avere il naso, e l'intero volto, più sottile. Studi statistici successivi confermarono queste differenze. All'inizio del XX secolo, un antropologo tedesco quantificò in circa 12 cm la differenza media di altezza fra Hutu e Tutsi; nel 1974, Jean Hiernaux riportò 10 cm di differenza media.[1] La tesi della differenza di origine di Hutu e Tutsi fu cavalcata dai pensatori razzisti che identificavano nella razza caucasica la forza civilizzatrice del mondo. ..Qualunque sia l'origine delle differenze fenotipiche e genetiche fra Hutu e Tutsi, i matrimoni misti sono sempre stati una pratica diffusa; di conseguenza, è praticamente impossibile sostenere l'appartenenza esclusiva di un qualunque individuo all'uno o all'altro gruppo. Il continuo interscambio è anche legato al fatto che sebbene i Tutsi possano essere identificati come il gruppo economicamente e socialmente dominante, esistono anche casi di Hutu ricchi e potenti e di Tutsi poveri. Il genocidio dei Tutsi degli anni novanta ha contribuito a evidenziare la necessità di integrazione fra i due gruppi, che oggi è considerata una priorità culturale da parte di molti ruandesi.

Hutu

Gli Hutu (in kirundi ed in kinyarwanda Abahutu) sono una delle etnie che occupano la regione situata tra il Burundi e il Ruanda. Fra queste, gli Hutu sono senza dubbio il gruppo più numeroso: l'84% dei ruandesi e l'85% dei burundesi sono infatti Hutu. Alcuni studiosi fanno anche notare il ruolo importante che i colonizzatori belgi ebbero nella creazione delle idee di razze Hutu e Tutsi. Gli Hutu dominarono sull'area, attraverso una serie di piccoli regni, fino al quindicesimo secolo. Si pensa che a quel tempo i Tutsi arrivarono nell'area dall'Etiopia e sottomisero gli Hutu. La monarchia tutsi sopravvisse fino alla fine dell'era coloniale negli anni '50; i dominatori belgi usavano e codificavano le divisioni etniche per mantenere saldo il proprio controllo. La monarchia tutsi cadde rapidamente e la regione fu divisa tra Ruanda e Burundi nel 1962. Tuttavia, i Tutsi rimasero dominanti nel Burundi, mentre gli Hutu ebbero il controllo del Ruanda fino al 1994. Forti tensioni etniche tra i due gruppi portarono al genocidio ruandese avvenuto nel 1994.

Tutsi

I tutsi (in kirundi ed in kinyarwanda Abatutsi AFI: [ɑβɑtuːt͡si]; impropriamente noti anche come vatussi o watussi AFI: /vaˈtussi/) sono, insieme a Twa e Hutu, una delle tre etnie delle nazioni di Ruanda e Burundi nella regione africana dei Grandi Laghi. ..Sia la Germania (anteriormente alla prima guerra mondiale) sia il Belgio dominarono l'area in regime coloniale. Furono i colonialisti belgi a creare le nozioni di due diverse razze, anziché caste. Quando i Belgi rilevarono la colonia dai Tedeschi, nel 1916, pensarono che essa sarebbe stata meglio governata se avessero organizzato gerarchicamente le diverse razze. Consideravano gli Hutu alla stregua di bambini bisognosi di una guida e videro dunque nei Tutsi una possibile e opportuna "razza" superiore. Curiosamente, nel 1959 la gerarchia sociale stabilita dai Belgi fu capovolta e furono gli Hutu ad essere considerati il gruppo più elevato. Nel 1962 il Burundi ottiene la piena indipendenza: si svolgono libere elezioni. La tensione sociale, dopo il ritiro dei belgi, è altissima. Fra il 24 e il 28 dicembre del 1963 in Ruanda avvenne ciò che Bertrand Russell indicò come "i massacri più atroci cui siamo venuti a conoscenza dai tempi dello sterminio degli Ebrei": migliaia (forse decine di migliaia) di Tutsi furono sterminati dagli Hutu, per gli stessi motivi che avrebbero scatenato il genocidio del 1994. Nel Burundi tradizionale non si hanno invece notizie di conflitti "etnici": i soli conflitti riguardavano la spartizione del potere ed erano tutti interni al succitato clan, che non ha mai dato prova di coesione.

Nativi americani

Con l'espressione nativi americani, o talvolta anche popoli indigeni delle Americhe, indigeni americani, amerindi, prime nazioni americane, indiani d'America, popoli precolombiani, si indicano le popolazioni che abitavano il continente americano prima della colonizzazione europea e i loro odierni discendenti.
Gli etnonimi indiani d'America e pellirosse sono utilizzati in particolare per indicare i popoli precolombiani del Nord America soprattutto in Europa, ma non sono termini univoci e sono stati spesso oggetto di discussione, cadendo sempre più in disuso in Canada e Stati uniti in quanto considerati razzisti.[1] Nei paesi ispanofoni dell'America Latina si usa prevalentemente il termine indios, mentre per i francofoni sopravvive il termine amerindiens. L'uso del termine indiano si deve a Cristoforo Colombo che, in cerca di una rotta che consentisse di raggiungere l'Asia attraversando l'oceano Atlantico, credette di aver raggiunto le Indie Orientali, ignaro invece di aver toccato le coste di un continente allora sconosciuto agli Europei; gli Spagnoli battezzarono quindi il nuovo mondo "Indie occidentali" e solo successivamente America, in onore di Amerigo Vespucci.
Parecchie aree del continente sono ancora popolate da nativi americani; specialmente in America Latina dove, insieme ai meticci, costituiscono la maggioranza della popolazione.

Negli Stati Uniti d'America e in Canada i nativi americani, invece, costituiscono ormai soltanto un'esigua minoranza.

Ancora oggi nei paesi dell'America si parlano almeno un migliaio di lingue indigene diverse. Alcune fra queste, come ad esempio il quechua, l'aymara, il guaraní, le lingue maya e il nahuatl, sono parlate da milioni di persone. Molti, inoltre, conservano pratiche e usanze culturali di vario grado, incluse pratiche religiose, di organizzazione sociale e pratiche di sussistenza. Alcuni popoli indigeni vivono ancora in uno stato di relativo isolamento dalle società moderne e altre addirittura non sono mai entrate in contatto con esse o con l'uomo occidentale, denominate tribù mai contattate. I nativi americani presentano caratteristiche somatiche affini alle popolazioni asiatiche: occhi allungati, zigomi sporgenti, con in più la quasi assenza di barba e capigliature perlopiù scure e lisce.

Questi caratteri portarono gli antropologi a ipotizzare la loro origine ereditata dagli antichi asiatici, che avevano attraversato lo stretto di Bering durante l'epoca preistorica, ipotesi confermata da successivi studi linguistici e, soprattutto, genetici. Benché le caratteristiche culturali, come la lingua, i costumi e le usanze varino enormemente da una tribù all'altra, ci sono alcuni elementi che si possono incontrare frequentemente e sono condivisi da molte tribù. La religione più diffusa è conosciuta con il nome di Chiesa nativa americana. È una chiesa sincretistica che unisce elementi dello spiritualismo nativo provenienti da un numero di differenti tribù con elementi simbolici tipici del Cristianesimo. Il suo rito principale è la cerimonia del peyote. La Chiesa del Peyote ha aiutato molto i popoli nativi a uscire dal vortice di decadenza alla quale il popolo rosso era arrivato apprendendo gli usi e costumi ma soprattutto i vizi dei bianchi, recuperando almeno in parte le proprie radici culturali perse dopo i vari stermini perpetrati dagli invasori europei per puri fini commerciali e di guadagno. Molto della cultura indiana americana si è andata mischiando ai simboli cristiani degli invasori, così come già accadde anche per quello che riguardava la tratta degli schiavi africani che mischiarono tradizioni nere a quelle cristiane pur di poter continuare a pregare le loro entità.[26] Nella parte sud-occidentale degli Stati Uniti d'America, specialmente nel Nuovo Messico, il sincretismo tra il Cattolicesimo portato dai missionari spagnoli e la religione nativa è piuttosto comune; i tamburi, i canti e le danze dei Pueblo sono regolarmente parte della Messa. I Nativi americani non sono da considerarsi fossili sociali nel senso che non hanno fissato uno stadio di sviluppo della loro cultura in senso identitario. Gli indigeni salvaguardano sì i loro modi di vita, ma operando su di esse modifiche continue, resistendo proprio grazie alla capacità di mutamento. In tutto il continente americano ci sono più di 70 milioni di persone che conducono stili di vita che discendono da quelli in uso nell'età precolombiana, anche se pur in parte adattati e modificati. L'atteggiamento attuale nei confronti dei Nativi è bivalente: da una parte quello del silenzio, dall'altra si cerca di porsi a favore dell'integrazione. Quest'ultimo comportamento viene da molte parti incoraggiato in quanto considerato utile per far uscire gli indigeni dal loro sottosviluppo. Tuttavia alcuni sollevano obiezioni sul come viene intesa l'integrazione e lo sviluppo e sul fatto che vengono imposte categorie europee o, comunque, occidentali. Chi sostiene queste obiezioni afferma che lo sviluppo sia identificato solo con quello tecnologico occidentale, senza tener conto che una politica assimilazionistica, basata magari sulla formalità tutta esteriore del politicamente corretto, potrebbe causare uno svuotamento della loro cultura e della loro identità. Inoltre, nel 2006, il Consiglio dei Diritti Umani approvò una dichiarazione per dare agli indigeni dei diritti. In questa dichiarazione si stabilirono delle categorie: -diritto alla non discriminazione; -diritto all’integrità culturale; -diritto di proprietà, uso, controllo e accesso a terreni, territori e risorse; -diritto allo sviluppo e benessere sociale; -diritto alla partecipazione politica. Inoltre, oltre a questi diritti, gli diedero la possibilità di accedere all’istruzione e alla vita politica del loro paese. Tuttavia non si è ancora arrivati ad una eguaglianza sociale totale tra indigeni e non indigeni. Si sono anche avute numerose proteste dalla metà del XX secolo in poi, da parte dei nativi e dei loro simpatizzanti, per il mancato rispetto dei trattati e delle loro richieste politiche e sociali, come l'occupazione di Wounded Knee nel 1973.[15] Nel 1980 gli Oglala (LakotaSioux) ottennero 100 milioni di dollari per la perdita del territorio delle Black Hills. Nel 2007 alcuni lakota/sioux, una frangia minoritaria dell'American Indian Movement guidati da Russell Means, hanno chiesto la secessione della loro "nazione", comprendente cinque stati federati, dagli Stati Uniti. Tra i motivi della protesta anche il fatto che nella loro comunità vi sarebbero condizioni di vita nettamente inferiori rispetto a bianchi, ispanici e anche molti afroamericani: vi è infatti un'alta percentuale di suicidi tra gli adolescenti, di 150 volte superiore a quella statunitense, una mortalità infantile cinque volte più alta e una disoccupazione che tocca cifre altissime; sono inoltre molto diffusi la povertà, l'alcolismo e la tossicodipendenza. In seguito a questa azione politica e dichiaratamente nonviolenta è stata proclamata la nascita di uno stato non riconosciuto, la Repubblica Lakota. A partire dalla fine del XVIII secolo inizia un processo che tendeva a "civilizzare" le popolazioni native, con iniziative che prevedevano l'educazione dei bambini dei nativi, con il fine di assimilare le popolazioni native alla cultura statunitense. Tale processo diviene maggiormente evidente con il Civilization Fund Act of 1819 con il quale il Governo degli Stati Uniti incoraggiava e finanziava il processo di assimilazione. Con l'Indian Citizenship Act del 1924 il governo statunitense assicurava la cittadinanza a tutti i nativi.

Nativi americani degli Stati Uniti d'America

Il termine Nativi americani degli Stati Uniti è utilizzato dal governo degli Stati Uniti per descrivere i Nativi americani dei territori del Nord America. Secondo un censimento del 2020,[1] negli Stati Uniti vivono circa 9,7 milioni di nativi americani, comprendono più di 500 tribù e gruppi etnici riconosciuti dal governo federale USA, molti dei quali sopravvivono mantenendo proprie culture ed identità. I nativi americani degli Stati Uniti sono ricordati anche con i termini più comuni di indiani d'America, pellerossa e aborigeni americani.

Popoli indigeni del Canada

Con il termine popoli indigeni del Canada,[2] noti anche come Indigeni canadesi o Aborigeni canadesi, si intendono le popolazioni autoctone che vivevano dentro i confini dell'attuale Canada prima della colonizzazione europea e i loro odierni discendenti. Essi comprendono le Prime Nazioni,[3] gli Inuit[4] e i Métis.[5] Sebbene "indiano" sia un termine ancora comunemente usato nei documenti giuridici, i descrittori "indiano" ed "eschimese" sono alquanto caduti in disuso in Canada e alcuni li considerano peggiorativi.[6][7][8] Similmente, "Aborigeni" come nome collettivo è un termine specialistico usato in alcuni documenti legali, inclusa la Legge costituzionale del 1982, benché in alcuni circoli anche quella parola stia perdendo favore. Al censimento del 2022, i popoli aborigeni del Canada totalizzavano 1.807.250 persone, ovvero il 5% della popolazione nazionale.[1] Ci sono oltre 600 governi o bande riconosciuti delle Prime Nazioni con culture, lingue, arte e musica caratteristiche.[16][17] La Giornata nazionale dei Popoli indigeni (National Indigenous Peoples Day) riconosce le culture e i contributi dei popoli aborigeni alla storia del Canada.[18] Persone delle Prime Nazioni, degli Inuit e dei Métis di tutte le origini sono diventate eminenti figure e sono servite come modelli di riferimento nella comunità aborigena, contribuendo a formare l'identità culturale canadese. Nell'articolo 35 della Legge costituzionale del 1982, la dizione "Popoli aborigeni del Canada" (Aboriginal peoples of Canada) include i popoli indiani, inuit e métis.[20] Popoli aborigeni è un termine legale che abbraccia tutti i gruppi indigeni canadesi,[21][22] ma sta cominciando ad essere considerato superato e sta venendo lentamente sostituito dal termine Popoli indigeni.[2] Prime Nazioni (usato più spesso al plurale) è entrato nell'uso generale a partire dagli anni 1970 sostituendo "Indiani" nel vocabolario quotidiano.[21][22] Tuttavia, nelle riserve, Prime Nazioni sta venendo soppiantato dai membri delle varie nazioni, che si riferiscono a sé stessi mediante il loro gruppo o la loro identità etnica. Nella conversazione le persone direbbero quindi: "io sono Haida", o "noi siamo Kwantlen", in riconoscimento delle loro etnie delle Prime Nazioni.[23] La Legge sugli Indiani (Indian Act, R.S.C., 1985, c. I-5) fissa il termine giuridico indiano, che "significa una persona che in conformità alla presente Legge è registrata come indiano o ha il diritto di essere registrata come indiano".[24] L'articolo 5 di questa legge stabilisce che sia mantenuto un registro "nel quale sia registrato il nome di ogni persona che ha il diritto di essere registrata come indiano in base alla presente Legge".[24] Nessun altro termine è giuridicamente riconosciuto ai fini della registrazione e il termine indiano esclude specificamente il riferimento agli Inuit ai sensi dell'articolo 4 dell'Indian Act (R.S.C., 1985, c. I-5). Indiano rimane al suo posto come termine giuridico usato nella Costituzione canadese. Il suo uso al di fuori di tali situazioni può essere considerato offensivo.[7] Il termine eschimese ha connotazioni peggiorative in Canada e in Groenlandia. I popoli indigeni di quello aree hanno sostituito il termine eschimese con inuit.[25][26] Gli Yupik dell'Alaska e della Siberia non si considerano Inuit, e gli etnografi concordano che sono un popolo distinto.[8][26] Essi preferiscono la terminologia Yupik, Yupiit o Eschimesi. Le lingue yupik sono linguisticamente distinte dalle lingue inuit.[8] I gruppi linguistici dei popoli artici tuttavia non hanno alcun termine di sostituzione universale per eschimese, che sia inclusivo di tutti gli Inuit e gli Yupik che abitano l'area geografica in questione.[8] Oltre a questi descrittori etnici, i popoli aborigeni sono spesso divisi in categorie giuridiche basate sulla loro relazione con la Corona (cioè con lo stato). L'articolo 91 (clausola 24) della Legge costituzionale del 1867 dà al governo federale (in contrapposizione alle province) l'unica responsabilità per "gli Indiani, e le Terre riservate agli Indiani". Il governo ereditò le obbligazioni dei trattati dalle autorità coloniali britanniche nel Canada orientale e firmò esso stesso trattati con le Prime Nazioni nel Canada occidentale (i Trattati Numerati). Nel 1876 approvò anche l'Indian Act che governò le sue interazioni con tutti i popoli nei trattati e fuori dai trattati. I membri delle bande delle Prime Nazioni che sono soggetti alla Legge sugli indiani con la Corona sono compilati su una lista chiamata Registro indiano, e tali persone sono chiamate "Indiani con status" (Status Indians). Molte Prime Nazioni fuori dai trattati e tutti i popoli inuit e métis non sono soggetti alla Legge sugli Indiani. Tuttavia, due processi hanno chiarito che gli Inuit, i Métis e le Prime Nazioni senza status sono tutti coperti dal termine "Indiani" nella Legge costituzionale del 1867. Il primo processo fu Re Eskimos nel 1939 che copre gli Inuit, il secondo fu Daniels v. Canada nel 2013 che si applica ai Métis e alle Prime Nazioni senza status.[27] Nonostante l'ubicazione del Canada all'interno dell'America, il termine "nativo americano" non si usa in Canada in quanto tipicamente si usa unicamente per descrivere i popoli indigeni all'interno dei confini degli odierni Stati Uniti.

Eschimese

Con il termine eschimese si indicano due principali gruppi etnici: gli Inuit (dell'estremo nord dell'Alaska, del Canada e della Groenlandia) e gli Yupik (dell'estremo occidente dell'Alaska e dell'Estremo Oriente russo). Gli Inuit e gli Yupik parlano due lingue diverse (Inuktitut e Yupik) che hanno comunque notevoli somiglianze dialettali. Tale esonimo, adoperato da Algonchini e Cree per indicare genericamente i popoli della zona artica, è da Inuit e Yupik ritenuto dispregiativo. La parola deriva dal cree aayaskimeew, che significa "fabbricante di racchette da neve".[1] Da considerarsi invece paraetimologia, la molto pubblicizzata derivazione dalla parola anishinaabeg ashkipok che significa "mangiatori di carne cruda".

Yupik

Gli Yupik o Yup'ik, sono un popolo indigeno delle coste dell'Alaska occidentale, specialmente nel delta del Yukon-Kuskokwim e lungo il fiume Kuskokwim (Yupik dell'Alaska centrale), nell'Alaska meridionale (gli Alutiiq), e nell'Estremo Oriente russo e nell'isola di San Lorenzo dell'Alaska occidentale (Yupik siberiani). Sono Eschimesi collegati agli Inuit. Negli Stati Uniti erano circa 24.000 nel 2000. Gli Yupik dell'Alaska centrale sono decisamente il gruppo più popoloso, e quelli residenti nell'isola di Nunivak si chiamano Cup'ig. Coloro che vivono nel villaggio di Chevak vengono chiamati Cup'ik. Gli Yupik somigliano fisicamente agli abitanti dell'Estremo Oriente. Presentano caratteristiche fisiche modellate per l'ambiente in cui vivono: in genere sono brachicefali, hanno corpi robusti, statura medio-bassa, viso ampio, naso stretto e lungo per agevolare il riscaldamento dell'aria, mandibola larga e fototipo scuro. La loro dieta è povera di vitamine vegetali e ricca di calorie e di grassi. Le cinque lingue Yupik (collegate all'inuktitut) sono ancora largamente utilizzate, più del 98% degli Yupik sono madrelingua.

Inuit

Inuit (ᐃᓄᐃᑦ in lingua inuktitut, parola che significa uomini; singolare inuk o inuq) è un popolo dell'Artico che discende dai Thule. Gli Inuit sono uno dei due gruppi principali insieme agli Yupik: il termine dispregiativo «eschimesi» (che significa «fabbricante di racchette da neve», mentre la traduzione «mangiatori di carne cruda», spesso riportata, è una paraetimologia) fu usato dai nativi americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo; loro si vestivano di pelli e la popolazione era costituita da esperti cacciatori. Gli Inuit e gli Yupik non amano l'utilizzo di questa parola considerando che hanno, appunto, un proprio nome specifico. Gli Inuit sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell'America settentrionale e della punta nordorientale della Siberia. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi dove il terreno è perennemente ghiacciato, il cosiddetto permafrost, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva. Attualmente vivono in Alaska (Stati Uniti), in Groenlandia e in Canada dove risultano concentrati in particolare nei Territori del Nord-Ovest, nel vicino Nunavut e nella regione settentrionale del Labrador. Attualmente la cultura inuit e la stessa sopravvivenza di queste popolazioni risultano fortemente minacciate a causa dei mutamenti economico-sociali e delle condizioni di vita derivanti in gran parte dai cambiamenti climatici e ambientali, dalla maggiore influenza e penetrazione della cultura e degli stili di vita occidentali, oltreché dalle forti pressioni provenienti dalle potenze economiche interessate ad un più libero e disinvolto sfruttamento delle risorse naturali di cui le loro terre sono ricchissime. A causa di ciò le popolazioni stanno progressivamente modificando i propri stili di vita adattandosi a nuovi modelli culturali, perdendo di fatto il contatto con le proprie radici ancestrali. Questo progressivo snaturamento della cultura inuit e delle abitudini di vita sta portando a un'evidente alienazione sociale che si manifesta con altissimi tassi di alcoolismo e di suicidio[2]. Anche la campagna di Greenpeace che ha portato al divieto della caccia alle foche ha creato dei gravissimi problemi di sopravvivenza ai nativi a cui è venuto a mancare il principale mezzo di sostentamento che per secoli ha consentito loro di sopravvivere in un ambiente estremo e inospitale[3]. Di questi pericoli si è fatto portavoce Robert Peroni, un alpinista altoatesino che da oltre 30 anni, dopo essersi lasciato tutto alle spalle, si è trasferito a Tasiilaq in Groenlandia per conoscere da vicino questo popolo e farsi promotore delle loro istanze dando vita a progetti per la salvaguardia della loro cultura. Gli Inuit hanno una propria religione, di stampo animista, che si basa sulla credenza che molti animali e fenomeni naturali abbiano un'anima o uno spirito. La principale personalità religiosa è lo sciamano, spesso di sesso femminile, che durante le cerimonie può cadere in trance grazie all'ausilio del suono del tamburo. In questo stato, lo sciamano, sarebbe in grado di contattare l'aldilà popolato dalla dea-tricheco Sedna per porgerle le istanze della sua gente e prevedere il futuro.[6] A salvaguardia della propria cultura e del loro ambiente gli Inuit hanno costituito l'ICC (Inuit Circumpular Council), organizzazione non governativa e plurinazionale che opera attivamente a livello internazionale per il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene e la difesa del loro ambiente naturale fortemente minacciato dai cambiamenti climatici e dalle attività di estrazione e sfruttamento delle risorse naturali e delle materie prime. Al di là dei confini politici, tale organizzazione rappresenta approssimativamente circa 160 000 nativi che vivono nelle regioni artiche della Groenlandia, del Canada, dell'Alaska e della penisola Chukotka in Siberia.

Sami

I sami (sámit o sápmelaš in sami settentrionale), spesso chiamati con l'esoetnonimo lappóni o làpponi,[1] sono una popolazione indigena stanziata nella parte settentrionale della Fennoscandia, in un'area da loro chiamata Sápmi, che si estende dalla penisola di Kola fino alla Norvegia centrale includendo anche le regioni più settentrionali della Finlandia e Svezia, nella regione della Lapponia. I sami hanno la loro storia, lingua, cultura, attività professionali, modo di vivere e identità. Le stime sul numero totale di sami vanno dalle 50.000 alle 100 000 persone e il Sápmi è diviso dalle frontiere di quattro stati: Norvegia (oltre 40.000 sami), Svezia (oltre 20.000 sami), Finlandia (circa 7.000 sami) e Russia (circa 2.000 sami)[2]. Una piccola parte di Sami è emigrata tra il XIX e il XX secolo nel nord dell'Islanda e in Alaska. Non avendo mai avuto uno status politico indipendente, i nomi dati al popolo sami nelle varie lingue sono stati influenzati dagli stati di cui il Sápmi fa parte, principalmente dal finlandese, norvegese e svedese. Generalmente sono conosciuti in italiano come lapponi, sebbene il termine sia ambiguo, dato che può identificare tutti gli abitanti della Lapponia o della provincia della Lapponia finlandese, a prescindere dall'etnia. Il termine deriva, attraverso il latino medievale Lappones, dallo svedese Lapp, che in origine era un termine spregiativo. Al giorno d'oggi, i sami non prevedono al loro interno movimenti richiedenti un'autonomia politica completa. Esistono però i vari "parlamenti sami", fondati in Finlandia nel 1973, in Norvegia nel 1989 e in Svezia nel 1993, i quali difendono i loro interessi e preservano la loro autonomia culturale. Inoltre, dispongono di una propria bandiera e, dal 1986, di un proprio inno. Attualmente i sami non sono più completamente nomadi, bensì vivono in piccoli paesi, tra i quali annoveriamo Kautokeino, considerata la capitale culturale dei sami, dal momento che il 90% dei suoi abitanti parla la lingua sami. Diverse istituzioni sami sono localizzate in questa città: il teatro "Beaivváš Sami Theatre", un centro scolastico comprendente la Sami University College e il Nordic Sami Research Institute.

Maya

«Non siamo un mito del passato, rovine nella giungla o negli zoo. Siamo persone e vogliamo essere rispettate, non essere vittime dell'intolleranza e del razzismo.» (Rigoberta Menchú) Tessuti tipici dei Maya contemporanei (vedi Arte maya) Si stima che ci siano 6 milioni di Maya viventi in questa regione all'inizio del XXI secolo; alcuni sono abbastanza integrati nella cultura moderna delle nazioni nelle quali risiedono, altri conservano uno stile di vita differente e più legato alle proprie tradizioni, spesso parlando le lingue maya. Le più vaste popolazioni maya sono negli stati messicani di: Yucatán, Campeche, Quintana Roo, Tabasco e Chiapas, nonché nelle nazioni centroamericane di Belize e Guatemala e a occidente in Honduras e in El Salvador.

Restavek

Restavecs[1] (o restavèk in creolo haitiano, derivato dal francese reste avec, 'resta con') sono i bambini di Haiti che vivono in una famiglia diversa dalla loro famiglia di origine. In genere provengono da famiglie povere delle zone rurali di Haiti, i genitori dei quali, non potendosi permettere di mantenerli, li mandano a lavorare presso famiglie residenti in città. I genitori naturali sperano che la famiglia che li accoglie offra loro delle condizioni di vita più umane, compresa la possibilità di studiare, ma la condizione economica degli ospitanti non è spesso tanto migliore rispetto a quella dei genitori naturali; la nuova condizione, comunque rende più semplice l'accesso ai servizi di base che offre la città. I minori attribuiti a un'altra famiglia hanno una condizione formale di domestici, ma il loro trattamento da parte delle famiglie che li accolgono ha approcci differenti. A volte vengono trattati come parte integrante della famiglia,[2] in altri vivono spesso un'effettiva condizione di schiavitù, vittime di abusi di ogni genere. Ci sono dei frustini appositi per la punizione chiamati martinet. Se le ragazze rimangono incinte, vengono lasciate per strada. I restavek non sono autorizzati a parlare, se non quando devono rispondere ai padroni e la maggior parte di essi soffre di malnutrizione. Non hanno contatti con i genitori d'origine, sia a causa dell'analfabetismo che per la distanza che li separa con la famiglia originaria. La schiavitù dei restavek comincia dai 3-5 anni e ha una durata precisa: da una parte, i maschi restavek restano con la famiglia ospitante fino all'adolescenza, per poi affrontare il loro futuro che, nella migliore delle ipotesi, è di lustrascarpe; dall'altra parte, le femmine restano dalla famiglia ospitante fino alla gravidanza, per poi sperare di trovare un lavoro qualsiasi per sopravvivere da sole col bambino. La condizione sociale ad Haiti dei restavek è poco dibattuta, e poco nota. Lili Dauphin racconta nel suo libro I will fly again: the restavek[3] la storia di una bambina restavek, lasciata dai genitori ad una famiglia "adottiva" all'età di sei anni, con i dettagli del periodo vissuto da schiava.

Persecuzione religiosa

La persecuzione religiosa è il maltrattamento sistematico di un individuo o di un gruppo di individui, anche in relazione alla negazione di diritti, come una risposta al loro credo religioso[1]. La tendenza della società o dei gruppi all'interno della società di alienare o reprimere il credo religioso è un tema ricorrente nella storia dell'uomo. Inoltre, poiché le convinzioni religiose di una persona determinano spesso in misura significativa la sua moralità e l'identità personale, le differenze religiose possono generare importanti fattori culturali. La natura della persecuzione può comprendere la censura, la distruzione di beni ed edifici, l'arresto di fedeli fino ad arrivare all'attuazione di vere e proprie pratiche di sterminio[1]. Diverse religioni sono di volta in volta considerate inaccettabili da singoli stati, da maggioranza religiose ma anche da gruppi sociali indipendenti[1]. A livello sociale, questa disumanizzazione di un particolare gruppo religioso può facilmente trasformarsi in violenza o altre forme di persecuzione, provocate da fanatismo (la denigrazione del credo religioso diverso da parte di un altro credo) o dalle autorità, quando si considera un particolare gruppo religioso come una minaccia ai propri interessi o alla propria sicurezza. Forme di persecuzione sono presenti anche in stati nei quali, sebbene venga formalmente riconosciuta la libertà religiosa, alcuni gruppi religiosi vengono popolarmente considerati non accettabili. La persecuzione religiosa è attualmente estremamente diffusa. Si stima che in quasi il 90% dei paesi, nel periodo 2000-2007, sono stati documentati casi di violenza fisica o deportazione dovuti a mancanza di libertà religiosa. Le persecuzioni sono quindi pervasive e sono raramente coperte dall'attenzione dei media, che si concentrano sui pochi casi più noti all'opinione pubblica, come la Cina, il Sudan e l'Afghanistan[3]. Dal punto di vista geografico la situazione più grave si registra nel Medio Oriente, nell'Africa Settentrionale e nell'Asia meridionale, dove persecuzioni religiose violente sono in atto in tutti i paesi e sono di fatto divenute la norma. In particolare, tutti paesi dell'Asia meridionale (Afghanistan, Bangladesh, Nepal, Pakistan, India e Sri Lanka) hanno registrato elevati livelli di persecuzione. La situazione è invece decisamente migliore nell'Africa subsahariana, nell'Europa e nell'emisfero occidentale, dove la libertà religiosa appare decisamente meglio tutelata[3]. Se si prende in considerazione l'intensità della persecuzione, si può rilevare come, sempre nel periodo 2000-2007, in ben 25 paesi sono stati registrati abusi su oltre diecimila vittime. I dati, va rilevato, sono inevitabilmente sottostimati, soprattutto in relazione ai paesi dove manca la libertà di stampa e diversi gruppi religiosi mancano di diritti e tutele minime, tanto da non poter nemmeno comunicare persecuzioni o criticità[3]. Dal punto di vista del profilo religioso dei paesi, la situazione migliore si ha nei paesi a maggioranza cristiana o senza una chiara maggioranza religiosa, dove nel 73 e nel 67% dei casi il numero di abusi documentati è pari a zero (22 e 25%) o comunque inferiore a 200 (51 e 42%). Situazione opposta si registra invece nei paesi con altre maggioranza religiose (mussulmane, induiste, atee, ecc.) dove sono sistematicamente documentati casi di abuso, in prevalenza nella fascia di maggiore criticità (cioè nei paesi dove i casi segnalati sono superiori a 200)

Intolleranza religiosa

L'intolleranza religiosa è la discriminazione di una persona, o di un gruppo di persone, sulla base della loro religione. Nelle religioni politeiste non si verifica il fenomeno dell'intolleranza[3] poiché la moltitudine degli dei esclude che vi siano divinità vere e uniche e tutte sono da temere. L'intolleranza è invece connessa alla ortodossia contenente principi assoluti e inviolabili, dogmi rivelati da un'unica divinità e conservati definitivamente in testi sacri inalterabili e custoditi da una casta sacerdotale. Le Nazioni Unite hanno istituito nel 1986 la figura del Relatore speciale sulla libertà di religione o credo, un esperto nominato dal Consiglio dei Diritti Umani. Il Relatore ha il compito di promuovere l'adozione di misure per la tutela della libertà religiosa, identificando gli ostacoli esistenti e monitorando incidenti e violazioni su questo tema[17]. Il Relatore produce annualmente un rapporto sullo stato della libertà di religione o di credo. Il Rapporto 2012 mette in evidenza la segnalazione di numerose gravi violazioni dei diritti, soprattutto sul tema della conversione. A questo proposito, sono state individuati quattro ambiti che richiedono un'attenzione sistematica[18]: il diritto alla conversione, minacciato in molti stati da norme che prevedono per questi casi l'incriminazione e la pena di morte con accuse di apostasia, blasfemia o simili; il diritto a non essere costretti a una conversione: particolarmente forti sono le pressioni o le minacce subite in questo ambito dalle donne; il diritto di convertire altri senza usare le coercizione: in molti stati sono presenti normative platealmente discriminatorie e le comunità religiose impegnate in attività missionarie sono talvolta vittime di pregiudizi sociali che degenerano in paranoia; i diritti dei bambini e dei loro genitori, vittime di misure repressive contro i figli di persone convertite o i membri di minoranze religiose. Il Parlamento europeo ha approvato il 18 aprile 2012 una risoluzione sulla relazione annuale sui diritti umani nel mondo nel 2010. La risoluzione include un apposito paragrafo dedicato a Diritti umani, libertà religiosa e persecuzione dei cristiani nel mondo, nel quale viene condannata con forza ogni forma di persecuzione. Per questo, l'Unione Europea si impegna a difendere la libertà religiosa nei contesti internazionali e ritiene particolarmente importante avviare un dialogo costruttivo su questo tema con l'Organizzazione della conferenza islamica (OCI). In particolare, l'Unione Europea sollecita interventi per scongiurare la violenza in paesi come la Nigeria, l'Egitto e l'Indonesia[19]. Le istituzioni europee sono inoltre invitate a combattere pratiche non tollerabili come le conversioni forzate e la criminalizzazione dell'apostasia, esercitando pressioni sui paesi che, come nel caso del Pakistan, dell'Iran e dell'Arabia Saudita, attuano ancora tali pratiche. Particolare attenzione viene inoltre dedicato all'uso strumentale delle accuse di blasfemia[19]. Tra le iniziative da portare avanti viene evidenziata la necessità di affrontare il problema dei contenuti discriminatori e sediziosi presenti nei mezzi di comunicazione[19]. Nella Risoluzione viene infine espressa preoccupazione per una possibile evoluzione della primavera araba che neghi, tra gli altri, i diritti delle minoranza religiose. Il Consiglio europeo, nelle Conclusioni relative all'intolleranza, alla discriminazione e alla violenza fondata sulla religione o sul credo (21 febbraio 2011) ha ribadito il forte impegno dell'Unione europea per la promozione e la protezione della libertà di religione e di credo. Nell'occasione è stata espressa preoccupazione per la crescita degli atti di intolleranza e discriminazione in diversi Paesi, dove la violenza ha anche assunto i tratti del terrorismo[20]. Nel documento si afferma che sia un diritto umano universale e come tale deve essere protetto dovunque e da chiunque, anche perché intrinsecamente legato ad altri diritti fondamentali, come quelli di opinione e di espressione. Si rileva, purtroppo, nessuna parte del pianeta sembra esente dall'intolleranza religiosa. In Italia alcuni articoli della Costituzione stabiliscono la libertà di culto, come per esempio l'articolo 8 in cui si afferma che «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge» e anche che «Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.» [21]. All'entrata in vigore della Costituzione repubblicana il 1º gennaio 1948, tuttavia, le confessioni religiose diverse dalla cattolica rimasero sostanzialmente sottoposte alla legislazione sui "culti ammessi" approvata durante il fascismo con un sistema di regolamentazione dei rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose del tutto diverso da quello previsto nel dettato costituzionale [22] . La tolleranza verso le minoranze religiose nella legge non contemplava la protezione del principio della libertà di coscienza, cardine essenziale di quella religiosa, ma in essa e nei decreti attuativi, erano dettate norme per sottoporre i culti ad un maggior controllo e vigilanza da parte dello Stato. Solo successive pronunce della Corte Costituzionale e la ratifica di alcune intese hanno in parte superato la legislazione fascista. Le costituzioni di molti paesi nel mondo contengono disposizioni chiare contro atti di intolleranza religiosa. Ad esempio negli Stati Uniti, o nell'articolo 4 della Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania, o nell'articolo 44.2.1 della Costituzione della Repubblica di Irlanda, o ancora nell'articolo 40 di quella dell'Estonia[25] e anche in Turchia, Cina e Filippine. In alcuni paesi del continente asiatico la libertà religiosa è meno tollerata. Ciò accade nelle Maldive, in Afghanistan, in Azerbaigian e altri, tanto che l'Asia risulta da tal punto di vista il continente più intollerante[

Fanatismo religioso

Il fanatismo religioso, nell'ambito dell'adesione a un particolare credo o sistema di credenze, è l'atteggiamento di chi vi si riconosce e si identifica in maniera particolarmente esasperata, in modo da giungere «ad eccessi e alla più rigida intolleranza nei confronti di chi sostenga idee diverse».[1] L'etimologia della parola fanatismo – porta al latino «fanaticum, "ispirato da una divinità, invasato da estro divino", derivato di fanum "tempio", voce da avvicinare a fas "diritto sacro"».[2] Dall'etimologia appare evidente che caratteristica del fanatismo è una vena di follia, accompagnata o addirittura causata però da una credenza autentica e sincera, perché la credenza o meglio fede in una divinità che sia ispirata anzi instillata dalla divinità stessa. Secondo l'ONU, vari fattori presenti in molte nazioni del mondo, tra questi il fanatismo religioso, il razzismo, l'intolleranza e la xenofobia, stanno mettendo a repentaglio alcuni dei diritti fondamentali espressi dalla Carta dell'ONU sui diritti fondamentali dell'uomo, che nei precedenti decenni era stato molto arduo raggiungere. Tra le principali vittime di discriminazione dovuta anche al fanatismo religioso (che viene citato dall'ONU senza darne una definizione), le donne.

Integralismo religioso

L'integralismo religioso (o integrismo religioso[1]) è un tipo di integralismo che, facendo riferimento a una religione e in particolare ai suoi testi sacri e dogmi, mira ad applicarne «compiutamente i principî [...] nella vita politica, economica e sociale»[2] della collettività. A questo scopo si tende a eliminare il pluralismo filosofico, ideologico e d'azione, rigettando le idee differenti.[3] Per raggiungere tale obiettivo, gli integralisti sottomettono la politica e le leggi dello stato ai precetti della religione, operazione che portata alle sue estreme conseguenze si traduce nell'instaurazione di una teocrazia. L'espressione tuttavia è usata con molte sfumature a seconda dei contesti e delle ideologie, ma anche all'interno di una stessa religione gli stessi termini sono applicabili in maniera diversa. All'interno dell'Islam, ad esempio, la spiritualità sufi è un "integralismo" ben diverso da quello del burqa che trova peraltro applicazione nel solo Afghanistan (anche precedentemente all'esperienza talebana e in grado di sopravvivere anche all'abbattimento di quel regime). Altro significato è quello attribuibile al fenomeno dei terroristi suicidi, seppure tutti gli interessati affermano di seguire alla lettera il Corano. Allo stesso modo, nella Chiesa cattolica c'è una netta differenza tra chi sostiene il divieto assoluto di lavorare di domenica e gli "integralisti" come don Bosco o madre Teresa di Calcutta. Infatti, l'espressione "integralismo religioso" si riferisce a due principali e diversi comportamenti concreti: l'integralismo ad orientamento politico, e quello dell'attitudine personale. Il primo è quello rivolto all'esterno, di chi intende estendere ad altri l'applicazione integrale dei dogmi della fede professata: alla propria famiglia, alla società in cui vive o addirittura a tutti gli abitanti del pianeta. Il secondo è il significato sostanzialmente privato, riguardante il comportamento degli aderenti a un credo religioso, che adeguano interamente tutti gli aspetti della propria vita ai precetti religiosi. Quest'ultimo atteggiamento, in realtà, raramente viene definito integralismo (non corrispondendo alla definizione generale originaria di tale parola, che fa riferimento a qualcosa di diretto all'esterno), e quando capita – non essendo normalmente oggetto di polemiche – tale termine non ha il senso dispregiativo che ha assunto nel linguaggio comune. L'identità tra capo dello stato e guida religiosa (si veda cesaropapismo) non implica necessariamente integralismo anche se vi sussistesse una forma di teocrazia: per esempio l'Impero romano, a causa della presenza di una struttura statale (senato, rappresentanza popolare, corpi intermedi, leggi), non è sullo stesso piano dell'Afghanistan dei talebani, della Ginevra di Calvino o dell'Iran di Khomeini.

Fondamentalismo

Con il termine fondamentalismo si intende genericamente qualunque lettura letterale e dogmatica di testi sacri (o loro equivalenti, fuori dell'ambito religioso) che assuma i relativi precetti contenuti a fondamenti (tipicamente della religione, ma non solo) rifiutando ogni ideologia o interpretazione anche minimamente in contrasto con essi. Il fondamentalismo è una corrente della religiosità protestante che si sviluppò negli Stati Uniti in un periodo compreso tra il 1878 e il 1918 (cioè tra la fine della Guerra Civile Americana e la prima guerra mondiale). Si tratta di una corrente di pensiero, nata all'interno della Chiesa battista, che intendeva opporsi al modernismo e al razionalismo teologici che si diffondevano fra i fedeli evangelici. Il termine fondamentalismo non aveva all'origine accezioni negative, è legato alla pubblicazione di una raccolta di dodici volumi di saggi intitolata The Fundamentals.[1] I testi attaccavano le attività di filologia, storia, archeologia e critica, della scuola esegetica detta di "Alta critica". Rivendicavano al contrario la volontà di riaffermare in modo dogmatico punti irrinunciabili della fede definiti fundamentals, i fondamenti, e corrispondono anche all'affermazione della necessità di una fede facilmente comprensibile all'individuo. Questa rivendicazione aveva una prospettiva anche politico-sociale, con forte critica definibile "anti-intellettuale" o "anti-élìte" (contro il pericolo di una società, o di una morale, "degli avvocati" e dei filosofi). Caratteristica del pensiero dei fondamentalisti, era la riaffermazione del valore letterale del testo della Bibbia. Questa doveva essere considerata un testo storico che narra fatti realmente accaduti nel modo esatto in cui sono descritti, con un netto rifiuto alla "pretesa" dei teologi liberali di sottoporre la Bibbia alla stessa analisi e critica testuale a cui erano stati sottoposti gli altri testi classici dell'antichità... Il termine fondamentalismo, che all'origine si riferiva al mondo protestante, fu sostituito negli anni '50 quando i principali esponenti della corrente religiosa decisero un cambio di denominazione ufficiale. Questo termine però si è diffuso nell'uso comune per identificare tutti quei punti di vista – correnti di pensiero e pratica nell'ambito religioso – che insistono sull'interpretazione letterale dei testi sacri quali la Bibbia o il Corano, e che hanno carattere di movimenti anti-modernisti all'interno delle rispettive religioni. Si parla oggi comunemente – anche se non sempre con identico significato – di "fondamentalismo islamico", "fondamentalismo ebraico", "fondamentalismo cristiano" eccetera. Il termine, che ha oggi una diffusa valenza negativa, si riferisce anche più in generale a un atteggiamento politico e culturale contrario al dialogo, che rivendica principi religiosi "non negoziabili" senza possibilità di approccio critico, insiste sul presupposto apodittico che il proprio punto di vista o dogma è l'unico giusto, in modo spesso rigido e moralmente giudicante.

Fondamentalismo cristiano

Per fondamentalismo cristiano è da intendersi, originariamente, un movimento teologico conservatore cristiano. Nato all'interno del protestantesimo negli Stati Uniti d'America e nel Regno Unito, è sorto a partire dalla fine dell'XIX secolo in opposizione al modernismo teologico. Il termine, per estensione, è poi passato a definire, in generale, ogni tipo di conservatorismo religioso di matrice cristiana. La maggior parte delle interpretazioni di questo movimento cerca di spiegarlo in termini socio-economici o psicologici, ma esso nasce essenzialmente dalla genuina aspirazione del revivalismo americano di rivalutare e riaffermare la validità permanente dell'ortodossia teologica cristiana, affermatasi nei primi cinque secoli della storia della Chiesa e ribadita nella Riforma protestante, in contrapposizione a ogni revisionismo dottrinale. Ulteriore confusione è sorta quando si è equiparato questo movimento ai cosiddetti "Cinque punti del Fondamentalismo", pubblicati dalla Niagara Bible Conference del 1895. Il fondamentalismo cristiano può essere essenzialmente compreso come un tentativo di proteggere le dottrine o elementi essenziali ("fondamenti") della fede cristiana, messi in discussione dal pensiero moderno. Queste dottrine includono: la nascita verginale, la resurrezione e la divinità di Cristo, il carattere sostitutivo dell'opera espiatoria di Cristo sulla croce, la sua Seconda venuta e l'autorità e inerranza della Bibbia.

Fondamentalismo islamico

Con fondamentalismo islamico[1] (in arabo الأصولية الإسلامية‎?, al-uṣūliyya al-īslāmiyya) si usa definire, almeno a partire dalla nascita della Repubblica Islamica nell'Iran, quella corrente di attivismo teoretico e politico conservatore che attraverso interpretazioni letterali del Corano e di altri testi islamici propugna un ritorno ai «fondamenti» dell'Islam delle origini, ritenuti autentici e infallibili. Nell'uso comune, si preferisce spesso al sintagma "fondamentalismo islamico" il vocabolo "islamismo" o l'equivalente "Islam politico", o la formula "Islam militante" o "radicale".[2] Ciò allo scopo di scongiurare i prevedibili rischi legati all'utilizzo di categorie concettuali occidentali, qual è appunto quella di fondamentalismo, estranee alla sensibilità islamica e tipiche del protestantesimo evangelico statunitense. Nella tradizione musulmana esiste uno stretto legame fra precetti religiosi e ordinamento della società, dello Stato e del potere, racchiusa dall'espressione dīn wa dunya, ovvero "religione e mondo". Gli islamisti, proprio come i "fondamentalisti" legati a altre tradizioni religiose, denunciano quella che considerano una laicizzazione della società e propongono di tornare ad una visione totalizzante dell'Islam, che tuttavia riflette soltanto una loro specifica lettura dell'Islam stesso. Nella loro visione, per un credente musulmano è "miscredenza" riservare l'espressione della propria fede a una sfera intima della propria coscienza, senza influenzare e modellare il mondo esterno su di essa. L'unica eccezione ammessa per separare i due aspetti della propria fede è quando il musulmano si trovi in una condizione di grave e imminente pericolo per sé o la propria fede, come nel caso in cui ci si trovi in un paese non islamico in condizione di minoranza discriminata, in ambienti quindi decisamente ostili. In questo caso è perfettamente legittimo il ricorso all'espediente della taqiya, cioè la dissimulazione della fede e delle sue cerimonialità liturgiche: fenomeno questo particolarmente sviluppatosi nello sciismo, quando esso si venga a trovare circondato da una forte maggioranza sunnita.

Fondamentalismo ebraico

L'espressione fondamentalismo ebraico[1] può riferirsi tanto al sionismo religioso militante[2] quanto all'Ebraismo Haredi ashkenazita o sefardita.[2] Il termine "fondamentalismo" è stato usato originariamente in riferimento ad alcuni gruppi cristiani nordamericani protestanti ma oggi comunemente si riferisce a movimenti anti-modernisti di qualsiasi religione che si basino sull'interpretazione letterale delle loro sacre scritture.

Sionismo

Il sionismo è un'ideologia politica il cui fine è l'affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico e il supporto a uno Stato ebraico in quella regione che, dal Tanakh e dalla Bibbia, è definita "Terra di Israele".[N 1][1][2][3]Tale obiettivo è stato perseguito negli anni attraverso la riconquista della Palestina Storica[4][5], con l’intento di ottenere un territorio il più esteso possibile, riducendo al minimo la presenza di arabi palestinesi su quest’ultimo.[6][7] Theodor Herzl, fondatore dello sionismo moderno. Il sionismo emerse alla fine del XIX secolo nell'Europa centrale e orientale come effetto della Haskalah (illuminismo ebraico) e in reazione all'antisemitismo, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo moderno... Il termine "sionismo" deriva dal nome del monte Sion, il primitivo nucleo della città di Gerusalemme. L'espressione fu coniata nel 1890 dall'editore ebreo austriaco Nathan Birnbaum nella sua rivista Selbstemanzipation, la quale riprendeva il titolo di un libro di Leon Pinsker del 1882. Il sionismo è quindi definito come il movimento obiettivo alla costituzione di un'entità statale ebraica specificamente in Palestina. I sionisti tendevano a rifiutare la lingua yiddish e le lingue nazionali europee, a favore della rinascita dell'antica lingua ebraica, tradizionalmente riservata solo all'ambito liturgico, come madrelingua, grazie agli sforzi di Eliezer Ben Yehuda nell'orale, di Mendele Moicher Sforim nella prosa e di Haim Nachman Bialik nella poesia. Nella prima metà del XX secolo si diffuse tra alcuni intellettuali sionisti la cosiddetta negazione della diaspora, consistente nell'assimilazione di elementi della cultura mediorientale, e il canaanismo, ideologia nata in seno al sionismo revisionista che esaltava l'identità culturale semitica che legava gli ebrei alle altre popolazioni del Medio oriente. Il movimento sionista non vedeva originariamente come un problema la presenza della popolazione araba in Palestina, sostenendo che essa avrebbe tratto giovamento dall'immigrazione di europei in vasta scala, che avrebbe rivitalizzato la regione, e credendo che comunque la popolazione araba non costituisse in nessun modo un popolo con una propria identità nazionale, in quanto si sarebbe integrata, sempre secondo sionisti, nel nascituro stato (Herzl, Congresso di Basilea). Il sostegno al sionismo aumentò generalmente tra gli ebrei di tutto il mondo nel periodo successivo all'Olocausto. Nel XX e XXI secolo negli Stati Uniti d'America importanti fra i sostenitori del sionismo sono state alcune componenti del protestantesimo evangelico che esposero il cosiddetto "sionismo cristiano". Tra i sionisti cristiani vi sono anche gruppi fondamentalisti che vedono nel ritorno degli ebrei nella Terra santa il compimento di quanto scritto nell'Apocalisse. Il sostegno al Sionismo non è unanime nel mondo ebraico. Inizialmente la maggioranza delle comunità ebraiche era rimasta indifferente o contraria. In particolare, il sionismo suscitò indifferenza tra gli ebrei ortodossi dell'Europa orientale e tra gli ebrei del mondo arabo.[20] La maggioranza del mondo ebraico considerava un'eresia religiosa l'idea di rientrare in massa in Israele prima dell'arrivo del Messia. Il sionismo infatti, in particolare quello laico, è spesso entrato in conflitto con gli ebrei ultraortodossi

Sefarditi

I sefarditi (dall'ebraico: ספרד - Sefarad, "Spagna") sono gli ebrei che abitavano la penisola iberica fino al XV secolo e i loro discendenti. In seguito al decreto dell'Alhambra pronunciato dai re cattolici di Spagna i sefarditi si convertirono in maggioranza al cattolicesimo, mentre i rimanenti emigrarono in massa verso il resto d'Europa, il Maghreb e i territori dell'Impero ottomano. Gli esuli diffusero le proprie tradizioni liturgiche tra le comunità ebraiche indigene tra le quali si integrarono. Nel mondo sefardita di oggi, in particolare in Israele, esistono molti libri di preghiere popolari contenenti questo rito Baghdadi, attualmente conosciuto come Minhag Edot ha-ha-Mizraḥ (l'usanza delle Congregazioni orientali). Altre autorità, soprattutto anziani rabbini provenienti dal Nord Africa, li rifiutano in favore di un testo sefardita orientale più conservatore come si trova nelle edizioni livornesi del XIX secolo, e i riti yemeniti Shami e siriani appartengono a questo gruppo. Altri ancora, seguendo i dettami del già Rabbino Capo Ovadia Yosef, preferiscono una forma libera da alcune delle aggiunte cabalistiche e più vicina a quella che sarebbe stato preferita da Rabbi Joseph Caro, e cercano di stabilirla come il rito standard "sefardita israeliano" per l'utilizzo da parte di tutte le comunità.[17] La liturgia degli ebrei spagnoli e portoghesi differisce da tutti questi (più di quanto differiscano i gruppi orientali tra di loro), in quanto rappresenta una forma più antica del testo, ha molte meno aggiunte cabalistiche e riflette l'influenza degli ebrei italiani. Le differenze tra tutti questi gruppi, tuttavia, esistono a livello di formulazione dettagliata: ad esempio, l'inserimento o l'omissione di alcuni passaggi aggiuntivi – strutturalmente, tutti i riti sefarditi sono molto simili.

MarranI

I marrani (in spagnolo marranos, porci; probabilmente dall'arabo maḥram, che significa "cosa proibita"[1]) erano ebrei sefarditi (ebrei della penisola iberica) che durante il Medioevo si convertirono alla religione cristiana, sia con la coercizione come conseguenza della persecuzione degli ebrei da parte dell'inquisizione spagnola, sia per libera scelta, sia per una questione formale. Molti marrani mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando in privato fedeli all'ebraismo. Con il termine haram (vietato) si indicava tra l'altro la carne di maiale, che ebrei e musulmani non possono mangiare; in spagnolo e in portoghese viene usato come epiteto ingiurioso nei confronti degli ebrei. Per questa ragione in ambito ebraico si usa piuttosto il termine anusim (costretti a forza). Questi conversos (convertiti), come venivano anche chiamati in Spagna, ammontavano a oltre 100.000.[senza fonte] Erano noti anche come Cristianos Nuevos in Spagna, Cristãos Novos (Neo-Cristiani) in Portogallo, Conversos in Catalogna, Xuetes (Xua, un termine catalano che faceva riferimento ad una mistura di carne di porco che si dice venisse consumata in pubblico dai Xuetes per dimostrare la sincerità del loro cattolicesimo) nelle isole Baleari. Con essi la storia della penisola iberica, e indirettamente quella degli ebrei, entra in una nuova fase, poiché furono la causa immediata dell'introduzione dell'inquisizione spagnola e dell'espulsione degli ebrei da tale nazione. I marrani benestanti, che erano intensamente impegnati nel commercio, nelle manifatture e nell'agricoltura, si sposarono con appartenenti a famiglie della vecchia nobiltà; conti e marchesi impoveriti si sposarono senza esitazione con ebree facoltose; accadde anche che conti o nobili di sangue reale si infatuassero di belle ragazze ebree. A partire dalla seconda generazione, i neo-cristiani si sposavano tipicamente con donne del loro gruppo sociale. Essi divennero molto influenti grazie alla loro ricchezza ed alla loro educazione, vennero chiamati a importanti incarichi a palazzo, nei circoli governativi e nelle Cortes; praticavano la medicina e il diritto e insegnavano nelle università, mentre i loro figli giungevano spesso ad alte cariche ecclesiastiche. Una seconda ipotesi sull'origine di marrano vede la radice spagnola marrar (tagliare in pezzi) alla base del termine.

Aschenaziti

Gli aschenaziti, o ashkenaziti[4] o anche askenaziti[5] (in ebraico אַשְׁכֲּנָזִים‎?, ashkenazim; AFI: [aʃkənaˈzim]; anche יְהוּדֵי אַשְׁכֲּנָז‎, yehudei ashkenaz, lett. "giudei di Ashkenaz") costituiscono un gruppo etnoreligioso ebraico originario dell'Europa centrale e orientale e tradizionalmente di lingua e cultura yiddish. Gli aschenaziti discendono dalle comunità ebraiche stanziatesi nel Medioevo nella valle del Reno e successivamente spostatesi verso est. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, la comunità aschenazita emigrò in larga parte verso gli Stati Uniti d'America e gran parte delle comunità rimaste in Europa furono poi sterminate durante l'Olocausto.[6][7] Gli aschenaziti costituiscono oggi il gruppo etnico maggioritario tra gli ebrei. Tra il 75% e l’80% degli ebrei del mondo è aschenazita,[8][9] mentre prima dell'Olocausto, nel 1930, rappresentavano il 92% in Germania[10] e la quasi totalità in terra di Palestina. Ashkenaz era il nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno; e "aschenazita" significa, appunto, "germanico".. Si calcola che nell'XI secolo gli aschenaziti costituissero solo il 3% della popolazione ebraica mondiale; essi giunsero, al massimo della loro espansione demografica (1931), a rappresentarne il 92% e oggi sono, grosso modo, l'80% del totale (Elazar 1992). La maggior parte delle comunità ebraiche con una lunga tradizione in Europa sono aschenazite, ad eccezione di quelle delle regioni mediterranee. Una gran parte degli ebrei che negli ultimi due secoli hanno lasciato l'Europa, diretti in altri continenti, in particolare verso gli Stati Uniti, sono ashkenazim. La lingua della cultura ebraica aschenazita era principalmente lo yiddish, una lingua germanica con certe influenze slave, scritta con l'alfabeto ebraico. L'ebraico e l'aramaico erano le lingue liturgiche. La lingua ebraica rimase lingua scritta fino alla fondazione dello Stato di Israele. In Europa centrale e orientale gli ebrei vivevano spesso in una situazione di bilinguismo o trilinguismo, dove allo yiddish si aggiungeva la lingua parlata dalla popolazione non-ebraica circostante, generalmente il polacco o altre lingue slave[14], l'ungherese, il rumeno o il tedesco. Attualmente, lo yiddish si parla nelle comunità ultra-ortodosse, mentre gli altri aschenaziti parlano normalmente il vernacolo locale. Lingue comuni tra gli aschenaziti includono l'inglese, il russo e, in Israele, l'ebraico, tra molte altre.

Chassidismo

Il chassidismo, ḥasidismo o hassidismo (in ebraico חסידות‎?, Ḥăsīdūt) è un movimento di massa[2] ebraico basato sul rinnovamento spirituale dell'ebraismo ortodosso[3][4], sorto nella Podolia del XVIII secolo[2][3][4] per opera del taumaturgo e kabbalista Yisrāēl ben Ĕlīezer[5], meglio conosciuto come il Ba'al Shēm Ṭōv[2][3][4][5] e anche noto con il soprannome di Besht (BeShT, acronimo di Baʻal Shem Tov). Sviluppatosi tra gli ebrei ashkenaziti dell' Europa orientale, il chassidismo ha promosso la popolarizzazione della Kabbalah come un aspetto fondamentale della fede nelle comunità ebraiche povere e illetterate, quindi la gente comune, stanziate in quelle regioni. Il fulcro dell'insegnamento propugnato dal Beshṭ prima e dagli chassidim poi era la trasformazione della mistica nella vita quotidiana in un sentimento interiore, una pietà che santifica qualunque cosa[5], finalizzata al raggiungimento di uno stato di eterna gioia e unione con Dio[5]. Nonostante la forte critica e opposizione da parte dell'élite formata da rabbini e halakhisti della Lituania - i mitnageddim, di cui il maggior esponente fu il Gaon di Vilna - il movimento chassidico è riuscito ad avere successo e a diffondersi con dinamismo tra gli ebrei di mezza Europa, trovando, a partire dal XX secolo, proseliti anche in Israele, Canada, Stati Uniti d'America e Australia.

Ebraismo in Italia

L'ebraismo in Italia è la religione monoteista più antica ad essere praticata. A Roma è documentata una presenza ininterrotta dell'ebraismo fin dai tempi precedenti la comparsa del cristianesimo. L'espressione ebrei italiani (יהודים איטלקים) o italkim può indicare, in senso lato, tutti quegli ebrei che vivono in Italia o che hanno ascendenze italiane o, in un senso più ristretto, le comunità in cui è in uso il "rito italiano", diversamente dalle comunità in cui sono in uso il rito sefardita o aschenazita. La comunità ebraica italiana trae le sue origini nel II secolo a.C., quando i primi ebrei arrivarono a Roma grazie agli intensi scambi commerciali nel bacino del Mediterraneo. Già nel I secolo d.C. la comunità ebraica romana era fiorente e stabile tant'è che poté riscattare gli ebrei fatti schiavi durante l'assedio di Gerusalemme del 70.[1] La maggioranza degli ebrei italiani di conseguenza non appartiene a nessuno dei due gruppi rituali maggiori presenti in seno all'ebraismo (quello sefardita-spagnolo e quello askenazita-tedesco),[1] ma sono di rito italiano (Italkim o bene romi) che è, insieme al rito temani (yemenita) uno dei riti ebraici più antichi; già nel Talmud si trovano accenni a usi tipici dei bene romi (figli di Roma).[2] Il rito italiano attuale può essere suddiviso inoltre in due sottocategorie: il rito italiano degli ebrei del centro e del nord Italia, più vicino al rito romano originario e simile — nella maggior parte dei suoi aspetti — al rito askenazita-tedesco, e, invece, il rito romano degli attuali ebrei romani, più simile al rito sefardita a causa delle influenze conseguenti all'immigrazione a Roma degli ebrei sefarditi dopo la cacciata dalla Spagna. L'unica organizzazione ebraica italiana che rappresenti l'ebraismo italiano di fronte allo Stato secondo la legge è l'Unione delle comunità ebraiche italiane (UCEI), come previsto dall'intesa con lo Stato italiano stipulata il 27 febbraio 1987, approvata con la legge 101/1989, revisione conclusa il 6 novembre 1996 e approvata con la legge 638/1996. L'UCEI partecipa alla ripartizione della quota dell'otto per mille del gettito IRPEF. Poiché l'unica organizzazione che rappresenti giuridicamente gli interessi dell'ebraismo in Italia è l'UCEI, l'unica definizione di "ebreo" rilevante per lo Stato italiano è quella data dall'Assemblea Rabbinica Italiana. Gli unici enti che possono rilasciare una certificazione di ebraicità in Italia (al fine, per esempio, di potere richiedere di sostenere un esame universitario in giorno diverso dal sabato, o al fine di richiedere il riposo settimanale durante il sabato, con obbligo per il datore di lavoro di concederlo) sono le Comunità Ebraiche locali membri dell'UCEI che rilasciano tali certificati soltanto in base alle regole dell'ortodossia ebraica. L'iscrizione alle Comunità locali è infatti consentita soltanto previo nulla osta dell'Autorità Rabbinica locale e al cui diniego si può ricorrere unicamente presso l'Assemblea Rabbinica Italiana (Statuto UCEI).

Anticlericalismo

L'anticlericalismo (nella sua accezione più comune) è una corrente di pensiero sviluppatasi soprattutto in riferimento alla Chiesa cattolica, che si oppone al clericalismo, ossia all'ingerenza degli ecclesiastici e della loro dottrina nella vita e negli affari dello Stato e della politica in generale. In quanto "tendenza", non convogliata in un manifesto o in qualche movimento principale, l'anticlericalismo ha subito una serie di evoluzioni storiche e si è sviluppato in molteplici sfaccettature, tanto che è difficile darne una definizione condivisa. Per alcuni esso è l'opposizione allo sconfinamento del clero in qualsiasi ambito diverso dalla pura spiritualità (quindi economia, politica, interessi materiali).

Antislamismo

L'antislamismo è l'opposizione e critica all'islamismo, cioè all'Islam politico, un insieme di ideologie che ritengono che l'Islam debba guidare la vita sociale e politica così come la vita personale. L'antislamismo non va confuso con l'islamofobia, che indica pregiudizio e discriminazione verso l'Islam come religione e verso i musulmani come credenti La critica all'organizzazione delle società islamiche prende corpo dopo la Rivoluzione francese e la codificazione della distinzione tra Chiesa e Stato in occidente. Tale dottrina (secolarismo) viene utilizzata come metro di giudizio rispetto alle società extra-europee tradizionali, incluse quelle in cui il diritto e le istituzioni politiche sono basate sulle norme religiose. Le moschee svolgono nell'Islam un ruolo molto ampio: i musulmani non solo vi si riuniscono per pregare ma anche per esaminare questioni sociali e politiche e decidere sulla vita della comunità. L'evento più importante è costituito dal sermone del venerdì (khuṭba) in cui l'Imam fornisce le indicazioni più importante ed impegnative ai suoi fedeli. Per questa ragione numerosi paesi musulmani esercitano uno stretto controllo sulle attività che vi si svolgono tanto che gli Imam sono spesso dei funzionari pubblici ed i loro sermoni devono essere preventivamente approvati dalle autorità preposte[59]. L'Islam affianca le moschee con le muṣallā, spesso dei semplici locali a pian terreno, dove una cinquantina di fedeli possono riunirsi in tranquillità per la preghiera del mezzogiorno. Oltre che questo ruolo pratico, le moschee, così come le chiese, nella storia hanno svolto anche la funzione simbolica e politica di palesare l'appartenenza del territorio circostante all'Islam, soprattutto quando hanno un minareto utilizzato dal muezzin per invitare i fedeli alla preghiera che, come i campanili, svetta sugli edifici circostanti ed i progetti di nuove costruzioni sono sempre accompagnati da forti polemiche, in Italia (ad es. a Bologna)[82] come all'estero (ad es. a Colonia, a Londra, a Marsiglia[83], a Siviglia[84] o in Svizzera).

Anticattolicesimo

L'anticattolicesimo o antipapismo è l'opposizione ideologica, la critica o l'ostilità verso le posizioni dottrinali e/o politiche della Chiesa cattolica, del papa e della gerarchia ecclesiastica. A seconda dei casi e dei vari contesti, il termine può indicare anche, oppure esclusivamente, forme di discriminazione e persecuzione violenta dei cattolici, cioè i cristiani laici che aderiscono alle pratiche e alla fede del cattolicesimo romano. A titolo esemplificativo, ma non esaustivo, se ne elencano alcune delle più frequenti motivazioni: ideologiche: talora affini all'anticlericalismo, anche da parte di determinate frange di cattolici che dissentano dalle posizioni dottrinali o sociali del papa[45]; ma anche all'anarchia, in quanto rifiuto dell'autorità sia civile che religiosa e di qualsivoglia potere, spirituale o temporale; socio-politico-economiche: in forma di rivendicazione da parte di gruppi secolari della non ingerenza delle gerarchie cattoliche nella vita civile di un Paese, oppure nella contestazione di politiche fiscali tendenti a trasferire fondi dall'Erario alla Chiesa cattolica, come, nel caso italiano, l'istituto dell'Otto per mille oppure l'esenzione dal pagamento dell'ICI garantita anche a edifici religiosi non espressamente destinati al culto ma ad attività economiche[46]; filosofiche: nel caso – per esempio – della manifestazione d'ateismo che si accompagna anche al momento proattivo della contestazione della legittimità della figura del capo di una religione e della sua autorità, giudicata basata sul nulla; nazionalistiche: quando, stante la natura di capo di Stato del Papa, l'osservanza ai precetti papali da parte dei fedeli venga vista come attività in contrasto con i loro doveri nazionali di cittadini, considerati preminenti dal loro Stato; Per completezza di trattazione, si citano anche motivazioni di carattere più generale che si possono applicare a qualsivoglia gruppo religioso e che, quindi, non sono strettamente attinenti all'osservanza della religione cattolica o, in qualsivoglia forma, all'adesione ai dettami dottrinali del papa; etniche: nella misura in cui l'appartenenza religiosa si configuri anche come, in tutto o in massima parte, appartenenza a un distinto e determinato gruppo etnico, nazionale o linguistico considerato rivale o nemico; religiose: nel caso l'opposizione o l'ostilità sia determinata dall'appartenenza a un gruppo religioso diverso, facente parte della stessa famiglia (ad esempio protestanti) o meno (ad esempio musulmani). Talora questi ultimi due aspetti si sono spesso sovrapposti, come nel caso della lunga stagione terroristica nell'Irlanda del Nord, che vedeva come parti contrapposte in conflitto cattolici irlandesi da un lato e anglicani e protestanti di origine britannica dall'altro, rendendo di fatto estremamente difficile stabilire se la natura dei contrasti avesse natura etnica oppure religiosa.

Antisemitismo

L'antisemitismo, (chiamato anche giudeofobia[1]; antigiudaismo[2] e antiebraismo[3]) è il pregiudizio, la paura o l'odio verso i giudei, cioè gli ebrei.[4] Secondo la Working Definition of Antisemitism ("definizione pratica dell'antisemitismo"), dell'Agenzia europea dei diritti fondamentali "l'antisemitismo è quella certa percezione descrivibile come odio verso gli ebrei. Le manifestazioni retoriche e fisiche dell'antisemitismo sono dirette contro singoli ebrei o non ebrei, e/o contro la loro proprietà, contro le istituzioni comunitarie e contro le strutture religiose ebraiche". L'antisemitismo accusa frequentemente gli ebrei di cospirare ai danni del resto dell'umanità, ed è spesso utilizzato per incolpare gli ebrei di uno o più problemi politici, sociali ed economici. Trova espressione orale, scritta e impiega stereotipi sinistri e tratti caratteriali negativi. Il termine "antisemitismo" venne coniato nel settembre 1879, a Berlino, in Germania, da parte del nazionalista Wilhelm Marr,[6] nello scritto La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo, da una prospettiva aconfessionale, come eufemismo di Judenhass («odio per gli ebrei»): nonostante l'etimologia, esso non si riferisce all'odio nei confronti dei "popoli semiti" (cioè quelli che parlano lingue appartenenti al gruppo semitico, quali l'arabo, l'ebraico, l'aramaico e l'amarico), ma unicamente all'odio e alla discriminazione nei confronti degli ebrei.[7] Il concetto espresso da Marr, che nei suoi scritti successivi verrà visto come un errore e ritrattato, nel secolo successivo assumerà valenze diverse, più ampie e coinciderà spesso con la definizione degli atteggiamenti persecutori, tra i più gravi della storia contemporanea. Atti di odio verso gli ebrei si sono verificati in tutti i periodi storici. Storicamente si può individuare un antisemitismo di carattere religioso (antigiudaismo), espresso nel paganesimo, nel cattolicesimo (Concilio Lateranense IV del 1213 relativamente ai decreti 67, 68, 69, 70, e bolle pontificie Cum Nimis Absurdum, Caeca et Obdurata, Hebraeorum Gens), nel luteranesimo (opera di Martin Lutero del 1543 intitolata "Degli ebrei e delle loro menzogne") e nell'Islam, oltre a un antisemitismo di carattere razziale e culturale. L'antisemitismo italiano, al contrario di quello tedesco (basato su pregiudizi razziali/biologici/sessuali), aveva una forte componente religiosa/spirituale: tendeva cioè, almeno nelle intenzioni iniziali di alcuni dei suoi padri (tra cui diversi religiosi cattolici), a discriminare principalmente gli ebrei non convertiti.[22] Lo stesso Mussolini elaborò lo slogan "Discriminare e non perseguitare" per indicare la filosofia che, secondo la versione data dal regime, sarebbe stata adottata nell'applicazione delle leggi razziali[23] e, in un discorso tenuto a Trieste nel settembre 1938, affermò esplicitamente che "gli ebrei che hanno indiscutibili titoli di benemerenze militari e civili troveranno la giusta comprensione del Regime"[24]. Questo esplicitare un distinguo rispetto all'ondata antisemita "biologica" europea, era probabilmente dovuto, tra le altre cose, al tentativo di rassicurare quella parte degli ebrei italiani (soprattutto tra le classi più benestanti) che fino ad allora avevano appoggiato prima il movimento fascista e poi la dittatura[Nota 2]. Con l'avvento della Repubblica Sociale Italiana questa distinzione tra antiebraismo spirituale e antiebraismo biologico venne completamente a cadere, e gli ebrei italiani vennero perseguitati alla pari di quelli tedeschi. Il 17 gennaio 2020, il Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana ha adottato ufficialmente la definizione di antisemitismo contenuta nel documento dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA)[41], e ha nominato come Coordinatrice nazionale per la lotta contro l'antisemitismo[42] la professoressa Milena Santerini[43][44], volendo «con ancora più decisione affermare la necessità della lotta ad ogni forma di discriminazione»[45]. La definizione di antisemitismo dell'IHRA, al 17 gennaio 2020, era già stata adottata da diverse nazioni come «Austria, Bulgaria, Canada, Francia, Germania, Israele, Lituania, Macedonia del Nord, Regno Unito, Romania e Stati Uniti», ma non dall'Italia»[46]. La definizione dell'IHRA sull'antisemitismo adottata anche in Italia, recitaː «L'antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto» (IHRA - International Holocaust Remembrance Alliance[47]) Secondo la fondazione CDEC, in un periodo di 25 anni vi è stato un fenomeno di antisemitismo proveniente da diverse aree, specie estrema sinistra, destra radicale, islamismo ed antigiudaismo.

Anti-induismo

L'anti-induismo indica una percezione negativa o l'intolleranza religiosa contro la pratica della religione indù. I sentimenti anti-indù si verificano principalmente in Pakistan e Bangladesh, in questi paesi si sono verificati diversi atti di intolleranza il più significativo riguarda le diverse atrocità del 1971 che causarono la morte di 3 milioni persone in Bangladesh[1], e la recente demolizione dei templi indù in Malaysia

Forma di governo

La forma di governo è il modello organizzativo che uno Stato assume per esercitare il potere sovrano.

Più in generale può intendersi come la modalità con cui viene allocato il potere tra gli organi portanti dello Stato: Parlamento, Governo e Capo di Stato;

la forma di governo quindi attiene ai rapporti che si vengono a instaurare fra di essi e alle modalità con cui vengono ripartite e condivise le rispettive competenze.

Parlamentarismo razionalizzato

Il parlamentarismo razionalizzato è un insieme di tecniche di diritto costituzionale ed elettorale che mira ad evitare un'eccessiva instabilità di governo in un sistema parlamentare.

Sistema parlamentare

Il sistema parlamentare è un tipo di forma di governo democratica, la più diffusa in Europa, in cui la volontà popolare è affidata al parlamento.
Essa si può distinguere in due modi: Repubblica parlamentare: il capo dello stato viene eletto a suffragio diretto o indiretto ed assume un'investitura temporanea.

Monarchia parlamentare: la carica di capo dello Stato viene rappresentata dal monarca, designato per via ereditaria e dinastica.

Entrambe le forme di governo, comunque, sono articolate secondo la stessa fisionomia di tipo monistico (dal greco mònos = uno solo) il che vuol dire che il potere politico si concentra in un unico organo: il Parlamento.

Esso, in virtù del circuito democratico nel quale si articola la democrazia rappresentativa[1], è il mandatario del Corpo elettorale e mandante del potere esercitato dal Governo.
Sotto il profilo giuridico
Il Parlamento, eletto direttamente dal popolo, nella forma di governo parlamentare non ha competenze soltanto legislative, ma ha anche il compito di esprimere il governo e di controllarne l'operato.

Infatti il governo, che detiene il potere esecutivo, è la rappresentazione della maggioranza del parlamento, da esso deve ricevere la fiducia ed è costretto a dimettersi se tale fiducia viene a mancare.

Di contro al potere del parlamento, fa normalmente da contrappeso il potere, assegnato talvolta al governo e talvolta al capo dello stato, di sciogliere le camere e indire elezioni anticipate. In tali sistemi il ruolo decisivo lo assume la maggioranza parlamentare, ovvero la formazione dei partiti, da soli o in coalizione, che - conseguendo la maggioranza nelle assemblee, i cui seggi sono posti in palio mediante il voto popolare - vincono le elezioni e quindi assumono il diritto di formare il Governo.

Tra potere esecutivo e potere legislativo non vi è in genere contrapposizione: infatti il primo è formato dalla stessa maggioranza del secondo e, quindi, ha di fatto il potere di fissare l'agenda dei lavori parlamentari[5].

Nel parlamento comunque sono presenti anche i partiti di opposizione che possono ostacolare l'azione di governo.

Cleptocrazia

Cleptocrazia (dal greco: κλέπτω "kleptō" (rubare) e κράτος "kratos" (potere), ovvero governo del furto), è una modalità di governo deviata che rappresenta il culmine della corruzione politica e una forma estrema dell'uso del governo per la ricerca del profitto personale di chi occupa posizioni di potere.
Oltre che al singolo governante può riferirsi ad ambiti più ampi come nel caso di élite o lobby[1] che si appropriano di una parte cospicua della ricchezza di un Paese adducendo giustificazioni di vario tipo, ideologico o religioso ad esempio.

Si tratta di società fortemente gerarchizzate, in cui esiste una casta che detiene saldamente il potere e abitualmente pratica l'endogamia. Generalmente in una cleptocrazia i governanti e i loro sodali usano meccanismi di governo volti alla spoliazione sistematica di risorse del Paese amministrato:

impongono quindi pesanti regimi di tassazione allo scopo di ammassare ingenti fortune personali

o impiegano strumenti quali per esempio il riciclaggio di denaro, conti bancari anonimi, falso in bilancio e altri sistemi simili allo scopo di proteggere e nascondere i guadagni illeciti derivanti dalle attività di governo.
Le cleptocrazie tendono a essere "stabilmente instabili" mediante un sistema costituito sulla successione di "ladri" che si alternano scalzando i predecessori senza però adoperarsi per risolvere i bisogni della popolazione.

Inoltre, poiché ogni sistema costruito sulla corruzione sistematica impone una tassazione sulle imprese e persone che non viene restituita sotto forma di servizi per i cittadini e le imprese, le cleptocrazie tendono inevitabilmente a generare un sistema economico inefficiente.

Generalmente, i governi di tipo cleptocratico ignorano i problemi economici e sociali dello Stato interessato, perché principalmente impegnati nella ricerca del benessere e del potere personale e difficilmente hanno possibilità di costruire un sistema repressivo avanzato per timore di subire un colpo di Stato: per questi motivi tali governi sono spesso impotenti di fronte alle crisi sociali più acute e accade quindi che i paesi da essi governati sprofondino nella guerra civile e nel caos civile o che cadano in situazioni di indebitamento pubblico eccezionale.
In Italia il termine è stato utilizzato da Giovanni Spadolini nelle sue vesti di Presidente del Consiglio e di Ministro della Difesa negli anni ottanta: «I repubblicani riaffermano la necessità di scelte politiche commisurate al carattere essenzialmente politico della questione morale. A cominciare da quelle aree del parastato e dell'economia pubblica che debbono essere liberate da tutti gli inquinamenti corruttori della tangentocrazia e della cleptocrazia».[9]
La questione morale aveva assunto questa caratteristica dopo i primi scandali degli anni settanta[10] e poi esplose come problema nazionale alla luce delle inchieste[11] di Mani pulite[12]: "la vicenda di Tangentopoli è in larga misura esemplare, perché ha fatto emergere un elemento patologico della vita politica italiana che era stato coperto appunto dalle ideologie.
A fronte di coloro che hanno evidenziato la "frantumazione" della classe dirigente a seguito della reazione giustizialista a Tangentopoli,[15] la questione morale è sempre più frequentemente indicata quale prioritario ambito di intervento dei legislatori nazionali e di quelli comunitari, mediante strumenti prescrittivi che dovrebbero servire ad arginare il fenomeno della corruzione e a migliorare la qualità del servizio reso al cittadino/utente.

Per una stabile prevenzione della cleptocrazia, si è però sostenuto che la gravità del fenomeno della corruzione, così come di altri comportamenti contrari all'etica pubblica, non può essere efficacemente contrastata soltanto con l'introduzione di ulteriori prescrizioni e sanzioni:

occorrerebbe anche il "consolidamento di un sistema di valori nel quale, la considerazione sociale della funzione, costituisca motivo di gratificazione (...) privo di tale difesa, il dirigente pubblico non soltanto è più esposto a sollecitazioni che, indipendentemente dal fatto che vengano raccolte o respinte, incidono negativamente sul clima generale, ma si presenta più debole nel confronto con altri soggetti il cui punto di vista, in occasione di scelte delle quali è responsabile, può essere diverso, se non addirittura opposto al suo"...

Monarchia costituzionale

La monarchia costituzionale è una forma di monarchia nella quale il sovrano regna, ma ha poteri limitati e stabiliti da una costituzione, che sono tuttavia più vasti di quelli di cui godrebbe in un sistema parlamentare. Il Re è quindi capo dello stato ed è inoltre capo del governo, la cui gestione è affidata però ad un Primo Ministro scelto dal Re stesso. Il Re può inoltre esercitare il potere legislativo, anche se tipicamente lo esercita assieme ad un'assemblea legislativa come un Parlamento (vedasi ad esempio il Regno d'Italia e l'Impero tedesco).

Nella monarchia costituzionale a capo dello Stato c'è un sovrano che esercita i poteri secondo uno Statuto costituzionale concesso dal monarca, o una Costituzione approvata dal parlamento o da un'assemblea costituente. In quest'ultimo caso si parla più precisamente di monarchia parlamentare. Al sovrano spettano poteri rappresentativi e quelli di nomina di altre cariche, come quelle della magistratura. Il monarca concorre alla prassi legislativa attraverso il potere di nomina dei membri di una delle due Camere del Parlamento – si tratta della Camera alta che ha, tuttavia, in genere poteri più ristretti, rispetto a quella eletta dal popolo; inoltre, a seconda delle costituzioni, il monarca può conservare un potere di veto, parziale o assoluto, all'atto della promulgazione delle leggi; oggi, per esempio, senza la firma del Granduca, nessuna legge può entrare in vigore nel Lussemburgo: egli dispone di un diritto di veto assoluto, sebbene il Granducato si configuri più come una monarchia parlamentare che costituzionale. Il potere giudiziario, infine, viene amministrato da un corpo di funzionari a ciò preposti, i giudici, la cui indipendenza è garantita dal sovrano; essi amministrano la giustizia in suo nome. In questa formula, come si vede, il capo del governo non è che un fiduciario del sovrano; pertanto, l'eventuale voto di sfiducia da parte del Parlamento non può determinarne la caduta. La naturale evoluzione della monarchia costituzionale è la monarchia parlamentare, in cui la figura del re funge da garante della costituzione e dell'unità nazionale - come ad esempio in Spagna e in Gran Bretagna - rendendosi assimilabile alla figura del presidente di una Repubblica parlamentare; non ha più il potere esecutivo, in quanto la nomina del primo ministro è affidata soltanto formalmente al monarca, mentre di fatto egli è indicato dalle forze politiche di maggioranza presenti nel parlamento, al quale spetta dare la fiducia al governo.

In Italia la prima Carta Costituzionale si ebbe nel 1812 nel Regno di Sicilia quando venne promulgato il primo Statuto a Palermo. Poi nel Regno delle Due Sicilie nel 1820 e nel 1848 (l'anno della Primavera dei popoli) fu concessa una Costituzione, tuttavia ritirata e promulgata più volte, non agendo mai completamente e rimanendo più teorica che pratica. Sempre nel Regno di Sicilia, nel luglio del 1848, venne emanato un nuovo Statuto costituzionale non ottriato, in quanto approvato e promulgato dal Parlamento siciliano.

Nel 1848, sotto la spinta dei moti, anche Leopoldo II di Toscana, Papa Pio IX e Carlo Alberto di Savoia dovettero concedere uno statuto costituzionale. L'unica tra queste che rimase in vigore anche dopo il 1848 fu quella del Regno di Sardegna che prese il nome di Statuto Albertino. Lo stesso "Statuto" fu poi di fatto la prima costituzione del Regno d'Italia dal 1861 fino al 1946, anno nel quale l'Italia divenne una repubblica. La natura flessibile dello Statuto rese possibile la trasformazione della monarchia costituzionale italiana in una monarchia parlamentare ma anche, in seguito, la formazione dello Stato fascista.....

Monarchia parlamentare

La monarchia parlamentare è una forma di governo, appartenente alle forme di democrazia rappresentativa, che prevede la prevalenza del parlamento rispetto a quelle del monarca, di solito relegato in un ruolo cerimoniale.

Il classico esempio di monarchia parlamentare è rappresentato dal Regno Unito. Secondo il motto tradizionale, il sovrano britannico regna, ma non governa. Il potere esecutivo è affidato al governo guidato dal primo ministro. La nomina del premier è affidata al monarca, dovendo esso scegliere il leader del partito che abbia vinto le elezioni. Nei fatti, il primo ministro guida la politica nazionale, ma non può nominare e revocare a sua discrezione i ministri né sciogliere il parlamento, in quanto tali atti legalmente possono essere effettuati solamente dal monarca. Nel momento in cui si debbano affrontare problemi di particolare delicatezza politica, è uso che si riunisca il Consiglio di Gabinetto, un'assemblea ristretta formata solo dai ministri più importanti. Due ministri hanno particolari compiti istituzionali: il Cancelliere dello Scacchiere, che è il titolare delle finanze, e il Lord cancelliere, ministro della giustizia.
Il parlamento ha una struttura bicamerale...
Per il tramite del Commonwealth, il modello parlamentarista britannico si è diffuso in gran parte delle ex colonie inglesi. Addirittura, diversi Paesi riconoscono tutt'oggi Sua Maestà il re Carlo III come il proprio sovrano, localmente rappresentato da un governatore generale; ciò anche se in questi Paesi i poteri del monarca sono ancora meno forti che nel Regno Unito...

Monarchia assoluta

Per monarchia assoluta si intende una forma monarchica del governo, il cui sovrano non è condizionato da limiti esterni o interni; perciò possiede un potere assoluto, sebbene non totale. Si contrappone così alla monarchia costituzionale, dove i poteri del monarca sono espressamente limitati da una costituzione, ma anche alle forme dispotiche del potere come la tirannide.

Questa forma di governo ebbe il suo sviluppo e massima espressione nell'Europa dell'età moderna, tra i secoli XVI e XVIII: per questo il periodo tra il 1660 e il 1748 viene anche definito come età dell'Assolutismo.[1] Nonostante ciò, ancora oggi rimangono alcune monarchie che possono essere definite assolute.

Il potere del monarca era assoluto ma non illimitato, distinguendo così le monarchie assolute da forme di governo autocratiche come dispotismi e tirannidi. La legittimazione del Sovrano tramite il diritto divino infatti lo obbligava a rispettare le leggi naturali, preesistenti allo Stato, come il diritto di proprietà. Inoltre era comunque tenuto a considerare alcune leggi fondamentali del regno come il diritto di successione.

Monarchia federale

Una monarchia federale è una federazione di Stati con un singolo monarca in qualità di capo di Stato dell'intera federazione, ma in cui sono presenti altri sovrani a capo di circoscrizioni sub-statali, che formano unitamente la Monarchia. Negli ultimi anni il Regno di Spagna è stato spesso classificato come monarchia federale, nonostante non sia ufficialmente designato come tale. Il Regno del Belgio è uno Stato federale dal 1993.[2] Il Canada e l'Australia sono entrambi monarchie federali e condividono lo stesso monarca.[3][4] In entrambi i casi il sovrano è rappresentato a livello nazionale da un Governatore generale, mentre sussistono un luogotenente governatore per le province Canadesi oppure un governatore per gli Stati federati dell'Australia. Attualmente il concetto di monarchia federale è più facilmente identificabile negli Emirati Arabi Uniti e in Malaysia.[5] In entrambi i Paesi infatti il capo di Stato della federazione è scelto tra i capi (emiri e sultani rispettivamente) che governano gli Stati costituenti....

Monarchia elettiva

La monarchia elettiva è una forma di governo di tipo monarchico nel quale il capo di Stato, che ha titolo e poteri di monarca (re, imperatore, pontefice, ecc.), viene eletto, di norma da un collegio ristretto di principi, più raramente da un'assemblea più estesa. La forma di governo opposta, più diffusa, è la monarchia ereditaria. ..

Monarchia ereditaria

Nella monarchia ereditaria tutti i monarchi provengono dalla stessa famiglia, ed il potere è trasferito da un membro ad un altro della famiglia. Questo sistema ha il vantaggio di portare stabilità e continuità nell'opera del regnante, tanto quanto sono stabili i legami interni della famiglia. Per esempio, quando il re o la regina muore o abdica, la corona passa alla generazione successiva, ovvero ai figli, e dopo di loro ai nipoti, o in assenza, a fratelli, zii, cugini o altri parenti. L'ordine di successione è definito dalla legge, quello più frequente è basato sulla primogenitura, ma esistono anche altri metodi.

Repubblica

La repubblica (dal latino: res publica, "cosa pubblica", da intendersi come "stato del popolo") è una forma di governo di uno Stato, appartenente alle forme di democrazia rappresentativa o aristocratica, in cui la sovranità viene esercitata dal popolo secondo forme stabilite dal sistema politico che, nei sistemi repubblicani moderni, può prevedere una costituzione scritta o una serie di leggi costituzionali.

Repubblica presidenziale

La repubblica presidenziale (o presidenzialismo) è una forma di governo, che appartiene alle forme di democrazia rappresentativa, in cui il potere esecutivo si concentra nella figura del Presidente che è sia il capo dello Stato sia il capo del governo.

Generalmente questo è democraticamente eletto direttamente dai cittadini e forma il suo governo; essendo capo di Stato non ha bisogno di voto di fiducia parlamentare anche perché, avendo già ottenuto il voto della maggioranza dei cittadini, non ha bisogno della fiducia dei loro rappresentanti. La legittimazione attraverso il voto conferisce al presidente una chiara superiorità rispetto ai suoi ministri, non sempre rimarcata nei sistemi parlamentari.

Il Parlamento, eletto indipendentemente dal Presidente, è il solo titolare del potere legislativo. Per controbilanciare il grande potere politico affidato al Presidente, infatti, ai deputati viene affidata l'esclusiva potestà di iniziativa legislativa. Il Presidente non può assolutamente modificare le leggi se non affidandosi a deputati a lui vicini che agiscano secondo i desideri del Capo dello Stato.

La potestà legislativa non può essere delegata in alcun modo al governo neanche per motivi d'urgenza. Questa netta divisione funzionale fra Parlamento e Presidente si riflette nell'insindacabilità politica reciproca fra i due organi: il Parlamento non può licenziare il Presidente il quale a sua volta non può sciogliere le Camere. È il principio cardine della separazione dei poteri che garantisce la democraticità di questa forma di governo. Tuttavia è presente un sistema di controllo reciproco (checks and balances, ossia pesi e contrappesi) con cui i titolari dei suddetti due poteri si limitano: il parlamento ha il potere della borsa (approvazione del bilancio e degli interventi comportanti nuove spese), mentre il presidente è titolare del potere di bloccare le leggi emanate dal parlamento.

A corollario del sistema, secondo i principi di Montesquieu, vi è l'indipendenza del potere giudiziario, il quale è diretto da una Corte Suprema nominata dal Presidente ma da quest'ultimo totalmente autonoma, in quanto non revocabile e vitalizia.

Tuttavia, il possesso da parte del Presidente del monopolio della forza statale, in quanto il potere esecutivo è quello deputato all'uso delle forze dell'ordine, delle forze armate e dei servizi segreti, rappresenta un potente punto di vantaggio rispetto agli altri organi istituzionali. A volte l'istituzione della repubblica presidenziale è usata per dare legittimità a quella che nei fatti è una dittatura, dove il presidente/dittatore tiene sotto controllo con la forza le assemblee legislative e il sistema giudiziario, finendo in ultimo per avere il controllo sulle elezioni presidenziali da cui trae la legittimità a governare.

Un esempio storico è la presidenza di Napoleone III a capo della Seconda repubblica francese....

Repubblica parlamentare

La repubblica parlamentare è una forma di governo in cui la rappresentanza della volontà popolare è affidata, tramite elezioni politiche, al parlamento, che in quanto tale, elegge in modi diversi sia il governo che (in alcuni casi) il presidente della repubblica. Il presidente della repubblica ha una funzione di garanzia verso le parti politiche e di rappresentanza dell'unità nazionale, perciò usualmente non ha forti poteri di influenza politica sulle istituzioni. Il parlamento si rapporta con il governo tramite il voto di fiducia: in questo modo esso ha perennemente il controllo sugli atti dell'esecutivo con possibilità di revocarlo e nominarne un altro. Il giudizio sull'operato di una certa maggioranza parlamentare e del suo governo viene quindi espresso dai cittadini solo tramite il rinnovo dell'assemblea legislativa, diversamente da quanto avviene nelle repubbliche presidenziali. Tale forma di governo è quella dominante in Europa[1]. Vi sono anche repubbliche parlamentari in cui il presidente è eletto direttamente a suffragio universale. I vantaggi di questo sistema di governo sono: Equa divisione dei poteri senza alcun rischio di possibili derive autoritarie da parte di alcun organo statale. Più svincoli al parlamento. Nel caso in cui il Capo del Governo non risponda più alle esigenze dei cittadini, il parlamento, cioè la rappresentanza di questi ultimi, può facilmente destituire il Premier per nominare un altro. Gli svantaggi sono: Il capo dello Stato non ha sostanziali poteri propri: rappresenta l’unità nazionale ma non detiene poteri politici. Il capo del governo, nelle repubbliche parlamentari, non è eletto dai cittadini, mettendo quindi a rischio il concetto di “potere del popolo”.

Repubblica semipresidenziale

La repubblica semipresidenziale o più correttamente, un regime/sistema semipresidenziale (il «semipresidenzialismo») è una forma di governo, appartenente alle forme della democrazia rappresentativa o indiretta. In tale contesto si ha una struttura diarchica nella gestione del potere esecutivo, diviso tra il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro[1].
Oltre a ciò, il governo si trova a dipendere dalla fiducia di due organi designati da due differenti consultazioni elettorali, il Presidente della repubblica e il Parlamento. Il Primo Ministro viene perciò nominato dal Presidente, ma necessita, insieme al resto del suo esecutivo, della fiducia parlamentare.
In sintesi con sistema semipresidenziale si intende un sistema nel quale: il Presidente della repubblica è eletto direttamente dal popolo e, soprattutto, ha sostanziali e reali poteri propri;
il Primo Ministro e il suo Governo sono responsabili davanti al Parlamento, in quanto espressione della maggioranza di esso a seguito delle elezioni.

Diverse nazioni dell'Europa occidentale possiedono o possedevano queste caratteristiche[2]: la Repubblica di Weimar (1919-1933)[3], la Finlandia[4] (1919-2000), l'Austria[5] (dal 1929), l'Irlanda[5] (dal 1937), l'Islanda[5] (dal 1945), la Francia (dal 1958/'62[6]) e il Portogallo[7][8] (dal 1976). Nell'Europa orientale questo ordinamento è in vigore ad esempio in Lituania, Ucraina e Romania. Questa forma di governo è generalmente caratterizzata dai seguenti punti: l'elezione del Presidente della repubblica avviene con voto popolare distinto ed autonomo rispetto a quello del Parlamento[6];
il presidente della repubblica ha reali prerogative e poteri propri che può esercitare;
il potere esecutivo è condiviso con il Primo Ministro e il Governo, che però può essere scelto ed eventualmente revocato dal Presidente della repubblica;
Il primo ministro ed il governo sono espressione della maggioranza parlamentare e possono essere sfiduciati dal parlamento ed in alcuni casi revocati dal presidente; quest'ultimo non è ovviamente sfiduciabile;
l'eventuale scioglimento del Parlamento da parte del Presidente della repubblica avviene nei limiti costituzionali....

Falsi semipresidenzialismi

Formalmente, il sistema semipresidenziale fu adottato anche in numerosi Stati del Terzo Mondo (soprattutto nell'Africa francofona). Tuttavia la stragrande maggioranza di questi stati è totalmente o in gran parte priva di ogni crisma di democraticità, essendo assenti elezioni multipartitiche o svolgendosi consultazioni popolari assolutamente non libere, con minacce ed incarcerazioni di esponenti dell'opposizione e monopolio dell'informazione da parte del Governo. In tali casi il partito del Presidente è o unico o decisamente maggioritario e dunque ogni controllo parlamentare sull'operato del Capo dello Stato è puramente formale. Il Presidente, che di norma tende a mantenere la carica a vita, non è nient'altro che un dittatore più discreto a capo di uno stato autoritario, attuando quella che in spagnolo viene chiamata una dictablanda. Tali sistemi autoritari o a volte totalitari – che siano semipresidenziali o presidenziali –, estranei alle forme di Stato democratiche – democrazia illiberale o democrazia totalitaria –, sono dunque da considerarsi delle vere e proprie dittature. Secondo il Democracy Index o il Polity data series[26] o il Democracy Ranking[27], tra i paesi con un sistema semipresidenziale solo il Burkina Faso, la Francia, la Georgia, la Guyana, il Kirghizistan, la Lituania, il Madagascar, la Mongolia, il Portogallo, la Romania, il Senegal, lo Sri Lanka, Taiwan, Timor Est e la Tunisia sono dei paesi democratici....

Premierato

Col termine premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) si indicano nel linguaggio politico varianti della forma di governo parlamentare dai contorni non sempre ben definiti. In generale le due caratteristiche che vengono attribuite (solo talvolta congiuntamente) al premierato sono l'indicazione del capo del governo da parte dell'elettorato (se non l'elezione diretta) e/o un ruolo rafforzato dello stesso capo di governo nei confronti del parlamento.[1][2][3][4][5] A seconda di quali di queste caratteristiche gli vengano attribuite, il concetto di premierato può sovrapporsi a quello di forma di governo neoparlamentare (dove il capo del governo è eletto direttamente),[6] a quello di cancellierato (dove il capo del governo, detto cancelliere, ha un ruolo preminente, una maggiore stabilità e una certa legittimazione popolare) o a quello di parlamentarismo a prevalenza del governo (dove il capo del governo riceve un'investitura popolare, seppure indiretta, e il suo legame con la maggioranza parlamentare assicura al sistema un certo grado di stabilità).[7] Il concetto di premierato viene spesso ricollegato alla forma di governo del Regno Unito, il cosiddetto sistema Westminster.[

Repubblica direttoriale

Una repubblica direttoriale è un tipo di repubblica in cui un organo collegiale composto da una pluralità di persone fisiche funge da Capo dello Stato e del Governo, senza dipendere dal voto di fiducia del Parlamento, ma solo dalla consultazione elettorale. Tale forma di governo, il cui primo esempio è rappresentato dal Direttorio francese del 1795 (ma anche il precedente governo della Convenzione nazionale e del Comitato di salute pubblica, formalmente assemblearismo, nonché il successivo Consolato sono assimilabili a questa forma), è attualmente adottata soltanto dalla Svizzera, tanto a livello federale quanto per i singoli Cantoni membri della Confederazione. Solo a livello cantonale, però, l'esecutivo è eletto direttamente dal popolo. Nel passato, tale sistema costituzionale fu adottato in Uruguay tra il 1952 e il 1967 durante il Consejo Nacional de Gobierno e in Jugoslavia dalla morte del maresciallo Tito nel 1980 allo scioglimento della federazione nel 1992. In ambo i casi non rimase in vigore che per un breve lasso di tempo. Questo sistema di governo fu in vigore formalmente anche in paesi del blocco orientale, come nella Repubblica Democratica Tedesca con la costituzione nel 1960 del Consiglio di Stato. In pratica tuttavia questo organismo era subordinato al Comitato Centrale della SED, dove venivano prese tutte le decisioni più importanti.[1] Un sistema simile si vide precedentemente nella Lega Lombarda, dove il compito di guidarla era affidato ad un consiglio di dotti nominati dai singoli comuni, l'universitas,[2] e nel Priorato delle Arti della Repubblica di Firenze. All'apparenza il Consiglio federale svizzero potrebbe sembrare un tipico governo parlamentare; tecnicamente non si tratta, tuttavia, di una riunione di ministri, bensì di un collegio di capi di Stato. Il Presidente di turno della Confederazione è in effetti soltanto un primus inter pares con funzioni di rappresentanza in particolare per la diplomazia con gli altri Stati, senza alcun potere né di direzione né di coordinamento dell'attività dei colleghi[3]. Il legame del sistema direttoriale elvetico con il sistema presidenziale è ancora più evidente per i Governi cantonali, i quali attualmente sono eletti tutti direttamente dal popolo. A livello federale, invece, la somiglianza più forte con il sistema presidenziale sta nel fatto che l'esecutivo non debba contare su una maggioranza precostituita nell'assemblea legislativa. La composizione del consiglio federale infatti comprende esponenti dei diversi partiti politici, appartenenti tanto alla sinistra quanto alla destra. Inoltre, anche se eletti dall'assemblea federale, i consiglieri sono tuttavia in carica per un tempo predeterminato e non sono, quindi, tenuti ad una responsabilità politica continuativa verso il potere legislativo. In altre parole, la Svizzera non conosce crisi di governo, né mozioni di sfiducia; reciprocamente, il Governo non ha alcun potere di scioglimento delle Camere. Ne consegue che il Consiglio federale o singoli suoi membri rimangono in carica anche qualora il loro indirizzo politico, nella forma ad esempio di un progetto di legge, sia rifiutato dall'assemblea federale, dai cantoni o direttamente dal popolo. Tuttavia, gli altri organi di governo (ed anche il popolo stesso, mediante l'ampia diffusione degli strumenti di democrazia diretta) conservano in Svizzera un ruolo importante nell'attività di formazione delle nuove leggi.

Forma di governo

La forma di governo è il modello organizzativo che uno Stato assume per esercitare il potere sovrano.

Più in generale può intendersi come la modalità con cui viene allocato il potere tra gli organi portanti dello Stato: Parlamento, Governo e Capo di Stato;

la forma di governo quindi attiene ai rapporti che si vengono a instaurare fra di essi e alle modalità con cui vengono ripartite e condivise le rispettive competenze.

Democrazia deliberativa

Nelle scienze politiche la democrazia dialogico-deliberativa (o semplicemente deliberativa) è una forma di governo democratico nel quale la volontà del popolo non viene espressa tramite l'elezione di rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma attraverso un processo deliberativo diretto da parte dello stesso (es. e-democracy tramite Web 2.0).


Anthony Giddens ha scritto che, nonostante la democrazia sia ritenuta “l'idea più potente e stimolante del Novecento”[4], essa pare subire oggi un destino paradossale:

mentre da un lato si può dire che è una forma di governo in espansione nel mondo (es. Primavera araba),

dall'altro lato può generare al proprio interno una crescente delusione che è in parte misurabile attraverso la rilevazione di fattori quali l'astensionismo, l'indifferenza e la sfiducia nei confronti del sistema politico-istituzionale, il calo dei militanti politici nei partiti e il conseguente emergere di movimenti anti-istituzionali[5].
Partendo da queste considerazioni, Giddens sostiene la necessità di introdurre, nei paesi democratici, innovazioni che portino

a una “democratizzazione della democrazia” cioè che siano in grado di incidere, in misura diversa a seconda del contesto, sui provvedimenti anti-corruzione, sul decentramento del potere e sul rafforzamento della cultura civica:

“non dobbiamo pensare che esistano soltanto due settori della società, lo stato e il mercato, cioè il pubblico e il privato: in mezzo sta la società civile che è l'arena dove gli atteggiamenti democratici, come la tolleranza, devono essere sviluppati”[4]. Tra le varie risposte emerse dagli studi sulla democrazia, i criteri del processo democratico elaborati da Robert Dahl[6], che in parte coincidono con quelli proposti da Stefano Rodotà[7], possono essere considerati degli “indicatori utilizzabili per verificare la “qualità democratica” delle proposte di innovazione dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Tali criteri riguardano la partecipazione effettiva, la parità di voto, il diritto all'informazione, il controllo dell'ordine del giorno e l'universalità del suffragio[5]. Di «crisi della democrazia» si parla già a partire dalla fine degli anni '60[8][9] in riferimento a diversi fattori:

deficit democratico,

perdita di fiducia dei cittadini anche nei paesi a tradizione democratica consolidata,

crisi della rappresentanza.

Inoltre il fenomeno è diffuso, con tratti peculiari, non solo in Europa ma in molti paesi, dagli Stati Uniti all'India. Lo svolgimento di elezioni politiche periodiche, tuttavia, può non apparire più uno strumento sufficiente a definire un regime democratico. I pilastri portanti della democrazia deliberativa riguardano i seguenti aspetti:

Accettazione della diversità: la diversità di opinioni e di prospettiva consente di gettare dei ponti («bridging»[15]) fra le diversità stesse, alla ricerca di «buone» decisioni.

Viceversa, interazioni limitate a gruppi omogenei per orientamenti e opinioni servono a rinsaldare i legami interni («bonding»), ma non sono utili per affrontare questioni pubbliche[13].

Uguaglianza: la democrazia deliberativa si ripropone di andare oltre il dato formale, ricercando le condizioni per un'eguaglianza effettiva[16], almeno nel contesto del processo partecipativo.

Non si intende eliminare le diversità, ma creare le condizioni necessarie perché queste diversità possano parlarsi in egual misura[13].

Neutralità: un processo partecipativo che miri a essere al servizio di una comunità nel suo insieme, piuttosto che di un particolare soggetto o «fazione», deve essere credibile, equo e neutrale.

Idealmente queste attività dovrebbero essere promosse, finanziate e gestite da organizzazioni terze non-coinvolte al fine di contenere possibili distorsioni e diseguaglianze derivanti dalla struttura di potere[17].

In realtà sono in genere le amministrazioni pubbliche a promuovere i processi e a fornire le risorse, affidandone la gestione a professionisti.

Una soluzione per conferire credibilità a questi processi può essere l'istituzione di autorità indipendenti che sovrintendano l'attività di queste amministrazioni; professionisti e gruppi d'interesse partecipanti (es. la Commission nationale du débat public (CNDP), responsabile francese dei processi di débat public; l'Autorità per la partecipazione della Regione Toscana; gruppi di cittadini, ecc.) I tratti distintivi che contraddistinguono la partecipazione dialogico-deliberativa rispetto ad altre forme di coinvolgimento sono i seguenti[13]: inclusione: la partecipazione deliberativa deve affrontare il problema delle dimensioni degli Stati nazionali che storicamente è stato risolto con la delega e la rappresentanza. È impossibile che tutti possano partecipare: d'altra parte chi partecipa influenza il processo, il suo esito nonché la sua legittimità.

Quindi più “tipologie” possibili di soggetti deve essere invitata a partecipare, dai cittadini ai “portatori di interesse”.

A tal fine esistono tre tipi di reclutamento ognuno con pro e contra:

selezione mirata, su invito dedicato. Indicata soprattutto agli esperti o ai portatori di interesse, con particolare riguardo alla neutralità;

«porte aperte», aperto a chiunque. Probabilmente parteciperanno i "cittadini attivi" o direttamente interessati, ma non sarà garantita grande rappresentatività della popolazione, soprattutto se non si supporta il processo con adeguate forme di informazione e pubblicità;

campionamento stratificato: tecnica statistica che "garantisce" (ci sono diverse scuole di pensiero a proposito di ciò) un microcosmo rappresentativo della popolazione; l'inclusione inoltre necessita di istituzioni economiche e politiche a loro volta inclusive e incentivanti.

informazione: perché la partecipazione politica sia effettiva, i cittadini dovrebbero sempre poter disporre delle informazioni necessarie per poter esprimere il proprio punto di vista informato (l'idea della teoria deliberativa è proprio quello di ascoltare le diverse prospettive soggettive che ruotano attorno a una questione: non solo "massimi esperti" ma anche cittadini che esprimano il "senso comune").

Una volta definito dunque il gruppo di partecipanti è necessario fornire loro informazioni utili e, quanto più possibile, neutrali.

A questo fine i «metodi» deliberativi utilizzano sostanzialmente diversi tipi di «canali»:

materiale informativo;

incontri con esperti;

testimonianze di soggetti che rappresentano specifiche posizioni e interessi; input di cittadini e altri soggetti.

Esempi pratici interessanti sono le Consensus Conference promosse dal Danish Board of Technology e anche il caso della Commissione per il dibattito pubblico sulla Gronda di Genova.

dialogo: la deliberazione consiste in interazioni discorsive intersoggettive basate sul «fornire ragioni», sullo scambio e sulla valutazione delle argomentazioni concorrenti dei partecipanti[18][19][20].

Queste interazioni avvengono in forma di dialogo: né dibattito né mera conversazione a ruota libera ma attraverso il dialogo inteso come ma interazione comunicativa interpersonale, possibilmente faccia a faccia (con riferimento alla "forza non coercitiva dell'argomento migliore" dell'"agire comunicativo" di Jürgen Habermas).

Questo tipo di dialogo non è per sua natura spontaneo ma richiede anzi condizioni appropriate: "spazi" strutturati, tutti devono poter parlare (nel senso di ascoltare ed essere ascoltati).

È necessario sforzarsi di comprendere le ragioni altrui; spazi garantiti, neutrali, protetti, facilitati: clima di rispetto reciproco anche delle diversità;

una vasta gamma di "regole e metodi" condivise dai partecipanti:

il riconoscimento reciproco di diritti e obblighi da parte dei partecipanti costituisce condizione necessaria per un discorso razionale[21].

Un esempio odierno è il World Café mentre uno "storico" è il Town Meeting. Un processo interessante recente di questo tipo è stato il "Listening to the City" che si è tenuto a New York in merito alla ricostruzione di Ground zero.

deliberazione e consenso: ponderare una questione considerando i diversi punti di vista per arrivare a conclusioni che siano valide in tutti i contesti collettivi, sociali e istituzionali (con riferimento alla "dimensione discorsiva dell'agire politico" di Hannah Arendt).

La deliberazione, per definizione, non è una negoziazione o un compromesso, perché si ambisce ad un consenso unanime: opinioni e preferenze subiscono, sulla base di questa ambizione, cambiamenti attraverso dialogo e informazione (anche se non è obbligatorio che ciò accada, venendo meno quindi alla definizione di deliberazione).

Il conflitto e la diversità sono considerati dei punti di partenza;

influenza/empowerment: la democrazia deliberativa mira a rafforzare la voce dei cittadini, ma anche la genuina disponibilità delle istituzioni a recepire questa «voce»;

la deliberazione è efficace se gli esiti sono presi in seria considerazione da istituzioni e decisori[22].

Inoltre una reale partecipazione mira a contribuire quanto meno alla formazione di scelte collettive[23] e implica un trasferimento di quote di potere dai governanti ai cittadini..

Democrazia diretta

La democrazia diretta è una forma di governo democratica nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza politica, esercitare direttamente il potere legislativo.

Gli strumenti mediante i quali i cittadini possono esercitare la democrazia diretta sono i seguenti:
Petizione, è lo strumento più semplice di democrazia diretta. Una petizione impone all'organo al quale viene indirizzato di dare una semplice risposta;

Referendum abrogativo, tramite il quale i cittadini possono abrogare un provvedimento legislativo votato dai rappresentanti. L'abrogazione avviene chiamando al voto i cittadini stessi, per esempio mediante la raccolta di firme;

Referendum confermativo, tramite il quale i cittadini possono essere chiamati al voto anche senza preventiva raccolta di firme per alcune tipologie specifiche di leggi, per esempio per leggi che concernono direttamente i legislatori, come per esempio le leggi elettorali, oppure per leggi che comportano voci di spesa particolarmente elevati;

Legge di iniziativa popolare, con cui i propositori della legge di iniziativa popolare, raccogliendo il numero di firme necessario nei tempi e nelle modalità previste, chiamano alla discussione ed al voto i rappresentanti eletti. Questo strumento di democrazia diretta è detto a volte anche Proposta popolare o Mozione di iniziativa popolare;

Referendum legislativo, con cui i propositori della legge di iniziativa popolare chiamano al voto direttamente l'insieme degli elettori;

Revoca degli eletti, che consente ai cittadini, seguendo le specifiche procedure, di revocare un rappresentante eletto prima dello scadere del suo mandato oppure anche, eventualmente, tutto l'organo rappresentativo.

Un discorso a parte merita il Plebiscito.

Nella citazione di Auer (precedente) questo strumento è indirettamente indicato come una forma impropria di democrazia diretta, definita come "addomesticata". Nell'opera di Bruno Kaufmann invece lo strumento è energicamente rifiutato come strumento di democrazia diretta: "I plebisciti sono strumenti di potere nelle mani di chi governa, in cerca di approvazione da parte del Popolo per consolidare o salvare il proprio potere. Lo scopo non è tanto l'implementazione della democrazia, quanto piuttosto il dare legittimità alle decisioni di chi governa." In Italia
La democrazia diretta trova una specifica previsione e tutela costituzionale nella Costituzione della Repubblica Italiana, e in particolare ad essa è dedicato l'Art. 3 Cost., annoverato nella sezione dei "Diritti fondamentali". «Articolo 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. (Costituzione della Repubblica Italiana)[13]» Tra gli strumenti che l'ordinamento italiano prevede per l'effettivo esercizio di questa forma di partecipazione ci sono: A livello nazionale.
L'Italia, a livello nazionale, prevede tre strumenti di democrazia diretta: Referendum abrogativo (articolo 75 della Costituzione della Repubblica Italiana) consente l'abrogazione di leggi varate dal Parlamento.

La Legge 25 maggio 1970, n. 352, in materia di "Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo." richiede la presentazione di 500.000 firme autenticate, le quali devono essere raccolte in un arco massimo di tempo di tre mesi.

Questo rende chiaramente difficoltosa tale impresa a gruppi che non dispongano di un'adeguata organizzazione. Inoltre l'abrogazione è possibile solo se si supera il quorum del 50% degli aventi diritto al voto.

Referendum Confermativo (articolo 138 della Costituzione della Repubblica Italiana). È detto anche "referendum costituzionale".

Ha luogo se una modifica della Costituzione è stata approvata da ciascuna delle Camere con una maggioranza inferiore ai due terzi dei suoi componenti, in questo caso per avere luogo il referendum deve essere richiesto (entro tre mesi) da un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Il referendum costituzionale non esige quorum di votanti.

Legge di iniziativa popolare (articolo 71 della Costituzione della Repubblica Italiana). Consente di presentare al Parlamento disegni di legge, purché sostenuti da almeno 50.000 firme.

La discussione della proposta e la delibera resta competenza dell'organo legislativo. Si tratta quindi di una "Proposta popolare" o "Mozione di iniziativa popolare".

Purtroppo le leggi di iniziativa popolare a voto parlamentare pur essendo contemplate dalla Costituzione non vengono in genere nemmeno discusse né tanto meno votate dal Parlamento il quale dà la precedenza alle leggi di iniziativa governativa o parlamentare.

Un quarto strumento di democrazia diretta è previsto dalla Costituzione: Petizione (articolo 50 della Costituzione della Repubblica Italiana) che dice:

"Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità".

Questo strumento non ha finora trovato applicazione pratica, non essendo mai stato regolamentato con un'apposita legge dal Parlamento.

A livello locale:
In applicazione dei principi costituzionali che prevedono l'autonomia legislativa ed attuativa degli Enti locali (articoli 114, 117,118 e 123 della Costituzione della Repubblica Italiana)

negli Statuti e nei Regolamenti comunali e regionali può essere introdotto qualsiasi strumento di democrazia diretta.

Proposte recenti:
Nel 2008 per iniziativa dei senatori Adamo, Ceccanti, Di Giovan Paolo, Incostante, Legnini, Marino, Procacci, Vitali e Pertoldi, è stato presentato un disegno di legge costituzionale. Si proponeva di ritoccare il meccanismo del quorum: dal 50% degli aventi diritto al voto doveva passare al 50% dei votanti alle elezioni precedenti. Inoltre, nel caso in cui il parlamento non reagisse entro 18 mesi alla presentazione di una legge d'iniziativa popolare questa sarebbe passata al voto popolare[14]. Nel 2009 per iniziativa dei senatori Peterlini, Adamo, Ceccanti, Negri, Perduca, Pinzger, Poretti e Procacci è stato depositato un disegno di legge costituzionale che propone l'introduzione di una più ampia gamma di strumenti di democrazia diretta nella nostra Costituzione, incluso il referendum legislativo[15]. Il dibattito sulla democrazia diretta in Italia è stato riaperto a partire dagli anni 2000 con le iniziative politiche dei membri e appartenenti al Movimento 5 Stelle (M5S). Anche l'Unione europea ha recentemente (1º aprile 2012) introdotto uno strumento di democrazia diretta: il Diritto d'iniziativa dei cittadini europei (ECI). Con la raccolta di un milione di firme in almeno 5 paesi della Comunità i cittadini europei possono chiamare la Commissione europea a presentare una proposta legislativa[17]. Si tratta quindi di una legge di iniziativa popolare a voto parlamentare. Sebbene la "Mozione" o "Proposta popolare" (come tale strumento è anche chiamato) non sia il più potente strumento di democrazia diretta, né sia particolarmente originale, è opportuno segnalare alcune particolarità ed originalità dell'ECI: è il primo strumento di democrazia diretta a livello di un continente. è ammessa la raccolta delle firme valide via rete. Negli ultimi anni è stato anche lanciato il progetto Make.org (originatosi in Francia e patrocinato dal Parlamento Europeo), che permette a ogni utente registrato di avanzare delle proposte e di discuterle e votarle insieme agli altri utenti.

Democrazia liberale

La democrazia liberale[1], o liberaldemocrazia[1][2] è una forma di governo basata sulla combinazione del principio liberale dei diritti individuali con il principio democratico della sovranità popolare.

Essa intende sottolineare che il riconoscimento della sovranità del popolo va di pari passo con l'intangibilità di una serie di libertà individuali (libertà di pensiero, di culto, di stampa, libertà di impresa economica),[1] tipicamente garantite dallo Stato liberale.
La democrazia liberale

promuove e protegge i diritti e le libertà individuali (libertà di parola, di associazione, di religione e di proprietà),

la divisione dei poteri,

il giusto processo, attraverso una costituzione.

In origine in nessuna democrazia liberale il suffragio era universale (solo maschile, basato sul censo o ristretto ad alcuni gruppi etnici).[7]

Tutte le democrazie liberali odierne garantiscono invece - fatta salva la cittadinanza - il diritto di voto per tutti gli adulti, indipendentemente dal genere, dall'etnia e dai diritti di proprietà.[8] Le elezioni debbono svolgersi in modo libero e ad esse, in virtù del principio di pluralismo, possono partecipare più partiti o candidati in competizione tra loro.

La Costituzione è intesa come il limite all'autorità del governo e come garanzia dello Stato di diritto.

L'autorità di governo è legittimamente esercitata solo se ciò avviene nel rispetto di leggi scritte, approvate e pubblicate in conformità alla Costituzione.[9]

Molte democrazie adottano forme di federalismo in modo da attuare una "separazione verticale dei poteri" volta a evitare gli abusi del governo, distribuendo le competenze tra i vari livelli di governo.
La democrazia liberale inoltre garantirebbe un equilibrio tra volontà della maggioranza e volontà dell'individuo.

Alexis de Tocqueville propose infatti, come contrappeso ai mali intrinseci di una democrazia assoluta, una pluralità di idee, tramite l'associazionismo e i corpi intermedi, che garantisca un controllo della maggioranza da parte delle minoranze politiche e le opposizioni, come nel modello di democrazia liberale degli Stati Uniti, in cui "pesi e contrappesi" bilanciano i vari poteri...

Democrazia rappresentativa

La democrazia rappresentativa è una forma di governo democratica nella quale i cittadini, aventi diritto di voto, eleggono direttamente dei rappresentanti per essere governati (in contrapposizione alla democrazia diretta). Nella trattazione del filosofo greco Aristotele, la democrazia rappresentativa corrisponde alla πολιτεία (v. politeia), democrazia rappresentativa del ceto medio, giusto mezzo o compromesso fra le due forme di governo degenerate dell'oligarchia e della tirannide: cariche elette come nell'oligarchia, ma indipendentemente dalla classe sociale-censo come nella tirannide.

Il popolo è diviso in classi sociali e la democrazia rappresentativa è tanto più stabile e tanto più non degenerata, quanto più è numeroso il ceto medio e al suo interno distribuita la ricchezza, poiché gli eletti -oggi diremmo lo Stato- si trovano a mediare e dover trovare una legge-compromesso fra gli opposti e legittimi interessi di parte, tanto più facilmente ottenibile quanto più questi interessi per ricchezza e virtù non sono divergenti in partenza, come cioè avviene quando sono concentrati in un ampio ceto medio.
Sono democrazie rappresentative le democrazie in cui è presente un Parlamento o più in generale un'assemblea legislativa.

Le democrazie rappresentative si distinguono in

democrazie parlamentari, se il parlamento ha i più ampi poteri (a partire dalla fiducia obbligatoria all'esecutivo)

oppure presidenziali o semipresidenziali se il presidente della repubblica o il capo dello stato ha poteri abbastanza estesi da essere concorrenziali a quelli dell'assemblea legislativa.

Democrazia organica

La democrazia organica, o democrazia corporativa[1], è un'organizzazione politico-amministrativa organicistica di democrazia rappresentativa, alternativa ai sistemi liberaldemocratici di democrazia parlamentare, alla democrazia diretta e alla dittatura del proletariato marxista.[2] Essa propone tra le proprie caratteristiche principali l'elezione indiretta di vari organi deliberativi e legislativi.
La democrazia organica moderna fu applicata in Spagna durante la dittatura di Francisco Franco con la legge del referendum nazionale del 22 ottobre 1945, la quale diede attuazione a un sistema politico corporativo, che era stato in via di sviluppo durante la prima fase della dittatura. L'obiettivo era quello di permettere agli spagnoli, senza l'intervento dei partiti, di partecipare alla vita politica organizzandosi in corporazioni o organizzazioni spontanee quali consigli locali.[4][5] In Spagna la democrazia organica fu oggetto di costanti critiche internazionali in quanto al tempo in Europa occidentale era vigente la democrazia liberale.

Un altro paese dove venne messa in atto la democrazia organica fu il Portogallo, con l'Estado Novo di Salazar[1], dove il potere legislativo era affidato al parlamento unicamerale (Assembleia Nacional), eletto ogni quattro anni e coadiuvato dalla Câmara Corporativa (Camera delle corporazioni)[6], un organismo elettivo formato da rappresentanti di enti e associazioni che operavano in campo economico, sociale e culturale. I partiti di opposizione a partire dal 1945 furono tollerati, ma non ebbero nella pratica un ruolo significativo[7]. In parte la democrazia organica venne attuata anche in Austria sotto il regime di Engelbert Dollfuss.[8][9] L'attuazione della democrazia organica, sia nella Spagna franchista che nel Portogallo di Salazar, ha generato il riaffermarsi di poteri locali a scapito di quelli centrali. Tale fenomeno, già presente nei decenni precedenti la presa di potere di Franco, era noto come caciquismo (una sorta di feudalesimo elettivo) in Spagna: esso era presente soprattutto nelle zone più arretrate culturalmente, e la sua permanenza fu favorita nei decenni del franchismo dall'abbandono del precedente processo elettorale

Repubblica Sociale Italiana (1943–1945)

Un abbozzo di tale modello di stato fu anche proposto durante il Congresso di Verona nella Repubblica Sociale Italiana ad opera di Silvio Gai. La sua applicazione era prevista, in concomitanza alle leggi di natura economica, per il 25 aprile 1945[11], ma non venne attuata a causa della sconfitta del fascismo e della repubblica di Salò....

Diarchia

Per diarchia (dal greco dìn doppio, arché comando) si intende uno stato il cui sistema governativo prevede che la carica di capo di stato sia investita da due persone allo stesso tempo, che in vari casi esercitano un potere di base uguale tra di loro, sebbene uno dei due individui possa ottenere un potere maggiore a causa della sua personalità, influenza e/o risorse.

In genere le diarchie si formano quando nessun potere riesce a prevalere su un altro e i due più forti contendenti si accordano per la sua gestione.

Spesso le repubbliche presidenziali con presenza di primo ministro, o semi-presidenziali, presentano una diarchia tra Presidente e Primo ministro: oltre ad esistere un parlamento e la divisione dei poteri, il potere esecutivo viene però diviso equamente tra le due figure, come accadde nella Quinta repubblica francese.


Anche nella repubblica presidenziale semplice, il potere del presidente è bilanciato da quello del Congresso o Parlamento.

Molte monarchie costituzionali, in cui il re detiene ancora un potere effettivo (a differenza delle monarchie parlamentari in cui è un'autorità puramente cerimoniale), sono diarchie in cui il governo è spartito tra il re e i suoi ministri da una parte, e il Parlamento dall'altra. Il termine diarchia è stato usato anche a proposito del regime fascista instauratosi in Italia nella prima metà del XX secolo, con l'acquisizione da parte del dittatore Benito Mussolini di poteri più vasti rispetto a quelli concessi dalla sua carica e di alcune caratteristiche spettanti di diritto al Re in forza dello Statuto Albertino, che effettivamente equiparavano l'autorità di Mussolini a quella del re Vittorio Emanuele III di Savoia.

Dal 1922 al 1943 coesistettero nel regime due guide, il re Vittorio Emanuele III, e il duce stesso, anche se la politica era, di fatto, diretta da quest'ultimo. Attualmente esistono due diarchie sancite costituzionalmente: Andorra, monarchia i cui regnanti sono il presidente della Repubblica francese e il vescovo di Urgell in Spagna; e San Marino, repubblica guidata da due Capitani reggenti, una versione moderna degli antichi consoli. Dal 1º gennaio 1962 al 5 aprile 1963 è stato una diarchia anche lo Stato delle Samoa. In realtà esiste anche una reggenza monarchica caratterizzata da diarchia, ed è quella presente in eSwatini....

Dispotismo illuminato

Il dispotismo illuminato è il governo assolutista di un monarca o despota illuminato, in riferimento agli ideali dell'Illuminismo, periodo storico e culturale dell'Occidente del XVIII e inizio del XIX secolo.
Nell'Europa del Settecento, con l'eccezione di Islanda, della Spagna, del Portogallo, della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi, la forma politica dominante era la monarchia assoluta.
Tra il 1740 e il 1790, molti governi europei intrapresero una serie di riforme economiche, commerciali e sociali. Questa volontà dei sovrani assoluti di migliorare le condizioni di vita del proprio popolo, che sembrava seguire le indicazioni degli illuministi, diede origine al cosiddetto dispotismo illuminato. Il principale propositore di questo sistema presso gli illuministi fu Voltaire; il quale però, considerava la monarchia parlamentare inglese come un modello di stato ben governato. Anche se i loro regni erano basati sulle idee dell'Illuminismo, il pensiero dei monarchi illuminati a proposito dei poteri dei sovrani era simile a quello dei predecessori. Essi ritenevano di avere ottenuto per nascita il diritto di governare.
Per l'Europa il Settecento fu un periodo di riforme. Per dare efficacia al loro potere, un po' dovunque i sovrani introdussero riforme, consigliati dagli illuministi.
Le innovazioni si esplicarono principalmente nel campo giuridico e della procedura penale, nell'amministrazione e nella struttura politica e abolendo privilegi e disuguaglianze nel sistema fiscale, che divenne più equo e più efficiente.

I rapporti fra Chiesa e Stato, secondo le tesi del giurisdizionalismo (tendenza dello Stato ad allargare la propria sfera d'azione limitando quella della Chiesa) furono profondamente modificati a favore del potere politico.

La potenza economico-politica della Chiesa nei singoli regni fu avversata, i sovrani, con opportune iniziative statali cercarono di ostacolare l'influenza dei religiosi sull'insegnamento, inoltre intervennero in campo patrimoniale abolendo privilegi e immunità, inoltre stabilirono che la pubblicazione degli atti pontifici e l'insediamento dei vescovi fossero subordinati alla loro approvazione.

Gli ordini religiosi furono ostacolati o soppressi, i gesuiti furono cacciati dal Portogallo e da altri Paesi europei a causa del potere raggiunto dalla Compagnia di Gesù in
politica, nell'educazione delle classi superiori, nel campo degli affari...

Dittatura militare

Una dittatura militare è una forma di governo autoritaria in cui il potere politico è detenuto da leader militari (tipicamente ufficiali delle forze armate).

Come tutte le dittature quella militare può essere dichiarata ufficialmente o non esserlo, ovvero alcuni dittatori militari sono formalmente subordinati ad un governo civile o no.

Esistono anche forme intermedie, in cui i vertici delle forze armate esercitano una fortissima influenza nel Paese, senza però reprimere del tutto le libertà democratiche.

Alcune dittature militari sono guidate da un organo collegiale, che nei paesi latinoamericani è tradizionalmente denominato giunta (dallo spagnolo "junta", 'comitato', 'consiglio'), composto dai militari delle varie forze armate di rango più elevato.

Altre dittature militari sono interamente nelle mani di un singolo alto ufficiale, solitamente il comandante supremo delle forze armate. Il presidente della giunta o il comandante unico possono assumere la carica di capo di Stato. In Medio Oriente e in Africa, i governi militari sono, più spesso che altrove, controllati da un'unica potente personalità e hanno spesso i caratteri di un'autocrazia, in aggiunta a quelli di una dittatura militare.

Leader come Idi Amin Dada, Muʿammar Gheddafi e Gamal Abd el-Nasser hanno cercato di alimentare il proprio culto della personalità, diventando l'emblema stesso della nazione sia all'interno che all'esterno dei loro paesi. La maggior parte delle dittature militari è sorta a seguito di un colpo di Stato che ha rovesciato il precedente regime.
Un'eccezione significativa è costituita dal regime di Saddam Hussein in Iraq, cominciato come Stato a partito unico, dominato dal Partito Ba'th, e successivamente evolutosi gradualmente in una dittatura militare, con i leader che indossavano l'uniforme e quadri militari sempre più coinvolti in tutte le mansioni amministrative (anche se molti di loro erano dei civili che non avevano mai svolto una carriera militare nelle forze armate dell'Iraq). Nel passato le giunte militari hanno spesso cercato di legittimare la presa del potere con l'intento di portare stabilità politica alla nazione "salvandola" dalla minaccia di "pericolose ideologie". A partire dagli anni novanta il numero di paesi retti da dittature militari si è progressivamente ridotto. Fra le ragioni di questo fenomeno si può citare la maggior difficoltà a raccogliere una legittimazione internazionale ed il fatto che molte aristocrazie militari, che avevano governato con pochissimo successo negli ultimi decenni, sono ora poco inclini a farsi coinvolgere in dispute politiche. I regimi militari tendono ad autodefinirsi "non-partisan", ossia neutrali rispetto ai partiti del precedente regime rovesciato, e in quanto tali in grado di garantire una leadership provvisoria in periodi di instabilità e turbolenza; spesso, inoltre, si sforzano di dipingere i politici civili come corrotti ed incompetenti.

Una delle misure che le dittature militari adottano quasi sempre è la proclamazione della legge marziale, ovvero dello stato di emergenza permanente. Sebbene vi siano state eccezioni, solitamente i regimi militari dimostrano poco rispetto per i diritti umani e sono disposti ad usare qualsiasi mezzo pur di ridurre al silenzio gli oppositori politici. Inoltre un regime militare spesso abbandona il potere solo sotto la pressione di una rivolta popolare già in corso oppure imminente, anche se in diversi casi i militari hanno ceduto democraticamente il potere tramite plebiscito o convocando libere elezioni...

Destra storica

La Destra, detta in seguito storica per distinguerla dai partiti e movimenti di massa qualificati come di destra che si erano affermati in precedenza all'estero o che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo, fu un raggruppamento politico italiano nel periodo compreso tra l'Unità d'Italia e i primi anni del XX secolo. Sorta formalmente nel Parlamento del Regno di Sardegna nel 1849 con i governi di Massimo d'Azeglio, proseguita nel 1852 con Camillo Benso conte di Cavour, è rimasta al potere dopo la morte di questi ininterrottamente sino al 1876 e saltuariamente o in coalizione anche nei decenni successivi. I ministeri della Destra storica dal primo governo Cavour al governo di Marco Minghetti del 1876 conseguirono importanti risultati, in primo luogo l'Unità d'Italia, compiuta nel 1861 e portata a termine nel 1870 con la presa di Roma. Essa comprendeva personalità provenienti da contesti culturali, di classe e ideologici eterogenei, che andavano dal liberalismo individualista anglosassone al liberalismo neohegeliano, nonché conservatori, laici rigorosi e riformisti[2][7][8] più orientati alla religione. Pochi presidenti del Consiglio dopo il 1852 erano uomini di partito; invece accettarono il sostegno dove potevano trovarlo, e persino i governi della Destra storica durante gli anni 1860 includevano in qualche modo la Sinistra storica. La Destra storica rappresentava gli interessi della borghesia settentrionale e dell'aristocrazia meridionale. I suoi membri erano prevalentemente proprietari terrieri, industriali, esponenti dell'aristocrazia imborghesita e del contesto militare. Su questioni economiche, la Destra ha sostenuto il libero scambio e politiche laissez-faire, mentre sulle questioni sociali ha favorito un forte governo centrale, la coscrizione obbligatoria e durante l'era Cavour la secolare legge delle guarentigie, causando la politica di astensione Non expedit di Pio IX.[9] In affari esteri il loro obiettivo era l'unificazione dell'Italia, mirando principalmente a un'alleanza con il Regno Unito e l'Impero francese, ma a volte anche con il Regno di Prussia contro l'Austria-Ungheria.

Nuova Destra

Con l'espressione Nuova Destra (Nouvelle droite) si indica un movimento che, a partire dagli anni 1970, ricercò una nuova identità conservatrice, particolarmente a partire dalla critica del 'collettivismo' postbellico. Si tratta di un movimento non omogeneo, diviso in varie scuole di pensiero[1], fra le quali quella che fa riferimento ad Alain de Benoist, alle cui idee, a partire dall'estate 1979, fu fatto parzialmente riferimento in Italia anche da un'omonima corrente, centrata intorno alla rivista Diorama letterario, diretta dal politologo Marco Tarchi.

Estrema destra

L'estrema destra, nota anche come ultradestra, è un termine utilizzato per definire una varietà di movimenti politici, ideologie e partiti che si collocano più a destra dello spettro politico rispetto alla destra politica mainstream. Il concetto è emerso nel linguaggio politico francese e inizialmente indicava, fino al XIX secolo, le posizioni più regaliste e reazionarie, spesso associate al sostegno per la dinastia dei Borbone.[1] In contrasto, l'estrema sinistra storica comprendeva coloro che si dichiaravano più liberali o repubblicani.[2] In Europa, degli esempi di movimenti di estrema destra del diciannovesimo secolo includono gli Ultra-Tories nel Regno Unito[3] e l'Action Française in Francia[4], oggi ancora esistente. Con l'avvento del fascismo, l'estrema destra acquisì tratti decisamente più populisti, abbandonando le vecchie tendenze elitiste. Ciò portò diversi autori a parlare di "estrema destra delle masse" per distinguerla dalla destra dell'Ancien Régime.[5] Questa nuova estrema destra metteva maggiormente in risalto il nazionalismo e/o il razzismo per raggiungere un sentimento collettivo di unità nazionale. Il nazionalsocialismo di Adolf Hitler, ispirato al "socialismo prussiano" (Preussentum und Sozialismus) di Oswald Spengler[6], rappresentò un esempio significativo delle politiche di odio razziale e pulizia etnica portate alle estreme conseguenze: il genocidio del popolo ebraico. Sebbene parte della nuova estrema destra, il Partito Nazionalsocialista (NSDAP) non fu ostile verso i gruppi reazionari, ma assorbì tra i suoi membri il Partito Popolare Nazionale Tedesco (DNVP), reazionario, monarchico e nazionalista.[7] Inoltre intrattenne rapporti con alcuni esponenti dell'alta nobiltà decaduta tedesca, i quali entrarono a far parte del partito dal 1925 fino alla resa del Terzo Reich.[8] Occorre inoltre notare che le radici del suprematismo razziale dell'estrema destra, derivate dall'obsoleta teoria del razzialismo, precedono il fascismo e il nazismo.[9] Basti pensare ad esempi storici come gli Stati Confederati d'America (1861-1865) che sostenevano la superiorità di alcuni gruppi etnici, come gli Europei e i Cherokee[10], sulle popolazioni di origine africana. Allo stesso modo del primo Ku Klux Klan (1865-1872), il quale, come gli schiavisti confederati, credeva che i neri fossero discendenti di Canaan e quindi destinati alla subordinazione per volere divino.[11][12] Nei Paesi in cui, per ragioni storiche o demografiche, le politiche razziste non erano attuabili, l'estrema destra assunse forme incentrate sull'uniformità culturale e religiosa della nazione.

Destra (politica)

La destra, nel linguaggio politico, è la componente del Parlamento che siede alla destra del Presidente dell'assemblea legislativa e, in generale, l'insieme delle posizioni politiche qualificate come conservatrici e gerarchiche.

Indica quindi un orientamento politico liberal conservatore, nazional conservatore, tradizionalista, nazionalista (destra), o reazionario, ultranazionalista, autoritario, nativista, neo-fascista/nazista (estrema destra), diametralmente opposte rispetto a quelle della sinistra.[1][2][3] Il significato politico di destra, nato unitamente a quello di sinistra durante la Rivoluzione francese, ha subito variazioni a seconda dei tempi e dei Paesi, indicando generalmente, un orientamento moderato, conservatore o, nelle sue punte estreme, reazionario. Nel XX secolo, si sono detti di destra anche partiti praticanti metodi di eversione violenta, anti-liberali e, soprattutto, sostenitori del nazionalismo estremo (fascismo, nazismo ecc.).[4] La destra rappresenta l'opinione che certe gerarchie e certi ordini sociali siano desiderabili, inevitabili, naturali o normali,[5][6][7] tipicamente sostenendo questa posizione sulla base dell'economia, della legge naturale o della tradizione.[8][9][10][11][12][13] La disuguaglianza sociale e la gerarchia vengono viste come risultati naturali delle differenze sociali tradizionali[14][15] o della concorrenza nelle economie di mercato.[16][17][18] Il termine destra può anche riferirsi alla "sezione conservatrice o reazionaria di un partito o sistema politico".[19] In Europa, i conservatori economici sono solitamente considerati liberali e la destra include i conservatori religiosi, gli oppositori all'immigrazione, i nazionalisti e, storicamente, un numero significativo di movimenti anti-capitalisti, inclusi conservatori e fascisti, che si opposero al capitalismo contemporaneo perché credevano che l'eccessivo materialismo e l'egoismo fossero intrinseci in esso.[20][21] Negli Stati Uniti, la destra include sia conservatorismo fiscale che conservatorismo sociale.

Centro-destra

Il centro-destra è una posizione politica nata dall'alleanza dei partiti di destra con quelli di centro,[1] di impostazione conservatrice e con un'inclinazione liberale o democristiana.[2] Gli aspetti economici del moderno centrodestra sono stati influenzati dal liberismo economico, che generalmente sostiene i mercati liberi, la spesa pubblica limitata, riduzione dei servizi pubblici, riduzione del welfare e altre politiche fortemente associate al neoliberismo. La destra moderata non è né culturalmente liberale né socialmente conservatrice e spesso combina entrambe le convinzioni con il sostegno alle libertà civili e agli elementi del tradizionalismo.

Centro-destra in Italia

La locuzione centro-destra nell'ambito della politica italiana indica le alleanze elettorali e di governo tra i partiti di centro e i partiti di destra. La locuzione centro-destra comparve per la prima volta in Italia attorno al 1850, in seguito all'operazione detta del "connubio" operata da Camillo Benso, conte di Cavour nel Parlamento del Regno di Sardegna, che di lì a pochi anni sarebbe diventato il Parlamento del Regno d'Italia. L'operazione del "connubio" consisteva nel favorire un'alleanza politica fra la parte più progressista della Destra storica, il cosiddetto centro-destra, di cui il Cavour stesso era capo, e l'ala più moderata della Sinistra storica, il centro-sinistra, con a capo Urbano Rattazzi. Si è sostenuto che questa manovra politica contenesse in sé i fondamenti del trasformismo. Con il termine centro-destra si è poi indicato, a partire dagli ultimi anni cinquanta, una formula di governo fondata sull'alleanza tra le forze di centro e della destra moderata (Democrazia Cristiana per quanto riguarda l'ambito centrista, Partito Liberale Italiano e Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica per quanto riguarda la destra), oltre ad indicare la collocazione di alcuni governi retti dalla Democrazia Cristiana, come il Governo Segni II e il Governo Tambroni, dei quali soltanto il primo ottenne l'appoggio esterno di liberali e monarchici ma entrambi si sostennero grazie a quello del neofascista Movimento Sociale Italiano. Dal 1994 il termine centro-destra si riferisce a diverse coalizioni (tra cui La Casa delle Libertà) guidate da Silvio Berlusconi fino al 2013.[1] Attualmente la coalizione comprende Fratelli d'Italia, la Lega, Forza Italia ed altri partiti minori, tra i quali Noi con l'Italia, Coraggio Italia, Italia al Centro, l'Unione di Centro, Rinascimento e Verde è Popolare, e si trova al governo a seguito dell'esito delle elezioni del 2022, che hanno portato alla nascita di un esecutivo presieduto da Giorgia Meloni.

Sinistra storica

La Sinistra, detta in seguito storica per distinguerla dai partiti e movimenti di sinistra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo, è stata uno schieramento politico dell'Italia post-risorgimentale. Si parla comunemente di un'egemonia della sinistra storica tra la "rivoluzione parlamentare" del 1876 (quando succedette al governo della Destra) e la "crisi di fine secolo" del 1896. Il primo leader storico della Sinistra storica fu il piemontese Urbano Rattazzi, il quale nel 1852 realizzò insieme all'allora leader della Destra storica, Camillo Benso di Cavour, il cosiddetto "Connubio". Rattazzi sarà sia Presidente della Camera dei Deputati che Presidente del Consiglio, con i voti sia della Destra, che della Sinistra. Il primo presidente del consiglio a capo di un governo solo della Sinistra storica fu Agostino Depretis, incaricato dal Re, oltre che dallo schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull'appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell'opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo. I membri della Sinistra storica erano conosciuti anche come Democratici o Ministeriali. A differenza della sua controparte Destra, la Sinistra storica era il risultato di una coalizione che rappresentava la classe media del nord e del sud, la borghesia urbana, i piccoli imprenditori, i giornalisti e gli accademici. Ha anche sostenuto il diritto di voto e la scuola pubblica per tutti i bambini. Inoltre, il partito era contrario alle politiche fiscali elevate promosse dalla Destra. Dopo il 1890, la Sinistra iniziò a mostrare tendenze più conservatrici, tra cui sostenere la rottura di scioperi e proteste e promuovere una politica colonialista in Africa.

Centro-sinistra

Per centro-sinistra (o sinistra moderata) si intende una posizione politica nata dall'alleanza dei partiti di sinistra con quelli di centro,[1] di impostazione progressista e riconducibile alla socialdemocrazia, al laburismo, alla liberaldemocrazia,[2] al socialismo liberale, al liberalismo sociale e all’ambientalismo. Sostiene il miglioramento della giustizia sociale[3] e promuove un grado di uguaglianza sociale che ritiene sia raggiungibile promuovendo le pari opportunità. Ritiene infatti che la completa uguaglianza di risultati non sia possibile, ma che le pari opportunità migliorino un grado di uguaglianza di risultati nella società.[3] Il centro-sinistra si oppone a un ampio divario tra ricchi e poveri e sostiene misure moderate per ridurre il divario economico, come un'imposta progressiva sul reddito, leggi che vietano il lavoro minorile, leggi sul salario minimo, leggi che regolano le condizioni di lavoro, limiti all'orario di lavoro e leggi per garantire il diritto dei lavoratori di organizzarsi.[3] In Europa, il centro-sinistra include socialdemocratici, progressisti, verdi e la sinistra cristiana. Anche alcune varianti del liberalismo, in particolare il liberalismo sociale, sono descritte come di centro-sinistra

Centro-sinistra in Italia

L'espressione centro-sinistra comparve per la prima volta nella politica italiana nel 1850, in seguito all'operazione del "connubio" operata da Camillo Benso, conte di Cavour nel Parlamento del Regno di Sardegna, che di lì a pochi anni (nel 1861) sarebbe diventato il Parlamento del Regno d'Italia. L'operazione del "connubio" consisteva nel favorire un'alleanza politica fra la parte più progressista della Destra storica, il cosiddetto centro-destra, di cui Cavour stesso era leader, e l'ala più moderata della Sinistra storica, appunto il centro-sinistra, con a capo Urbano Rattazzi.

Centro-sinistra "organico"

Il centro-sinistra "organico" designa l'alleanza programmatica di governo formata negli anni sessanta fra Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano. L'aggettivo "organico" è stato aggiunto per distinguere questa formula politica da quella precedente dei primissimi anni Sessanta, che vedeva i socialisti in appoggio esterno al governo senza farne organicamente parte con propri ministri.

Sinistra (politica)

La sinistra, nel linguaggio politico, è la componente del parlamento che siede alla sinistra del presidente dell'assemblea legislativa e, in generale, l'insieme delle posizioni politiche qualificate come progressiste ed egualitariste. Indica infatti un orientamento politico social-liberale, riformista, socialdemocratico, liberalsocialista e liberaldemocratico (centro-sinistra), socialista democratico, ecosocialista e laico (sinistra), o comunista, di matrice anarchica e non (estrema sinistra), diametralmente opposte rispetto a quelle della destra.[1][2][3] La politica di sinistra sostiene l’uguaglianza sociale e l'egualitarismo.[4][5][6][7] I suoi aderenti, in genere, percepiscono alcuni membri della società come svantaggiati rispetto ad altri, e ritengono che ci siano disuguaglianze ingiustificate che devono essere ridotte o abolite.[4] Secondo il professore emerito di economia Barry Clark, i militanti di sinistra affermano che “lo sviluppo umano prospera quando gli individui si impegnano in relazioni cooperative e reciprocamente rispettose che possono crescere solo quando vengono ridotte differenze eccessive di status, potere e ricchezza".[8] Il termine sinistra, originariamente di matrice liberale,[9] è stato applicato a una serie di movimenti, in particolare il repubblicanesimo in Francia durante il XVIII secolo, seguito dal socialismo,[10] tra cui anarchismo, comunismo, movimento operaio, marxismo, socialdemocrazia e sindacalismo nei secoli XIX e XX.[11] Da allora, il termine sinistra è stato applicato a un'ampia gamma di movimenti,[12] tra cui il movimento per i diritti civili, il movimento femminista, il movimento per i diritti LGBT+, il movimento contro la guerra e il movimento ambientalista, nonché un'ampia gamma di partiti politici.

Elettorato attivo

Nell'ordinamento costituzionale italiano, l'elettorato attivo è il diritto di prendere parte alle elezioni e ai referendum in qualità di votanti,[1] attuando così la propria partecipazione alla vita democratica, rispettivamente in via rappresentativa o diretta: nel primo caso, per concorrere con la scelta di propri rappresentanti a formare o a rinnovare gli organi politici dello Stato (Parlamento) o degli enti locali (assemblee regionali, consigli provinciali, consigli comunali); nel secondo, per esprimere la propria volontà su singole questioni di natura politica.[

Elettorato passivo

«Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.» (art. 51, comma 1, Costituzione Italiana) Per elettorato passivo si intende la capacità di un cittadino italiano, avente pieni diritti, a ricoprire cariche elettive. L'art. 51 Cost. disciplina tale istituto nel nostro ordinamento, considerando tutti i cittadini italiani dell'uno e dell'altro sesso capaci di accedere a pubbliche cariche secondo i requisiti espressi dalla legge in materia e con particolare attenzione alle pari opportunità tra sessi[1]. Tale istituto si connette inoltre al concetto di ineleggibilità e incompatibilità.

Ineleggibilità parlamentare

«La legge determina i casi di ineleggibilità e incompatibilità con l'ufficio di deputato e senatore.» (Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 65)

L'ineleggibilità parlamentare è una situazione giuridica che influisce sulla capacità di ogni cittadino italiano di essere eletto al Senato della Repubblica o alla Camera dei deputati. Secondo una tradizionale definizione dottrinale, consiste in un impedimento giuridico a costituire un valido rapporto elettorale per chi si trova in una delle cause ostative previste dalla legge.
I principi espressi dalla costituzione trovarono fondamento legislativo con il Decreto del presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di "Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera del deputati." la cui ratio fu la garanzia della libertà di voto e della parità formale di opportunità dell'elettorato passivo allo scopo di eliminare meccanismi distorsivi della competizione elettorale tra i candidati. Il titolare di una carica pubblica o di un mandato elettorale locale potrebbe, infatti, utilizzare la propria posizione di supremazia o i poteri del proprio ufficio per esercitare un'indebita interferenza sulla competizione ai fini della raccolta del consenso elettorale nell'ambito della comunità locale..

Sono ineleggibili alla Camera dei deputati[5] e al Senato[6]:
presidenti delle giunte provinciali; sindaci di comuni con più di 20.000 abitanti; capo e vicecapo di polizia e ispettori generali di pubblica sicurezza; capi di gabinetto dei ministeri; prefetti, viceprefetti e funzionari di pubblica sicurezza; ufficiali generali, ammiragli, ufficiali superiori delle forze armate dello Stato nella circoscrizione del loro comando territoriale; magistrati, esclusi quelli in servizio presso le giurisdizioni superiori, nelle circoscrizioni di loro assegnazione o giurisdizione nei sei mesi antecedenti l'accettazione della candidatura; diplomatici, consoli, viceconsoli non onorari e ufficiali addetti alle ambasciate, legazioni e consolati esteri sia all'estero che in Italia o coloro con impiego da governi esteri; giudici della Corte costituzionale; coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta; rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato; consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l'opera loro alle persone, società e imprese di cui ai due punti precedenti, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra. Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di prefettura.

Sistema elettorale

Il sistema elettorale è costituito dall'insieme delle regole che si adottano in una democrazia rappresentativa per trasformare le preferenze o voti espressi dagli elettori durante le elezioni in seggi da assegnare all'interno del Parlamento o più in generale di un'assemblea legislativa. È regolato dalla legge elettorale.

Sistema maggioritario

Il sistema maggioritario è un qualunque sistema elettorale che prediliga la formazione di un sistema bipolare (spesso ma non sempre bipartitico) e di un parlamento composto da due schieramenti distinti e contrapposti. Il sistema limita fortemente o esclude completamente la rappresentanza di schieramenti minori. Si basa solitamente sul collegio uninominale (ovvero un collegio che esprime un solo seggio), ma può anche basarsi su collegi plurinominali. In ogni caso il criterio è “il primo prende tutto” (first past the post system), ossia in ogni collegio chi riceve più voti viene eletto, mentre tutti gli altri, anche se ricevono percentuali di voto significative, vengono esclusi.

Sistema proporzionale

Per sistema proporzionale (o semplicemente proporzionale[1]) si intende genericamente qualsiasi sistema elettorale che miri a riprodurre in un organo di rappresentanza le proporzioni delle diverse parti dell'elettorato - generalmente in un'assemblea elettiva, per cui tali sistemi furono escogitati. La finalità è risolvere le disuguaglianze di rappresentazione dei partiti che sorgono nei sistemi elettorali maggioritari, soprattutto quando vi sono più di due forze fondamentali o quando le circoscrizioni hanno dimensioni diverse. La proporzionalità può essere alterata in vari modi: riducendola si combatte la frammentazione, tendenza ben nota nei sistemi proporzionali; ciò può avvenire variando il metodo di assegnazione dei seggi, introducendo una soglia, o limitando il numero di seggi in palio in ciascuna circoscrizione.

Sistema elettorale misto

Secondo la definizione di Blais e Massicotte, un sistema misto è quel sistema che presenta contemporaneamente formule maggioritarie e proporzionali. Secondo un'altra visione, non ritenuta però precisa come la precedente, sono misti quei sistemi elettorali che producono, a livello di proporzionalità, risultati intermedi tra quelli maggioritari e quelli proporzionali. Come si può ben intuire, ciò che rende particolare il sistema elettorale misto è il fatto che esso sia composto da elementi classici, come in una sorta di mix, comuni ad entrambe le famiglie (proporzionale e maggioritario) alle quali si possono ricondurre tutte le leggi elettorali. Pur essendo stato l'austriaco Siegfried Geyerhahn il primo a ipotizzarli, essi si sono diffusi soprattutto durante gli anni novanta del secolo scorso, in varie parti del mondo (Russia, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Ungheria, Albania ecc.). Anche l'Italia ne è un esempio poiché, dal 1993 al 2005, la legge elettorale vigente è stato il c.d. "Mattarellum". Inoltre, nell'ottobre 2017, il Parlamento ha approvato una nuova legge elettorale mista (che è stata usata a partire dalle elezioni del 2018): il c.d. "Rosatellum". I sistemi misti si sono affermati anche per ovviare ai vari problemi che il proporzionale ed il maggioritario presentano: eccessiva frammentazione politica (con conseguente difficoltà nella governabilità), poca rappresentanza ecc. Fare una classificazione dei sistemi misti non è facile. Ciò a causa del fatto che ci possono essere una innumerevole varietà di combinazioni tra la parte proporzionale e quella maggioritaria. A questo va poi aggiunto la possibilità di avere soglie di sbarramento alte o più basse, l'uso delle preferenze o delle liste bloccate e, eventualmente, la presenza o meno di un premio di maggioranza. In ogni caso, volendo classificare i sistemi misti, si possono distinguere: Sistemi misti a "correzione completa": sono quei sistemi in cui, pur prevedendo la coesistenza della formula maggioritaria e di quella proporzionale, l’assegnazione totale dei seggi avviene esclusivamente in base al metodo proporzionale. Un esempio è il sistema elettorale tedesco. Sistemi misti a "semicorrezione": in questa categoria rientrano quei sistemi misti in cui i seggi pur essendo assegnati in due livelli distinti, tra parte maggioritaria e proporzionale, prevedono meccanismi di compensazione proporzionale a beneficio dei partiti minori che hanno subìto gli effetti distorsivi nella parte maggioritaria. Un esempio fu il c.d. "Mattarellum", con lo scorporo. Sistemi misti a "separazione completa" (definiti pure "sistemi paralleli"): in questa categoria rientrano quei sistemi misti in cui i seggi sono assegnati in due livelli distinti, tra parte maggioritaria e proporzionale. Un esempio è dato dal sistema elettorale russo, giapponese o dal c.d. "Rosatellum" attualmente in vigore in Italia. All'interno di questa classificazione non trovano ovviamente spazio le c.d. leggi elettorali proporzionali con premio di maggioranza. In effetti, queste ultime, non sono altro che una variante del sistema proporzionale modificato o corretto, per favorire la governabilità, con un bonus in seggi da assegnare a chi ottiene più voti...

Suffragio universale

Il suffragio universale è il principio secondo il quale tutti i cittadini, di norma al raggiungimento della maggiore età, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche e amministrative, e ad altre consultazioni pubbliche (come i referendum), senza alcuna restrizione di natura culturale, socioeconomica o psicologica (per es. di etnia, ceto, genere, orientamento sessuale); è perciò contrapposto al suffragio ristretto, che può essere fondato sul censo (suffragio censitario), sul sesso (suffragio maschile, perché il diritto di voto non è riconosciuto alle donne) o sul grado d'istruzione.

Sistema elettorale in Italia

Il sistema elettorale italiano è l'insieme delle regole con cui, sulla base dei voti espressi dai cittadini italiani durante le elezioni, sono assegnati i seggi all'interno degli organi politico-istituzionali locali, nazionali ed europei.

La situazione è articolata e differenziata a seconda delle varie categorie di votazione previste dall'ordinamento politico italiano:
le elezioni politiche, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 400 componenti della Camera dei deputati e dei 200 membri elettivi del Senato della Repubblica;[N 1]

le elezioni europee, in occasione delle quali si vota per l'elezione dei 76 membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia;[N 2][N 3][1]

le elezioni regionali, in occasione delle quali si vota per l'elezione del presidente della giunta regionale e del consiglio regionale;[N 4]

le elezioni amministrative, in occasione delle quali si vota per l'elezione del sindaco e del consiglio comunale;[N 5] in Valle d'Aosta si elegge contestualmente il vicesindaco[N 6] e nelle grandi città si vota inoltre per i consigli circoscrizionali.[N 7]

Ciascun tipo di consultazione ha luogo di norma ogni cinque anni.[N 8][N 9][N 10][2]


Il sistema proporzionale con soglia di sbarramento, adottato per tutte le elezioni italiane dal 1946 al 1993 (fatta eccezione per il Senato), è ancora usato per le elezioni del Parlamento europeo.

Anche i restanti appuntamenti elettorali – salvo le consultazioni comunali nelle municipalità meno popolose e le elezioni circoscrizionali – si svolgono sulla base di sistemi elettorali di impostazione proporzionale, ma corretti in misura significativa con quote maggioritarie o premi di governabilità variamente assegnati.

Sistema vigente

Dal 2017 è in vigore un sistema elettorale misto a separazione completa, ribattezzato Rosatellum bis:

in ciascuno dei due rami del Parlamento, il 37% dei seggi assembleari è attribuito con un sistema maggioritario uninominale a turno unico,

mentre il 61% degli scranni viene ripartito fra le liste concorrenti mediante un meccanismo proporzionale corretto con diverse clausole di sbarramento.[N 15] Le candidature per quest'ultima componente sono presentate nell'ambito di collegi plurinominali, a ognuno dei quali spetta un numero prefissato di seggi; l'elettore non dispone del voto di preferenza né del voto disgiunto.[N 15]

La Costituzione stabilisce altresì che otto deputati e quattro senatori debbano essere prescelti dai cittadini italiani residenti all'estero.

Influenza dei sistemi elettorali

Secondo i sostenitori del modello bipartitico, la presenza di soli due partiti porta alla formazione di governi stabili e maggioranze parlamentari che durano fino al termine della legislatura, senza elezioni anticipate, ma secondo i detrattori questo porta ad una ridotta sovranità popolare sullo Stato e un minor controllo diretto della vita politica tramite le elezioni.

Secondo i sostenitori del modello proporzionale, invece, la presenza di più partiti (con la presenza o meno di soglie di consenso per l'accesso al parlamento) permette di rappresentare più fedelmente la nazione, ma per i detrattori questo trasforma i partiti in attori che di fatto controllano lo Stato con maggioranze variabili e spesso opportunistiche.

Esiste poi il modello bipolare, applicato in Italia nella Seconda Repubblica:

da un lato una serie di partiti costituisce una coalizione che viene premiata come in un sistema bipartitico, ma nella pratica la rappresentanza parlamentare - così ottenuta dai piccoli partiti - consente loro di condizionare l'attività di governo o perfino di determinarne la fine;

dall'altro lato, "di fatto si è prepotentemente imposta tramite i mass media e, spesso, tramite distorsioni e aggiramenti a opera del legislatore, la sensazione che si elegga direttamente il governo e il suo capo", secondo "una concezione del sistema politico italiano declinata su un versante di tipo neopresidenzialista; va da sé che si tratta di un presupposto basato su un falso, essendo l’Italia una repubblica parlamentare"

Influenza del mandato imperativo

La rappresentatività parlamentare è divisa fra libertà morale degli eletti e mandato imperativo.

Per quanti sostengono la necessità di un mandato imperativo, in cambio di legislature di lunga durata, gli eletti politici dovrebbero avere degli obblighi di legge di fedeltà al programma elettorale e al partito col quale i cittadini li hanno eletti.

Il mandato imperativo sarebbe il contrappeso al ridotto ricorso alla consultazione elettorale e, lungo questa linea, si potrebbe persino arrivare a richiedere al candidato, prima delle elezioni, le cosiddette "dimissioni in bianco"[2] o altro documento giuridicamente impegnativo[3].

Diversamente, la scelta fatta dalle Costituzioni moderne[4] è quella del divieto di mandato imperativo: l'indicazione elettorale è basata solamente su un patto di fiducia e un mero obbligo morale fra eletti ed elettori.

La possibilità dell'elettorato di "punire" la deviazione - con una scelta diversa alle elezioni successive - non appare efficace[5] quando la rappresentanza politica si riduce a due partiti, il che fa diventare pratica diffusa promettere in un modo e agire diversamente;

sotto il ricatto del "voto utile", quel sistema elettorale aumenta il rischio che gli elettori non possano sanzionare il transfuga nelle votazioni successive. Dove il parlamentare o il governante eletto hanno piena libertà morale, quindi autonomia di condotta e opinioni, e nessun obbligo giuridico verso l'elettorato, il trasformismo non è reato e si pone in termini più forti la questione morale della politica.

Infatti, il reato di corruzione esiste fra privato e pubblico ufficiale, mentre è più complesso dimostrare che possa esistere nei confronti dei parlamentari, la cui stessa natura di pubblici ufficiali è contestata[6];

il reato di voto di scambio sussiste per chi riceve denaro in cambio di un voto, in modo indipendente dalla presenza di un'organizzazione criminale, ma non per chi cambiando partito ottiene nuovi incarichi politici.

Resta impossibile per la legge valutare le intenzioni, e stabilire se il cambio di appartenenza sia dovuto alla ricerca di una contropartita personale oppure a un percorso che ha portato a un legittimo mutamento di convinzioni politiche.

Normativa elettorale dell'Italia

La normativa elettorale italiana è il complesso delle disposizioni giuridiche che disciplinano le materie correlate allo svolgimento delle votazioni in Italia. I suoi principi generali sono enunciati dalla Costituzione, mentre le norme di maggior dettaglio sono fissate da leggi ordinarie. In Italia il suffragio universale fu introdotto nel 1945 e fu applicato per la prima volta l'anno successivo.[N 1] I diritti all'elettorato attivo e all'elettorato passivo non risultano perfettamente coincidenti, essendo in vigore delle limitazioni di età per le candidature alle elezioni politiche ed europee.[N 2][N 3] Ad alcune consultazioni possono prendere parte, in qualità di elettori e come candidati, anche i cittadini degli altri Stati membri dell'Unione europea.[N 4][N 5] Oltre alle diverse categorie di elezioni, attraverso le quali la collettività sceglie i titolari delle cariche pubbliche elettive, in Italia è prevista la possibilità di ricorrere allo strumento del referendum popolare.[N 6] La Costituzione qualifica l'esercizio del diritto di voto come un «dovere civico»; ciascun elettore esprime il proprio voto in modo libero, segreto e anonimo su di una scheda elettorale, utilizzando un'apposita matita copiativa.[N 7][N 8] Le modalità di presentazione delle candidature, la definizione del sistema elettorale e la propaganda politica sono regolamentate dalla legge....

Lista elettorale

La lista elettorale, nell'ordinamento giuridico italiano, così come in quello di altri paesi, individua un elenco di persone che si candidano, insieme e/o in contrapposizione in una competizione elettorale, al fine di ricoprire una carica elettiva. Essa però indica anche l'elenco delle persone legittimate ad esprimere la propria preferenza in una votazione per l'elezione ad una carica in genere pubblica (cosiddetto elettorato attivo ed elettorato passivo). Nelle elezioni politiche, nazionali o locali, ogni lista viene generalmente presentata da un partito o movimento politico, o da più partiti o movimenti coalizzati insieme. La legge richiede, per la presentazione di una lista, che venga raccolto un certo numero di firme di elettori, che varia a seconda del tipo di elezione e dell'ampiezza della circoscrizione elettorale nella quale la lista viene presentata. (In Italia, tuttavia, i partiti già rappresentati in Parlamento sono esentati dall'obbligo di raccogliere le firme). Nel caso in cui il sistema elettorale sia di tipo proporzionale, per ciascuna lista viene eletto un numero di candidati proporzionale al numero di voti ottenuti. Se è previsto il voto di preferenza, sono eletti i candidati che all'interno della lista hanno ottenuto il numero maggiore di preferenze; in caso contrario, sono eletti i candidati collocati ai primi posti della lista (in tal caso si parla di lista bloccata). Quando invece il sistema elettorale è di tipo maggioritario, vengono eletti in blocco tutti i candidati della lista che ottiene più voti (nel sistema maggioritario uninominale vi è un solo candidato per lista). In Italia, per le elezioni politiche nazionali, di solito ogni partito presenta la propria lista (eventualmente collegata ad altre); per le elezioni amministrative invece, negli ultimi anni si presentano sempre più spesso le cosiddette liste civiche che, pur essendo di solito espressione di una ben determinata parte politica, hanno un nome che non richiama direttamente quello del partito o dello schieramento di riferimento, e in genere comprendono anche candidati "indipendenti" e/o personalità note nell'ambito locale, ma non impegnate in precedenza nell'attività politica....

Voto (elezione)

Il voto è un metodo attraverso cui il corpo elettorale esprime un giudizio. Il gruppo di persone chiamate a votare può esser più o meno grande e a seconda dei casi può variare e comprendere i partecipanti di una riunione così come gli appartenenti a una circoscrizione elettorale e quindi a un'elezione. Di solito il voto è uno strumento che serve a prendere una decisione in seguito a una discussione o un dibattito, ma può essere anche l'atto finale di una campagna elettorale, tramite la scheda elettorale. Il voto può esprimere varie scelte: Preferenza, espressione di una scelta tra quelle presentate al voto Scheda bianca[4], espressione di mancata preferenza personale, che in molti sistemi (come nel sistema elettorale) tale voto viene conteggiato per ultimo in quanto viene attribuito al candidato che ha ottenuto più preferenze, mentre in altri sistemi (come nel caso del cinque per mille) le schede bianche vengono ripartite sulle varie opzioni Voto nullo[5], espressione di protesta, come nel caso di coloro che non ritengono d'essere sufficientemente rappresentati o sono contrari alle linee che vengono intraprese e che non contemplano tutti gli scenari Astensionismo[6], espressione di chi non mostra sufficiente interesse per la votazione o non di chi non si sente idoneamente informato per poter esprimere il voto, ma può essere anche causato da disguidi tecnici, quali lo stato di salute (coma, ecc...) o problemi nella documentazioni necessaria...

Calendario delle elezioni in Italia

Questo calendario delle elezioni in Italia comprende tutte le elezioni politiche, europee, regionali e amministrative svoltesi nella Repubblica Italiana dal secondo dopoguerra ad oggi. Il medesimo elenco fino al livello regionale, con le liste partecipanti, le coalizioni ed i risultati come seggi attribuiti, è disponibile come banca dati navigabile

Grafico delle elezioni politiche in Italia

Il grafico illustra i risultati delle elezioni politiche svoltesi in Italia dal 1895 ad oggi, con le percentuali di consenso raccolte dai diversi partiti o movimenti.[1] Passando col mouse sopra alle diverse sezioni colorate, è possibile visualizzare il nome del raggruppamento e la percentuale raccolta nella corrispondente elezione; cliccando sulla singola sezione si viene rimandati alla pagina del partito corrispondente. L'ordine col quale i partiti sono inseriti nel grafico ne illustra la collocazione politica (a sinistra oppure a destra) in maniera approssimativa, giacché il dato è opinabile e non oggetto di questo grafico; si vedano piuttosto informazioni nelle singole voci.

Voto di preferenza

Il voto di preferenza è il voto espresso da un elettore per un candidato all'interno di una lista elettorale. Si tratta di un'espressione del voto, aggiuntiva rispetto alla scelta della lista elettorale, presente in alcuni sistemi elettorali di tipo proporzionale: quando il voto di preferenza è previsto, nell'ambito di ciascuna lista sono eletti i candidati con più voti di preferenza, in numero pari ai seggi spettanti a quella lista; se invece il voto di preferenza non è previsto, la lista si dice bloccata e i candidati sono eletti secondo un ordine precostituito. L'espressione del voto di preferenza non è utile nei sistemi elettorali maggioritari, nei quali la lista vincente elegge il suo unico candidato (sistema maggioritario uninominale) oppure tutti i candidati in blocco (sistema maggioritario plurinominale), cosicché la preferenza dell'elettore nell'ambito della lista votata è ininfluente ai fini dell'individuazione degli eletti. n Italia, la legge elettorale proporzionale promulgata nel 1946 per le elezioni legislative prevedeva la possibilità di esprimere fino a quattro voti di preferenza, scrivendo sulla scheda elettorale i cognomi dei candidati prescelti oppure i loro numeri di lista. Già a quell'epoca si espressero critiche alla gestione che del sistema delle preferenze veniva fatta dai partiti Il referendum tenutosi nel 1991 aveva modificato la legge consentendo un solo voto di preferenza; questa modifica fu applicata unicamente durante le elezioni politiche del 1992, in quanto nel 1993 venne varata una nuova legge elettorale, la legge Mattarella, che introduceva un sistema misto maggioritario-proporzionale con liste bloccate, eliminando quindi completamente il voto di preferenza. Anche la successiva legge elettorale entrata in vigore nel 2005, la legge Calderoli, ha mantenuto il sistema delle liste bloccate. Il voto di preferenza è invece tuttora previsto dai sistemi elettorali usati per le elezioni comunali, regionali ed europee...

Voto disgiunto

Il voto disgiunto o panachage è un sistema elettorale che prevede la possibilità di esprimere due voti, uno per la scelta del partito, l'altro per la scelta del candidato. L'elettore può esprimere la preferenza anche per un candidato di un partito diverso da quello scelto. La divisione dei seggi avviene in base ai voti ottenuti dal partito, e all'interno della lista prevalgono i candidati che ottengono più voti di preferenza. In Italia il voto disgiunto è ammesso per le elezioni regionali e, nell'ambito delle elezioni amministrative, per quelle comunali nei Comuni superiori ai 15 000 abitanti. Ogni lista elettorale presenta un proprio candidato alla presidenza della Regione (più liste possono condividere lo stesso candidato) o alla carica di sindaco. L'elettore può esprimere due voti sulla stessa scheda: uno per una lista (al quale può aggiungere un voto di preferenza) e uno per un candidato presidente o sindaco, che può anche far capo a una lista diversa. Per le elezioni comunali si possono aggiungere anche fino a due voti di preferenza sulla lista: se si sceglie di indicarne due, i voti devono andare a candidati di sesso diverso e non a due uomini o due donne, pena l’annullamento della seconda preferenza. In assenza di altri segni sulla scheda, i voti così espressi, alla lista ed ai consiglieri, vanno automaticamente al candidato sindaco collegato. Il voto disgiunto consiste invece nel votare per una lista (un simbolo), magari esprimendo anche le preferenze, senza votare il sindaco collegato. In sostanza - nei Comuni con più di 15 000 abitanti - si dà all'elettore la possibilità di scegliere un candidato sindaco (tracciando un segno sul rettangolo del suo nome) ma anche contemporaneamente una lista che al candidato non è collegata (si deve tracciare un altro segno sul relativo contrassegno). Il voto così espresso viene attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista non collegata prescelta. In questo modo appunto i voti vanno da una parte (alla lista ed al consigliere) e contemporaneamente anche al sindaco antagonista.....

Voto degli italiani residenti all'estero

Il voto dei cittadini italiani residenti all'estero è un diritto sancito dal comma 3 dell'articolo 48 della Costituzione italiana che così stabilisce: «La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.» (dall'art. 48 della Costituzione) I successivi articoli 56 e 57 della Costituzione individuano il numero dei deputati e senatori eletti dai cittadini italiani all'estero.

Voto di fiducia

Il voto di fiducia, in senso politico, è lo strumento tipico delle democrazie parlamentari nelle quali il Governo è legato al Parlamento da un mandato di fiducia.
Esso serve ad esprimere il consenso del Parlamento, generalmente l'unico organo pienamente rappresentante della piena volontà popolare, alla formazione di uno specifico esecutivo.
Le modalità mediante le quali il Parlamento può accordare o revocare la fiducia è funzione del tipo di parlamentarismo adottato in un determinato Stato.

Referendum

Il referendum (gerundivo del verbo latino refero «riporto», «riferisco» dalla locuzione ad referendum «[convocazione] per riferire»[1]) è un istituto giuridico con cui si chiede all'elettorato di esprimersi con un voto diretto su una specifica proposta o domanda. I referendum si possono distinguere in base al tipo di scopo[8]: propositivi: per proporre una nuova legge (vincola il legislatore a emanare una legge coerente con l'espressione popolare); è presente, per esempio, nell'ordinamento di San Marino e Svizzera, mentre è completamente assente dall'ordinamento italiano. consultivi o di indirizzo: per sentire il parere popolare di una determinata questione politica (mera richiesta di parere legalmente non vincolante quanto alla decisione successiva). La costituzione italiana non lo prevede espressamente, quindi per indirlo è necessaria una legge di integrazione costituzionale, come avvenne per il referendum del 1989 per la trasformazione della CEE in Unione europea (legge costituzionale 3 aprile 1989, n. 2). confermativi: per richiedere il consenso popolare perché una legge o una norma costituzionale possa entrare in vigore; abrogativi: per abrogare una legge esistente o un atto avente forza di legge (decreto legge o decreto legislativo), che non sarà più vigente nell'ordinamento; deliberativo: per decidere in merito ad una determinata questione politica. In questo caso il popolo, in virtù del principio di sovranità popolare riconosciuto dall'articolo 1, comma 2 della Costituzione Italiana, è chiamato a deliberare direttamente. Tale tipologia rappresenta maggiormente l'essenza del referendum quale strumento di democrazia diretta. Riguardo al tipo di leggi a cui riferisce il referendum, esso può essere: ordinario, se attiene alla legislazione ordinaria; costituzionale, se riguarda la costituzione[9]. Il referendum sull'indipendenza è un tipo particolare di referendum in cui i cittadini di un territorio sono chiamati a decidere sulla possibilità che il proprio territorio divenga uno Stato indipendente. È considerato positivo se i cittadini approvano l'indipendenza, negativo nel caso contrario. Il successo di tale tipo di referendum può o non può comportare l'indipendenza, a seconda della decisione dello Stato che ha acconsentito al suo svolgimento.

Plebiscito

Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un'alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. In epoca moderna il termine ha conservato il significato di voto popolare, distanziandosi essenzialmente dal referendum in quanto il plebiscito viene definito come scelta popolare sulla struttura dello Stato o sulle annessioni territoriali[1]...

Astensionismo

L'astensionismo è il fenomeno per cui, in una votazione (ad esempio in occasione di referendum o elezioni), le persone aventi diritto di voto non esprimono il proprio voto. Se la votazione non è in capo al Corpo elettorale ma ai componenti di un collegio ristretto (es. un'assemblea elettiva), è puntualmente disciplinata nelle sue conseguenze: per esempio, nel diritto parlamentare, gli astenuti risultano presenti durante la votazione ma non si esprimono.[1] Una persona che non ha espresso il proprio voto è detta astenuta. In termini generali l'astensionismo non va confuso con il voto di protesta, in cui un avente diritto di voto si reca alle urne e invalida volontariamente la propria scheda elettorale con segni non consentiti (scheda nulla) oppure non esprime una preferenza (scheda bianca). Per legge chi consegna una scheda bianca o nulla, a differenza di chi non si reca fisicamente alle urne, ha a tutti gli effetti votato e viene considerato nel calcolo dell'affluenza al voto. L'astensione può essere usata per indicare l'ambivalenza sulle scelte del votante, oppure una tacita disapprovazione che non assurge al livello di opposizione attiva. L'astensione può anche essere usata quando qualcuno assume una certa posizione su una questione ma, poiché il sentimento popolare supporta una posizione contraria, potrebbe non essere politicamente conveniente votare secondo la propria coscienza. Una persona può astenersi anche quando non si sente adeguatamente informata circa la questione in esame o non ha partecipato a importanti discussioni in merito...

Vizi capitali

I sette vizi capitali, noti anche come peccati capitali, sono un raggruppamento e una classificazione dei vizi nell'ambito degli insegnamenti cristiani.[1] Sebbene non siano direttamente menzionati nella Bibbia, esistono dei paralleli con le sette cose che Dio detesta nel Libro dei Proverbi. I comportamenti o le abitudini sono classificati in questa categoria se danno direttamente origine ad altre immoralità.

Questi vizi (dal latino vĭtĭum, mancanza, difetto, ma anche abitudine deviata, storta, fuori dal retto sentiero)[5] distruggerebbero l'anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti "capitali" poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana.

Impropriamente chiamati "peccati", nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero in realtà causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.
La classificazione dei vizi capitali ebbe origine con i Padri del deserto, in particolare con Evagrio Pontico. Riassunti con l'acronimo saligia,[12] i vizi capitali sono:

superbia: radicata convinzione della propria superiorità, reale o presunta, che si traduce in atteggiamento di altezzoso distacco o anche di ostentato disprezzo verso gli altri, nonché di disprezzo di norme, leggi, rispetto altrui;

avarizia: derivante più precisamente dall'etimologia latina avaritia, collegata all'avidità della fame:[13] cupidigia, avidità, costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e bisogno sfrenato di ottenere sempre di più;

lussuria: incontrollata sensualità, irrefrenabile desiderio del piacere sessuale fine a se stesso, concupiscenza, carnalità, divinizzazione del sesso sempre maggiore, che può andare dalla fornicazione sino all'adulterio, e agli atti più estremi e perversi;

invidia: in relazione a un bene o una qualità posseduta da un altro, si prova dispiacere e astio per non avere noi quel bene e a volte un risentimento tale da desiderare il male di colui che ha quel bene o qualità;

gola: nel suo senso concreto è l’abbandonarsi ai piaceri della tavola, l'irrefrenabile bramosia di ingurgitare cibi o bevande senza fermarsi al limite della sazietà imposto dal corpo, ma proseguire nella consumazione per puro piacere e ingordigia. Nel suo senso astratto, "goloso" è chi abusa di una determinata cosa, andando al di là del limite imposto dalla natura umana.

ira: alterazione dello stato emotivo che manifesta in modo violento un'avversione profonda e vendicativa verso qualcosa o qualcuno;

accidia: torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene; pigrizia, indolenza, infingardaggine, svogliatezza, abulia.

Persecuzione dei cristiani

Le persecuzioni dei cristiani sono un fenomeno oppressivo contro comunità e persone di fede cristiana, avvenute in diversi periodi storici e tutt’oggi registrate in alcune circostanze e luoghi.

Nel corso della storia i cristiani morti per la loro fede sono stimati in circa settanta milioni, di cui quarantacinque milioni solo nel XX secolo. In epoca moderna, i cristiani sono stati perseguitati in diverse nazioni.

Spesso, soprattutto al di fuori dell'Europa, essi venivano repressi anche perché considerati portatori di un'"influenza straniera" che si vedeva come una minaccia al potere costituito o alla struttura tradizionale della società.

Questo è il caso, ad esempio, del Giappone nel XVII secolo, dove cristiani vennero crocifissi in pubblico: la persecuzione terminò nel 1637 con la ribellione di Shimabara, dove furono uccise 40 000 persone[23].

Da allora solo un piccolo numero di cristiani continuò a praticare in segreto in Giappone[23]. Da considerare è certamente il genocidio armeno e il genocidio assiro, che fu uno sterminio di cristiani fatto da seguaci di Maometto. Secondo il quotidiano cattolico Avvenire, dal 2011 i cristiani sono vittime del 75% delle violenze anti-religiose e in Medio Oriente rischiano l'estinzione[58].

Todd M. Johnson e David B. Barrett del Center for the Study of Global Christianity hanno stimato il numero di martiri cristiani in 109.000 all'anno in media nel corso del decennio 2000-2010, considerando la seconda guerra del Congo, che vide cristiani in conflitto contro altri cristiani, come la più grande "situazione di martirio" del decennio (responsabile da sola del 75% delle vittime)[59][60][61].

Secondo Thomas Schirrmacher dell'International Society for Human Rights, escludendo casi controversi come la guerra in Congo, i martiri cristiani possono essere approssimativamente stimati in 7-8.000 all'anno[61][62].

Nel 2011 il Parlamento europeo, rilevando come la maggior parte degli atti di violenza religiosa nel mondo siano perpetrati contro cristiani, ha condannato tali attacchi e ha chiesto lo sviluppo di una strategia comune per tutelare la libertà religiosa[63]. Secondo la World Watch List dell'Associazione Porte Aperte, nel 2015 i primi tre Paesi per persecuzione dei cristiani nel mondo sono stati Corea del Nord, Iraq ed Eritrea, e oltre 7.100 cristiani sono stati uccisi nel mondo a causa della loro fede (4.344 nel 2014)[64]. Attualmente persecuzioni contro i cristiani sono in atto in diversi paesi del mondo, sia ad opera di regimi islamisti o comunisti, sia di organizzazioni fondamentaliste islamiche o indù, con restrizioni governative che impediscono la pratica religiosa, o con attacchi a membri del clero e a singoli fedeli[65][66] e attentati in luoghi di culto[67].

Anche in paesi a maggioranza buddista sono state registrate violenze e discriminazioni contro i cristiani.[68] I due continenti nei quali le persecuzioni contro i cristiani sono maggiormente presenti sono l'Africa e l'Asia.

In generale nei paesi arabi i cristiani, nonostante in tutto il Vicino Oriente ed in Nordafrica incluso il Sudan costituissero la popolazione originaria, sono oggetto, da parte della popolazione musulmana, di forme di discriminazione più o meno gravi, che negli ultimi decenni hanno portato molti di loro a emigrare o forzati a convertirsi all'Islam.

La popolazione cristiana è in calo più o meno pronunciato in tutti i paesi del Vicino Oriente, ed in via di sparizione dall'Iraq. La conversione di musulmani al Cristianesimo è poi vista come un crimine (apostasia) la cui pena è la morte e, anche nei paesi in cui la legge non la vieta apertamente, i convertiti sono spesso oggetto di minacce, vendette, ricatti, linciaggi da parte della popolazione.

Alcune organizzazioni monitorano tale fenomeno e redigono da anni un elenco dei 50 paesi nei quali è più pericoloso essere cristiani[69].

Nel dicembre 2018 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato una legge di iniziativa congressuale in cui la persecuzione dei cristiani in Siria e Iraq ad opera dell'Isis e di gruppi terroristi affini è definita come un "genocidio"[70].

Persecuzione dei buddisti

Molti esponenti buddisti, durante la storia del buddismo, hanno sperimentato forme di persecuzione; queste possono riferirsi a imprigionamento indebito, stato di detenzione, percosse, tortura, fino ad esecuzione capitale.

Con lo stesso termine di persecuzione si può anche fare riferimento alla confisca dei beni ed alla distruzione di proprietà, o l'incitamento all'odio nei confronti dei buddisti.

Persecuzioni ai danni dei pagani nell'Impero romano

Le persecuzioni dei pagani nell'Impero romano furono quelle azioni di intolleranza, discriminazione, oppressione e violenza religiosa che portarono alla progressiva sostituzione del cristianesimo alle religioni politeiste, sia indigene che straniere, nei territori dell'Impero (cfr. Ellenizzazione), avvenute soprattutto durante gli anni che segnarono la caduta dell'Impero romano d'Occidente, nel corso del IV secolo.

Eppure il cristianesimo si era presentato, finché era rimasto un fenomeno minoritario, come una religione di tolleranza,[1] chiusa nella sua individualità ma aperta all'accettazione che altri potessero avere una fede diversa.

Persecuzione dei musulmani

Persecuzione dei musulmani si riferisce alle persecuzioni religiose inflitte ai musulmani.

Per persecuzione s'intendono gli atti di violenza, la tortura, la confisca o la distruzione di proprietà. La persecuzione può estendersi al di là di coloro che percepiscono se stessi come musulmani fino a comprendere sia coloro che vengono percepiti dagli altri come musulmani sia i musulmani che sono considerati non-musulmani dai loro stessi correligionari... Il più grande progetto di monitoraggio commissionato sull'islamofobia fu intrapreso, a seguito degli attentati dell'11 settembre 2001, dall'European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (EUMC). Il rapporto del maggio 2002: Summary report on Islamophobia in the EU after 11 September 2001, scritto da Chris Allen e Jorgen S. Nielsen dell'Università di Birmingham è basato su 75 relazioni: 15 da ciascuna nazione dell'Unione europea. [61] Il rapporto ha evidenziato la frequenza con la quale i normali musulmani sono divenuti bersaglio di atti di ritorsione offensivi e talvolta violenti dopo l'11 settembre 2001.

Nonostante le differenze localizzate all'interno di ogni paese membro, il ripetersi di attacchi verso tratti riconoscibili e visibili dell'islam e dei musulmani è stata la scoperta più significativa della relazione.

Gli attacchi hanno assunto varie forme: offesa verbale, incolpare tutti i musulmani per gli attacchi terroristici, donne cui viene strappato lo hijab dalla testa, sputare contro musulmani, bambini che vengono chiamati "Usama" e violente aggressioni casuali che mandano le vittime in ospedale e, in un'occasione, le lasciano paralizzate.[61] La relazione ha inoltre analizzato la rappresentazione che dei musulmani danno i media, identificando negatività intrinseche, immagini stereotipate, rappresentazioni fantastiche e caricature esagerate.

Genocidio

La parola, derivante dal greco γένος (ghénos, "razza", "stirpe") e dal latino caedo ("uccidere"), è entrata nell'uso comune e ha iniziato a essere considerata come indicatrice di un crimine specifico, recepito nel diritto internazionale a partire dal secondo dopoguerra e quindi nel diritto interno di molti paesi. Con genocidio, secondo la definizione adottata dall'ONU, si intendono «gli atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». Negli studi giuridici, storici, politici e sociologici, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il concetto di genocidio, sviluppatosi in origine nell'ambito del diritto internazionale, è stato utilizzato in diversi contesti e con diverse accezioni:[2][3][4] accezione giuridica, con una definizione necessariamente precisa per poterne ricomprendere la fattispecie nell'attività d'indagine e processuale;
accezione sociopolitica per designare specificatamente i genocidi del XX secolo;
accezione storiografica, con un significato generale che ricomprende fenomeni di sterminio ricorrenti nella storia universale, in società anche molto diverse tra loro.
Al pari di terrorismo, tortura, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e crimini di aggressione, il genocidio si annovera fra i crimini internazionali, per i quali vige la regola della giurisdizione internazionale e l'istituzione di tribunali sovranazionali. Le nazioni aderenti all'ONU hanno in gran parte aderito alla Convenzione sul genocidio facendo propria la definizione di genocidio in essa contenuta.[27] L'Italia ha ad esempio aderito con la Legge 11 marzo 1952, n.153.[28]

Nel 1967 una legge costituzionale ha stabilito la possibilità di estradizione degli stranieri per il reato di genocidio e lo stesso anno è stata promulgata una legge che disciplina nell'ordinamento italiano le pene e le competenze per materia nei casi di genocidio.[29][30]

La Francia ha incluso il reato di genocidio nel suo codice penale del 1994 seguendo in gran parte la definizione dell'ONU, ma l'ha esteso non solo agli atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale, ma anche ai danni di «un gruppo determinato sulla base di qualsiasi altro criterio arbitrario». Nel settembre 2015 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì il 9 dicembre come Giornata internazionale per la commemorazione e per la dignità delle vittime di genocidio, data in cui si celebra l'anniversario dell'adozione della Convenzione sul genocidio del 1948.[273] Oltre al museo Yad Vashem in Israele, il memoriale che conferisce il titolo di Giusto tra le nazioni ai non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah, sono sorti in varie località del mondo luoghi di commemorazione delle personalità che si sono adoperate per contrastare i genocidi, a partire da quello ebraico. Il primo fu il Giardino dei Giusti di Gerusalemme inaugurato nel 1962.[274]

In seguito l'esempio fu seguito in molte nazioni ampliando il riconoscimento di Giusto anche a persone che hanno operato nell'ambito dei genocidi armeno, ruandese e bosniaco, come quello di Milano o quello di Padova in Italia. Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell'Olocausto.

Fu istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 60/7 il 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, e adottata con la Legge n. 211 del 2000 dal Parlamento italiano.

La data fu scelta perché in quel giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz

Genocidio dell'Anfal

Il genocidio dell'Anfal è stato un genocidio che ha portato alla morte in Iraq tra 50.000 e 182.000 persone, per la quasi totalità appartenenti all'etnia curda.

Tale genocidio è stato compiuto dall'esercito iracheno di Saddam Hussein durante la Campagna di Al-Anfal (Harakat al-Anfal/Homleh al-Anfal), guidata dal generale Ali Hassan al-Majid contro il Kurdistan iracheno nell'Iraq del Nord durante le ultime fasi della guerra Iran-Iraq, tra il 1986 e il 1989. Il nome della campagna è stato scelto dalla Sura 8 (Al-Anfal) del Corano, che è stata usato come un nome in codice dall'ex regime ba'thista iracheno per indicare una serie di sistematici attacchi tenuti contro i guerriglieri curdi nell'Iraq del Nord tra il 1986 e il 1989, con un picco nel 1988. La Svezia, la Norvegia, la Corea del Sud e il Regno Unito hanno ufficialmente riconosciuto come un caso di genocidio l'Anfal.

Genocidio circasso

llgenocidio circasso (in adighè Адыгэ лъэпкъгъэкӏод, Adıgə tləpqğək'od; in cabardino Адыгэ лъэпкъгъэкIуэд, Adıgə tləpqğək'wəd; in russo Черкесское мухаджирство?, Čerkesskoe muchadžirstvo, "Migrazione dei circassi") indica la pulizia etnica[1][2][3], uccisione[1][4][5][6], migrazione forzata[2][5][7][8] ed espulsione[2][5][7] attuata dall'Impero russo, tra il 1830 e il 1870, nei confronti della maggioranza dei Circassi dalla loro terra storica, la Circassia, che corrisponde alla grande parte del Caucaso settentrionale e alla costa nord-est del Mar Nero.

Alcune stime contano tra gli 800.000[5][7] e i 1.500.000[2][8] circassi uccisi o deportati durante l'invasione russa. A causa della fede musulmana della maggior parte dei popoli che hanno sofferto il genocidio circasso, molte volte l'evento di migrazione scaturito si conosce con il termine "muhayir", parola derivante dall'arabo "Mujayir" e che significa letteralmente "colui che è partito".. La deportazione coinvolse un numero sconosciuto di persone, nell'ordine delle centinaia di migliaia[5][12]: la maggior parte di queste fu deportata dai loro villaggi natali verso i porti del Mar Nero in attesa di navi dirette verso l'Impero ottomano con l'obiettivo esplicito di cacciarle dalla loro terra[6][13][14]. Solamente una piccola percentuale si ristabilì all'interno dell'Impero. Le popolazioni furono così disperse, deportate e in alcuni casi uccise in massa[15]. Un numero non definito di deportati morì durante questa operazione: alcuni per epidemie generatesi in attesa di partire, altre nei porti ottomani di arrivo del Mar Nero, mentre altre ancora per l'affondamento delle navi a causa di tempeste[16]. I calcoli, inclusi quelli che tengono conto delle cifre di archivio del governo russo, hanno stimato una perdita del 90%-94%[17][18][19] o 95%–97%[20] del popolo circasso durante le operazioni[7][21]. Durante lo stesso periodo altre persone di fede musulmana del Caucaso furono trasferite nell'Impero ottomano e in Persia[22]. Nel 2021 la Georgia era l'unico stato al mondo ad aver riconosciuto il genocidio del popolo circasso, mentre la Russia nega tale evento e lo considera come un semplice evento di migrazione. I nazionalisti russi della zona continuano a celebrare il giorno della deportazione circassa, il 21 maggio, come il giorno della "Sacra Conquista". Nel gennaio del 2025 l'Ucraina diviene il secondo stato riconoscere il genocidio circasso. In tempi più recenti, studiosi e attivisti Circassi hanno suggerito che la deportazione attuata dai russi a danno delle popolazioni del Caucaso possa essere considerata come una vera e propria manifestazione della moderna idea di pulizia etnica malgrado questo termine non sia stato utilizzato durante il XIX secolo per indicare il massacro sistematico che le truppe russe stavano portando avanti[93]. Il presidente russo Boris Yeltsin, nel maggio del 1994, riconobbe a livello statale come la resistenza dei popoli circassi all'invasione russa fosse legittima, ma si rifiutò categoricamente di riconoscere "qualsiasi colpa del governo zarista per un eventuale genocidio"[94]. Nel 1997 e nel 1998, i leader Cabardi, Balkari e Adighè inviarono una richiesta alla Duma di considerare la situazione come un evento di somma importanza e di porgere scuse formali ma, malgrado ciò, non si è ricevuta nessuna risposta da Mosca. Il 5 luglio del 2005, il Congresso Circasso, un'organizzazione che rappresenta le varie popolazioni che abitavano il Caucaso prima dell'occupazione russa, chiese formalmente a Mosca scuse formali per gli atti perpetuati durante gli anni del genocidio, ma il governo russo si rifiutò di scusarsi e difese le scelte del governo zarista[95]. Nell'ottobre 2006, l'organizzazione pubblica degli adighè di Russia, Israele, Giordania, Siria, Stati Uniti d'America, Canada e Germania ha inviato una lettera al presidente del Parlamento Europeo per richiedere il riconoscimento del genocidio circasso[96][97]. Il 21 maggio 2011, il parlamento georgiano fu il primo (e fino ad ora unico) organo statale a riconoscere come "genocidio" l'atto di espulsione e sterminio sofferto dalle popolazioni del Caucaso durante gli anni della conquista russa, erigendo anche un monumento in ricordo dei martiri ad Anakalia[98][99][100][101]. D'altro lato, il governo russo ha ripetutamente rinnegato qualsiasi connotazione che possa far pensare che le politiche messe in atto durante il regno di Alessandro II siano state dirette a compiere un genocidio, considerando il tutto come propaganda anti-russa fomentata dall'occidente e dal governo georgiano dopo la seconda guerra in Ossezia del Sud del 2008

Genocidio armeno

Con il termine genocidio armeno, talvolta olocausto degli armeni[1][2] o massacro degli armeni, si indicano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall'Impero ottomano tra il 1915 e il 1916,[3] che causarono circa 3 milioni di morti.[4][5][6] Tale genocidio viene commemorato dagli armeni il 24 aprile. Gli armeni usano l'espressione Meç Eġeṙn (in lingua armena Մեծ Եղեռն, "grande crimine") o Հայոց Ցեղասպանութիւն (Hayoc' C'eġaspanowt'yown), mentre in turco esso viene indicato come Ermeni Soykırımı "genocidio armeno", a cui talvolta viene anteposta la parola sözde ("cosiddetto"), oppure Ermeni Tehciri "deportazioni armene". Nello stesso periodo storico l'Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio.[7] Altri storici, come Bernard Lewis[8], Stanford Shaw e Guenter Lewy negano invece che si possa associare il termine genocidio a quegli eventi.[9] Sul piano internazionale, trenta stati[10][11] hanno ufficialmente riconosciuto come genocidio gli eventi descritti. ..Il governo turco rifiuta di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni[35] ed è questa una delle cause di tensione tra Unione europea e Turchia e anche con la Santa Sede[36][37][38]. Una legge francese punisce con il carcere la negazione del genocidio armeno. Per converso, già da tempo la magistratura turca punisce con l'arresto e la reclusione fino a tre anni il nominare in pubblico l'esistenza del genocidio degli armeni in quanto gesto anti-patriottico. In tale denuncia, poi ritirata, è incappato lo scrittore turco Orhan Pamuk, a seguito di un'intervista a un giornale svizzero in cui accennava al fenomeno.[39] Lo storico turco Taner Akçam, il primo a parlare apertamente di genocidio, fu arrestato nel 1976 e condannato a dieci anni di reclusione per i suoi scritti; l'anno successivo riuscì a fuggire e a rifugiarsi in Germania; lavora negli Stati Uniti d'America, presso lo Strassler Family Center for Holocaust and Genocide Studies della Clark University, dopo essere stato Visiting Associate Professor of History alla University of Minnesota. Il 12 aprile 2015 papa Francesco riferendosi agli avvenimenti ha parlato esplicitamente di genocidio,[41] citando una dichiarazione del 2001 di papa Giovanni Paolo II e del patriarca armeno,[42] in occasione della messa di commemorazione del centenario in San Pietro, dichiarando che quello armeno «generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo». Il papa ha denunciato il genocidio come una delle tante persecuzioni ai danni di cristiani che "vengono pubblicamente e atrocemente uccisi - decapitati, crocifissi, bruciati vivi -, oppure costretti ad abbandonare la loro terra".[43] In risposta, il governo turco ha immediatamente convocato il nunzio apostolico ad Ankara e ritirato l'ambasciatore presso la Santa Sede in segno di protesta. Per analoghi motivi, nello specifico una mozione del parlamento austriaco che riconosce il genocidio, è stato richiamato anche l'ambasciatore turco a Vienna.[44] La dichiarazione ha anche suscitato una forte reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan che il 14 aprile 2015 ha ammonito Papa Francesco affermando che «quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini». Nel giugno 2016 Bergoglio, durante il viaggio in Armenia, utilizza nuovamente il termine "genocidio" scatenando la dura reazione del vice primo ministro turco Nurettin Canikli.[45] Come emerso recentemente dalle carte adesso consultabili dell'archivio segreto vaticano,[46] la Santa Sede non ha fatto altro che rendere più esplicita quella che è sempre stata la sua posizione sulla vicenda poiché ha fin dal principio tentato di opporsi a questo sterminio: ne abbiamo testimonianza grazie alle lettere del legato apostolico di Costantinopoli e dei vari nunzi apostolici, fra i quali il futuro Pio XII (Eugenio Pacelli) che rivelano un'opera incessante in favore del popolo armeno.[47] Anche l'ex presidente statunitense Barack Obama «ha più volte riconosciuto come un fatto storico che 1,5 milioni di armeni furono massacrati negli ultimi giorni dell'Impero ottomano e che un pieno, franco e giusto riconoscimento dei fatti è nell'interesse di tutti».[48][49] Il 22 aprile 2015 anche la cancelliera tedesca Angela Merkel ha usato per la prima volta il termine genocidio. In vista dell'ingresso della Turchia nell'Unione europea il negazionismo del governo turco ha creato difficoltà al negoziato. La Turchia continua a negare il genocidio ai danni degli armeni. La Francia considera invece reato negarlo.[118] Il Parlamento italiano si occupò del problema nel 1998 con una mozione presentata da Giancarlo Pagliarini per il riconoscimento dell'Olocausto armeno, firmata da 165 parlamentari di diversi partiti. Il 17 novembre del 2000 la Camera dei deputati italiana, sulla scia del Parlamento europeo e della Città del Vaticano, ha votato una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e invita la Turchia a fare i conti con la propria storia.

Genocidio del Ruanda

Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia dell'umanità del XX secolo. Secondo le stime di Human Rights Watch, dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa cento giorni, in Ruanda vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete pangas e bastoni chiodati) almeno 500 000 persone[2]; le stime sul numero delle vittime sono tuttavia cresciute, fino a raggiungere cifre dell'ordine di circa 800 000 o 1 000 000 di persone[3]. Il genocidio, ufficialmente, viene considerato concluso verso la fine di luglio, con la vittoria del Fronte Patriottico Ruandese nel suo scontro con le forze governative, dopo il fallimento dell'Opération Turquoise. Le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti a circa il 25% della popolazione, ma le violenze finirono per coinvolgere anche Hutu moderati appartenenti alla maggioranza del paese. L'odio interetnico fra Hutu e Tutsi, molto diffuso nonostante la comune fede cristiana, costituì la radice scatenante del conflitto. Fu infatti l'amministrazione coloniale del Belgio che trasformò quella che era una semplice differenziazione socioeconomica (gli Hutu erano agricoltori, i Tutsi allevatori e gli scambi e i matrimoni misti fra i due gruppi erano comuni) in una differenza razziale basata sull'osservazione dell'aspetto fisico degli individui[4]. Essi osservarono che i Twa, un terzo gruppo etnico dell'area, corrispondente ad appena l'1% della popolazione, erano pigmei di bassa statura, gli Hutu di media altezza, mentre i Tutsi (o Vatussi) erano di altezza maggiore, con lineamenti del volto e del naso più sottili. ..L'ONU si disinteressò delle tempestive richieste di intervento inviategli dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire[18], comandante delle forze armate (2 500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l'inizio del genocidio) dell'ONU. Il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò la richiesta d'intervento alla Segreteria Generale né al Consiglio di sicurezza. Il 20 aprile 1994 il Segretario Generale delle Nazioni Unite presentò al Consiglio di Sicurezza il rapporto speciale S/1994/470 nel quale, descrivendo la situazione degli scontri etnici, sottolineava l'impossibilità per la forza dell'UNAMIR, composta da 1 705 uomini dopo il ritiro del contingente belga e del personale non essenziale, di perseguire gli obiettivi del suo mandato di pace. Il rapporto conteneva quindi tre alternative di intervento: Rinforzo immediato e consistente delle forze dell'UNAMIR e modifica del mandato in modo da imporre alle forze combattenti un cessate il fuoco, ristabilire l'ordine, fermare i massacri e permettere l'assistenza umanitaria in tutto il paese; Riduzione del contingente UNAMIR a un piccolo gruppo guidato dal comandante militare e dal suo staff, con il compito di intermediazione tra le forze combattenti per raggiungere il cessate il fuoco. Per garantire la sicurezza del team era prevista la presenza di circa 270 uomini; Ritiro completo delle forze UNAMIR. Il 21 aprile 1994 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò all'unanimità la risoluzione 912 (1994) che adottava la seconda alternativa. Numerosi autori delle stragi rimasero impuniti o indirettamente protetti da paesi occidentali, come il Regno Unito, a causa dell'assenza di trattati di estradizione con il Ruanda. L'UNAMIR restò in Ruanda fino all'8 marzo 1996, con l'incarico di assistere e proteggere le popolazioni oggetto del massacro. L'ufficio dell'Organizzazione delle Nazioni Unite fu capace di lavorare a pieni ranghi solo dopo il termine del genocidio e questo ritardo costò alle Nazioni Unite una quantità di accuse che le portarono, nel marzo 1996 appunto, a ritirare i propri contingenti. Nel corso del mandato avevano perso la vita 27 membri dell'UNAMIR, 22 caschi blu, 3 osservatori militari, un membro civile della polizia in collaborazione con l'ONU e un interprete. Gran parte dei responsabili trovarono rifugio nel confinante Zaire (poi Repubblica Democratica del Congo). Gli odi razziali passarono così alle nazioni vicine: si suppone infatti che essi abbiano alimentato la prima e la seconda guerra del Congo (rispettivamente, 1996-1997 e 1998-2003), e che siano stati uno dei principali fattori della guerra civile in Burundi (1993-2005). Nel marzo 2008 un processo di appello ha condannato il sacerdote cattolico Athanase Seromba all'ergastolo, accusandolo di aver partecipato attivamente ai massacri dei Tutsi senza mostrare segni di pentimento.[20] Il 18 dicembre 2008 il tribunale internazionale speciale istituito ad Arusha, in Tanzania, ha condannato all'ergastolo per genocidio dei Tutsi il colonnello Théoneste Bagosora, nel 1994 a capo del Ministero della Difesa ruandese e ritenuto l'ideatore del massacro, il maggiore Aloys Ntabakuze e il colonnello Anatole Nsengiyumva.

Genocidio degli Herero e dei Nama

Il genocidio degli Herero e dei Nama, effettuato dalle forze coloniali tedesche, ebbe luogo nell'Africa Tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia) fra il 1904 e il 1908, nel periodo della spartizione dell'Africa, durante e a seguito delle cosiddette guerre herero. Il generale Lothar von Trotha, incaricato di sopprimere la ribellione, utilizzò pratiche di guerra non convenzionali che includevano l'avvelenamento dei pozzi e altre misure che portarono alla morte per fame e per sete di una rilevante percentuale della popolazione Herero e Nama. Nel 1985 le Nazioni Unite (con il Rapporto Whitaker) identificarono nella guerra contro gli Herero uno dei primi tentativi di genocidio (inteso come sterminio di un'intera popolazione) del XX secolo. In merito a questo episodio, il governo tedesco ha dichiarato nel 2004: "noi tedeschi accettiamo la nostra responsabilità storica e morale".[1] Un censimento effettuato nel 1905 rivelò che nell'Africa Tedesca del Sud-Ovest erano rimasti 25.000 Herero.[19] Essi erano circa 100.000 prima del genocidio.[20] Secondo il Rapporto Whitaker delle Nazioni Unite del 1985, la popolazione degli Herero fra il 1904 e il 1908 si ridusse da 80.000 a 15.000 "rifugiati affamati"[21] L'autore tedesco Walter Nuhn afferma che nel 1904 vivevano nell'Africa Tedesca del Sud-Ovest solo 40.000 Herero, e perciò "solo 24.000" potrebbero essere stati uccisi.[22] Le perdite tedesche furono di 1500 uomini, di cui la metà morì di malattia.[2] In totale, la guerra costò 600 milioni di marchi.

Genocidio cambogiano

Con genocidio cambogiano (riportato in lingua khmer របបប្រល័យពូជសាសន៍) e di minoranze etniche e religiose cambogiane o autogenocidio cambogiano ci si riferisce al processo di epurazione del popolo cambogiano avvenuto tra il 1975 e il 1979, ovvero nell'arco dell'esistenza della Kampuchea Democratica, sotto la dittatura di Pol Pot. La storiografia ha appurato che durante l'esistenza della Kampuchea Democratica sono stati uccisi da 1,5 a 3 milioni di cambogiani. Per le proporzioni del fenomeno e l'impatto sulla popolazione complessiva, il genocidio in questione può essere considerato come un caso unico e senza precedenti nella storia dell'umanità. L'invasione vietnamita della Cambogia pose fine al genocidio con la sconfitta dei khmer rossi nel 1979.[20] Il 2 gennaio 2001 il governo cambogiano istituì il Tribunale speciale della Cambogia, con l'intento di processare i membri del regime responsabili del genocidio cambogiano. Le udienze cominciarono il 17 febbraio 2009.[21] Il 7 agosto 2014 Nuon Chea e Khieu Samphan sono stati condannati all'ergastolo per crimini contro l'umanità durante il genocidio. A partire dal 2009, la ONG cambogiana Centro cambogiano di documentazione ha mappato circa 23.745 fosse comuni contenenti circa 1,3 milioni di presunte vittime dell'esecuzione. Si stima che l'esecuzione diretta rappresenti circa il 60% del bilancio totale delle vittime durante il genocidio,[22] mentre le rimanenti vittime morirono di fame o malattia. Il conteggio delle vittime dei khmer rossi ha prodotto risultati che variano da un minimo di 800.000 a un massimo di 3.300.000 morti. Questo conteggio riguarda le vittime delle esecuzioni, delle carestie e dell'assenza di cure mediche. Teschi provenienti dai Killing Fields di Choeung Ek Il governo vietnamita che abbatté il regime parlò di 3.300.000 morti: Lon Nol, dittatore deposto dai Khmer rossi, di 2.500.000: Lo storico Rudolph Joseph Rummel, studioso di genocidi, di 2 milioni.[23] L'Università di Yale di 1.700.000; Amnesty International di 1.500.000; il dipartimento di Stato degli USA di 1.200.000; Khieu Samphan di 1.000.000 Pol Pot di 800.000. Il 15 luglio 1979, in seguito alla caduta del regime dei khmer rossi, il nuovo governo cambogiano emanò il "Decreto legge n° 1". Questo consentì il processo a Pol Pot e a Ieng Sary per il crimine di genocidio. Fu loro concesso un avvocato americano come avvocato difensore, Hope Stevens,[53] e furono processati in contumacia e giudicati colpevoli di genocidio.[54] A gennaio del 2001, l'Assemblea nazionale cambogiana legiferò affinché si istituisse un tribunale per processare altri membri dei khmer rossi. Alcuni mesi prima della sua morte il 15 aprile 1998,[65] Pol Pot fu intervistato da Nate Thayer. Durante l'intervista, affermò che aveva la coscienza pulita e che negava di essere responsabile per il genocidio. Pol Pot affermò che lui era venuto "per portare avanti la lotta, non per uccidere la gente". Secondo Alex Alvarez, Pol Pot "si vedeva come una figura incompresa e ingiustamente umiliata".[66] Nel 2013, il primo ministro cambogiano Hun Sen emanò una legge che proibisce il negazionismo del genocidio cambogiano e altri crimini di guerra commessi dai khmer rossi. La legge passò nonostante i commenti del leader dell'opposizione Kem Sokha, presidente del Partito nazionale di soccorso cambogiano. Sokha affermò che gli oggetti del Museo del genocidio di Tuol Sleng erano stati creati ad arte dai vietnamiti dopo l'invasione del 1979. Sokharty ha poi affermato che le sue affermazioni erano state tolte dal loro contesto.

Genocidio dei nativi americani

Il genocidio dei nativi americani, citato anche come genocidio indiano, olocausto americano (in inglese Indian Holocaust, American Holocaust) o catastrofe demografica dei nativi americani, consiste nell'eliminazione di intere comunità di nativi delle Americhe e nel generale calo demografico delle popolazioni native del cosiddetto Nuovo Mondo associato alla colonizzazione europea delle Americhe, che iniziò alla fine del XV secolo e si protrasse fino alla fine del XIX secolo. Tra le cause della catastrofe: l'introduzione di malattie epidemiche, le guerre di conquista, le perdite di territori, il cambio dello stile di vita e anche lo sterminio intenzionale, in quanto tali popolazioni erano considerate inferiori dai nuovi arrivati. Complessivamente si ritiene che tra i 55 e i 100 milioni[1] di nativi morirono in seguito all'arrivo dei colonizzatori europei. La maggioranza dei morti si ebbero nel centro e Sudamerica. Negli Stati Uniti la cifra delle perdite si attesta, dal 1775 al 1890, intorno ai 53.500 nativi americani nelle guerre indiane (in cui morirono anche circa 19.000 europei), ma alcuni portano la cifra a 350.000, a causa delle malattie e della diminuzione demografica causata dalla perdita della terra nativa.[2] Secondo il censimento del 2020 negli Stati Uniti vivono circa 9,7 milioni di nativi americani, mentre in alcuni paesi centrosudamericani buona parte della popolazione è di origine nativa (ad esempio in Bolivia), in altri ancora, i nativi sono praticamente scomparsi o pochissimi (Cuba, Hispaniola, Argentina, Cile). ..I colonizzatori utilizzarono diversi metodi di eliminazione dei nativi e della loro cultura e altresì molte furono le cause[3]: pulizia etnica e spostamento dalle loro terre distruzione dell'habitat caccia intensiva ai bisonti, fonte di sostentamento dei nativi del Nord America riduzione in schiavitù e sterminio attraverso il lavoro strage volontaria provocare ad arte scontri fra tribù ed etnie (divide et impera) malattie nuove diffuse accidentalmente (contro cui i nativi non avevano anticorpi) diffusione volontaria del vaiolo come arma biologica, regalando agli indiani coperte e cuscini infetti e offrendo loro banchetti con cibo contaminato; una volta diffuso, la mortalità tra i nativi era del 90% dei colpiti[34] sterilizzazione forzata o attuata con l'inganno (ancora fino alla fine del XX secolo) atti di provocazione, sacrilegio e oltraggio, anche violenti, a membri della tribù (in modo da provocare appositamente la reazione violenta degli indiani, a causa del loro codice d'onore tribale), per poterli così perseguitare "con giustizia e ragione" (e giustificare la violenza contro di loro come "repressione di popoli barbari e bestiali") guerre aperte, con l'uso delle tecnologie più moderne omicidi mirati di capi carismatici e uccisioni deliberate di bambini indiani catturati diffusione deliberata dell'alcolismo o droghe tra i nativi marce forzate di trasferimento attuate sotto la neve e il freddo. Quanti fossero i nativi prima della colonizzazione europea delle Americhe è difficile da stabilire: le cifre dell'entità dello sterminio sono ancora al centro di un ampio dibattito storiografico. Secondo le ultime ricostruzioni si tratterebbe del 90% della popolazione indigena morta in meno di un secolo. Le cause di una tragedia di così ampie dimensioni sono molteplici: gli stermini perpetrati dagli invasori, le guerre intestine sovente aizzate da questi ultimi per rendere più facile la conquista con la politica del divide et impera, i lavori forzati in stato di semi-schiavitù e non ultimo il senso di smarrimento e di perdita di senso dovuto all'annientamento della loro fede e delle loro tradizioni che portarono talvolta a suicidi di massa ma sono soprattutto le malattie importate le principali imputate della grande maggioranza dei casi. La colonizzazione del Nord e del Sud America presenta delle differenze: i conquistadores spagnoli erano prevalentemente degli avventurieri o degli sbandati che non avevano trovato fortuna in patria. Alcuni praticarono lo stupro sistematico ma i più si unirono con donne indigene di rango superiore e diedero origine alla numerosa popolazione di meticci (mestizos) del Centro e Sud America. Al contrario, gli inglesi arrivavano nel Nuovo Mondo già organizzati in nuclei familiari e questo non favorì l'integrazione della popolazione. Una tattica comune a tutti gli invasori fu la denigrazione dell'avversario: i nativi furono descritti come esseri bestiali, dediti alle più turpi attività, seguaci del demonio e privi di qualsiasi elemento culturale. Queste idee trovarono terreno fertile negli uomini dell'epoca e furono un motore formidabile di motivazione per i conquistadores e le potenze coloniali. Specialmente i sacrifici umani provocavano un profondo disgusto che giustificava ai loro occhi lo sterminio di quelle civiltà. D'altra parte si sottovalutavano le peculiarità culturali e materiali delle civiltà e dei popoli incontrati. Alcuni studiosi ritengono che ci furono numerosi tentativi di occultamento, quasi fino a giorni nostri, di gran parte dei documenti prodotti dai nativi e in alcuni casi persino delle rovine archeologiche.

Inquisizione spagnola

L’Inquisizione spagnola fu l'inquisizione che ebbe luogo in Spagna sotto il controllo dei re spagnoli. Essa fu il risultato della politica di conversione dei musulmani e degli ebrei al Cristianesimo. L'Inquisizione fu anche un importante mezzo per rinforzare la "limpieza de sangre", sempre contro i discendenti di musulmani ed ebrei e per colpire oppositori politici e confiscare patrimoni dei condannati a favore dell'erario reale. ...Il Consiglio dell'Inquisizione Generale e Suprema (Consejo de la General y Suprema Inquisición) dava le istruzioni ai Tribunali, esaminava i rapporti dei processi, ordinava le ispezioni, rivedeva le cause e agiva come tribunale per i membri dell'Inquisizione accusati di reati. Il presidente era Inquisitore Generale. Gli altri membri erano gli inquisitori provinciali (nominati dal re), prelati e avvocati. I Tribunali (Tribunales) giudicavano gli accusati. Erano formati da tre inquisitori, per la maggior parte membri del clero secolare con esperienza giuridica, e altri funzionari come procuratori, segretari, notai e un difensore dell'accusato, che normalmente si limitava a informare l'accusato di come si svolgeva il procedimento. I Familiari (Familiares) erano senza salario fisso. Incoraggiavano le delazioni, raccoglievano le testimonianze e catturavano gli accusati. Nonostante fossero personaggi odiati dalla popolazione, il loro numero crebbe notevolmente perché venivano esentati dai contributi fiscali e potevano girare armati. Inoltre la familiarità con l'Inquisizione era considerata prestigiosa e prova di "purezza di sangue". Ferdinando e Isabella affidarono all'inquisitore generale Tomás de Torquemada nel 1481 il compito di trovare e punire i conversi - gli ebrei e i mori - che ufficialmente si erano convertiti al Cristianesimo ma continuavano ad officiare in segreto i riti della propria religione. Alcuni Ebrei convertiti erano stati nominati sacerdoti e persino vescovi. I loro censori li chiamavano marrani, un termine dispregiativo che può essere tradotto anche con "maiale". Molte delle condanne si basavano su accuse nate dall'invidia o dal desiderio di vendetta. Molte altre, rivolte ad ebrei molto ricchi, erano molto probabilmente patrocinate dalla corona. L'Inquisizione diresse la propria azione anche contro i primi Protestanti, gli Erasmiani, gli Illuministi, e nel XVIII secolo contro gli autori dell'Encyclopédie. Nonostante la piega presa dalle altre Inquisizioni, quella spagnola seguì poco la caccia alle streghe: la maggior parte delle donne accusate veniva prosciolta come malata di mente. L'Inquisizione fu temporaneamente abolita dal governo napoleonico (1808-1815) e reistituita con il ritorno sul trono di Ferdinando VII. Venne abolita definitivamente nel 1834. Per perseguitare gli emigranti dalla Spagna che si erano rifugiati nelle colonie, fu istituita l'Inquisizione messicana, che ebbe l'appoggio degli esploratori e dei conquistadores. ...Stabilire dei numeri relativi all'azione dell'Inquisizione spagnola è molto difficile, ed è in corso un dibattito tra le recenti indagini, supportate dalla Chiesa cattolica, secondo cui le stime riguardo alle condanne a morte sarebbero state sempre molto esagerate, e le teorie di altri storici, secondo cui sarebbero state uccise centinaia di migliaia di persone. Alcuni rapporti di grandi stragi sono riportati da storici come Will Durant che, nel suo "The Reformation" (1957), cita Juan Antonio Llorente, Segretario Generale dell'Inquisizione dal 1789 al 1801, il quale stima l'esecuzione di 31.912 persone nel periodo 1480-1808; egli cita inoltre Hernando de Pulgar, segretario della regina Isabella, il quale stima che 2.000 persone siano state arse prima del 1490. Philip Schaff, nella sua Storia della Chiesa Cattolica, diede il numero di 8.000 persone arse nei 18 anni di azione di Torquemada. Matthew White, esaminando questi dati, dà un'approssimazione di 32.000 morti, di cui 9.000 sotto Torquemada. R.J. Rummel giudica queste "stime realistiche", nonostante altri studiosi attribuiscano a Torquemada la responsabilità di 135.000 decessi, includendo 125.000 avvenuti in prigione a causa degli stenti. Altri studi, come quello del professor Agostino Borromeo della Sapienza di Roma, riporta 125.000 processi effettuati dall'Inquisizione, con sole 2.000 esecuzioni circa realmente avvenute, nonostante molte altre ne fossero state decretate da tribunali laici. Negli ultimi decenni, sempre nell'ottica di una posizione revisionista, alcuni studiosi sottolineano che in Spagna, nazione spesso accusata di essere la patria dell'Inquisizione e della caccia alle streghe, si registrò un uso modesto della tortura e un numero di vittime relativamente basso se paragonato all'Europa centro-settentrionale[3], prevalentemente di fede non cattolica.

Inquisizione messicana

L'Inquisizione messicana era un'estensione dell'Inquisizione spagnola nella Nuova Spagna. La conquista spagnola del Messico ebbe anche un significato religioso e non solamente politico. I re cattolici di Castiglia e Aragona avevano appena conquistato l'ultima roccaforte musulmana nella penisola iberica, il regno di Granada, conferendogli grandi libertà come la conversione dei popoli nativi della Mesoamerica (una regione dell'America centrale e latina). L'Inquisizione fu quindi esportata nel Nuovo Mondo. A Città del Messico l'Inquisizione aveva il suo "palazzo" principale (ora Museo della Medicina dell'UNAM) dove si svolgevano la maggior parte dei processi. Il periodo dell'Inquisizione messicana durò dal 1571 al 1820 e provocò un numero sconosciuto di vittime[1] [2], forse circa 50 persone[2], di cui 29 giudaizzanti. Per una serie di ragioni, la persecuzione degli indiani per reati religiosi non è stata attivamente perseguita. Probabilmente non era prudente perseguire una rigida applicazione delle regole ecclesiastiche in un ambiente in cui i popoli nativi superavano di gran lunga i loro conquistatori europei, che avevano anche bisogno di governare attraverso intermediari indigeni.[7] Per questi motivi l'Inquisizione non fu formalmente stabilita nella Nuova Spagna fino al 1571. Tuttavia, questo non vuol dire che le tattiche simili all'Inquisizione non siano mai state utilizzate dopo l'esecuzione di Don Carlos. L'antagonismo verso gli spagnoli portò alla resistenza Maya nello Yucatan nel 1546–1547. Il fallimento di questo movimento spinse a un'evangelizzazione più aggressiva. Molti indigeni furono sottoposti a tortura e tutti i libri sacri dei Maya rinvenuti furono bruciati. Sebbene ci fossero molte accuse ed esecuzioni contro "cripto-ebrei",[8] la grande maggioranza dei casi portati all'Inquisizione riguardava la stregoneria, la magia e la blasfemia. All'interno delle comunità etnicamente miste, i tipi di "magia" che le donne dell'America Latina avrebbero usato con una discreta frequenza erano, in una certa misura, una variazione popolare del cattolicesimo. Le influenze culturali su queste pratiche derivano dalle tradizioni spagnole, indigene e africane. "Pratiche magiche" che non richiedevano un "patto con il Diavolo" erano incredibilmente diffuse.[9] Questi tipi di magia venivano usati da persone ridotte in schiavitù, che usavano spesso la blasfemia come opportunità per parlare con gli Inquisitori ed esprimere le loro lamentele contro i loro padroni.[10] Per le donne uno scopo della magia era spesso quello di cambiare l'equilibrio di potere all'interno della sfera coniugale o creare una situazione in cui si potesse trovare un marito. A volte questo era un semplice tipo di magia intesa a far rimanere un marito "fedele" a sua moglie. Altre volte, gli scopi degli incantesimi includevano lo scopo di rendere l'uomo impotente od obbediente.[11] A volte l'idea di poteri magici o mistici non collideva con i concetti cristiani del diavolo, ma piuttosto con le idee di Gesù e di Dio. Una donna che poteva rivendicare un legame speciale con Cristo si è trovata in grado di promuovere la sua posizione sociale ed economica. ...L'Inquisizione rimase ufficialmente in vigore fino al 1812. Tuttavia, le tensioni politiche e un caos generale portarono a un ritorno tra il 1813 e il 1820, per poi essere abolita definitivamente nel 1820.[

Caccia alle streghe

La caccia alle streghe è un fenomeno storico, molto dibattuto e anche romanzato,[1] di superstizione o isteria di massa[2] consistente nella ricerca di persone ritenute streghe,[3] stregoni o, più in generale, praticanti la stregoneria. Il periodo storico in cui tale fenomeno fu più sviluppato in Europa fu nei tre secoli a cavallo tra fine medioevo ed età moderna, più o meno dal 1450 al 1750 e comprende l'era della Riforma protestante, della Controriforma e della Guerra dei trent'anni. La caccia alle streghe in Europa causò circa 50 mila vittime;[4] le più recenti esecuzioni per stregoneria in Europa risalgono al XVIII secolo. In altre aree, come l'Africa e l'Asia, la caccia alle streghe riguarda in tempi più moderni l'Africa subsahariana e la Papua Nuova Guinea. Processi per stregoneria sono stati celebrati anche contro uomini e, in alcuni periodi storici e in determinate aree geografiche, più che contro le donne: es. in Carinzia, Normandia, Islanda, Estonia e Russia.[5] Molta della letteratura e della superstizione popolare legata alle streghe deriva da un testo, il Malleus Maleficarum, erroneamente attribuito a lungo alla diretta volontà papale.[6] Metaforicamente con "caccia alle streghe" s'intende, in lingua italiana, un'indagine pubblica condotta per scoprire supposte attività sovversive. Un caso particolare fu il maccartismo degli anni cinquanta negli Stati Uniti. ...La maggioranza delle donne accusate di stregoneria era innocente, spesso semplici levatrici, prostitute o guaritrici. Queste ultime erano figure tradizionali dedite alla cura con le piante officinali e semplici praticanti della medicina popolare che affiancavano la medicina ufficiale perché la popolazione essenzialmente rurale raramente aveva la possibilità di curarsi con metodi costosi. Si poteva essere considerata strega anche per aspetti del tutto irrilevanti, per pura superstizione. l numero delle vittime della caccia alle streghe, durante i due secoli in cui sia i tribunali dell'Inquisizione sia quelli della Riforma luterana le condussero al rogo, è stato largamente dibattuto. Il raggiungimento di una certezza sul tema è ostacolato da molti elementi, come la perdita nel tempo di documenti affidabili relativi a gran parte dei processi. Il motivo principale fu che, per paura che gli immensi archivi inquisitoriali cadessero nelle mani degli avversari della Chiesa, molti di questi vennero dati alle fiamme, come a Milano, Mantova, Benevento e quelli della Sicilia con le carte di migliaia di processi[32], o come quelli rubati dai francesi a Roma. Pertanto le cifre che si ipotizzano in ordine alle vittime della persecuzione vanno considerate come ordini di grandezza e spesso sono oggettivamente influenzate dalle opinioni e dalle collocazioni culturali e ideologiche degli autori che le hanno determinate. Il 15 giugno 2004 il Vaticano pubblicò il volume "L'Inquisizione", frutto del lavoro della Commissione teologico-storica del Comitato Centrale del Grande Giubileo dell'Anno 2000. I risultati tratti dagli archivi, basati sui documenti ufficiali della Chiesa, dicono che, su 100.000 processi effettuati da tribunali civili ed ecclesiastici secondo la procedura dell'Inquisizione, "le condanne al rogo comminate da tribunali ecclesiastici sono state 4 in Portogallo, 59 in Spagna, 36 in Italia: in tutto, quindi, meno di 100 casi".[37] Altre stime parlano di circa 110.000 processi, svoltisi principalmente in Germania (50.000), Polonia (10.000), Francia (10.000), Svizzera (9.000), isole britanniche (5.000), paesi scandinavi (5.000), Spagna (5.000), Italia (5.000) e Russia (4.000).[senza fonte] Lo storico statunitense Brian P. Levack ha valutato le esecuzioni capitali al 55% dei processi, giungendo pertanto a un totale di giustiziati pari a circa 60.000 persone in tre secoli.[38] In questi processi l'80% degli accusati era di sesso femminile, mentre in Estonia (60%), Russia (68%) e Islanda (90%) vi fu una predominanza maschile.

Guerra in Bosnia ed Erzegovina

«In Bosnia ed Erzegovina viene condotta una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali e sulla Bosnia ed Erzegovina si spezzano tutte le essenziali contraddizioni di questo e del terzo millennio.» (Kofi Annan, Report of the Secretary-General, p 503) V · D · M Guerre jugoslave La guerra in Bosnia ed Erzegovina è stato un conflitto armato combattuto tra il 1º marzo[1][2] 1992 e il 14 dicembre 1995, fino alla stipula dell'accordo di Dayton, che pose ufficialmente fine alle ostilità. Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia ha accertato che in Bosnia vi è stato un conflitto internazionale tra l'esercito bosniaco e l'esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina la quale mirava ad annettere l’intera Bosnia ed Erzegovina. Al contempo, è stato accertato che la Repubblica Croata dell'Erzeg-Bosnia ha altresì partecipato attivamente nel conflitto con il medesimo obiettivo ovvero l'annessione di una parte del territorio bosniaco. Il conflitto si inserisce all'interno delle guerre jugoslave svoltesi tra il 1991 e il 2001, all'indomani della dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. ...Inizialmente, le forze serbe attaccarono la popolazione civile non serba in Bosnia orientale. Le città e villaggi erano saldamente nelle loro mani, le forze serbe militari, la polizia, i paramilitari e gli abitanti dei villaggi - a volte anche serbi - applicarono lo stesso schema: case e appartamenti musulmani erano sistematicamente saccheggiati o bruciati, i civili catturati, e talvolta feriti o uccisi in processi sommari. Uomini e donne vennero separati, con molti degli uomini detenuti nei campi di concentramento, e le donne spesso stuprate. .. La situazione diventò più grave nel mese di ottobre 1992, quando le forze croate attaccarono la popolazione civile bosniaca a Prozor bruciando le loro case e uccidendo civili. Secondo il tribunale dell'Aja nell'accusa contro Jadranko Prlić i croati fecero pulizia etnica tra Prozor e i villaggi circostanti.[40] Nell'ottobre 1992 i serbi conquistarono la città di Jajce ed espulsero la popolazione croata e bosniaca. La caduta della città era in gran parte a causa della mancanza di cooperazione bosniaco-croata e le crescenti tensioni, soprattutto negli ultimi quattro mesi.. ...La campagna di pulizia etnica contro i civili musulmani fu progettata dalla leadership dell'autoproclamata Repubblica Croata dell'Erzeg-Bosnia dal maggio 1992 al marzo 1993, con lo scopo di realizzare gli obiettivi previsti dai nazionalisti croati nel novembre del 1991. I musulmani subirono omicidi di massa, stupri, reclusione nei campi, così come la distruzione dei siti culturali e proprietà privata. Questo è stato spesso seguito da propaganda islamofoba, in particolare nei comuni di Vitez, Busovača, Novi Travnik e Kiseljak. Il massacro di Ahmići nell'aprile 1993, fu il culmine della pulizia etnica, con conseguente uccisione di massa di civili musulmani bosniaci in poche ore. Il più giovane era un bambino di tre mesi, che è stato colpito a morte nella sua culla, e la più anziana è stata una donna ottantunenne. È il più grande crimine della guerra croato-musulmana. Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia ha stabilito che questi crimini sono stati pari a crimini contro l'umanità in numerose sentenze contro i leader politici e militari croati e soldati, in particolare Dario Kordić.[43] E ha quindi dimostrato l'intento da parte della dirigenza croato-bosniaca di ripulire completamente la Bosnia centrale dalla presenza dei musulmani. Dario Kordić, come leader politico della Comunità Croata della Bosnia centrale e alto funzionario della Repubblica Croata dell'Erzeg-Bosnia, è stato indicato quale propugnatore di questo piano.[43] La pulizia etnica della valle della Lašva ha causato la morte di almeno 2000 civili musulmani. ... Il Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo ha diffuso le cifre documentate (ma tutt'oggi non definitive) sui morti della guerra in Bosnia ed Erzegovina: 93 837 accertati (fino al dicembre 2005), di cui 63 687 Bosniaci (67,87%), 24 216 Serbi (25,8%), 5 057 Croati (5,39%) e 877 dichiaratisi Jugoslavi al censimento del 1991 o stranieri (0,93%).[68] Ci sono state anche perdite significative da parte delle truppe internazionali in Bosnia ed Erzegovina. Circa 320 soldati della UNPROFOR sono stati uccisi durante il conflitto in Bosnia [senza fonte]. L'UNHCR ha dichiarato che il conflitto in Bosnia ha costretto più di 2,2 milioni di persone a fuggire dalle loro case, diventando così il più grande spostamento di persone in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. La guerra in Bosnia ed Erzegovina non ha soltanto causato moltissime vittime e danni materiali, ma ha distrutto dalle fondamenta la dimensione morale della società: le politiche etno-nazionaliste, che hanno svolto un ruolo cruciale nel conflitto, sono riuscite a dissolvere l'integrazione, la tolleranza e la fiducia reciproca tra le persone, evidenziata nei tanti “matrimoni misti” che si registravano in Bosnia.[84] A causa di quattro anni di violenze e pulizia etnica, i cittadini della Bosnia hanno perso quasi tutti i diritti fondamentali, perché la vita stessa aveva perso valore, ed è stata attaccata e degradata la loro integrità individuale, riducendoli puramente alla loro componente etnica.[85] Negli anni questa distanza sociale, invece di diminuire, è continuata a crescere: le nuove generazioni vivono oggi in ambienti in cui predomina solo la loro etnia e frequentano scuole distinte con programmi distinti; si impedisce così ogni possibilità di interazione e integrazione tra i diversi popoli. L'esempio più evidente di questa politica di distruzione e divisione è la città di Mostar: il famoso ponte Stari Most, distrutto nel novembre 1993, è stato ricostruito nel luglio 2004, ma non ha cancellato le divisioni invisibili e i dialoghi inesistenti presenti tra la popolazione.[86] Il ponte collega di fatto due città distinte: sulla sponda destra del fiume Neretva c'è la Mostar croata, quella sinistra è abitata prevalentemente da bosgnacchi.[79] In proposito Azra Nuhefendić dichiarò: «Lo Stari Most oggi ha perso la sua funzione principale. Non unisce più, è diventato la metafora dell'opposto. Bello e splendente com'è, il Ponte Vecchio ci illumina su dove porta l'odio e la disumanità.

Guerra civile in Sierra Leone

La guerra civile in Sierra Leone è stata un conflitto iniziato nel 1991 e concluso nel 2002 fra i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario, sostenuti dalle forze speciali del NPFL, e le forze governative comandate da Joseph Saidu Momoh. Al termine degli undici anni di scontri, che hanno causato oltre 50 000 vittime, hanno prevalso le forze governative. ..Nel maggio 1997 un gruppo di ufficiali dell'esercito rovesciò il governo con un nuovo colpo di Stato insediando al comando del paese l'Armed Forces Revolutionary Council (AFRC).[5] Il RUF si unì presto all'AFRC conquistando Freetown senza incontrare resistenza. Il nuovo governo, guidato da Johnny Paul Koroma, dichiarò la guerra ufficialmente conclusa mentre il paese veniva sconvolto da un'ondata di saccheggi, stupri e violenze.[6] In difesa della popolazione civile intervennero quindi le truppe dell'ECOMOG guidate dalla Nigeria, che riconquistarono la capitale senza però riuscire a riprendere il controllo del territorio. Nel gennaio 1999 la comunità internazionale intervenne diplomaticamente per promuovere un negoziato fra il RUF ed il governo.[7] ottenendo il 27 marzo dello stesso anno la firma dell'accordo di pace di Lomé. In base all'accordo, il comandante del RUF Foday Sankoh otteneva la vice presidenza del paese e il controllo delle miniere di diamanti in cambio della fine delle ostilità. Un contingente di pace delle Nazioni Unite sarebbe rimasto in missione nel paese per sovraintendere al processo di disarmo. Le forze ribelli non rispettarono però il patto di disarmo e nel maggio 2000 il conflitto riprese.[8] Per salvare la missione delle Nazioni Unite e il debole governo del presidente Ahmad Tejan Kabbah intervenne quindi la Gran Bretagna, che con il supporto delle forze aeree guineane finalmente sconfisse il RUF. Il 18 gennaio 2002 il presidente Kabbah dichiarò ufficialmente conclusa la guerra.

Guerre sioux

Le guerre sioux sono stati una serie di conflitti tra gli Stati Uniti e diversi gruppi di Sioux che avvennero nell'ultima parte del XIX secolo

Massacro di Ash Hollow

Il massacro di Ash Hollow, anche chiamato battaglia di Ash Hollow, fu uno scontro avvenuto durante le guerre indiane, più precisamente durante le Guerre sioux. Il massacro ebbe luogo lungo il fiume Platte, fra l'esercito americano e i Brulé. A vincere la battaglia furono gli americani: le donne e i bambini Brulé che furono uccisi in questo scontro rappresentavano quasi la metà di tutte le perdite, mentre le altre donne e bambini che furono fatti prigionieri rappresentavano la maggior parte dei prigionieri presi dagli americani. Questa fu una spedizione punitiva: gli americani volevano vendicare il massacro di Grattan, condotto dagli indiani un anno prima.

Battaglia del Little Bighorn

La battaglia del Little Bighorn ebbe luogo il 25 giugno 1876 tra una forza combinata di Lakota (Sioux), Cheyenne e Arapaho e il 7º Cavalleria dell'esercito degli Stati Uniti d'America nei pressi del fiume Little Bighorn, nel territorio orientale del Montana. Fu il più famoso scontro delle guerre indiane e costituì una schiacciante vittoria per i Lakota e i loro alleati. Delle dodici compagnie del 7º Reggimento di cavalleria statunitense, cinque, comandate dal famoso tenente colonnello[1] George Armstrong Custer, furono completamente annientate. Le altre rimasero assediate per quasi due giorni e subirono perdite sostanziose. In tutto i caduti della battaglia furono 268 per il 7º Cavalleria, mentre le perdite dei nativi americani furono stimate approssimativamente da 30 a 300 guerrieri (i nativi portarono via la maggior parte dei loro morti); il combattimento vero e proprio non era durato più di 25 minuti. La mattina del 27 giugno le truppe di Terry e Gibbon si riunirono con ciò che restava delle forze di Reno e Benteen e si recarono quindi sul luogo della battaglia per procedere alla difficile opera di ricerca, riconoscimento e sepoltura dei corpi dei caduti, opera che si concluse solo tre giorni dopo. Lo scontro significò un vero disastro per il settimo Cavalleria: il battaglione Custer (211 uomini) perse il 100% dei soldati. I restanti tre battaglioni (384 uomini) persero il 30% dei soldati tra morti e feriti. La sconfitta motivò l'esercito a intensificare la campagna contro i Lakota. La riserva fu posta praticamente sotto legge marziale. I nativi furono costretti a consegnare armi e cavalli e interdetti dal cacciare nei territori non-ceduti. Le bande di nativi americani al di fuori della riserva furono inseguite implacabilmente e una ad una si arresero, più che altro perché private dei mezzi di sussistenza (non ci furono grandi battaglie, ma villaggi e provviste furono distrutti). I territori non-ceduti, le Colline Nere e una striscia al margine occidentale della Grande Riserva Sioux passarono sotto la sovranità degli Stati Uniti. Entro ottobre tutti i Lakota, a eccezione delle bande di Fiele e Toro Seduto, avevano accettato di "sotterrare l'ascia di guerra" e rientrare nelle riserve. ...Le fonti più recenti[11] indicano i nomi di quattro italiani che parteciparono alla battaglia del Little Bighorn. Tra le truppe di Custer vi erano il tenente conte Carlo Di Rudio (1832-1910)[12] da Belluno, il soldato Agostino Luigi Devoto (1852-1923) da Genova[13], il soldato Giovanni Casella da Roma (1848-?)[14] ed il soldato Giovanni Martini da Sala Consilina (1853-1922)[15], tutti sopravvissuti alla battaglia. Il trombettiere campano[16] Giovanni Martini (John Martin) fu l'unico superstite della colonna di Custer. Il giovane emigrato, ex tamburino garibaldino nella campagna in Trentino del 1866 e a Mentana nel 1867, si salvò perché lo stesso Custer gli ordinò di portare una richiesta urgente di aiuto al capitano Benteen, prima che l'intera colonna venisse circondata ed annientata. Il conte Carlo Di Rudio, che Benteen chiamava con disprezzo "il conte che non conta" e Custer considerava "un conclamato brontolone e un intrigante nato [...] il peggiore tra tutti i tenenti di questo reggimento",[11] era un mazziniano bellunese evaso dal penitenziario francese dell'Île de Ré, ove era stato incarcerato per la sua partecipazione ad un fallito attentato contro Napoleone III di Francia. Durante la ritirata di Reno, rimase intrappolato nel boschetto dove restò per 36 ore, ricongiungendosi con Reno solo quando la battaglia era praticamente finita. Giovanni Casella e Agostino Luigi Devoto erano inquadrati nelle unità di salmerie aggregata alla colonna di Reno. Altri tre italiani, se pur inquadrati nel 7º Reggimento cavalleria, non presero parte alla battaglia. Felice Vinatieri da Torino (1834-1891)[17], musicista e compositore di origine torinese, era il direttore della banda musicale del reggimento, ma la banda non partecipò direttamente agli scontri essendo stata assegnata al reparto d'appoggio dislocato sul battello Far West, ormeggiato sulle sponde del fiume Powder. Anche Francesco Lombardi e Francesco Lambertini non presero parte alla battaglia perché confinati in infermeria, probabilmente a bordo della stessa nave.

Massacro di Wounded Knee

Il massacro di Wounded Knee, conosciuto anche come battaglia di Wounded Knee, è il nome con cui è passato alla storia un eccidio di Miniconjou, un gruppo di Sioux Lakota, da parte dell'esercito degli Stati Uniti d'America, avvenuto nell'ambito delle guerre sioux e commesso il 29 dicembre 1890 nella valle del torrente Wounded Knee. 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria e sotto tiro di due mitragliatrici. In occasione della campagna militare del 1890 in cui avvenne il massacro, vennero insigniti venti soldati che vi avevano partecipato della medaglia d'onore, la massima onorificenza conferita dall'esercito degli Stati Uniti d'America. Nel 2001 il Congresso Nazionale degli Indiani d'America emanò due risoluzioni che condannavano la consegna di queste medaglie, soprannominate da alcuni attivisti le "medaglie del disonore".[2] Nel giugno del 2019 una rappresentanza di nove nativi lakota, tra cui diversi discendenti dei sopravvissuti al massacro, si è recata al Campidoglio per chiedere nuovamente la revoca delle venti medaglie d'onore (Remove the Stain Act).

Massacro di Sand Creek

Il massacro di Sand Creek (chiamato anche massacro di Chivington o battaglia di Sand Creek) si verificò il 29 novembre 1864, nell'ambito dei più vasti eventi della guerra del Colorado e delle guerre indiane negli Stati Uniti d'America. Un accampamento di circa 600 nativi americani membri delle tribù Cheyenne meridionali e Arapaho, situato in un'ansa del fiume Big Sandy Creek (oggi nella Contea di Kiowa nella parte orientale dello Stato del Colorado), fu attaccato da 700 soldati della milizia statale comandati dal colonnello John Chivington, a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il governo statunitense. Visto lo scarso numero di guerrieri armati e capaci di difendersi presenti nel campo, l'attacco dei soldati si tradusse in un massacro indiscriminato di donne e bambini, con un numero di morti tra i nativi stimato tra 125 e 175 (oltre ad altri 24 morti e 52 feriti tra gli stessi militari attaccanti). Come riferito da molti testimoni oculari, i corpi dei nativi uccisi furono scalpati e in molti casi ripetutamente mutilati da parte dei soldati[1][2][3][4]. Inizialmente dipinti come una "vittoriosa battaglia" contro nativi ribelli, i fatti di Sand Creek furono poi oggetto di varie investigazioni da parte dell'Esercito statunitense e del Congresso, le quali espressero un severo giudizio sull'operato di Chivington e dei suoi uomini; a dispetto di ciò, tuttavia, nessuna misura punitiva fu presa nei confronti di alcuno dei partecipanti al massacro. I fatti di Sand Creek provocarono attacchi di rappresaglia da parte dei nativi contro gli insediamenti dei coloni europei, nonché un esodo di massa delle tribù native dal Colorado orientale. Episodio controverso della storia del Colorado e delle guerre contro i nativi dell'America del Nord, il massacro di Sand Creek ispirò poi svariate opere della cultura di massa; l'area teatro dei fatti è oggi protetta dal National Park Service come Sand Creek Massacre National Historic Site.

Genocidio culturale

Genocidio culturale è la distruzione deliberata dell'eredità culturale di una popolazione o di una nazione per ragioni politiche, militari, religiose, ideologiche, etniche o razziali. L'articolo 7 di una bozza del 1994 della dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene usa l'espressione "genocidio culturale" ma non definisce che cosa significhi.[4] L'articolo completo è questo: «Le persone indigene hanno il diritto collettivo e individuale a non essere soggetti a etnocidio e genocidio culturale, inclusa la prevenzione di la riparazione per: (a) Ogni azione che ha lo scopo o l'effetto di privarli della loro integrità come persone distinte, o dei loro valori culturali o identità etniche; (b) Ogni azione che ha lo scopo o l'effetto di espropriarli delle loro terre, territori o risorse; (c) Ogni forma di trasferimento della popolazione che ha lo scopo o l'effetto di violare o minare i loro diritti; (d) Ogni forma di assimilazione o integrazione con altre culture o stili di vita imposti loro con misure legislative, amministrative o altre; (e) Ogni forma di propaganda diretta contro di loro». È da notare che questa dichiarazione è apparsa solo in una bozza. La dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene è stata adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante la sua 62 esima sessione presso il palazzo di vetro dell'ONU a New York il 13 settembre 2007, ma parla solo di "genocidio", non di "genocidio culturale", sebbene l'articolo non sia cambiato. Accanto al suo valore legale, il termine ha acquisito un valore retorico come un'espressione che è usata per protestare contro la distruzione dell'eredità culturale.

Genocidio culturale degli uiguri

Il genocidio culturale degli uiguri è il nome dato ad una serie di violazioni dei diritti umani perpetrata dal governo cinese, sotto la direzione del Partito Comunista Cinese durante l'amministrazione del segretario generale del PCC Xi Jinping, contro gli uiguri ed altre minoranze etniche e religiose nello Xinjiang e nei suoi dintorni.[1][2][3][4][5] Dal 2014,[6] la Repubblica Popolare Cinese ha perseguito una politica che ha portato oltre un milione di musulmani[7][8][9][10][11] (la maggioranza dei quali uiguri) ad essere detenuti in campi di rieducazione senza procedimento legale[12][13] in quella che è ritenuta da alcuni come la più grande detenzione di minoranze etniche e religiose dalla seconda guerra mondiale.[14] I critici di queste politiche le hanno descritte come la sinizzazione dello Xinjiang e definite un etnocidio o genocidio culturale,[15][16][17][18][19] mentre i parlamenti di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Belgio, Lituania, svariati attivisti, ONG indipendenti, esperti di diritti umani, accademici, funzionari governativi ed il governo in esilio del Turkestan orientale lo hanno riconosciuto come un genocidio. In particolare, è stata evidenziata la concentrazione di uiguri nei campi di rieducazione sponsorizzati dallo Stato (stimata in 1-3 milioni di persone, su circa 11 milioni di uiguri presenti in Cina),[29][30][31][32][33][34][35] la repressione delle pratiche religiose e culturali uigure,[36] l'indottrinamento politico,[37] i gravi maltrattamenti[38] e le testimonianze di violazioni dei diritti umani, tra cui sterilizzazione forzata e contraccezione (il che ha portato molti media a parlare anche di «genocidio demografico», visto il forte calo del tasso di natalità in aree della Cina con un'ampia fetta di popolazione uigura). Tuttavia, alcune delle fonti che parlano di «genocidio uiguro» sono state criticate da gruppi indipendenti o da gruppi affiliati alla Cina,[45][46] mentre lo stesso impiego del termine "genocidio" per descrivere questo fenomeno è stato criticato anche dal The Economist.[47] All'interno dell'ONU, 39 Stati membri, tra cui l'Italia,[48] condannano le politiche della Cina nello Xinjiang, mentre 45 Stati membri (inizialmente erano 54) le sostengono.[49][50][51] Durante l'estate 2020, diversi gruppi per i diritti umani hanno chiesto alla Corte penale internazionale e al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di indagare sui funzionari cinesi per accuse di crimini contro l'umanità e genocidio.[52][53][54] Nel dicembre 2020, la Corte penale internazionale ha rifiutato di intraprendere un'azione investigativa contro la Cina, in quanto non aveva giurisdizione sulla Cina per la maggior parte dei crimini, non essendo la Cina un membro della Corte

Arabizzazione

L'arabizzazione (in arabo تعريب‎?, taʿrīb) è un processo culturale attraverso il quale si diffondono e si radicano la lingua, la cultura e l'identità araba. Questo processo fu evidente a partire dal Medioevo in Vicino Oriente e in Nordafrica. A partire dal XX secolo, in seguito alla decolonizzazione, molti governi dei Paesi arabi implementarono politiche di arabizzazione in ambito sociale e culturale, promuovendo ad esempio la lingua araba a scapito di quella francese e inglese o di lingue autoctone, come la lingua berbera o quella curda. Le politiche di arabizzazione del XX secolo hanno favorito in particolare l'arabo standard. Violente politiche di arabizzazione vennero implementate dai partiti ba'thisti in Iraq e Siria contro le popolazioni curde. Nell'ambito del genocidio dell'Anfal, il regime di Saddam Hussein in Iraq represse l'identità curda e deportò centinaia di migliaia di curdi da Kirkuk, favorendo loro operai arabi. In Siria venne revocata la cittadinanza siriana a decine di migliaia di curdi e migliaia di arabi vennero insediati nelle regioni a maggioranza curda, in modo da alternarne la composizione etnica.

Assimilazione forzata

Si definisce assimilazione forzata il risultato di deliberate azioni, isolate o sistematiche, volte a annullare particolarità culturali, linguistiche, religiose e di costumi di comunità che si trovano in condizione di inferiorità politica, economica o sociale. Gli esempi di assimilazione forzata di comunità, minoranze o persone ad una maggioranza più potente (e/o numerosa) sono innumerevoli. È possibile affermare che l'assimilazione forzata di minoranze è una costante della storia umana. Storicamente quasi tutti i regimi, anche liberali, hanno fatto uso della scuola e poi di radio e televisione per educare la popolazione e fare propaganda di idee. Il paradosso più grande è proprio la formulazione e diffusione — soprattutto ad opera del presidente degli USA Woodrow Wilson — del principio di "autodeterminazione dei popoli" alla base delle più colossali assimilazioni forzate o espulsione in massa di genti dall'Europa. Gli stati nazionali, se da un lato si impegnano a sviluppare forme più efficaci di tutela dei diritti dell'uomo, dall'altro favoriscono sempre di più l'assimilazione delle minoranze.

Immersione linguistica

L'immersione linguistica (dall'inglese language immersion) è un approccio sviluppato fin dagli anni sessanta per rafforzare l'apprendimento e l'acquisizione delle lingue straniere (L2) utilizzandole come veicolo[1] (o mezzo di comunicazione) per l'assimilazione di altri contenuti non linguistici, appartenenti cioè a discipline non linguistiche (DNL). Nelle scuole che adottano l'immersione linguistica[2] e dunque una didattica orientata all'acquisizione, una o più discipline vengono apprese impiegando una seconda lingua target, diversa appunto dalla lingua materna (L1) degli studenti. Gli studenti, conformemente a uno specifico progetto educativo, vengono dunque 'immersi' nella L2 e la utilizzano sia per apprendere le scienze, la storia, la geografia e/o altre materie, sia per seguire percorsi educativi, anche interdisciplinari. Nell'Unione Europea, uno strumento di educazione bilingue (che tuttavia non culmina nell'immersione linguistica totale) è il metodo CLIL (Content and Language Integrated Learning).

Concordato

Concordato è il nome dato ai trattati bilaterali che la Santa Sede stipula con altri stati per regolare la situazione giuridica della Chiesa cattolica in un determinato Stato del mondo. La Santa Sede, in quanto soggetto di diritto internazionale, ha facoltà di stipulare accordi con le nazioni o le altre società politiche. Il Codice di diritto canonico del 1983 riconosce e non abroga le disposizioni del diritto concordatario (can. 3). Gli accordi prevedono reciproche concessioni per evitare possibili contrasti tra diritto civile e diritto canonico e riguardano ambiti sia religiosi che temporali. Agli Stati viene talvolta concesso un potere di veto sulla nomina di vescovi o la restrizione di alcune libertà di culto, mentre alla Chiesa possono essere riconosciuti privilegi economici (sussidi diretti o sostegno alle opere di culto) o particolari diritti per i fedeli laici o per il clero (quali la possibilità di obiezione di coscienza rispetto a leggi che impongano comportamenti contrari alla morale cattolica)[1]. Dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), e in particolare la sua approvazione di una Dichiarazione sulla Libertà Religiosa (Dignitatis Humanae), questo tipo di accordo giuridico formale ha visto evolvere il suo spirito e i suoi contenuti. Storicamente la Santa Sede ha stipulato concordati con tutti gli stati che lo hanno concesso, anche con quelli più ostili verso i cattolici o le religioni in generale.

Negazionismo

Il negazionismo è una corrente pseudostorica e pseudoscientifica del revisionismo che consiste in un atteggiamento storico-politico che, a fini ideologici e politici, nega contro ogni evidenza l'accadimento di fenomeni storici accertati, ad esempio guerre, genocidi, pulizie etniche o crimini contro l'umanità. Spesso i negazionisti non accettano tale etichetta e in taluni casi accusano la storiografia che essi stessi negano: ad esempio chi nega l'Olocausto cerca di essere accreditato come revisionista.[1] Recentemente il significato del termine negazionismo, per similitudine, viene esteso oltre che in ambito storico anche in ambito scientifico con le stesse modalità, ad esempio il negazionismo climatico o il negazionismo sanitario.

Casta coloniale

La casta coloniale è un sistema di stratificazione gerarchica della società che si formò in epoca coloniale spagnola subito dopo la scoperta europea del continente nel 1492, standardizzata a opera di spagnoli e portoghesi nelle rispettive colonie. Il termine (a partire dal XVI secolo) deriva dal portoghese e spagnolo "lignaggio, razza" e si riferiva al complesso intrecciarsi delle nuove razze e "mescolanze" venutesi a formare dal forzoso intersecarsi tra conquistadores, prevalentemente di origine iberica, popolazioni native amerindie (indios americani) e le genti deportate dall'Africa come manodopera (schiavi). Tutta una serie di "caste" furono standardizzate dall'élite spagnola al fine di gerarchizzare la dominanza per l'occupazione di cariche di comando, pubbliche o di sudditanza e in modo da normalizzare secondo il loro giudizio le relazioni tra i diversi gruppi etnici e tipologie antropologiche venutesi a mescolare fin dalle prime fasi coloniali in America. Al momento della conquista dello spazio americano, la società europea è strutturata gerarchicamente secondo una cosmografia che considera la famiglia un microcosmo inserito nel macrocosmo dello stato che, sottoposto alla volontà del sovrano, deferisce a sua volta a Dio. La mancanza o la scarsa disponibilità di coloni di sesso femminile nella conquista europea del "nuovo mondo", spinse i primi conquistador e avventurieri giunti in seguito, tutti prevalentemente di sesso maschile, ad accoppiarsi con donne di popolazioni, cultura, e fattezze morfologiche diverse dalla tipologia antropologica europea: In un primo tempo, i conquistador e coloni si accoppiarono con donne autoctone indios formando una prima stratificazione razziale intermedia dei figli nati tra europei e indios e dei loro discendenti; questi rimescolandosi per alcune generazioni con genti spagnole (detti i "peninsulari") potevano "progredire" fino a diventare "accettabili" per ricoprire ruoli di comando ed essere definiti "spagnoli", o viceversa tornare indios per vari gradi, cioè restando gente libera ma non degna di ricoprire incarichi direttivi. In secondo luogo, lo stesso tipo di "spinta" fu riscontrabile tra gli europei con le schiave provenienti da popolazioni africane deportate, che mescolandosi produssero una progenie che veniva classificata a seconda delle caratteristiche morfologiche più' evidenti, come il grado di colorazione della pelle, il profilo o il tipo di capelli, fino a classificare una stratificazione razziale dei figli tra europei e africani e dei loro discendenti; questi però, data la condizione di schiavo di un ascendente, reputato uno status d'inferiorità dai conquistador, non poteva mai ricondurre la discendenza neanche rimescolandosi con genti europee a ritornare alla condizione di "spagnolo", viceversa la progenie che solitamente restava nella condizione di schiavismo, poteva tornare ad essere considerata "africana" per vari gradi. In un terzo tempo, dopo la continua e massiccia deportazione e presenza di schiavi africani nelle Americhe, la stessa situazione si ripresentò quando alcune comunità africane vennero affrancate o abbandonate, o perché riuscirono a conquistare la libertà fuggendo o naufragando dalle navi di deportazione, e si videro spinte a mescolarsi e spesso a cercare rifugio presso comunità di indios autoctoni, generando una discendenza tra africani e indios, senza dignità di comando presso l'élite dominante europea. Dopo qualche generazione dalla conquista e colonizzazione delle Americhe, tutte queste progenie stratificate delle tre possibili interazioni di base tra europei, africani e indios, presero a rimescolarsi ulteriormente per vari gradi; i conquistador classificarono ulteriormente attraverso delle "liste" con nomi di caste, spesso fantasiosi o offensivi, presentando tavole illustrate dei possibili incroci delle varie razze che avevano standardizzato e stratificarono il tutto per instaurare una gerarchia di dignità e comando per tutte le nuove situazioni che si stavano creando ed evolvendo nelle Americhe.

Crociata

Il termine crociata è attribuito primariamente alla serie di guerre promosse dalla Chiesa di Roma, combattute tra l'XI e il XIII secolo. Le più note sono le campagne avvenute nel Vicino Oriente, volte a riconquistare la Terra santa dal dominio islamico, principalmente sul terreno dell'Anatolia e del Levante nel Mediterraneo orientale, ma anche in Egitto e in Tunisia[1]. Tuttavia gli storici utilizzano il termine "crociata" anche per altre campagne volute dalla Chiesa di Roma per una serie di motivi diversi, tra cui sopprimere il paganesimo e i movimenti eretici, risolvere i conflitti tra gruppi cristiani rivali o per ottenere vantaggi politici e territoriali. Il termine "crociata" è stato usato per la prima volta all'inizio del Settecento, ben oltre quindi il periodo in cui esse si svolsero: la sua origine deriva dall'incrocio della parola croisade (1570 circa) del francese medio e della parola spagnola cruzada del XVI secolo, entrambe derivate dalla parola cruciata del latino medievale, participio passato di cruciare (segnare con la croce), a sua volta derivata dal latino crux (croce)[4]; il nome quindi richiama la croce che i partecipanti alle crociate avevano cucita sulle vesti, simbolo del loro pellegrinaggio e dei voti contratti.

Pogrom

I pogrom sono sommosse popolari verso minoranze religiose avvenute nel corso della storia.[1] Il termine deriva dal russo погром (/pɐ'grom/, "devastazione", "rivolta"); originariamente indicava gli attacchi di matrice antisemita, operati, spesso con l'appoggio delle autorità, nei confronti della minoranza ebraica, e i conseguenti massacri e saccheggi, durante il "periodo caldo" nella cosiddetta "zona di residenza" in Russia, nel quarantennio compreso tra il 1881 e il 1921.

Pogrom di Kielce

Con pogrom di Kielce ci si riferisce agli eventi avvenuti il 4 luglio 1946 nella città polacca di Kielce, dove 40 ebrei polacchi furono massacrati e 80 furono feriti. Pur non essendo, in termini di vittime, il pogrom più grave della storia, è un episodio estremamente significativo, poiché ebbe luogo oltre un anno dopo la fine della seconda guerra mondiale e dopo la sconfitta del nazismo; la popolazione ebraica della cittadina era composta da circa 200 sopravvissuti alla Shoah. Il 4 luglio 1946 si era sparsa la voce che alcuni ebrei avevano rapito un bambino per usarne il sangue. La popolazione della cittadina si riunì nei pressi degli edifici abitati da ebrei e, nell'indifferenza delle forze dell'ordine, linciò i residenti; gli ebrei presenti nei treni di passaggio nella locale stazione ferroviaria furono prelevati e uccisi.

Olocausto

L'Olocausto fu il genocidio di circa 6 milioni di ebrei tra il 1941 ed il 1945, di cui furono responsabili le autorità della Germania nazista, i loro alleati e i collaborazionisti. Gli ebrei furono le principali vittime tra i gruppi ritenuti dai nazisti "indesiderabili" o "inferiori" per motivi politici o razziali.[1] Per estensione, il termine "olocausto" è a volte riferito a tutte le vittime di persecuzioni sistematiche e omicidi di massa nazisti, incluso lo sterminio dei popoli romanì, l'uccisione di civili polacchi e di altre popolazioni slave, l'uccisione dei prigionieri di guerra sovietici, degli oppositori politici, dei dissidenti religiosi come Testimoni di Geova e pentecostali, le uccisioni e le violenze contro omosessuali, persone con disabilità mentali o fisiche[2] e i neri europei.[3] Percentuali e numero delle vittime dell'Olocausto secondo i dati dello United States Holocaust Memorial Museum.[4] Vittime % Numero (approssimativo) Ebrei (Jews) 42% 6 milioni Polacchi, Ucraini e Bielorussi (Ethnic Poles, Ukranians & Belarusians) 22% 3,5 / 4 milioni Prigionieri di guerra sovietici (Soviet POWs) 20% 3 milioni Politici (Politicals) 10% 1,5 / 2 milioni Jugoslavi (Jugoslavia) 3% 320 000 / 350 000 (serbi); 20 000 / 25 000 (sloveni) Rom 2% 196 000 / 300 000 Disabili (Disabled) 1% 250 000 / 270 000 Altri (Other) 1% 5 000 / 15 000 (omosessuali); 1 900 (testimoni di Geova); piccoli gruppi di afro-europei; ecc. La parola "Olocausto" deriva dal greco ὁλόκαυστος (holòkaustos, "bruciato interamente"), a sua volta composta da ὅλος (hòlos, "tutto intero") e καίω (kàiō, "brucio"),[5] ed era inizialmente utilizzata ad indicare la più retta forma di sacrificio prevista dal giudaismo.[6] L'Olocausto inteso come genocidio degli ebrei dovrebbe essere identificato più correttamente col termine Shoah (in ebraico שואה‎?, lett. "catastrofe, distruzione"),[7] che ha trovato ragioni storico-politiche nel diffuso antisemitismo secolare. Il termine olocausto definisce originariamente un tipo di sacrificio della religione greca, ebraica e dei culti dei Cananei,[5] e, per estensione, anche l'oggetto del sacrificio. Nella Tanakh, יolah è un termine ricorrente,[14][15] specialmente in occasione di sacrifici rituali, di animali uccisi e bruciati sull'altare del tempio, tesi a sancire un rinnovo dell'alleanza tra il Dio di Israele e il proprio popolo. In Genesi (22), per provare la fedeltà del patriarca, Dio disse ad Abramo: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su un monte che io ti indicherò». Nel greco antico (e, successivamente, nel latino come holocaustum) questo termine indicava un tipo di sacrificio religioso in cui il corpo della vittima animale, dopo l'uccisione, veniva completamente bruciato, così che nessuna parte commestibile poteva essere consumata. Questo rito religioso era praticato nell'antichità sia nel mondo greco sia in quello ebraico, come pure in altre civiltà dell'Asia Minore. Dalla seconda metà del Novecento il termine "olocausto" è entrato nel linguaggio comune per descrivere lo sterminio subito dagli ebrei d'Europa e quindi in modo più vasto per indicare l'insieme delle politiche di genocidio messe in atto dalla Germania nazista di Adolf Hitler, e in seguito, in modo ancor più estensivo, anche per indicare altri fenomeni di massacri o genocidi di massa su larga scala. A causa del significato religioso del termine, alcuni, ebrei ma non solo, trovano inappropriato l'uso di tale termine:[17] costoro giudicano offensivo paragonare o associare l'uccisione di milioni di ebrei a una "offerta a Dio". Il termine Shoah, che significa "desolazione, catastrofe, disastro", è stato così adottato più recentemente per descrivere specificamente la tragedia ebraica di quel periodo storico. Questo termine venne usato per la prima volta nel 1940 dalla comunità ebraica in Palestina, in riferimento alla distruzione degli ebrei polacchi.[18] Da allora, definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d'Europa.

Jihād

Jihād (sostantivo maschile, ma usato in italiano perlopiù al femminile[1], pron. [dʒiˈhæːd], in arabo جهاد‎?, ǧihād che deriva dalla radice , significa "sforzo [teso verso uno scopo]"[2]) è un termine nel linguaggio dell'Islam che connota un ampio spettro di significati dalla lotta interiore spirituale per raggiungere una perfetta fede fino alla guerra santa. Letteralmente significa "sforzo", individua lo slancio per raggiungere un dato obiettivo e può fare riferimento allo sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare se stesso.[3] Nella dottrina islamica indica tanto lo sforzo di miglioramento del credente (il «jihad superiore»), soprattutto intellettuale, rivolto per esempio allo studio e alla comprensione dei testi sacri o del diritto, quanto la guerra condotta «per la causa di Dio», ossia per l'espansione dell'islam al di fuori dei confini del mondo musulmano (il «jihad inferiore»).[2] Nel mondo occidentale però il termine jihad è stato prevalentemente interpretato come la guerra santa contro gli infedeli, lo strumento armato per la diffusione dell'Islam. La questione di quale autorità musulmana, ammesso che ve ne sia, possa adempiere doveri come dichiarare il jihād è divenuta problematica da quando, il 3 marzo 1924, Kemal Atatürk abolì il califfato, che i sultani ottomani detenevano dal 1517. Non esiste oggi un'unica autorità politica costituita che governi la maggioranza del mondo musulmano. A causa della mancanza di organizzazione ecclesiastica all'interno della vasta maggioranza dei musulmani, qualsiasi aderente può autoproclamarsi ʿālim (esperto in materia di religione) e proclamare un jihād offensivo per mezzo di una fatwā. Il riconoscimento è a discrezione di colui che riceve il messaggio. In assenza di un Califfo, i soli leader politici islamici di fatto sembrerebbero essere i governi dei moderni stati-nazione musulmani emersi dagli sconvolgimenti della prima parte del XX secolo.

Diaspora serba

La diaspora serba si riferisce alla dispersione del popolo serbo nel mondo. Storia La dispersione del popolo serbo nel mondo avvenne attraverso migrazione o espulsione, volontaria, forzata o mediante coercizione, in sei grandi fasi: da ovest verso nord, a causa dell'espansione dell'Impero ottomano; verso est dopo l'invasione dell'Impero austro-ungarico, quando l'Impero russo aprì le proprie frontiere al popolo Serbo; verso gli USA, soprattutto per ragioni economiche; durante la Seconda guerra mondiale e nell'immediato periodo post bellico a causa del cambiamento politico messo in atto da Tito; per le turbolenze scoppiate in Jugoslavia durante gli anni sessanta che spinsero diverse comunità ad abbandonare il paese per cercare nuovi lavori; tra il 1991 e il 1995, durante la guerra civile in Jugoslavia e la dissoluzione dello stato socialista, che causarono una situazione economica disastrosa. Sono tra i 3 e i 3,5 i milioni di serbi, o di discendenza serba, che vivono nel mondo, distribuiti soprattutto in paesi industrializzati come la Germania, la Francia, l'Austria, i paesi scandinavi, per quanto riguarda l'Europa mentre, nel resto del mondo, sono distribuiti prevalentemente in Canada, Australia e Stati Uniti d'America.

Ribellione di Dersim

La ribellione di Dersim[8][9] (in turco Dersim İsyanı, in curdo Serhildana Dêrsimê‎) fu una rivolta dei curdi aleviti[10][11][12][13][14] contro il governo turco nella regione di Dersim, nella Turchia orientale, corrispondente alle parti della provincia di Tunceli, della provincia di Elazığ e della provincia di Bingöl.[15] La ribellione fu guidata da Seyid Riza, un capo della tribù Abasan.[16] Come risultato della campagna militare delle forze armate turche nel 1937 e 1938 contro la ribellione e il massacro di Dersim[17][18][19] talvolta chiamato genocidio di Dersim,[20][21][22][23] di civili, migliaia di zaza aleviti[10][24] morirono e molti altri rimasero sfollati interni.

Il 23 novembre 2011, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan si è scusato per il massacro di Dersim, descrivendolo come "uno degli eventi più tragici della nostra storia vicina", aggiungendo che, mentre alcuni hanno cercato di giustificarlo come una legittima risposta agli eventi su terra, si trattava in realtà di "un'operazione pianificata passo dopo passo". Tuttavia, questa dichiarazione è stata vista con sospetto da alcuni, ritenendola "come una mossa opportunistica contro il principale partito di opposizione, il laico CHP"... La stima britannica contemporanea del numero di morti era di 40.000, anche se questo numero potrebbe essere sovrastimato.[29] È stato suggerito che il numero totale di decessi potrebbe essere di 7.594,[35] oltre 10.000,[65] o oltre 13.000.[25] Circa 3.000 persone furono deportate con la forza da Dersim...

Il 23 novembre 2011, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan si è scusato "a nome dello stato" per l'uccisione di oltre 13.000 persone durante la ribellione.[71] Le sue osservazioni sono state ampiamente commentate sia all'interno che all'esterno della Turchia.[72] I suoi commenti erano chiaramente diretti al leader dell'opposizione Kemal Kılıçdaroğlu (politico turco originario di Tunceli). Erdogan ha ricordato al suo pubblico che il partito di Kılıçdaroğlu, il CHP, era al potere al momento del massacro, allora l'unico partito politico in Turchia.[25] Ha descritto il massacro come "uno degli eventi più tragici della nostra storia vicina" affermando che, mentre alcuni hanno cercato di giustificarlo come una risposta legittima agli eventi sul campo, si è trattato in realtà di "un'operazione pianificata passo dopo passo".

Apartheid

L'apartheid (italiana: /apar'tajd/; afrikaans: [aˈpartɦɛit]; letteralmente "separazione", "partizione") era la politica di segregazione razziale istituita nel 1948 dal governo di etnia bianca del Sudafrica, in seguito rimasta in vigore fino al 1991. Il suo iniziatore è stato Daniel François Malan, che dal 1948 al 1954 fu anche primo ministro. Fu applicato dal governo sudafricano anche alla Namibia, fino al 1990 amministrata dal Sudafrica. Per estensione il termine è oggi usato per rimarcare qualunque forma di segregazione civile e politica a danno di minoranze, ad opera del governo di uno stato sovrano, sulla base di pregiudizi etnici e sociali. L'anniversario della fine è il 27 aprile, giorno festivo in Sudafrica, quando si festeggia la Festa della libertà. In un primo tempo sia neri che bianchi organizzarono proteste contro l'apartheid, in genere brutalmente soffocate dalle forze di sicurezza governative. Nei primi anni sessanta l'Umkhonto we Sizwe, organizzazione armata facente capo all'African National Congress, iniziò a usare la ribellione armata, limitandosi però ad azioni di sabotaggio contro obiettivi strategici come centrali elettriche e altre infrastrutture. Nel 1975, il governo sudafricano decise di imporre la redazione di ogni norma giuridica in lingua afrikaans. La legge fu estesa a tutte le scuole, imponendo che le lezioni fossero tenute metà in inglese e metà in afrikaans. La filosofia dell'apartheid affermava di voler dare ai vari gruppi razziali la possibilità di condurre il proprio sviluppo sociale in armonia con le proprie tradizioni (teoria dello "sviluppo separato", in teoria un'applicazione dell'autodeterminazione dei popoli, di fatto eufemismo per separatismo e segregazione razziale). Oltre che sul razzismo scientifico importato dal colonialismo britannico vi era una componente razzista religiosa di origine calvinista-olandese su cui si basava la giustificazione teologica della separazione delle razze.[7][8] In Sudafrica, mentre i neri e i meticci coloured (termine spesso usato per definire tutti i neri) costituivano l'80% circa della popolazione, i bianchi si dividevano in coloni di origine britannica ed afrikaner. Gli afrikaner, che costituivano la maggioranza della popolazione bianca, erano da sempre favorevoli ad una politica razzista, mentre i sudafricani di origine inglese, malgrado il sostanziale appoggio dell'apartheid, erano più concilianti nei confronti dei connazionali neri. Le principali leggi che costituivano il sistema erano[9]: proibizione dei matrimoni interrazziali; legge secondo la quale avere rapporti sessuali con una persona di razza diversa diventava un fatto penalmente perseguibile; legge che imponeva ai cittadini di essere registrati in base alle loro caratteristiche razziali (Population Registration Act); legge che permetteva di bandire ogni opposizione che venisse etichettata dal governo come comunista (usata per mettere fuorilegge nel 1960 l'African National Congress (ANC), la più grande organizzazione politica che includeva i neri, di stampo socialista); legge che proibiva alle persone di colore (bantu, coloureds e in seguito asiatici) di entrare in alcune aree urbane; legge che proibiva a persone di colore diverso di utilizzare le stesse strutture pubbliche (fontane, sale d'attesa, marciapiedi, etc.); legge che prevedeva una serie di provvedimenti tutti tesi a rendere più difficile per i neri l'accesso all'istruzione; legge che sanciva la discriminazione razziale in ambito lavorativo; legge che istituiva i bantustan, stati-ghetti per la popolazione nera, nominalmente indipendenti ma in realtà sottoposti al controllo del governo sudafricano; legge che privava della cittadinanza sudafricana e dei diritti ad essa connessi gli abitanti dei bantustan; legge che costringeva la popolazione nera a poter frequentare i quartieri della gente bianca solo con speciali passaporti. Era prevista la separazione dei bianchi dai neri nelle zone abitate da entrambi (per esempio rispetto all'uso di mezzi e strutture pubbliche) e l'istituzione dei bantustan, i territori semindipendenti in cui molti neri furono costretti a trasferirsi. L'apartheid divideva i cittadini in quattro categorie: bianchi (afrikaner maggioritari e inglesi sudafricani o persone comunque di origine europoide) che godevano dei pieni diritti pur essendo una minoranza; solo i bianchi avevano preminenza e pieni diritti civili e politici, pur avendo il divieto di mescolanza razziale, matrimonio misto e di utilizzare le zone riservate ai neri. asiatici (minoranza molto piccola, prevalentemente di origine indiana, lavoratori espatriati durante il periodo dell'Impero britannico e nei primi anni del XX secolo). coloureds (quasi tutti meticci del Capo, ossia mulatti discendenti da schiavi deportati da britannici e olandesi dall'Africa dell'Ovest). bantu, cioè tutte le popolazioni nere costituivano la maggioranza assoluta; dovevano vivere in regime di segregazione razziale dai bianchi nelle città o risiedere nei bantustan. A questo venne aggiunto lo status di bianchi onorari, concesso ad etnie e nazionalità per particolari motivi e che non rientravano tra i bianchi. La comunità internazionale varò una serie di sanzioni al regime segregazionista sudafricano. L'apartheid fu dichiarato crimine internazionale da una convenzione delle Nazioni Unite, votata dall'assemblea generale nel 1973 ed entrata in vigore nel 1976 (International Convention on the Suppression and Punishment of the Crime of Apartheid), e quindi successivamente inserito nella lista dei crimini contro l'umanità. Inoltre ci fu il boicottaggio di 33 nazioni africane alle Olimpiadi del 1976, in segno di protesta contro la nazionale di rugby neozelandese che aveva accettato di giocare alcune partite contro la squadra sudafricana. Anche gli Stati inizialmente ostili a tali misure, come il Regno Unito e gli Stati Uniti (questi ultimi preferirono una politica conciliante nota come constructive engagement), a metà degli anni ottanta si allinearono agli altri Stati. Forti furono anche le pressioni internazionali nel mondo dello sport, con il boicottaggio sportivo del Sudafrica dalle partecipazioni alle olimpiadi a causa dell'apartheid. Nel 2006, il 70% delle proprietà terriere era posseduta da bianchi.[6]

Pulizia etnica

La pulizia etnica indica una varietà di azioni atte a rimuovere forzatamente (anche ricorrendo ad atti di violenza o di aggressione militare o di assassinio) da un territorio la popolazione di una minoranza etnico-culturale per preservare l'identità e l'omogeneità di un gruppo etnico predominante. L'espressione "pulizia etnica" entra nell'uso popolare negli anni novanta[2] attraverso i mass media, che riprendono e internazionalizzano l'espressione serbocroata etničko čišćenje ('etnitʃko tʃi'ʃtʃʲeɲe) usata dai mass media locali per documentare la guerra civile che in quel periodo divise la Jugoslavia[3]. È probabile che l'espressione derivi da un'analoga espressione in uso nell'ambito militare ex jugoslavo, čišćenje terena (pronunciato: tʃi'ʃtʃʲeɲe te'rena), ovvero "pulizia del territorio". Di fatto potrebbero essere catalogati come atti di pulizia etnica molti episodi isolati o sistematici avvenuti in varie epoche (soprattutto a partire dall'Ottocento) e volti a eliminare comunità etnicamente, socialmente o culturalmente diverse da quella maggioritaria o comunque al potere in un determinato territorio. Ad esempio si possono citare nel XIX secolo gli spostamenti dei nativi americani negli Stati Uniti d'America o in Cina nel XX secolo dei tibetani[8][9] o in Turchia degli armeni e dei greci del Ponto o in Canada degli acadiani.

Strage

La strage, spesso chiamata anche eccidio, carneficina, omicidio di massa o massacro, è l'uccisione volutamente spietata e perlopiù contemporanea di un gran numero di esseri viventi da parte di un individuo o di un gruppo armato. «Chiunque, fuori dei casi preveduti dall'articolo 285, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità è punito, se dal fatto deriva la morte di più persone, con la morte (pena sostituita con l'ergastolo). Se è cagionata la morte di una sola persona si applica l'ergastolo. In ogni altro caso si applica la reclusione non inferiore a quindici anni.» (Articolo 422 Codice penale italiano) Il codice penale italiano prevede il reato di strage all'art. 422, tra i delitti contro l'incolumità pubblica. La fattispecie criminosa descritta nell'articolo consiste nel compiere "atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità" (reato di pericolo), "al fine di uccidere" (dolo specifico). Il delitto è punito con l'ergastolo, se dal fatto deriva la morte di una o più persone; con la reclusione non inferiore a quindici anni negli altri casi (quindi, se, ad esempio, vi sono solo feriti o se la strage fallisce). Nel testo originario dell'articolo, se dal fatto derivava la morte di più persone, era comminata la pena capitale. Il delitto di strage è integrato, quanto alla condotta, dal solo porre in essere atti idonei a mettere in pericolo la pubblica incolumità. È pertanto classificato fra i reati a consumazione anticipata e non è ammissibile il tentativo. La competenza per materia appartiene alla Corte d'assise. Se la strage è compiuta con il dolo specifico di attentare alla sicurezza dello Stato, si ricade nella previsione dell'art. 285 c.p. (Devastazione, saccheggio e strage).

Terrorismo di Stato

Il terrorismo di Stato è l'uso di strategie e metodi di terrorismo da parte dell'autorità statale. Uno Stato può decidere di ricorrervi contro i suoi stessi cittadini, a fini repressivi per eliminare direttamente un gruppo politico, o per eliminarlo come interlocutore politico e togliergli credibilità davanti all'opinione pubblica incolpandolo di atti commessi da terzi (operazioni false flag), oppure per colpire oppositori e voci critiche, o per intimidire e far emigrare una popolazione che non desidera (pulizia etnica), per creare uno stato di emergenza che giustifichi una deriva autoritaria con la sospensione e deroga delle libertà e dei diritti costituzionali in nome di una presunta sicurezza nazionale. Un ulteriore modo, proprio degli stati e non replicabile da soggetti non statali, di fare terrorismo è l'istituire un ordinamento giuridico e di pubblica sicurezza estremamente punitivo: tramite organizzazioni di polizia e servizi segreti deviati o asserviti e regolamenti molto rigidi, si instaura un clima di paura in cui ogni cittadino diventa un passibile colpevole, e come tale punibile, in pratica "colpevole, fino a prova contraria".

Crimine contro l'umanità

In giurisprudenza, la locuzione crimine contro l'umanità definisce le azioni criminali che riguardano violenze ed abusi contro popoli o parte di popoli, o che comunque siano percepite, per la loro capacità di suscitare generale riprovazione, come perpetrate in danno dell'intera umanità. I crimini contro l'umanità sono in genere distinti dai crimini di guerra e talvolta anche dal genocidio; non tutti gli ordinamenti giuridici prevedono direttamente figure di crimini contro l'umanità, mentre alcuni le prevedono indirettamente, in forma recettizia di trattati internazionali. ..Nella pratica i crimini contro l'umanità sono per ora stati ascritti in termini di responsabilità legale e morale prevalentemente a capi di Stato o dittatori o comunque gruppi di potere, detentori di supremazia politica anche solo fattuale. Tali crimini furono sempre commessi durante la storia, ma solo nel XX secolo hanno cominciato a essere sanzionati. Nel corso della storia numerose sono state le persone accusate, giuridicamente o solo politicamente, di questi reati ritenuti i più gravi e orrendi perpetrabili dall'uomo. Nel secolo scorso questa accusa è stata mossa contro i gerarca nazisti, Stalin, Mao Zedong (contro di lui e Stalin non venne mai intentato alcun processo, tale accusa è stata effettuata principalmente in sede di giudizio storico), l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milošević, il deposto raʾīs iracheno Saddam Hussein e altri capi di Stato, spesso a capo di una dittatura militare, teocratica, comunista, imperialista o stalinista, anche democrazie come quella Statunitense e britannica sono state accusate di tali crimini. Mancando, come detto, un diritto internazionale di universale (e pregressa) applicazione, gli interessati hanno spesso opposto un vizio di competenza dei tribunali che li hanno giudicati. I crimini contro l'umanità sono uno degli oggetti di giudizio della Corte penale internazionale che ha sede a L'Aia e che opera nei termini previsti dallo Statuto di Roma; tale corte non sostituisce, per limite statutario, la giurisdizione ordinaria, solo affiancandosi ad essa, pertanto da taluni osservatori è stato eccepito il rischio di pregiudizio ad una garanzia procedurale corrente presso la maggioranza degli ordinamenti e per la quale il reo non può essere giudicato due volte per lo stesso delitto.

Stupri di guerra

Con stupri di guerra si intendono gli stupri commessi da soldati, altri combattenti o civili durante un conflitto armato, una guerra o un'occupazione militare che vanno distinti da violenze sessuali commesse tra soldati in servizio attivo.[1][2][3] Nella categoria 'stupri di guerra' rientrano anche le situazioni nelle quali le donne sono costrette a prostituirsi o a diventare schiave sessuali dalle forze occupanti, come nel caso delle comfort women durante la seconda guerra mondiale. Durante le guerre e i conflitti armati, gli stupri sono usati di frequente come strumento di una guerra psicologica nel tentativo di umiliare il nemico e minare il suo morale. Le violenze sessuali sono spesso sistematiche e complete, e i comandanti possono realmente incoraggiare i loro soldati ad usare violenza con i civili. Queste violenze possono accadere in diverse situazioni, incluso l'istituzionalizzazione della schiavitù sessuale, stupri associati a specifiche battaglie o massacri e atti individuali o isolati di violenza. Gli stupri di guerra comprendono anche violenze sessuali di gruppo e violenze con obiettivi specifici, sempre durante un conflitto armato e con soldati come autori delle violenze stesse. Lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono oggi riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l'umanità e crimini di guerra.[4] Lo stupro oggi è anche affiancato al crimine di genocidio quando commesso con l'intento di distruggere, in parte o totalmente, un gruppo specifico di individui. In ogni caso, la violenza sessuale rimane diffusa in zone di guerra. La persecuzione degli stupratori in tribunali per crimini di guerra è di recente sviluppo. In genere, il diritto internazionale umanitario riguarda il maltrattamento dei civili e "ogni devastazione non giustificata dalla necessità militare".[16] Lo stupro di guerra è stato raramente perseguito come un crimine di guerra. Dopo la seconda guerra mondiale, il tribunale di Norimberga fallì nel giudicare i criminali di guerra nazisti per stupro, anche se vi furono diverse testimonianze di stupri di guerra. Il tribunale di Tokyo condannò ufficiali giapponesi "per non aver prevenuto gli stupri" nello stupro di Nanchino.[17][18] Il giudice Richard Goldstone, procuratore capo al Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, disse che "lo stupro non è mai stato interesse della comunità internazionale. Dal 1949, l'Articolo 27 della Quarta Convenzione di Ginevra esplicitamente proibì lo stupro e la prostituzione forzata in tempo di guerra nei confronti delle persone protette dalla Convenzione, ovvero coloro che durante un conflitto si trovano prigionieri di uno stato di cui non sono cittadini o sono sotto il controllo di una potenza occupante.[31] Nel 1977 il Primo Protocollo Aggiuntivo alla Convenzione estese la protezione dell'Art. 27 della Quarta Convenzione a tutte le donne che si trovano nell'area interessata dal conflitto.[32] Il Secondo Protocollo Aggiuntivo, a differenza delle Convenzioni e del Primo Protocollo, si applica ai conflitti interni e all'Art. 4.2.e stabilisce che sono proibiti "gli oltraggi alla dignità della persona, specialmente i trattamenti umilianti e degradanti, lo stupro, la prostituzione forzata e qualsiasi offesa al pudore"[33]. Nel 1993 dopo la guerra in Bosnia-Erzegovina, in cui l'uso dello stupro come arma di pulizia etnica era stato portato all'attenzione dei media internazionali, nel 1993 un gruppo di deputate europee presentò alle Nazioni Unite la proposta di riconoscere lo stupro come crimine di guerra

Tortura

La tortura è un metodo di coercizione fisica o psicologica, talvolta inflitta con il fine di punire o di estorcere delle informazioni o delle confessioni o in alcuni casi per puro divertimento e sadismo; molte volte accompagnata dall'uso di strumenti particolari atti ad infliggere punizioni corporali. In ambito di diritto penale preclassico si considerava più un mezzo per ottenere una prova che una punizione o pena corporale. ...«La “tortura” non è nulla di inumano, è soltanto un crimine ignobile e lurido, commesso da uomini contro altri uomini, e che altri uomini ancora possono e debbono reprimere. L'inumano non esiste, se non negli incubi generati dalla paura. Basta il calmo coraggio di una vittima, la sua modestia, la sua lucidità, per liberarci dalla mistificazione.» (Jean-Paul Sartre, Prefazione a La tortura di Henri Alleg[6]) Nonostante tutto, in molti paesi del mondo la tortura è tuttora usata sia come soluzione per punire criminali che come mezzo per estorcere informazioni, come denunciato da varie associazioni che si occupano della difesa dei diritti umani, tra le quali Amnesty International. Essa è stata usata dal regime nazista e da quelli sudamericani con grande frequenza. In Corea del Nord la tortura viene ancora ampiamente utilizzata oggigiorno all'interno dei gulag, nei confronti degli oppositori del regime ivi segregati.[7][8] Nella stessa Italia era diffuso sino alla metà del XX secolo il letto di contenzione come mezzo di punizione dei carcerati. Questi venivano legati, in costante trazione con cinghie alle spalle e ai piedi, a un tavolaccio con al centro un buco per gli scarichi fisiologici, ininterrottamente per il periodo di punizione, di solito quindici giorni o multipli; il malcapitato, che soffriva di continui crampi per la posizione in trazione, veniva imboccato da un altro detenuto per sopravvivere. Soltanto dal 2017 l'ordinamento italiano prevede un reato specifico di tortura (art. 613 bis del codice penale). Particolare impressione e polemiche nell'opinione pubblica mondiale hanno sollevato le torture inflitte dal personale militare degli Stati Uniti d'America presso la prigione di Abu Ghraib in Iraq nel 2003 e i sospetti che trattamenti assimilabili alla tortura siano applicati da specialisti americani in altri paesi alleati, oltre che nel carcere statunitense di Guantanamo Bay, base militare in territorio cubano; tra queste sicuramente vi è la privazione del sonno, tecnica poi abbandonata in quanto le dichiarazioni estorte con essa si rivelarono estremamente inaffidabili, e l'esposizione al freddo, per ammissione delle autorità statunitensi. La Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti (in inglese, United Nations Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment) è uno strumento internazionale per la difesa dei diritti umani, sotto la supervisione dell'ONU. La Convenzione prevede una serie di obblighi per gli Stati aderenti, fra i quali: autorizza ispettori dell'ONU e osservatori dei singoli Stati a visite a sorpresa nelle strutture carcerarie per verificare l'effettivo rispetto dei diritti umani, stabilisce il diritto di asilo per le persone che al ritorno in patria potrebbero essere soggette a tortura. Il Comitato contro la tortura, tra i vari comitati dei Diritti Umani, è uno di quelli più efficaci e incisivi; tuttavia il Comitato può esercitare controlli solo se uno Stato contraente dichiara espressamente di accettarli.[13] La Convenzione è stata approvata dall'Assemblea dell'ONU a New York il 10 dicembre 1984, ed è entrata in vigore il 26 giugno 1987. Al giugno 2008, è stata ratificata da 145 Paesi. Il 26 giugno è la giornata internazionale di sostegno alle vittime della tortura. L'Italia ha sottoscritto la Convenzione ONU, ma, nonostante molti solleciti anche a livello internazionale e le diverse petizioni popolari al riguardo,[14] il Parlamento italiano ha approvato il disegno di legge che introduce il reato di tortura nel Codice Penale solo nel luglio 2017, a 30 anni dalla Convenzione. La nuova legge ha incontrato dure critiche in Italia e all'estero perché la definizione di tortura che vi compare differisce in modo sostanziale dalla più equilibrata definizione data nella Convenzione ONU. In particolare la maggior parte delle critiche riguarda il fatto che nel testo di legge la tortura viene considerata tale solo in presenza di atti ripetuti.[15] Molti dei casi riguardanti i comportamenti delle forze dell'ordine italiane durante i fatti del G8 di Genova del 2001 erano stati condannati come tortura dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo in assenza di una legislazione al riguardo in Italia, e la nuova legge italiana non sarebbe applicabile per la maggior parte di quei casi. Del testo di legge sono stati criticati anche il riferimento alla verificabilità del trauma psichico e i tempi ordinari di prescrizione che prevede.[15] Dopo mesi di polemiche, il 6 dicembre 2017 il Comitato ONU contro la tortura ha presentato le proprie conclusioni sullo studio del testo di legge italiano con le quali ha sollevato durissime critiche sostenendo che la legge è incompleta e lascia spazio per l’impunità. Ha quindi invitato l'Italia a modificarla perché non è conforme alle disposizioni della Convenzione ONU. Nello stesso documento vengono espresse preoccupazioni relative alla tortura anche sulla situazione delle carceri italiane e sul trattamento riservato ai migranti provenienti dalla Libia nel quadro della crisi europea dei migranti in atto.[16][17] Di parere diverso fu Forza Italia, che ritenne invece la nuova legge troppo permissiva per quanto riguarda il divieto di respingimento, espulsione o estradizione di migranti provenienti da uno Stato in cui si pratica la tortura, sostenendo che i respingimenti vengono drasticamente limitati con la nuova legge e va quindi fatta una distinzione tra i paesi che applicano la tortura in maniera sistematica e quelli dove è dovuta ad abusi isolati. Nel 1987 è entrata in vigore una Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, ratificata da 47 Stati europei. L'Italia l'ha sottoscritta solo il 25 ottobre 2012[19], impiegando tuttavia diversi anni prima di inserire nel suo ordinamento giuridico il reato di tortura, approvato in via definitiva il 14 luglio 2017 con legge 110/2017, entrata in vigore il 18 luglio 2017. L'organo di controllo è il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, che conseguentemente non può operare per quanto possa avvenire in Italia, anche se, avendo l'Italia ratificato invece[20] la Convenzione per i diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, formata sotto l'egida del Consiglio d'Europa e sottoscritta a Roma il 4 novembre 1950, che vieta espressamente (tra l'altro) ogni tipo di tortura (art. 3) per le torture che avvenissero in Italia è possibile ricorrere alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, che ha comminato numerose condanne all'Italia, molte anche proprio per tortura (segnatamente il sovraffollamento carcerario). L'Italia risulta essere lo Stato europeo che ha avuto complessivamente più condanne e pagato ai ricorrenti i più sostanziosi risarcimenti.

Desaparecidos

Il termine desaparecidos, che significa letteralmente "scomparsi" in spagnolo e portoghese[1], si riferisce alle persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di avere compiuto attività "anti governative", dalle polizie dei regimi dittatoriali militari argentino, cileno, uruguaiano e di altri paesi dell'America Latina attivi negli anni settanta e ottanta, e delle quali si persero in seguito le tracce, vittime spesso di esecuzione capitale extragiudiziale. Tipico del fenomeno dei desaparecidos fu la segretezza con cui operarono le forze governative; gli arresti e i sequestri avvenivano spesso di notte e in genere senza testimoni, così come segreto rimaneva tutto ciò che seguiva all'arresto; le autorità non fornivano ai familiari la notizia degli avvenuti arresti e gli stessi capi di imputazione erano solitamente molto vaghi. Della maggioranza dei desaparecidos non si seppe effettivamente mai nulla; solo dopo la caduta dei regimi e il ritorno alla democrazia, con la pubblicazione del rapporto nunca más (mai più), che permise la ricostruzione di una parte degli avvenimenti e della sorte di un certo numero di "scomparsi", fu possibile conoscere che molti di loro erano stati detenuti in campi di concentramento e in centri di detenzione clandestini, torturati e infine assassinati segretamente, con l'occultamento delle salme in fosse comuni, o gettati nell'Oceano Atlantico o nel Río de la Plata con i cosiddetti voli della morte. La sparizione forzata è un fenomeno che si è verificato anche in altri paesi e in altri momenti storici, situazioni per le quali il termine spagnolo è divenuto una parola in lingua franca d'uso comune. Tale fenomeno è stato riconosciuto come crimine contro l'umanità dall'articolo 7 dello Statuto di Roma del 17 luglio 1998 per la costituzione del Tribunale penale internazionale e dalla risoluzione delle Nazioni Unite numero 47/133 del 18 dicembre 1992. Numeri consistenti di persone accusate di attività anti-governative, fatte scomparire e poi quasi sicuramente uccise vi furono nei primi anni del franchismo in Spagna, in Paraguay, in Uruguay, in Brasile, in Guatemala, nell'Iraq di Saddam Hussein, in Cambogia, nella Libia di Muʿammar Gheddafi, in Grecia durante la dittatura dei colonnelli, nei primi anni della Jugoslavia di Tito e in molti altri paesi[8]; recentemente il fenomeno è ricomparso in maniera massiccia nell'Egitto governato da Abdel Fattah al-Sisi[9], ma è presente anche in Russia sotto il governo di Vladimir Putin.[10] L'attività delle Nazioni Unite ha talvolta ottenuto dai governi succeduti a quelli degli autori dei crimini il riconoscimento del fatto che gli scomparsi vanno considerati deceduti. La sparizione forzata è un fenomeno che si è verificato anche in altri paesi e in altri momenti storici, situazioni per le quali il termine spagnolo è divenuto una parola in lingua franca d'uso comune. Tale fenomeno è stato riconosciuto come crimine contro l'umanità dall'articolo 7 dello Statuto di Roma del 17 luglio 1998 per la costituzione del Tribunale penale internazionale e dalla risoluzione delle Nazioni Unite numero 47/133 del 18 dicembre 1992.

Deportazione

La deportazione è la privazione dei diritti civili e politici di uno o più individui e il trasferimento coatto e forzato verso un luogo di detenzione diverso dalla propria patria.[1][2][3] Si differenzia dal confino e dall'esilio principalmente perché si tratta in genere di una misura attuata su larga scala e su base razziale, etnica, politica o religiosa, e poiché al trasferimento segue una restrizione della libertà personale, i lavori forzati o la reclusione, mentre il confino è più propriamente solo l'obbligo di risiedere in una determinata località e l'esilio è il mero divieto di soggiornare nel territorio nazionale. Indipendentemente dalla qualificazione giuridica, la deportazione è stata applicata in varie fasi della storia umana come strumento di controllo sociale o politico, misura di polizia, provvedimento di lotta etnica, ed è spesso stata una componente dello sfruttamento della schiavitù. Fra le maggiori deportazioni di gruppi etnici o sociali, o comunque di masse più o meno numerose di individui, nel corso del tempo si registrano: Deportazione di 292.000 fra cittadini e schiavi, da parte di Khosrau I, Re sasanide di Persia, per popolare l'appena creata città di Ctesifonte (nel 542). [7] Deportazione degli israeliti del Regno di Israele da parte degli Assiri Deportazione degli ebrei della Giudea da parte dei Babilonesi (esilio babilonese) Deportazione degli ebrei della Giudea da parte dei Romani Deportazione degli indiani rom della media valle del Gange (Uttar Pradesh) da parte dei Turchi Ghaznavidi (c.d. "migrazione dei Rom", XI secolo) Deportazione degli ebrei della Spagna (31 luglio 1492, decreto dell'Alhambra) Espulsione dei moriscos (1609-1614) Deportazione degli africani verso le colonie (XVII, XVIII e XIX secolo, tratta atlantica degli schiavi africani) Deportazione degli nativi americani verso le riserve indiane od in Canada Deportazione degli acadiani da parte dei Britannici, fra il 1755 ed il 1763 Deportazione dei garifuna (afro-amerindi) dall'isola di Saint Vincent verso l'America Centrale (1796) Deportazione degli oppositori politici alla Rivoluzione francese, verso Sinnamary e Counanama, nella Guyana francese (1797, regime del Direttorio) Deportazione dei "comunardi", dirigenti dell'insurrezione di Parigi dopo la guerra franco-prussiana, verso la Nuova Caledonia e la Guyana francese Deportazione degli herero da parte dei tedeschi, 1904 Deportazione delle popolazioni italiane del Trentino durante la prima guerra mondiale (esodo dei trentini) Deportazione degli individui di nazionalità od origine messicana (circa 2 milioni di persone), da parte degli Stati Uniti, verso il Messico stesso[8][9][10][11][12][13] (anni trenta) Deportazione dei tedeschi del Volga, da parte dell'Unione Sovietica, verso il Kazakistan (1941) Deportazione dei ceceni, al termine dell'insurrezione cecena, verso il Kazakistan (1944 - operazione Lentil) Deportazione degli abitanti dell'atollo di Bikini, nel 1946, verso l'isola di Rongerik (per consentire esperimenti nucleari statunitensi) Dopo la divisione dell'India del 1947, si verificarono notevoli flussi migratori fra i territori di India, Pakistan e Bangladesh; questi flussi (stimati in circa 17.900.000 persone trasferite) sono stati da più parti definiti "deportazioni" Deportazione degli individui di etnia messicana da parte degli Stati Uniti verso il Messico (operazione Wetback, 1954) Deportazione degli ilois dall'arcipelago delle Isole Chagos, nel 1966, da parte del governo britannico, per l'insediamento della base navale statunitense sull'isola di Diego Garcia. In Italia, la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio nazisti iniziò successivamente all'armistizio dell'8 settembre 1943, e si avvalse della collaborazione dei fascisti della Repubblica di Salò che fornirono nomi e indirizzi ai nazisti e che parteciparono direttamente alle operazioni di cattura.[16][17] La Repubblica di Salò gestiva inoltre diversi campi di smistamento, come quelli di Borgo San Dalmazzo, Fossoli e Bolzano, e decine di punti di raccolta e tortura noti come Ville Tristi, di cui manca un censimento completo. ..La deportazione è stata talora qualificata fra le sanzioni o fra le pene accessorie del diritto penale, specie in ordinamenti o regimi illiberali. Sebbene non sia più prevista dalla maggioranza degli ordinamenti moderni, in particolare dopo lo Statuto di Roma che la qualifica come crimine, ebbe storicamente una certa diffusione anche in grandi stati europei. In età romana la deportazione, evoluzione della interditio aquae et ignis, si scontava generalmente su un'isola (deportatio in insulam), in Sardegna oppure in qualche isola dell'Egeo e, in periodo imperiale, in Asia o in Africa. La damnatio ad metalla era in pratica una deportazione nelle miniere, ove il recluso era tenuto ai lavori forzati. Nel 1540 si ebbe in Francia la prima deportazione a fini di colonizzazione, con l'invio di alcuni detenuti in Canada. Nel XVIII e nel XIX secolo questa pena fu oggetto di nutrite discussioni e di qualche applicazione in Inghilterra (ove fra coloro che la proponevano vi fu anche Jeremy Bentham) e di nuovo in Francia, dove, abolitala nel 1802, fu reintrodotta nel 1810 destinando i reclusi per talune fattispecie di reato alla Caienna ed in Algeria, ov'erano del resto poi tenuti ai lavori forzati (in questo caso prendeva il nome di transportation). Nel 1885 fu in pratica sostituita dalla relegazione. L'Inghilterra prima del 1730 aveva invece deportato in gran numero verso l'America criminali ed oppositori politici, e verso la metà dell'Ottocento l'istituto fu più volte riproposto.[4] In Italia fu proposta nel 1865 come misura alternativa alla pena capitale e fu oggetto nel 1874 del progetto Vigliani, che la prevedeva per i condannati a pene detentive superiori ai dieci anni e per gli ergastolani; il progetto prevedeva il trasferimento in un'isola al di fuori del Mediterraneo.[5] Dal 1998, in seguito allo Statuto di Roma, i 139 stati aderenti annoverano la deportazione fra i crimini contro l'umanità.

Colonia penale

Una colonia penale (anche bagno penale)[1] è una colonia usata per trattenere prigionieri che generalmente vengono costretti ai lavori forzati. L'impero britannico, per esempio, ha in passato ridotto molte regioni dell'Australia a colonie penali. Il regime di prigionia e di detenzione risultava molto duro e includeva spesso punizioni fisiche; molti prigionieri morivano per la durezza del trattamento, per denutrizione o per malattie causate da negligenze mediche e dalle scarse condizioni igieniche. Il sistema penale coloniale era utilizzato per prevenire eventuali fughe e per scoraggiare altri crimini una volta che la pena dei condannati fosse conclusa. Le colonie penali di solito erano localizzate in terre di frontiera, specialmente in luoghi inospitali, dove il lavoro svolto dai prigionieri risultava molto vantaggioso per le economie locali. In Italia sono esistite colonie penali agricole per criminali, omosessuali, renitenti alla leva militare, mafiosi (e, durante il fascismo, anche antifascisti). Tra le strutture più famose ci fu il forte di Fenestrelle, ma anche alcune isole minori difficilmente raggiungibili dal resto della penisola, come l'Asinara in Sardegna, le isole di Pianosa e di Capraia in Toscana, Lampedusa[3] e Ustica in Sicilia, le Tremiti in Puglia e Ventotene nel Lazio. Ultima rimanenza di queste colonie in Italia è il carcere di Gorgona.

Campi per l'internamento civile in Italia

I campi per l'internamento civile in Italia furono dei campi di prigionia istituiti in Italia, nelle sue colonie e nei territori occupati in Jugoslavia. Il primo fu il campo di concentramento di Nocra, in Eritrea, nel 1887. Un notevole incremento nell'utilizzo dei campi avvenne sotto il regime fascista, durante il quale vennero eretti più del 90% dei campi di internamento totali. Essi operarono come campi di confino, concentramento e lavoro coatto ai fini di sottomettere i popoli nelle colonie (libici, somali, eritrei ed etiopi), per "purificare la razza italiana" (internando ebrei, sloveni, croati, serbi, bosniaci, albanesi, cinesi, rom e greci) e per i dissidenti politici antifascisti. In seguito all'Armistizio dell'8 settembre 1943 l'amministrazione dei campi passò dal Regno d'Italia alla Repubblica Sociale Italiana, che li convertì in campi di raccolta finalizzati alla deportazione nei campi di sterminio della Germania nazista, in primo luogo Auschwitz. I campi d'internamento civile non vennero più ripristinati dal governo italiano dopo la guerra, e la Costituzione della Repubblica italiana del 1948 escluderà esplicitamente i campi dal sistema penitenziario. L'ultimo lager, il campo di concentramento di Danane, in Somalia, venne ufficialmente smantellato nel 1954, durante l'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia[1]. La misura durante il fascismo era simile al confino. Finita la guerra, alcuni campi furono utilizzati con altre funzioni; vi furono infatti: campi in cui vennero segregati gli ex-soldati dell'Asse in attesa che le autorità italiane o alleate esaminassero i loro casi, come il campo di concentramento di Coltano. campi di raccolta profughi campi di reclusione, come i campi di Fraschette, Alatri e Fossoli, nei quali erano rinchiusi i profughi e gli ex-militari accusati di crimini civili (furti, aggressioni, borsa nera, prostituzione, violenze).

Gulag

Il Gulag (pronuncia: /ɡuˈlaɡ/; in russo ГУЛаг - Главное управление исправительно-трудовых лагерей?, Glavnoe upravlenie ispravitel'no-trudovych lagerej ascoltaⓘ,"Direzione principale dei campi di lavoro correttivi"[1][2]) è stato il ramo della polizia politica dell'URSS che istituì il sistema penale dei campi di lavoro forzato, sostituendo il precedente sistema carcerario zarista. Benché questi campi fossero stati pensati per la generalità dei criminali, il sistema è noto soprattutto come mezzo di repressione degli oppositori politici dell'Unione Sovietica. Complessivamente circa 18 milioni di persone, non solo sovietici, sono passati dai campi.[3] Il numero massimo di prigionieri fu raggiunto nel 1950 con circa 2,5 milioni di reclusi. Il tasso di mortalità nel Gulag prima della seconda guerra mondiale oscillava tra il 2,1% e il 5,4%, picco massimo registrato nel 1933.[4] Durante la seconda guerra mondiale, nel contesto delle scarse condizioni di vita dei prigionieri, si raggiunse un tasso del 24,9%. Nei primi anni '50 il tasso calò intorno allo 0,9% fino a raggiungere lo 0,4% nel 1956.[5] Fino alla dissoluzione dell'Unione Sovietica non vi erano dati certi sui decessi dei reclusi e diversi media occidentali ipotizzarono diversi milioni di morti,[6][7] alcuni anche in maniera funzionale alla propaganda anticomunista. Secondo i documenti degli archivi sovietici, dove erano stati catalogati gli internati e i decessi, fra il 1930 ed il 1956 si sarebbe registrato un totale di 1.606.748 morti,[5] dei quali 932.268 (il 58% del totale) nel periodo 1941-1945, su circa 18 milioni di persone che, secondo gli storici più accreditati, sono passate nei campi del gulag

Lager

Lager è un termine tedesco che indica cumulativamente i campi di concentramento[1] (in tedesco: Konzentrationslager, abbreviato in KL o KZ[2]), i campi di sterminio[3] (in tedesco: Vernichtungslager) e i campi di lavori forzati[4] (in tedesco: Arbeitslager) creati nella Germania nazista. Organizzato in modo abbastanza improvvisato dalle formazioni paramilitari del NSDAP subito dopo la presa del potere nel 1933 di Adolf Hitler per la repressione degli oppositori politici (comunisti, socialdemocratici, obiettori di coscienza), a partire dal 1934-36 il sistema dei campi venne riorganizzato e potenziato passando completamente sotto il controllo delle SS di Heinrich Himmler inserito nella grande struttura burocratica del RSHA. Durante la seconda guerra mondiale il sistema concentrazionario tedesco, che passò alle dipendenze del WVHA, il nuovo ente delle SS incaricato di sfruttare anche economicamente con il lavoro forzato i detenuti dei lager, si estese ulteriormente in modo impressionante su gran parte dell'Europa occupata dalla Germania nazista, e, sotto la guida amministrativa dei generali SS Oswald Pohl e Richard Glücks, mise in atto con spietata efficienza i programmi del Terzo Reich di asservimento e annientamento di milioni di persone di etnie ritenute inferiori, dei prigionieri di guerra sovietici, degli oppositori politici, di altre categorie di indesiderati (zingari,[5] omosessuali,[6] apolidi, testimoni di Geova[7][8]); soprattutto nel sistema dei lager, in particolare nei sei campi di sterminio, venne sviluppato e attuato l'annientamento della popolazione ebraica presente nei territori europei dominati dalla Germania nazista. Il termine Lager[9] in tedesco significa sia "campo" sia "magazzino":[10] si scelse quella parola quindi per significare che quello era un luogo in cui esercitare una stretta sorveglianza su un considerevole numero di individui, chiamati "pezzi". I guardiani dei lager erano i reparti SS-Testa di morto (SS-Totenkopfverbände), che sfruttavano la collaborazione dei kapò e, nei campi di sterminio, dei Sonderkommando. Auschwitz, 1944, foto aerea di ricognizione della Royal Air Force. È chiaramente visibile il fumo del forno crematorio Contrassegni di classificazione dei detenuti Il governo tedesco dal 1933 al 1945, fece costruire 20 000 lager.[1] I più noti campi di concentramento[11] in Germania, Austria e Polonia furono quelli di Auschwitz, Buchenwald, Birkenau, Dachau, Mauthausen.[12][13][14] I lager in Italia furono il Ferramonti, la Risiera di San Sabba, il campo di Fossoli,[15][16] e altri a Bolzano,[17][18] a Borgo San Dalmazzo,[19] a Grosseto[20] e in Puglia.[21] Il numero di vittime dei lager costituiti dalla Germania nazista durante il suo periodo di predominio in Europa supera quasi certamente i sei milioni, questo numero prende in considerazione le vittime ebree, ma bisogna tenere a mente che le vittime dei lager appartenevano anche a numerosi altri gruppi minoritari e non, come i rom, i comunisti, i socialisti, gli omosessuali e molti altri. Il 30 settembre 1946, i giudici del tribunale del Processo di Norimberga condannarono le SS[104], dichiarandole un'organizzazione criminale. I giudici sottolinearono questa sentenza dichiarando che: le SS vennero usate per scopi che erano criminali, che comprendevano: la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, brutalità ed esecuzioni nei campi di concentramento, eccessi nell'amministrazione dei territori occupati, l'amministrazione del programma di lavoro schiavistico e il maltrattamento e assassinio di prigionieri di guerra (IMT, 1946, Vol. XXII, p. 516, in: Höhne, 1969, p. 3). La sentenza continuava dichiarando che il sospetto di crimini di guerra avrebbe coinvolto tutte le persone che erano state ufficialmente accettate come membri delle SS... che divennero o rimasero membri dell'organizzazione sapendo che veniva usata per commettere atti dichiarati criminali dall'articolo 6 dello statuto di Londra sui crimini di guerra (International Military Tribunal, 1947-1949, Vol. XXII, p. 517 in: Höhne, 1969, p. 3)

Mobbing

Il mobbing[1] in psicologia è una forma di abuso esercitato da una persona o da un gruppo di persone nei confronti di uno o più soggetti. Sebbene il termine venga utilizzato soprattutto per riferirsi a situazioni nel mondo del lavoro, il termine indica comportamenti violenti anche di altri gruppi (sociali, familiari o animali). Nell'ambito lavorativo simili attività possono anche essere messe in atto da persone che abbiano una certa autorità sulle altre, in tal caso si parla di bossing. In etologia, il termine identifica i comportamenti aggressivi assunti da talune prede nei confronti di un predatore per intimorirlo e dissuaderlo dall'attacco. Il termine venne coniato agli inizi degli anni settanta del XX secolo dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento aggressivo tra individui della stessa specie, con l'obiettivo di escludere un membro del gruppo. Il mobbing si può configurare come violenza psicologica, ma le azioni possono sfociare anche in vera e propria aggressione fisica, perpetrati da parte di uno o più individui nei confronti di un altro individuo, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso, e può essere messo in atto da un singolo soggetto o da un gruppo di individui verso una o più persone. Esempi tipici potrebbero essere angherie, vessazioni, demansionamento lavorativo, emarginazione, umiliazioni, insulti, maldicenze, aggressioni fisiche e verbali, ostracizzazione. A questi vanno aggiunte anche situazioni suscettibili di creare imbarazzo. Essere ripetutamente e volutamente messi in tali situazioni potrebbe creare stati psicologici simili a quelli dovuti ad aggressione, favorendo degli atteggiamenti di colpevolizzazione della vittima. Di solito lo scopo è quello di indurre un membro non gradito all'autoallontanamento spontaneo dal gruppo o associazione, attraverso tutta una serie di pressioni e vessazioni di tipo morale o psicologico. Una tipologia di mobbing verticale o mobbing dall'alto è riscontrabile quando a mettere in atto tali attività sono individui che esercitino un'autorità in un determinato contesto, su altre persone; in tal caso si parla di bossing. La patologia psichiatrica più frequentemente associata è il disturbo dell'adattamento; esso si compone di una variegata sintomatologia ansioso-depressiva reattiva all'evento stressogeno. Fra le conseguenze ci possono essere il disturbo post traumatico da stress, che può associarsi a perdita d'autostima, ansia, esaurimento nervoso, depressione, insonnia, nevrosi, isolamento sociale, attacchi di panico, ma anche causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite e dermatite.[18] La terapia cognitivo-comportamentale è quella più effettiva in questi casi anche se non è da disdegnare la psicoterapia di stampo freudiano, più tradizionale, soprattutto per i casi gravi in cui la personalità sia stata gravemente danneggiata. Sebbene non esista una legislazione specifica in materia, a partire dagli anni 2000 presso il parlamento italiano sono stati depositati alcuni disegni di legge specifici sul tema; come ad esempio un primo progetto risalente al 21 marzo 2002, presentato da senatori di Rifondazione Comunista, poi ripreso da una commissione tecnico-scientifica nominata dal Ministero della Funzione Pubblica durante il governo Berlusconi II, oppure il disegno di legge n. 1785 presentato durante il governo Renzi avente ad oggetto l'introduzione nel codice penale del reato di atti vessatori in ambito lavorativo.[19] Bisogna ricordare che la Costituzione della Repubblica Italiana afferma i principi giuridici di tutela della persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. Dal punto di vista del diritto penale, non è previsto come fattispecie tipica di reato a sé stante, ma atti del genere possono rientrare in altre fattispecie previste e perseguite, quali stalking, o lesioni personali gravi o gravissime, anche colpose che sono perseguibili di ufficio e si ritengono di fatto sussistenti nel caso di riconoscimento dell'origine professionale della malattia. Inoltre, l'art. 2087 del codice civile italiano afferma che spetta al datore di lavoro l'obbligo contrattuale di tutelare la salute e la personalità morale del dipendente, sebbene la Corte di Cassazione abbia ritenuto che un'iniziativa diretta alla repressione, e non già alla prevenzione, dei fatti mobbizzanti non è idonea a costituire adempimento agli obblighi previsti dalla citata norma

Violenza

La violenza è l'uso intenzionale della forza fisica, delle armi, delle provocazioni o del potere per dominare, costringere, danneggiare o uccidere, comportando sofferenza o persino la distruzione di elementi ambientali o di beni materiali.[1][2] Si intende per atti di aggressione e abuso che causano e intendono causare lesioni o danni a persone, animali e proprietà. È un tipo di interazione presente nel regno animale, attraverso la quale un individuo o un gruppo provoca intenzionalmente un danno o impone una situazione a un altro o ad altri individui. È un atto volontario, etimologicamente "che vìola", che oltrepassa il limite della volontà altrui.[2] Tutto ciò che è incitato in modo dannoso o offensivo può essere descritto come violenza. La violenza tra gli esseri umani è un'azione compiuta mediante l'abuso della forza di una o più persone che provoca dolore ad altri individui, anche indirettamente, danneggiando. L'abuso della forza può essere non solo fisico (con o senza armi), ma anche espressione di violenza solo verbale, o psicologica (ricatti, intimidazioni, minacce). Può prodursi attraverso le azioni e il linguaggio, ma anche attraverso il silenzio e l'inazione, ed è valutata negativamente dall'etica, dalla morale e dal diritto, anche nei casi in cui può essere considerata legittima. La violenza può essere offensiva o difensiva, abilitando in quest'ultimo caso figure di giustificazione etica della violenza, come la legittima difesa e il diritto a resistere all'oppressione. Col termine violenza si indica comunemente l'azione fisica o psichica esercitata da una persona su un'altra, o su un animale. La violenza, quindi, non necessariamente implica un danno fisico. Essa può anche avere lo scopo di indurre a un certo comportamento. Alcuni esempi di violenza non fisica: la minaccia; il plagio; l'imposizione d'autorità contro la volontà del soggetto. La vasta tipologia di azioni del tipo sopra indicato si esprime in un'attività chiamata coercizione o coartazione, in termini immediati, a lunga scadenza, subdolamente, con secondi fini. In tutti questi casi la violenza ha lo scopo di indurre nell'altro comportamenti che altrimenti non avrebbe, al fine di danneggiarlo. In alcuni ambiti specialistici sono date definizioni particolari della violenza che focalizzano unicamente sulla loro forma fisica, come la definizione di violenza dell'Organizzazione mondiale della sanità: "l'uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o effettivo, contro sé stessi, un'altra persona, un gruppo o una comunità, che si traduce o ha un'alta probabilità di provocare lesioni, morte, danni psicologici, cattivo sviluppo o privazione. La violenza oltre agli effetti diretti può avere effetti secondari altrettanto importanti prodotti da meccanismi psicologici cosiddetti di violenza imitativa o mimetica, in seguito alla visione di scene estremamente violente anche non reali ma solo rappresentate nei media[9][10]. Esistono numerosi studi scientifici che hanno indagato queste relazioni che seppur significative per la tendenza imitativa, non possono dimostrare una relazione di causa-effetto nei casi singolari specifici in quanto questi sono suscettibili di fattori complessi[11]. Statisticamente «l'"ampiezza dell'effetto" relativa a violenza mediatica e aggressività eccede di gran lunga quella osservata nei casi del rapporto tra fumo e tumore ai polmoni, o tra assunzione di calcio e massa ossea, o esposizione all'amianto e tumore.»[12][13] È stato studiato come l'effetto imitativo possa manifestarsi anche dopo molti anni in seguito all'esposizione, in particolare nei bambini

Divario retributivo di genere

Il divario retributivo di genere è la differenza tra il salario annuale medio percepito dalle donne e quello percepito dagli uomini. Esistono due diversi parametri che rappresentano il divario retributivo di genere: il divario non rettificato e quello rettificato. Quest'ultimo solitamente tiene conto nelle ore di lavoro, occupazioni scelte, educazione scolastica ed esperienza lavorativa. Per esempio secondo l'Eurostat, nel 2014 in Italia il divario retributivo di genere non rettificato valeva il 43,7%, a fronte di una media — nell'UE — del 39,3%[1]. Ciò è dovuto sostanzialmente alla differenza del numero di ore lavorative, le donne in media lavorano meno ore al giorno rispetto agli uomini. Invece se si considera il parametro rettificato il divario retributivo in Italia è pari al 5% a fronte di una media europea del 14,8%[2]. In Italia e in molti altri paesi dell'Unione è illegale pagare una donna meno di una controparte maschile a parità di tempo impiegato. Le ragioni del divario sono legate a fattori legali, sociali ed economici[3]. Tra questi rientrano la maternità (penalizzazione della maternità vs. bonus della paternità), il congedo parentale, la discriminazione di genere e le norme di genere. Inoltre, le conseguenze del divario retributivo di genere superano le lamentele individuali, portando a una riduzione della produzione economica, pensioni più basse per le donne e minori opportunità di apprendimento. Il divario retributivo di genere può rappresentare un problema dal punto di vista delle politiche pubbliche nei paesi in via di sviluppo perché riduce la produzione economica e significa che le donne hanno maggiori probabilità di dipendere dai sussidi sociali, soprattutto in età avanzata. ..A livello dell'UE, il divario retributivo di genere è definito come la differenza relativa tra la retribuzione oraria lorda media di donne e uomini nell'economia nel suo complesso. Vi erano notevoli differenze tra gli Stati membri, con un divario retributivo non corretto che andava da meno del 10% in Italia, Slovenia, Malta, Romania, Belgio, Portogallo e Polonia a oltre il 20% in Slovacchia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Cipro, Germania, Regno Unito e Grecia e oltre il 25% in Estonia e Austria[104]. Tuttavia, tenendo conto delle ore lavorate in Finlandia, gli uomini lì guadagnavano solo lo 0,4% in più di reddito netto rispetto alle donne[105]. Un recente sondaggio condotto tra studi legali internazionali specializzati in diritto del lavoro ha mostrato che la segnalazione del divario retributivo di genere non è una politica comune a livello internazionale. Nonostante tali leggi a livello nazionale siano poche e distanti tra loro, ci sono richieste di regolamentazione a livello UE. Una recente risoluzione (a dicembre 2015) del Parlamento europeo ha esortato la Commissione a presentare una legislazione per colmare il divario retributivo. Una proposta che è sostanzialmente la stessa del piano del Regno Unito è stata approvata con 344 voti contro 156 nel Parlamento europeo[106]. La Commissione europea ha affermato che la sottovalutazione del lavoro femminile è uno dei principali fattori che contribuiscono al persistente divario retributivo di genere[104]. Aggiunge che le spiegazioni del divario retributivo vanno oltre la discriminazione e che altri fattori contribuiscono a mantenere il divario: fattori come l’equilibrio tra lavoro e vita privata, la questione delle donne in posizioni di leadership e il soffitto di cristallo, e la segregazione settoriale, che ha a che fare con la sovra-rappresentazione delle donne nei settori a bassa retribuzione.

Lavoro invisibile

Il lavoro invisibile è il lavoro svolto delle persone che non è valutato o è sottovalutato e che spesso è privo di riconoscimento nonostante il suo ruolo essenziale nel sostenere il funzionamento dei luoghi di lavoro, delle famiglie, dei team, delle organizzazioni[1] e della società. Si tratta spesso di lavoro non contrattualizzato né stipendiato, o comunque privo di un adeguato riconoscimento professionale, e spesso svolto in casa.[2] Il termine è stato coniato da Arlene Kaplan Daniels negli anni ottanta.[3][4] Il concetto filosofico, sociologico ed economico di "lavoro invisibile" è stato applicato ad accademici,[5] scienziati,[6] camerieri,[7] segretarie[8] e casalighe,[9] che si assumono la maggior parte del lavoro invisibile in termini di pulizia, pianificazione e organizzazione.[9] Anche quando le donne hanno un impiego, sono comunque responsabili della maggior parte del lavoro invisibile.[10] Ciò ha un impatto sul benessere mentale, fisico e psicologico di coloro che svolgono lavori invisibili,[11] riflettendo le dinamiche di potere in corso e gli squilibri di genere tra coloro il cui lavoro "conta" e coloro il cui lavoro rimane "invisibile".[12][13] Il concetto continua a influenzare il discorso pubblico attraverso libri e film.

ART. 1 COST.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

ART. 2 COST.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

ART. 3 COST.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

ART. 4 COST.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

ART. 5 COST.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

ART. 6 COST.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

ART. 7 COST.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

ART. 8 COST.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

ART. 9 COST.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. ((Tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali)).

ART. 10 COST.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. ((5)) ------------- AGGIORNAMENTO (5) La L. costituzionale 21 giugno 1967, n. 1 ha disposto (con l'articolo unico) che l'ultimo comma del presente articolo non si applica ai delitti di genocidio.

ART. 11 COST.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

ART. 12 COST.

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

ART. 51 COST.

Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. ((A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini)). La legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.

ART. 56 COST.

La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto. Il numero dei deputati è di ((quattrocento)), ((otto)) dei quali eletti nella circoscrizione Estero. ((20)) Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per ((trecentonovantadue)) e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. (3) ((20)) -------------

AGGIORNAMENTO (3) La L. costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, ha disposto (con l'art. 5) che la suddetta modifica entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica. -------------

AGGIORNAMENTO (20) La L. costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che le presenti modifiche si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della suddetta legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore.

ART. 57 COST.

Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero. Il numero dei senatori elettivi è di ((duecento)), ((quattro)) dei quali eletti nella circoscrizione Estero. ((20)) Nessuna Regione ((o Provincia autonoma)) può avere un numero di senatori inferiore a ((tre)); il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno. ((20)) ((La ripartizione dei seggi tra le Regioni o le Province autonome, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti)). ((20)) ------------- AGGIORNAMENTO (3) La L. costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, ha disposto (con l'art. 5) che la suddetta modifica entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica. ------------- AGGIORNAMENTO (20) La L. costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 ha disposto (con l'art. 4, comma 1) che le presenti modifiche si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della suddetta legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore.

ART. 58 COST.

I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto ((...)). Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.

ART. 65 COST.

La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di deputato o di senatore. Nessuno può appartenere contemporaneamente alle due Camere.

Riserva di legge

Per espressa previsione della Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 65 è istituita una riserva di legge. La materia deve pertanto essere necessariamente disciplinata da una legge ordinaria.
L'Assemblea Costituente, per ragioni di garanzia, volle infatti riservare al Parlamento, organo più rappresentativo del potere sovrano, la possibilità di limitare l'elettorato passivo attraverso l'istituzione delle cause di ineleggibilità. Tali cause costituiscono delle eccezioni al generale e fondamentale principio, enunciato in dall'articolo 51 della costituzione che sancisce il libero accesso, in condizione di eguaglianza, di tutti i cittadini alle cariche elettive. Ciò ha indotto la Corte costituzionale a precisare che il legislatore deve adottare una tecnica normativa molto accurata poiché è necessario che le cause di ineleggibilità siano tipizzate dalla legge con determinatezza e precisione sufficiente ad evitare, quanto più possibile, situazioni di incertezza che portino a soluzioni giurisprudenziali contraddittorie in grado di incrinare gravemente, in fatto, la proclamata pari capacità elettorale passiva dei cittadini.[3] Riguardo ai criteri interpretativi, invece, la Corte costituzionale ha affermato che le cause di ineleggibilità sono di stretta interpretazione e devono essere contenute entro i limiti rigorosamente necessari al soddisfacimento delle esigenze di pubblico interesse, ricollegantisi alla funzione elettorale, cui sono di volta in volta preordinate.

ART. 66 COST.

Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.

ART. 84 COST.

Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici. L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica. L'assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.

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