SITO ISTITUZIONALE
I fasci siciliani, detti anche fasci siciliani dei lavoratori, furono un movimento di massa di ispirazione libertaria, democratica e socialista spontaneista, sviluppatosi in Sicilia dal 1889 al 1894 e diffusosi fra proletariato urbano, braccianti agricoli, minatori e operai. Fu disperso solo dopo un duro intervento militare durante il governo Crispi, avallato dal re Umberto I.
Il movimento fu fondato ufficialmente il 1º maggio 1891 a Catania da Giuseppe de Felice Giuffrida, ma esisteva già, formatosi in maniera spontanea alcuni anni prima il 18 marzo 1889 a Messina. A questo fece seguito il Fascio di Palermo (29 giugno 1892) guidato da Rosario Garibaldi Bosco e la costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (agosto 1892). Il 4 settembre 1892, fu costituito il Fascio dei lavoratori trapanesi, di cui fu eletto presidente Giacomo Montalto.[1] A questi si aggiunsero quello di Siracusa, uno dei primi con cinquemila aderenti, presieduto dall’avvocato Luigi Leone, e altri ancora, tanto che già alla fine del 1892 il movimento si era diffuso in tutto il resto dell’isola con sedi in ogni capoluogo tranne Caltanissetta, la cui sede fu aperta nel marzo 1893.[2] Il 20 gennaio 1893, a Caltavuturo, vicino a Palermo, cinquecento contadini, di ritorno da un’occupazione simbolica di alcune terre del demanio, furono dispersi da soldati e carabinieri armati di fucile che uccisero tredici manifestanti. «In un primo tempo» scrive don Giuseppe Guarnieri «la popolazione, nell’udire gli spari, pensò trattarsi di mortaretti fatti scoppiare in onore di San Sebastiano, ma ben presto fu chiara la tragica realtà di una inumana e inutile strage che poteva e doveva essere evitata».[3] A seguito di tale massacro furono organizzate numerose manifestazioni di solidarietà sia da parte dei Fasci siciliani, sia nel resto d’Italia, che aumentarono l’esasperazione dello scontro sociale.
Il 21 e 22 maggio 1893 si tenne il congresso di Palermo cui parteciparono 500 delegati di quasi 90 Fasci e altri circoli socialisti…






