
Ancora una volta veniamo chiamati a convalidare una riforma costituzionale.
Questa volta però dobbiamo prestare davvero molta attenzione perchè si tratta di una modifica strutturale che potrebbe aprire le porte a cambiamenti significativi di quella “separazione dei Poteri dello Stato” (legislativo, esecutivo e giudiziario) che sono alla base delle democrazie.
La Costituzione italiana, una tra le più belle ed evolute del mondo, ha posto alla radice dell’albero comune questi tre aspetti del governare, assicurando che fossero indipendenti l’uno dall’altro ma che si arginassero tra loro (c.d policentrismo funzionale).
E questa struttura di base, scaturita dall’esperienza di una lunga dittatura e di una guerra mondiale, ha “retto” il Paese nelle molte burrasche.
Lunghi anni di cattiva informazione ci hanno persuaso di comprendere bene il settore giudiziario.
Ma è un errore.
Anche la struttura giurisdizionale è un complesso di regole molto articolato e sofisticato e soprattutto tecnico, dove ogni procedura ha una sua precisa ragione e un suo diritto da assicurare.
Bisogna comprendere che “separare le carriere” giudicante e inquirente non è un piccolo correttivo a quelli che, a volte, ci vengono presentati come comportamenti inopportuni, ma un cambio di rotta sostanziale e significativo.
E bisogna domandarsi, guardando alla nostra concreta vita di tutti i giorni – dove il lavoro è precario, il costo della vita insostenibile, il livello di violenza dentro e fuori dalla porta è incontrollabile – “è davvero necessario questo cambiamento?”.
Davvero, in un momento fragile come questo, dove addirittura serpeggia la paura di un altro conflitto mondiale, è importante mettere mano ad uno dei Poteri costituzionali, il potere giudiziario?
Basta osservare con attenzione, nei dibattiti parlamentari e, in particolar modo nelle Question time, come si susseguano le richieste di volersi occupare meglio delle tematiche che ogni giorno toccano la nostra vita reale, sicurezza nelle strade dei nostri quartieri, protezione dalla violenza familiare, educazione per un cambio culturale di maggior rispetto verso le donne e i bambini, tutela degli anziani e delle persone fragili, livelli adeguati di protezione sanitaria.
Ed è davvero sconfortante constatare – se il nostro sguardo diventa più acuto e critico – come le tematiche del lavoro, dell’istruzione, del reinserimento sociale, del contenimento dei prezzi, dell’adeguamento dei salari, della tutela dell’ambiente, facciano da sfondo nel dibattito politico senza mai acquistare il loro doveroso carattere primario.
E quindi, ci sentiamo davvero minacciati dalla magistratura, che le leggi le fà applicare o forse ci sentiamo oppressi dalle leggi, che sono sempre meno corrispondenti alle nostre esigenze e al nostro senso di Giustizia?
E su un’altra cosa sarebbe bene riflettere.
Perchè questa riforma è stata accarezzata da oltre 40 anni, con svariati tentativi di attuarla sempre falliti?
Perchè ancora?
Perchè ora?
E ora andiamo a votare, perchè è l’unico strumento che noi cittadini abbiamo perchè la formula “in nome del Popolo italiano” abbia davvero un senso.
Andiamo a votare, perchè questa volta non c’è un quorum da raggiungere. Questa volta passa la volontà di chi vota, fossero anche in cento.
Andiamo a votare, perchè la situazione che abbiamo intorno richiede di essere seri e responsabili.
Andiamo a votare, perchè il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato per importanza, (che questa volta non ci ha invitato ad andare al mare) non abbia ancora ragione.
Qualunque sarà l’esito almeno potremo dire che è “in nome del Popolo italiano”.

