4.4 – La presunta autonomia operativa di Digilio e di Soffiati rispetto a Maggi

L‟attribuzione di un autonomo progetto stragista a Digilio e Soffiati, operata dalla Difesa di Maggi sul presupposto che entrambi avessero disponibilità di esplosivo del tipo gelignite e dimestichezza con l‟uso degli stessi contrasta con i dati processuali e con la logica.
Si è ampiamente detto del ruolo subalterno di entrambi rispetto a Maggi, dal quale dipendevano, oltre che gerarchicamente, anche economicamente.
Si ricorda in questa sede che Persic, davanti alla Corte di Assise di Milano, aveva descritto i rapporti fra Maggi e Soffiati nei seguenti, inequivoci termini: “Ogni volta che veniva Maggi sembrava che venisse … per Soffiati era una cosa importante, discutevano un po‟ ma poi alla fine si vedeva che l‟uomo forte che comandava era il Maggi”.

Ed ancora, davanti alla Corte d‟Assise di Brescia: ”Senz‟altro era Maggi, si vedeva che era lui che comandava il Soffiati; che Soffiati obbediva a quello che diceva Maggi” (V. verb. ud. 10.3.2009, fg. 52.).
Così come aveva definito Digilio “la mano di Maggi, l‟uomo che Maggi mandava in giro e lui eseguiva” (Ib., fg. 53.) .
Persic, peraltro, ha riferito anche della dipendenza economica di Digilio da Maggi, precisando che “Digilio non aveva una lira, e se doveva muoversi doveva muoversi solo se MAGGI gli dava i soldi per potersi muovere” .
Del pari, riguardo a Marcello Soffiati, ha affermato che “Quando aveva bisogno anche per vivere, Carlo Maria Maggi dava una mano a Marcello Soffiati”.
Anche Battiston ha parlato dell‟indiscutibile superiorità di Maggi, che era la persona più importante nel gruppo di Venezia (V. verb. ud.31.10 2000, fg. 10.), cui tutti gli ordinovisti del Nord erano soggetti, in quanto “nonostante non ci fosse una gerarchia definita….era il riferimento del nord di Ordine Nuovo, dell‟Ordine Nuovo Rautiano” (V. verb. ud. 11.5.2010, fgg. 21 e ss..).
E‟, pertanto, impensabile, alla stregua delle dichiarazioni anzidette che Digilio e Soffiati potessero attuare un gesto tanto eclatante, complesso e costoso senza il consenso di Maggi.
Quanto a Digilio, la Cassazione ha già escluso dal ragionamento probatorio, ritenendole “del tutto illogiche” le conclusioni della Corte di Brescia in ordine alla sussistenza di una certa autonomia operativa dello stesso.
Gli atti processuali non consentono valide alternative, non evidenziando elementi di valutazione in merito, oltre quelli considerati nella sentenza annullata, oggettivamente inidonei.

Rilevanza è stata attribuita dai giudici bresciani alla testimonianza di Enzo Ferro - militare sottoposto ad Amos Spiazzi – , il quale avrebbe riconosciuto nella foto di Digilio “ quell‟esperto di esplosivi, presente ad una riunione a Verona nel settembre 1970, che aveva precisato come molte armi si fossero trovate in un deposito vicino Venezia” (V. fg. 483 sentenza Corte Assise Appello Brescia.) 

In realtà, Ferro, il quale ha ribadito di non avere mai avuto rapporti con Digilio e di non sapere a chi corrisponda tale nominativo, non ha confermato in dibattimento il riconoscimento operato in fase di indagini, peraltro dopo avere dichiarato che l‟esperto di esplosivi da lui visto aveva un accento toscano.
Ma, ove anche il teste sia stato tradito dalla memoria o abbia mentito e si voglia ritenere provata la presenza di Digilio a quella riunione ed il fatto che abbia tenuto “una vera e propria lezione sul confezionamento e l‟uso di esplosivi”, sostenendo, altresì, la presenza di un deposito di armi vicino Venezia, la situazione non cambia. Tali circostanze, in effetti, nulla dicono sull‟autonomia operativa del collaboratore, che non è dato sapere in quale veste avesse eventualmente partecipato a quella riunione e tanto meno se lo avesse fatto di sua iniziativa o su mandato di Maggi.
Non va dimenticato che Digilio era l‟armiere di Ordine Nuovo e che, per la sua competenza in materia di armi ed esplosivi, costituiva un punto di riferimento nell‟ambiente della destra eversiva per suggerimenti, consigli, controlli, problemi attinenti alle une ed agli altri, senza che, per questo, egli dismettesse il suo ruolo organico all‟interno del gruppo, mantenuto, inalterato, almeno fino al 1982, come è stato accertato, con giudizio irrevocabile, dalla Corte d‟Assise di Venezia, nel c.d. processo del Poligono.
Senza dire che la riunione in questione risale a ben quattro anni prima della strage.
Quanto alla consegna di armi a Raho, è pur vero che queste sono avvenute da parte di Digilio, avendolo ammesso entrambi i predetti, ma nel 1978, ovvero quattro anni dopo la strage.

La circostanza è, in ogni caso, priva di efficacia dimostrativa, proprio perchè Digilio era l‟armiere del gruppo, come tale deputato alla consegna delle armi agli appartenenti ad esso, e da nessuna fonte risulta che egli abbia agito all‟insaputa di Maggi o addirittura senza il suo consenso. Raho, invero, nulla ha precisato al riguardo, mentre Digilio ha affermato (V. verb. ud. 15.6.2000.), davanti alla Corte d‟Assise di Milano, nel processo per la strage di piazza Fontana, di avere proceduto alle consegne previa autorizzazione di Maggi.
Identico discorso va fatto rispetto alle armi ed all‟esplosivo in possesso di Soffiati, che, a dire di Persic, provenivano da Venezia ed erano state consegnate allo stesso da Digilio.
Giova richiamare, altresì, le dichiarazioni rese da Raho, Battiston e Siciliano sul legame funzionale dell‟attività di Digilio in materia di armi ed esplosivi agli obiettivi eversivi di Maggi.
Particolarmente significativa, in tal senso, la testimonianza di Battiston, il quale, confermando ed esplicitando nel dibattimento di Brescia quanto già dichiarato davanti alla Corte d‟Assise di Milano, nel processo per la strage di piazza Fontana (V. verb. ud. 31.10.2000, fg. 22: “Per quanto concerne Carlo Digilio, in un'occasione mi disse che era in grado di ricavare esplosivo da ordigni bellici recuperati da un uomo di sua fiducia nella laguna. Ovviamente io interpretai che la destinazione di detti ordigni fosse finalizzata ad entrare nella disponibilità di Carlo Maria Maggi in quanto membro di spicco di Ordine Nuovo di Venezia".), ha affermato: “lo stesso Digilio (che) evidentemente in qualche modo mi ha fatto capire, o mi ha detto, che gli esplosivi erano a disposizione, o che potevano essere usati da, o per conto del Maggi. Maggi era l'unica persona che aveva un certo discorso sull'impiego della forza dell'attentato.”  (V. verb. ud. 11.5.2010, fg. 42.).
Va, infine, rimarcata con forza l‟assoluta illogicità dell‟ipotesi di un‟azione autonoma di Digilio e di Soffiati, a fronte dell‟impegno profuso da Maggi – leader indiscusso dell‟ordinovismo nel Nord Italia – nel ritessere le fila dell‟organizzazione dopo il decreto di scioglimento del Ministro Taviani, nel propagandare le proprie idee stragiste e nel creare le condizioni concrete per attuarle. Non c‟è una sola ragione, né ne hanno indicata alcuna i giudici di Brescia o i difensori degli imputati, che dia un minimo di plausibilità a tale ipotesi, che si scontra con tutte le risultanze processuali.

Si sta parlando di una strage politica, ovvero di un‟attività criminale estremamente complessa sul piano ideativo, organizzativo ed esecutivo. Ed è impensabile che il capo della struttura – a carattere gerarchico - cui Digilio e Soffiati appartenevano potesse esserne tenuto all‟oscuro.
Così come è contrario alla logica che i presunti ideatori di un “colpo” tanto ben riuscito non ne abbiano tratto vanto davanti a chi, come Maggi, perseguiva proprio un obiettivo di quella fatta.
Né emergono dagli atti elementi di supporto all‟ipotesi – di per sé in conflitto con la pacifica appartenenza di Digilio e Soffiati ad Ordine Nuovo veneto – che questi ultimi abbiano agito, sempre all‟insaputa di Maggi, con altri e diversi gruppi terroristici, non risultando collegamenti diretti di alcuno dei due con altre formazioni eversive.
La stessa Corte d‟Assise d‟Appello di Brescia, nel ritenere “possibile” la destinazione dell‟ordigno esplosivo trasportato da Soffiati alle S.A.M., si basa sui rapporti intercorsi “tra tale gruppo e Carlo Maria Maggi, come affermato da Ettore Malcangi” (v. sentenza annullata, fg. 486, in nota), con ciò mostrando l‟imprescindibilità di Maggi nel collegamento con quel gruppo.
Del resto, la stessa sentenza di annullamento qualifica le conclusioni raggiunte dalla Corte bresciana come “nulla più che congetture, insufficienti a scalfire un quadro probatorio di rilevante gravità indiziaria” (fg. 71.).

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